SPIGOLANDO......

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heyoka
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Re: SPIGOLANDO......

Messaggio da leggere da heyoka »

Tale predispozione naturale è però fortemente a rischio e lo era evidentemente già ai tempi del filosofo (PLUTARCO).
Della serie, Niente di nuovo sotto il sole, come diceva Qoelet, nella Sacra Bibbia.


La vita è come un ponte, puoi attraversarla ma non costruirci una casa sopra.
(Proverbio dei Sioux)
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grazia
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Re: SPIGOLANDO......

Messaggio da leggere da grazia »

“Il Barbiere di Siviglia” di Gioachino Rossini. Musicata su libretto di Cesare Sterbini l’opera ha al suo interno un’aria assai famosa.

Eccola:

[…] La calunnia è un venticello, un’auretta assai gentile che insensibile, sottile, leggermente, dolcemente incomincia a sussurrar. Piano piano, terra terra, sotto voce, sibilando, va scorrendo, va ronzando; nelle orecchie della gente s’introduce destramente e le teste ed i cervelli fa stordire e fa gonfiar. Dalla bocca fuori uscendo lo schiamazzo va crescendo: prende forza a poco a poco, vola già di loco in loco, sembra il tuono, la tempesta che nel sen della foresta, va fischiando, brontolando e ti fa d’orror gelar. Alla fin trabocca e scoppia, si propaga, si raddoppia e produce un’esplosione come un colpo di cannone, un tremuoto, un temporale, un tumulto generale, che fa l’aria rimbombar. E il meschino calunniato, avvilito, calpestato sotto il pubblico flagello per gran sorte va a crepar […].

Calunnia… calunnia… Beh, credo che molti, chi più chi meno, possono dire di essere stati vittime di questo “temporale”. Anche chi scrive, ovviamente: ci mancherebbe che mi fossi fatto mancare questa esperienza. Non sia mai! Fa parte del gioco. Prendere o lasciare. Senza contare gli ostacoli e gli ostruzionismi perpretati dai sempre presenti (ma nascosti nell’ombra) seguaci del capitano Boycott, azioni che già di per sé connotano chi le attua. Che dire? Mah! Verrebbe da dire: «Fermate il mondo… voglio scendere». E invece, alla fine, seppur sconsolatamente, diciamo: «Andiamo avanti».

Stessa frase, quest’ultima, che sicuramente avrà detto anche Rossini la sera della prima di questa sua opera, visto che fu un fiasco. Sì, un fiasco. Strano, vero? Eppure andò proprio così. E pensare che aveva Giove di transito in esatto trigono al Sole natale e Urano in esatta congiunzione alla Parte del Successo di nascita. E allora? Allora anche lì l’ebbero vinta i preconcetti e l’ostilità di buona parte del pubblico che non accettava che un “giovane” ardisse a «presentarsi con un’opera sullo stesso soggetto che aveva reso celebre e amatissimo il compositore italiano Giovanni Paisiello (1740-1816). Costui era infatti autore di un Barbiere di Siviglia rappresentato per la prima volta a Pietroburgo nel 1782, ma nel 1816 ancora talmente popolare in Italia da far sembrare quasi provocatoria la messa in musica dello stesso argomento da parte di un compositore giovane, foss’anche dotato e affermato come il ventitreenne Rossini» [1].

L’ebbero vinta per poco però, ché già dalle repliche successive fu, e i transiti suddetti erano lì a dimostrarlo, un trionfo.


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grazia
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Re: SPIGOLANDO......

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Re: SPIGOLANDO......

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Un giorno, un uomo non vedente stava seduto sui gradini di un edificio con un cappello ai suoi piedi ed un cartello recante la scritta: “Sono cieco, aiutatemi per favore”.
Un pubblicitario che passeggiava lì vicino si fermò e notò che aveva solo pochi centesimi nel suo cappello.
Si chinò e versò altre monete, poi, senza chiedere il permesso dell’uomo, prese il cartello, lo girò e scrisse un’altra frase.
Quello stesso pomeriggio il pubblicitario tornò dal non vedente e notò che il suo cappello era pieno di monete e banconote.
Il non vedente riconobbe il passo dell’uomo: chiese se non fosse stato lui ad aver riscritto il suo cartello e cosa avesse scritto.
Il pubblicitario rispose “Niente che non fosse vero, ho solo riscritto il tuo in maniera diversa”, sorrise e andò via.

Il non vedente non seppe mai che ora sul suo cartello c’era scritto:

“Oggi è primavera… ed io non la posso vedere”.


&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&
Cambia la tua strategia quando le cose non vanno bene
e vedrai che quasi certamente le cose andranno meglio.


Ciao da Tony Kospan


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Re: SPIGOLANDO......

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Erasmo da Rotterdam e il suo Elogio della follia



Elogio della Follia è un saggio scritto da Erasmo da Rotterdam (1466 – 1536) nel 1509. Opera straordinaria dell’Umanesimo, il testo è considerato una delle più grandi opere del pensiero occidentale, nonché l’elemento stimolatore per la Riforma protestante.

Erasmo (che scrisse il testo in poche settimane, durante un soggiorno con l’amico Tommaso Moro, a cui lo dedica), in questo arguto elogio, veste esattamente i panni della follia. Essa viene allegoricamente rappresentata come una dea in vesti di donna, posta all’origine di ogni bene sia per l’umanità, sia per gli stessi dei che riceverebbero al pari dei mortali i suoi doni. In primo luogo il dono della vita, perché nessuno genera o è stato generato se non grazie all’“ebbrezza gioiosa” della Follia.

È lei che parla, argomenta, espone, critica e tesse le lodi di se stessa. Questo straordinario espediente consentirà al filosofo di passare in rassegna tutte le miserie del genere umano e con una pungente ironia svelerà le sue debolezze, la sua confusione interiore, le sue false illusioni, le sue paure e tutti i suoi limiti. Sotto i colpi ben assestati della Follia nessuno sembra avere scampo. In ordine sono oggetto di critica grammatici, poeti, giuristi, filosofi, teologi, religiosi e monaci, re, cortigiani, vescovi, cardinali, pontefici. Tutti sono messi alla gogna e spogliati della loro autorevolezza.

L’Elogio della Follia è un saggio straordinariamente attuale che presenta un elemento chiave determinante: la stoltezza, alterazione della ragione, si trasforma nella saggezza della natura, pronta a soccorrere l’uomo in preda alla conoscenza. Erasmo infatti afferma che “i più fortunati sono coloro che riescono a tenersi lontani da qualunque disciplina per seguire la sola guida della natura che in nessuna parte è difettosa”. Il filosofo olandese capovolge dunque le consuete opinioni di saggezza e stoltezza. C’è una sola saggezza che aderisce perfettamente alla natura e che solo la stoltezza rende possibile, perché tutte le passioni sono un prodotto della follia. La distinzione tra saggio e folle a questo punto è presto fatta: il primo si fa guidare dalla ragione, il secondo dalle passioni. Qualche lettore potrebbe incautamente pensare che tra le righe, il vero protagonista dell’Elogio possa essere la stoltezza e non la follia, ma Erasmo elogia la stoltezza solo in quanto la ritiene la condizione umana più vicina alla follia, prossima alla follia, che ci spinge in direzione di essa, perché l’uomo solamente rifiutando la ragione umana può accedere alla Follia di Dio. Si aprono a questo punto pagine di critica feroce soprattutto nei confronti dei teologi.

“L’uomo che nasconde la sua follia è migliore dell’uomo che nasconde la sua sapienza”

Nell’Elogio della Follia ci sono per Erasmo diversi livelli di conoscenza del mondo. Il primo è il livello umano, della ragione, che non conduce a nessuna conoscenza; abbiamo poi il livello naturale che ci porta alla conoscenza del mondo; infine c’è il livello della conoscenza assoluta che è quello di Dio, a cui possiamo accedere solo attraverso la follia. L’abbandono assume una connotazione fondamentale. L’incredulità, o meglio, la presa di coscienza della propria incredulità sarà la chiave per vivere follemente il completo abbandono a Dio.

È doveroso ovviamente, ricordare che Erasmo distingue la follia in due specie. Una negativa che “scaturisce dagli inferi” e una positiva che nasce dall’uomo e che tutti desiderano. Quest’ultima è la follia pura, quella intesa da Platone: l’estasi dei poeti e degli amanti.

Secondo Erasmo, gli uomini sprecano la loro vita come se recitassero in una commedia, vestendo un’incredibile alternanza di panni diversi e indossando infinite maschere. Sono solo dei funamboli che cercano si tengono equilibrio nelle svariate convenzioni sociali. Il loro unico obiettivo è ricercare la felicità. Ognuno attua questa ricerca a proprio modo illudendosi persino di poterla trovare. Ma alla fine, colui che è veramente felice non è il saggio, che pensa di conservare tutti i segreti del mondo, bensì il folle. È veramente felice colui che sa godersi la vita, che conosce e ama se stesso, segue le proprie passioni e asseconda i propri impulsi.

Poco prima della conclusione Erasmo esalta in maniera magistrale la magnifica concezione platonica, poco fa menzionata, del rapporto tra follia e amore: “Platone scrisse che il delirio degli amanti è il più felice di tutti. Infatti chi ama ardentemente non vive in se stesso, ma in colui che ama, e quanto più si allontana da sé e si trasferisce in lui, tanto più gode. […] D’altra parte quanto più è perfetto l’amore, tanto più è grande e beato il delirio”.

Ci viene da pensare, alla luce di quanto esposto e di quanto audacemente argomentato dal filosofo, se l’Elogio della Follia conduca davvero verso quel percorso per trovare una possibile verità e se non sia proprio essa ad essere incaricata di tracciare questo percorso. Perché a pensarci bene: “quale azione dei mortali.. non è piena di follia, opera di folli in un mondo di folli?”


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grazia
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Re: SPIGOLANDO......

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LA PALIZZATA

Raccontino di saggezza





C’era una volta un ragazzo con un pessimo carattere.

Suo padre gli diede un sacchetto pieno di chiodi e gli disse di piantarne uno nella palizzata del giardino ogni volta che bisticciava con qualcuno.

Il primo giorno ne piantò 37 di chiodi nella palizzata del giardino.

Le settimane seguenti, imparò a controllarsi e i numeri dei chiodi piantati nella palizzata diminuirono di giorno in giorno: scoprì che era più facile imparare a controllarsi che piantare i chiodi.

Finalmente, arrivò il giorno in cui il ragazzo non piantò nessun chiodo nella palizzata.

Allora andò dal padre e gli disse che oggi non aveva avuto bisogno di piantare nessun chiodo.

Suo padre allora gli disse di levare un chiodo dalla palizzata per ogni giorno che riusciva a non perdere la pazienza.

I giorni passarono e finalmente il ragazzo disse al padre che aveva levato tutti i chiodi dalla palizzata.


Il padre lo condusse davanti alla palizzata e gli disse:
” Figliolo, bravo, ti sei comportato bene, ma guarda quanti buchi hai lasciato nella palizzata.

Non sarà mai come prima.

Quando litighi con qualcuno e gli dici delle cose cattive, gli lasci delle ferite come queste.

Poco importa quante volte ti scuserai, la ferita rimarrà.

Una ferita verbale spesso fa più male di una fisica.

Una ferita fisica può guarire completamente senza lasciare traccia, quella verbale invece ti segna molto profondamente portando la tristezza nel cuore.

Ricordati che ci vuole un attimo per dire una cosa cattiva ad una persona, ma una volta detta non è più possibile cancellarla, anche se non si pensava veramente ed era solo la rabbia di un momento, quelle parole segneranno il suo cuore di tristezza per sempre.”

Tony Kospan


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Re: SPIGOLANDO......

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Di troppa liberta' si può anche morire

Da il "Giornale"

Prendete questo articolo con le pinze, maneggiatelo con cura e leggete le avvertenze d'obbligo: può essere nocivo e produrre effetti indesiderati. Dopo la premessa il tema: contro la libertà. La libertà ci sta soffocando, da ogni lato. I danni e i vizi che sta producendo hanno superato i pregi e i vantaggi. In occidente siamo giunti a un punto in cui la libertà deteriora il tessuto sociale, avvelena i rapporti umani, peggiora l'umanità. È giunto il tempo di rimettere in discussione ciò che non abbiamo mai discusso, dico noi contemporanei occidentali. L'unico dio rispetto a cui non è possibile professarsi atei o solo agnostici. Non è in discussione la libertà di pensiero, d'azione e d'impresa.

Ma la libertà come fondamento ci sta facendo compromettere ogni base su cui regge la vita intima e familiare, pubblica e privata: non solo la libertà come arbitrio, di chi uccide, violenta e ruba nel nome della sua assoluta autodecisione rispetto a cose, uomini e limiti. E non solo la libertà di uccidersi, violentarsi e nuocersi nel nome stesso dell'autodecisione. Ma la libertà di rompere rapporti, legami e contratti, la libertà di diventare altro da sé, la libertà da ogni limite naturale, da ogni confine, da ogni vincolo esterno, da ogni identità e da ogni appartenenza. Nel suo seno covano l'egoismo, l'egocentrismo e il narcisismo. E chiunque ostacoli la mia libertà lo abbatto, come mostrano troppi casi di cronaca e di delitti famigliari; l'altro, fosse anche mio figlio, impedisce la mia libertà, dunque lo sopprimo. La libertà assoluta non tollera neanche le leggi che pure nascono a garanzia della libertà. Ma se la libertà è sciolta da tutto e viene prima di tutto, nulla può arrestarla, se non la forza, che diventa infatti la soluzione sempre più praticata per affermare la propria libertà contro quella altrui o per arrestare gli effetti di alcune libertà invasive o aggressive. La libertà come primato assoluto e smisurato non trova argini alla prevaricazione. Tra gli effetti secondari la libertà genera stress perché ci impone continue microscelte che producono ansia, ci ricorda Peter Sloterdijk

Non leggete però questa riflessione a rovescio, come un elogio della dittatura, dei regimi dispotici e totalitari o dei sistemi coercitivi. Non è affatto così, perché quei regimi e quei sistemi nascono dalla libertà assoluta concessa a un uomo, a un partito, a un potere, a cui è consentito ogni cosa, o quasi. Sono dunque malati di libertà, ma concentrata nelle mani di uno solo o di pochi. Queste considerazioni non sono rivolte contro le libertà civili, a cominciare dalla libertà di opinione che più ci riguarda, perché nessuno ha libertà di decidere cosa posso o non posso dire. Ossia non si tratta di considerare sacra la mia libertà di opinione, ma di negare a chiunque l'arbitrio d'impedirmelo. Lo stesso discorso investe l'ambito supremo: la vita non ha valore assoluto, è un passaggio, una catena infinita; ma nessuno può avere il potere, l'arbitrio di sopprimerla o di violarla. La libertà non è assoluta e di conseguenza nessuno ha il diritto assoluto sulla mia vita e sulla mia morte, né io né gli altri.

A cosa si riduce poi questa assoluta libertà? A non assumere responsabilità nel mondo, a non accettare nulla accanto e sopra di noi, ad accettare supini il capriccio dei propri sensi, la schiavitù degli impulsi, l'automatismo delle reazioni istintive, a non riconoscere la realtà, a mortificare l'essere nel nome del non essere perché è il regno infinito delle possibilità. La libertà si traduce così nel suo contrario, la sua parabola nasce all'insegna della volontà di onnipotenza e finisce all'insegna della volontà di autodistruzione; o sorge dalla liberazione di ogni nostra energia e finisce come schiavitù di ogni nostro impulso.

La libertà ci sta svuotando, ci sta facendo perdere la bussola, il senso del confine, che non è solo limite e misura ma anche garanzia di ciò che siamo e facciamo. Ci riduce a mucillagini indeterminate, che si sciolgono nell'arbitrio dei loro desideri estemporanei, senza nessuna capacità di padroneggiarli, perché ciò vorrebbe dire reprimersi. L'abolizione dell'autorità non ci libera da ogni soggezione ma genera la proliferazione di altre agenzie imperative, altri poteri che ci tengono in ostaggio non solo dall'alto, ma dal lato, dal basso e da dentro. L'autorità sorregge la libertà, ne bilancia il peso e la misura. In sua assenza altri pesi oscuri la sostituiscono. In generale è benefico il potere che nasce dall'autorità; è malefica invece l'autorità che nasce dal potere.

Non sono considerazioni mostruose o stravaganti, ma meritano di essere affrontate prima che sia troppo tardi, visto che la libertà corrente non vuole pensieri ma solo desideri, e alla fine ci riduce ad animali emotivi ma non-pensanti. Voi direte, queste filippiche contro la libertà si sa dove cominciano ma non si sa dove vanno a parare; o peggio, si sa, e sboccano sempre in cupi dispotismi. Invece io dico che dobbiamo reimparare a rimettere in discussione la regina assoluta del nostro mondo che ci sta portando alla rovina e mentre finge di farci del bene, o addirittura mentre ci fa sentire dei e demiurghi, ci riduce al rango di larve vanesie che non vogliono mai diventare adulte per non perdere lo stato potenziale dell'infanzia, aperto a ogni possibilità di vita, compresa la sua negazione. E facendoci credere di liberarci da ogni dipendenza superiore ci lascia completamente in balia del caso, della tecnica, dei desideri indotti o ingigantiti, fino a far coincidere nel modo più perverso la libertà con l'automatismo, la coazione a ripetere o l'impulso a dissipare.

IL GIORNALE


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Re: SPIGOLANDO......

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LA LIBERTA'

Trilussa

La Libbertà, sicura e persuasa
d’esse’ stata capita veramente,
una matina se n’uscì da casa:
ma se trovò con un fottìo de gente
maligna, dispettosa e ficcanasa
che j’impedì d’annà’ libberamente.

E tutti je chiedeveno: - Che fai? -
E tutti je chiedeveno: - Chi sei?
Esci sola? a quest’ora? e come mai?...
- Io so’ la Libbertà! - rispose lei -
Per esse’ vostra ciò sudato assai,
e mò che je l’ho fatta spererei...

- Dunque potemo fa’ quer che ce pare... -
fece allora un ometto: e ner di’ questo
volle attastalla in un particolare...
Però la Libbertà che vidde er gesto
scappò strillanno: - Ancora nun è affare,
se vede che so’ uscita troppo presto!


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Re: SPIGOLANDO......

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L'angolino del sorriso


Il turista americano e il tassista


Un turista americano giunge a Roma; appena uscito dall’aeroporto, prende un taxi indicando al conducente l’hotel al quale era diretto. Durante il tragitto, passano vicino a San Pietro e il turista chiede:
– In quanto tempo avete costruito questa grande Basilica?
– Beh considerando la sua maestosità e tutto il resto, più di cento anni – risponde il tassista.
Il turista americano si mette a ridere e aggiunge:
– Ahahah, in America l’avremmo costruita in 50 anni!
Dopo un po’ passano vicino al Pantheon e l’americano chiede di nuovo:
– E questo splendido edificio in quanto tempo è stato costruito?
– Mah saranno stati circa 10 anni, se non ricordo male!
Di nuovo l’americano si fa una bella risata e dice:
– Noi in America lo avremmo costruito in 5 anni!
Il tassista ormai stufo cominciava a innervosirsi, e dopo un po’ passano vicino al Colosseo.
L’americano: – E questo? In quanto tempo è stato costruito?
Il tassista infastidito: – Mah guardi… sò passato ieri e non c’era!


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Re: SPIGOLANDO......

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Tempo d'Autunno

È autunno e lo si sente
dalla pioggia che cade,
dal vento che fischiando
attraversa le strade,
dalla nebbia che striscia
con le dite bagnate,
dalle foglie che cadono,
datte fredde giornate
che spingono i bambini
verso i banchi di scuola.
È autunno, sarà inverno:
pianpiano il tempo vola.


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Re: SPIGOLANDO......

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COSSIGA ERA UN GENIO!!! E QUANDO LO AVREMO ANCORA UN PRESIDENTE COME LUI?

“Io relativizzo tutto quello che non attiene all'eterno.”

“Sono depresso: nessuno intercetta le mie telefonate.”

“L'Italia è sempre stato un Paese 'incompiuto': il Risorgimento incompleto, la Vittoria mutilata, la Resistenza tradita, la Costituzione inattuata, la democrazia incompiuta. Il paradigma culturale dell'imperfezione genetica lega con un filo forte la storia dello sviluppo politico dell'Italia unita.”


Ci saranno sempre degli Eschimesi pronti a dettar norme su come devono comportarsi gli abitanti del Congo durante la calura.
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Re: SPIGOLANDO......

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Accogliere le parole prima di pronunciarle. Plutarco e l’esaltazione dell’ascolto

“L’Arte di Ascoltare” di Plutarco (traduzione di Mario Scaffidi Abbate) è un saggio estratto dai “Moralia”, dove il filosofo greco tocca un argomento quanto mai attuale.


La relazione con gli altri e la qualità di essa è, infatti, al centro dell’analisi di Plutarco, il quale pone come base la capacità di ascolto. L’uomo deve essere in grado di ascoltare lasciando da parte l’arroganza, l’odio, l’invidia e il protagonismo.
Abbiamo spesso sottolineato come l’ascolto “attivo” sia fondamentale per la costruzione di relazioni efficaci e per la gestione e risoluzione di incomprensioni e conflitti.
All’ascolto deve necessariamente seguire una capacità di analisi e di dialogo.
Plutarco si rivolge ai giovani perchè sono loro che devono, ad un certo punto della loro vita, guidare una società giusta.
Per questo “sbagliano i più a ritenere che i giovani debbano prima esercitarsi nell’arte della parola rispetto a quella di ascoltare” e, già nel 60 d.c. Plutarco vedeva i risultati negativi di tale tendenza.
Se chi gioca a palla “impara contemporaneamente a prenderla e lanciarla” – afferma il filosofo – “la parola bisogna prima imparare ad accoglierla bene per poi poterla pronunciare”.
La capacità di ascolto delle nuove generazioni è influenzata dai propri educatori. Sono infatti essi che devono “rendere le orecchie dei ragazzi sensibili alle parole e insegnare loro a non parlare molto ma ad ascoltare molto”.
E’ grazie a Plutarco che oggi conosciamo il famoso aforisma della predisposizione umana all’ascolto: “la natura ci ha dato due orecchie e una sola lingua perchè siamo tenuti più ad ascoltare che a parlare”.
Tale predispozione naturale è però fortemente a rischio e lo era evidentemente già ai tempi del filosofo. Quanto mai attuale è infatti la tendenza culturale a parlare per primi, aggredire, interrompere, rifiutare l’ascolto e la comprensione degli altri, esaltare solo le proprie ragioni in modo egoistico e con accesa smania di protagonismo.
Plutarco rifiutava tutto ciò ed elogiava quei rarissimi casi di persone che “sanno più di quanto non parlano”.
Plutarco esaltava anche il silenzio, necessario quando si ascolta davvero qualcuno. “Il silenzio è un ornamento sicuro, soprattutto per i giovani. Bisogna evitare di abbaiare ad ogni battuta, aspettando pazientemente che l’interlocutore abbia finito di esporre il suo pensiero, anche se non lo si condivide”. Infine è importante concedere lo spazio di correggersi in quanto bisogna dare il tempo a chi parla anche di chiarire ed, eventualmente, ritrattare qualche affermazione affrettata.
Chi rispetta gli altri mentre parlano ha più possibilità di trarre dalle parole ascoltate qualche spunto utile. Plutarco condanna senza esitazioni anche l’invidia. Essa è dannosa, soprattutto se associata all’odio e alla calunnia.
L’invidia impedisce un dibattito costruttivo e pacato in quanto qualsiasi cosa dica l’interlocutore, risulterà sgradita e inaccettabile.
L’invidia può nascere da rozzezza e ignoranza o da un “ingiustificato senso di superiorità” che si prova verso chi parla, senso di protagonismo che finisce per produrre effetti negativi sulle stesse persone che provano invidia.
L’invidioso misurerà tutto del suo interlocutore per paura di risultare inferiore nelle capacità, misurerà le reazioni del pubblico contando quelli che non applaudono per trarne giovamento.
Per questo oggi, chi è chiamato a risolvere situazioni conflittuali, deve necessariamente far capire alle parti il valore dell’ascolto senza pregiudizio e la capacità di analisi obiettiva dei contenuti di un discorso. Ne nascerà, quasi certamente, un dialogo costruttivo che porterà all’incontro e all’accordo.

Salvatore Primiceri


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