Gli "inginocchiati" distruggono le statue degli schiavisti, ma a questi ci pensano?

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porterrockwell
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Gli "inginocchiati" distruggono le statue degli schiavisti, ma a questi ci pensano?

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Già a partire dalla seconda metà dell’VIII secolo dopo Cristo, i mercanti musulmani avviarono nell’Africa sahariana e sub-equatoriale un intenso traffico di schiavi neri prelevandoli soprattutto dalle regioni corrispondenti agli attuali Mali, Senegal, Niger, Ciad Meridionale, Nigeria, Camerun, Kenya e Tanzania. Strappati alle loro terre, milioni di individui vennero trasferiti con la forza verso i grandi mercati del Marocco, della Tunisia, dell’Egitto e della Penisola Araba per essere venduti o scambiati. Pratica che andò avanti per secoli. Fino al XVII secolo, ogni anno il regno nubiano (Sudan) era obbligato ad inviare al governatore musulmano del Cairo a titolo di tributo un grosso quantitativo di schiavi neri. I Nubiani e gli Etiopi, con i loro fisici snelli e i loro nasi sottili, venivano solitamente preferiti ai più robusti e meno aggraziati Bantu o Mandingo dell’Africa Centrale e Occidentale, utilizzati per i lavori più duri e per le pratiche di guerra.

Contrariamente allo schiavismo cristiano-occidentale, che durò poco più di trecento anni (più o meno dalla metà del XVI a poco oltre la metà del XIX secolo) e che comportò la tratta di circa dodici milioni di individui africani trasferiti nelle Americhe, quello di matrice islamica andò avanti per ben millequattrocento anni (dall’VIII al XX secolo) diventando una delle attività commerciali più remunerative gestite dai mercanti musulmani, soprattutto quelli della Penisola Araba (Gedda fu uno dei mercati più importanti). Si calcola che nell’arco di quattordici secoli i mercanti musulmani abbiano messo in catene oltre cento milioni di soggetti negroidi.

Contrariamente a quanto accadde nel Nord America anglosassone dove, a partire dalla seconda metà del 1700, agli schiavi neri africani, impiegati soprattutto in agricoltura, era concesso mettere su famiglia, vivere in proprie case, coltivare piccoli appezzamenti e praticare un commercio minimo, nel mondo musulmano non accadde mai nulla di simile. I servi erano, infatti, costretti a separarsi dalle famiglie, a vivere in recinti o in tuguri e ad essere sottoposti ad umiliazioni dolorose, come ad esempio l’infibulazione per le ragazze e la castrazione per i maschi. Sebbene la legge islamica richiedesse ai proprietari di trattare umanamente i propri schiavi e a fornirgli cibo e perfino cure, i mercanti e i padroni musulmani si comportarono quasi sempre con estrema durezza. Secondo alcune consuetudini in vigore per secoli in Mauritania, in Sudan e nella Penisola Araba, i servi non avevano diritto ad alcuna proprietà e potevano sposarsi soltanto con il permesso del loro proprietario, al quale spettava tra l’altro ogni diritto sulla prole. Per la cultura islamica lo schiavo rappresentava insomma una sorta di bene mobile e da riproduzione da trattare ed utilizzare nei modi più convenienti. È interessante ricordare che la conversione dello schiavo all’Islam spesso non sortiva di fatto alcun beneficio all’individuo. Nella massa, soltanto pochi servi neri convertiti, e dotati di particolari requisiti intellettivi o fisici, potevano ambire, dopo una lunga prigionia, ad un regime di semilibertà accettando di diventare soldati, eunuchi, governanti di casa e di harem o, nel caso delle donne, amanti o prostitute.

Il primo massiccio utilizzo di schiavi neri da parte di un regno musulmano si verificò quando nel IX secolo il Califfo di Baghdad ne acquistò diverse migliaia da mercanti africani da impiegare in agricoltura. Una violenta ribellione mise tuttavia fine a questo esperimento, inducendo gli Arabi ad evitare il concentramento in un solo luogo di un numero troppo elevato di servi. Successivamente, i Califfi iniziarono ad utilizzare i neri principalmente come domestici, o, nel caso di donne o fanciulli, per i propri piaceri sessuali.

Dopo il declino arabo, la pratica della schiavitù venne mutuata dai Turchi che la esercitarono ampiamente nei Balcani, in Russia Meridionale e in certe zone del Caucaso (soprattutto nell’Armenia cristiana). Le tribù tartare della Crimea, che godevano della protezione dell’Impero Ottomano, si specializzarono nella caccia agli schiavi cristiani che poi rivendevano sul mercato di Istanbul e di altre città anatoliche. Un’altra importante fonte di schiavi «bianchi» e cristiani fu la pirateria mediterranea, esercitata soprattutto dagli Algerini che per secoli terrorizzarono le popolazioni costiere italiane.

Il traffico degli schiavi da parte dei mercanti musulmani andò avanti per secoli e bisognò attendere il 1962 per vedere l’Arabia Saudita abolire ufficialmente questa pratica, seguita nel 1982 dalla Mauritania. Anche se va comunque detto che attualmente in Arabia Saudita lavorano ancora duecentocinquantamila schiavi «de facto», cioè Cristiani africani e Cristiani filippini che in cambio di vitto, alloggio e bassa paga, vivono in una condizione di costrizione e mancanza di libertà pressoché totale. Ricordiamo anche che, sempre in Arabia Saudita, numerosi schiavi bambini importati dall’Africa vengono diffusamente impiegati – dato il loro trascurabile peso – come fantini negli ippodromi e, soprattutto, nelle gare di corsa dei dromedari e dei cammelli. Sempre ai giorni nostri, in Mauritania e in Sudan la schiavitù viene egualmente tollerata dai locali regimi islamici sostenitori, tra l’altro, di idee palesemente razziste, in senso antropologico, nei confronti dei neri. Nulla di strano in quanto – contrariamente a quanto si possa pensare – molti dotti islamici del passato, ma anche del presente, hanno sempre appoggiato con vigore tali teorie sostenendo che «un musulmano non potrà mai costringere la sua bella e giovane serva ad unirsi ad un orrendo schiavo nero, se non in caso di estrema necessità» (Ibn Hazm, volume 6, part. 9, pagina 469).

Nel 1982, la Anti-Slavery Society e nel 1990 la Africa Watch, hanno effettuato un’indagine che ha portato alla scoperta in Mauritania di una popolazione «fantasma» composta da almeno centomila schiavi e trecentomila semischiavi neri. Ma perché meravigliarsi, «in fondo anche il capo di Stato Mokhtar Ould Daddah era solito tenere in casa sua e nel palazzo presidenziali una torma di schiavi neri» (John Mercer, Rapporto della Anty-Slavery Society del 1982). Sempre secondo la Anti-Slavery Society, in Mauritania sarebbero decine di migliaia i cosiddetti «haratine» (schiavi neri) reclutati con la forza, armati ed inviati a saccheggiare i villaggi del Sud del Paese. Nel 1983, anche il governo musulmano sudanese ha emanato una serie di nuove, dure leggi discriminatorie nei confronti delle minoranze nere del Sud del Paese e nel 1992, le forze armate sono state autorizzate ad eliminare fisicamente tutti i soggetti neri «ribelli». Questa spaventosa escalation ha costretto nel 1999 l’allora vice-segretario di Stato americano per gli Affari Africani, Susan Rice, ad investigare e a redigere un rapporto per l’ONU e per la presidenza degli Stati Uniti. Sembra tuttavia che, verso la fine del Secondo Mandato Clinton tale rapporto sia stato archiviato per esplicito ordine dell’allora Presidente, poco incline a mettere il naso nelle faccende interne di un Paese potenzialmente pericoloso come il Sudan.

«Con il preciso scopo di eliminare tutta la popolazione del Sud – riferiva il rapporto Rice – il governo di Khartoum ha sottratto alla minoranza nera mezzi agricoli, sementi e bestiame, costringendola alla fame […] Oltre a ciò, nelle campagne speciali nuclei dell’esercito islamico hanno incominciato a rimodellare con la forza l’identità religiosa dei Nubiani». Ma non è tutto. «In questi ultimi cinque anni, le milizie di Khartoum hanno incarcerato e poi venduto come schiavi migliaia di neri in Arabia e in altri Emirati della penisola». Secondo le stime di Amnesty International, nel 2002 le fanciulle nubiane tra i quindici e i diciassette anni venivano vendute sul mercato internazionale degli schiavi ad un prezzo oscillante tra gli ottanta e i cento dollari. «Sembra che il prezzo di ogni singola ragazza dipenda soprattutto dal fatto che sia vergine o meno e dal colore degli occhi e della pelle». Sorte non migliore tocca ai ragazzi sotto i quattordici anni che, dopo essere stati separati con la forza dai genitori o dai parenti, finiscono anch’essi in qualche bordello o vengono avviati alle scuole coraniche per essere convertiti all’Islam (da Facing Genocide: The Nuba of Sudan, pubblicato da African Rights il 21 luglio 1995).

Proprio nel secondo semestre del 2004, l’amministrazione statunitense repubblicana e l’ONU hanno iniziato finalmente a muoversi per cercare di trovare una soluzione al dramma dei Nubiani. Problema tutt’altro che facile da risolversi. Individuare i mezzi e gli strumenti adatti per costringere il governo islamico di Khartoum ad interrompere la sua politica di segregazione e sterminio non è infatti cosa semplice. L’unica soluzione plausibile sembrerebbe quella dell’embargo o delle sanzioni economiche nei confronti del regime sudanese: opzione a doppia lama in quanto potrebbe essere trasformata da Khartoum in un alibi perfetto per fare morire di fame i Cristiani e gli animisti del Sud. D’altro canto, un intervento dei caschi blu o di contingenti armati occidentali incaricati di proteggere i Cristiani neri appare ancora meno plausibile, data l’attuale, esplosiva situazione internazionale e la preannunciata, netta opposizione da parte della quasi totalità degli Stati arabi, alcuni dei quali in questi ultimi dieci anni hanno fornito proprio a Khartoum coperture e cospicui aiuti finanziari.
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Re: Gli "inginocchiati" distruggono le statue degli schiavisti, ma a questi ci pensano?

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Grazie per il quadro esauriente e illuminante sul tema della schiavitù. Nelle società del passato gli schiavi (spesso di guerra) costituivano la principale risorsa energetica (le galere si muovevano grazie a motori umani), l'equivalente del petrolio oggi, curiosamente anche questo prevalentemente nelle mani degli arabi.
La pratica della schiavitù ha riguardato tutti nell'antichità, mentre questi vedono solo il ruolo della razza bianca. Gli stessi negri rapivano e vendevano negri di altri villaggi ai mercanti arabi, che poi li giravano agli acquirenti bianchi, come oggi nei giornali arabi si vedono annunci di vendita o scambio di domestici filippini. Però nessuno punta il dito antirazzista sugli arabi, ma solo sui bianchi. Quindi non di antirazzismo si tratta, ma di razzismo o comunque aggressione contro i bianchi.
Questi movimenti americani non sono quindi antirazzisti, come dichiarano, ma semplicemente razzisti: sono in lotta contro la razza bianca. Evidentemente le minoranze negli USA hanno progetti di conquista non democratica del potere e si stanno muovendo. Come in Italia dove la sinistra usa tutte le calunnie possibili per demonizzare l'avversario, sfruttando le menti fragili ed eccitabili, spesso femminili. E' il loro modo senza scrupoli di fare lotta politica.
Dobbiamo smettere di essere stupidi e prendere sul serio questa gente, a cominciare dalle trasmissioni televisive di destra dei Porro o Del Debbio, che invece li invitano sempre a vomitare i loro deliri, la loro propaganda.
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Re: Gli "inginocchiati" distruggono le statue degli schiavisti, ma a questi ci pensano?

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Guardate che i neri americani hanno ragione, dovrebbero far passare ai bianchi tutto quello che hanno subito loro.
Da noi però è l'esatto contrario, son venuti da soli come clandestini e invece di sentirsi ospiti indesiderati si comportano da padroni. Ecco perche vanno "educati" con le maniere forti, altro che difenderli con la scusante del razzismo.
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Re: Gli "inginocchiati" distruggono le statue degli schiavisti, ma a questi ci pensano?

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Alfa ha scritto: 12 giu 2020, 10:27 Guardate che i neri americani hanno ragione, dovrebbero far passare ai bianchi tutto quello che hanno subito loro.
Da noi però è l'esatto contrario, son venuti da soli come clandestini e invece di sentirsi ospiti indesiderati si comportano da padroni. Ecco perche vanno "educati" con le maniere forti, altro che difenderli con la scusante del razzismo.
E dagli! E perché non anche agli arabi, che creavano e controllavano il mercato degli schiavi, quindi ne erano i primi responsabili. Invece anche gli americani di origine mediorientale e perfino i latinos partecipano alle agitazioni contro i bianchi. Evidente che di altro si tratta: uno scontro tra comunità razziali contro la razza egemone, o comunque la parte che nell'immaginario viene identificata con essa.
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Re: Gli "inginocchiati" distruggono le statue degli schiavisti, ma a questi ci pensano?

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Sono più occupati a distruggere che pensare.

Dopo i moretti, Via col vento e Montanelli, toccherà all'Amaro Montenegro che diverrà Amaro del Monte e il Negroni diverrà Coloratoni per rispettare il politically correct
"Questa vita...dovrai viverla ancora innumerevoli volte..." Non ti rovesceresti a terra...? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, e questa sarebbe stata la tua risposta: Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina? (Nietzsche)
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Re: Gli "inginocchiati" distruggono le statue degli schiavisti, ma a questi ci pensano?

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Circa 80 anni fa ,un militare di stanza in africa avrebbe sposato una 14 enne secondo le usanze locali ,ed ora una organizzazione locale segna con vernice rossa il suo sdegno per la poco edificante vicenda
Mi chiedo spesso se costoro sono a conoscenza che quell'usanza tanto deprecata delle spose bambine è tuttora attuale in gran parte delle risorse africane che loro vorrebbero qui da noi
Quando butteranno vernice rossa a qualche imam fondamentalista ?
“Se un uomo è uno stupido, non lo emancipi dalla sua stupidità col mandarlo all'università. Semplicemente lo trasformi in uno stupido addestrato, dieci volte più pericoloso.”
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Re: Gli "inginocchiati" distruggono le statue degli schiavisti, ma a questi ci pensano?

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Dobbiamo renderci conto che questi ci prendono in giro e vogliono solo lo scontro. Smettiamo di sorprenderci e riflettere su quello che dicono, è solo propaganda per aizzare gli acefali contro noi.
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Re: Gli "inginocchiati" distruggono le statue degli schiavisti, ma a questi ci pensano?

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Vento ha scritto: 15 giu 2020, 8:51 Dobbiamo renderci conto che questi ci prendono in giro e vogliono solo lo scontro. Smettiamo di sorprenderci e riflettere su quello che dicono, è solo propaganda per aizzare gli acefali contro noi.
Riflettendoci sopra, forse sarebbe preferibile non fare statue a nessuno. Personaggi di un'epoca che non andranno piu' di moda in un'altra epoca. L' unica cosa che conta nella vita e' quello che si lascia come eredita' al mondo. Se sei un medico, le medicine o metodi chirurgici che hai creato, se sei uno scrittore le tue opere, se sei un politico i tuoi governi, se sei un uomo o una donna qualunque i tuoi figli e nipoti. Le statue sono destinate a durare poco, anche perche' di imbecilli e di anarchici ce ne sono veramente tanti.
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Re: Gli "inginocchiati" distruggono le statue degli schiavisti, ma a questi ci pensano?

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Sayon ha scritto: 15 giu 2020, 19:32
Vento ha scritto: 15 giu 2020, 8:51 Dobbiamo renderci conto che questi ci prendono in giro e vogliono solo lo scontro. Smettiamo di sorprenderci e riflettere su quello che dicono, è solo propaganda per aizzare gli acefali contro noi.
Riflettendoci sopra, forse sarebbe preferibile non fare statue a nessuno. Personaggi di un'epoca che non andranno piu' di moda in un'altra epoca. L' unica cosa che conta nella vita e' quello che si lascia come eredita' al mondo. Se sei un medico, le medicine o metodi chirurgici che hai creato, se sei uno scrittore le tue opere, se sei un politico i tuoi governi, se sei un uomo o una donna qualunque i tuoi figli e nipoti. Le statue sono destinate a durare poco, anche perche' di imbecilli e di anarchici ce ne sono veramente tanti.
Sono d'accordo con te, ma la politica, specie nei paesi altamente emotivi, è fatta di retorica più che di razionalità. In particolare la sinistra viene dalla scuola sovietica ed è addestrata alla manipolazione delle menti, come strumento di affermazione del proprio progetto e potere, al posto della convinzione ottenuta da libero confronto, come avviene nelle democrazie e società mature. Le menti fragili sono il loro obiettivo principale nella ricerca del consenso necessario nella democrazia in cui sono costretti a operare. In particolare i giovani studenti, come vediamo negli USA, che non conoscono ancora la vita concretamente e che insegnanti attivisti manipolano con facilità. Ma anche le minoranze etniche, particolarmente inclini al vittimismo per loro vicende passate, facilmente incendiabili. La demagogia quindi è il loro strumento di propaganda e non evitano neanche le esagerazioni più assurde (di cui è fatto il politically correct), che servono ad asservire i seguaci, con forti atti di fede, e soprattutto a distrarre l'avversario, che li prende sul serio e perde tempo a riflettere e ad argomentare con loro, finendo per accettare il loro gioco, come sta succedendo tra la nostra sinistra e la destra, ipnotizzata dalla loro propaganda, che non sa pensare a se stessa neanche nei propri spazi, come le TV di Porro e Del Debbio, dove perde tempo a cercare di convincere l'avversario invitato circa la propria onorabilità.
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