Dell'altezza, della spiritualità, della solitudine…

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nerorosso
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Dell'altezza, della spiritualità, della solitudine…

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Siamo al punto in cui per salire sull'Everest, il "tetto del mondo", cima venerata da sempre dalle popolazioni del luogo, adesso si fanno le code come alla posta o in banca.

Mentre per ricordare Leopardi si fanno i "flash mob"…

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heyoka
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Re: Dell'altezza, della spiritualità, della solitudine…

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nerorosso ha scritto:
19 giu 2019, 0:25
Siamo al punto in cui per salire sull'Everest, il "tetto del mondo", cima venerata da sempre dalle popolazioni del luogo, adesso si fanno le code come alla posta o in banca.

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grazia
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Re: Dell'altezza, della spiritualità, della solitudine…

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IL PIACERE DELLA SOLITUDINE

Gli inglesi lo dicono meglio. Dove noi usiamo un unico termine per indicare lo stato di chi sta o vive solo, la lingua inglese ama distinguere tra “loneliness” e “solitude”.

Loneliness ha una connotazione negativa e indica un senso di isolamento. Si prova quando sentiamo che qualcosa o qualcuno manca nella nostra vita. Lo possiamo provare anche quando siamo in compagnia di altre persone, infatti non richiede una reale solitudine fisica.
Solitude, al contrario, indica lo stare da soli senza sentirsi soli. Ha un significato positivo e costruttivo che denota un impegno con se stessi. La solitudine è desiderabile ed è uno stato in cui ci si sente bene, in buona compagnia con se stessi.
Purtroppo in italiano questa sfumatura si perde e spesso il termine solitudine viene utilizzato esclusivamente nella sua accezione negativa.
Alcuni pensano che nessuno potrebbe coscientemente sceglierla: essere soli si trasforma quindi in una maledizione, una condizione che potremmo definire in tanti modi, ma non di certo piacevole.
A scuola si sentono soli quelli che non fanno parte dei gruppi “in”, a volte vittime di bullismo o più spesso semplicemente ignorati in un’età dove le distinzioni sono nette e implacabili: o sei dentro o sei fuori, o sei “come noi” o sei uno sfigato.
Nell’età adulta, invece, la solitudine viene spesso associata agli anziani rimasti senza famiglia o “abbandonati” dai figli.
Se pensiamo a queste situazioni tipiche io stessa mi chiedo: chi potrebbe coscientemente scegliere la solitudine? La risposta, però, sarebbe troppo scontata così come non è scontata la solitudine in un mondo interconnesso come quello di oggi.
Chi davvero oggi può dirsi completamente solo? Ci sono i social network, i blog, le chat, i forum… basta accendere il computer e il mondo là fuori si catapulta nella nostra stanza. È naturale che Internet diventi la nostra isola felice: pazienza se siamo finiti in una scuola di ignoranti, pazienza se non troviamo amici intorno a noi, Internet ce ne porta a frotte con un semplice clic. Questa la realtà che viviamo oggi: siamo sempre collegati, sempre connessi con qualcuno, sempre visibili.

In un mondo così interconnesso è ancora possibile “sentirsi soli”? È possibile apprezzare la solitudine? È socialmente accettabile preferire la solitudine alla compagnia degli altri in un mondo in cui la prima è diventata apparentemente “evitabile”?
Il bisogno di solitudine viene spesso stigmatizzato nonostante la psicologia ci spieghi come la solitudine sia una caratteristica fondamentale e imprescindibile per il benessere dell’individuo.
È davvero salutare vivere esclusivamente in rapporto agli altri?
William Deresiewicz, professore di inglese a Yale, afferma: “La tecnologia ci sta portando via

Nel suo articolo The end of Solitude (in italiano Addio solitudine pubblicato sulla rivista Internazionale), Deresiewicz discute sul ruolo che la solitudine ha ricoperto nella storia e spiega come ancora oggi sia un elemento importante per lo sviluppo personale.
Solitudine non significa isolamento e perdita di contatto con la realtà che ci circonda, al contrario è un saper entrare in comunione con la parte più profonda di noi stessi per relazionarci in modo più sano con gli altri. Non saper affrontare la solitudine può trasformarsi in un incubo per chi sente il bisogno imperante di “stare con qualcuno”, che si tratti degli amici o di una persona d’amare.
Come si riscopre il piacere della solitudine? Staccando la spina per un po’, accantonando l’ansia di “perdersi gli ultimi aggiornamenti” e riconoscendo che anche noi stessi abbiamo bisogno di un’attenzione speciale.

Come reagiranno gli altri? Perderemo i nostri amici se sentiamo il bisogno di starcene anche per conto nostro? Ci considereranno degli asociali? È evidente: sì, capiterà. Per chi pensa che la solitudine sia qualcosa da disprezzare diventeremo un fenomeno da baraccone, qualcuno con qualche strana malattia! Scrive Deresiewicz: “La solitudine non è un’esperienza facile, e non è per tutti.”
Possiamo anche vivere escludendola dalla nostra vita per molto tempo, ma quando reclamerà a gran voce il suo spazio difficilmente riusciremo a far finta di niente.
Il prezzo della solitudine, afferma Deresiewicz, può essere quello dell’impopolarità. “La solitudine non è molto cortese. Thoureau* sapeva che i nostri amici potranno trovare sgradevole il nostro atteggiamento solitario. Per non parlare dell’offesa implicita nell’evitare la loro compagnia.”
È indispensabile a questo punto chiedersi: quali amici ci abbandonerebbero? Esiste un tipo di amicizia capace di sopravvivere alla solitudine? Voi cosa ne pensate: può il desiderio di solitudine conciliarsi con l’amicizia?
Come considerate la solitudine? Ne sentite il bisogno o preferite evitarla?
Da parte mia, nel corso del tempo, ho imparato a fare i conti con quello che può essere non solo un piacere, ma anche un vero e proprio bisogno. Il bisogno di tornare a se stessi e di isolarsi per un po’. Un bisogno vitale e imprescindibile, per quanto ancora poco popolare e spesso bistrattato.

PENSIERO DISTILLATO

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grazia
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Re: Dell'altezza, della spiritualità, della solitudine…

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""LA SOLITUDINE"

La solitudine
è una compagna
molto attenta e discreta,
un'amica dolcissima
disponibile e preziosa
che spesso ti intrattiene
e ti ascolta silenziosa....

G.

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nerorosso
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Re: Dell'altezza, della spiritualità, della solitudine…

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heyoka ha scritto:
20 giu 2019, 14:31
nerorosso ha scritto:
19 giu 2019, 0:25
Siamo al punto in cui per salire sull'Everest, il "tetto del mondo", cima venerata da sempre dalle popolazioni del luogo, adesso si fanno le code come alla posta o in banca.

Mentre per ricordare Leopardi si fanno i "flash mob"…

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Dovremmo riscoprire il piacere del silenzio e della solitudine…
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Scopro che il mio amico Nerorosso, è anche un mistico, oltre che un Comunista pragmatico!
COMPLIMENTI!
Si possono tranquillamente coniugare le due cose.

Pensa solo a quanto è bello restare in contemplazione di fronte alle onde del mare. O pensa alla vita che promana quando osservi le fronde estive agitate dal vento.

Quanto alle alte cime, ambienti estremi per definizione, per i nostri avi precristiani erano dimora degli dei. Sono luoghi che andrebbero lasciati intonsi ed inviolati, salvo da pochi coraggiosi con mezzi scarsi ma adatti.
Pensa all'Everest. In principio fu Edmund Hillary, nel 53 se non sbaglio, che scalò il tetto del mondo con le attrezzature dell'epoca. Pesanti piccozze dal manico ligneo, abbigliamento di pesante lana o feltro, pesanti scarponi di cuoio.

Fu sicuramente impresa epica. Ma in poco più di 60 anni siamo arrivati alle code per salire in vetta!!!
Ma per cosa poi?
Arrivo in vetta, giusto il tempo di un selfie e poi devo lasciare il posto a quelli che stanno in coda?

Manco fossimo al balcone di Giulietta a Verona, o in un qualunque altro posto turistico.

La sacralità del luogo viene completamente smontata. Quella che per le popolazioni locali era, e forse rimane, la "dimora degli dei", diventa una semplice destinazione turistica usa e getta.
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Re: Dell'altezza, della spiritualità, della solitudine…

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EVOLA E LA MONTAGNA
ALTRI AUTORI MONTAGNA NESSUN COMMENTO 13 MARZO 2017
Il testo che segue, composto in parte da alcuni estratti della nota di Renato Del Ponte quale curatore all’antologia “Meditazioni delle vette”, ed in parte da commenti e citazioni inedite, è tratto dal docufilm “Dalla trincea a dada” di Maurizio Murelli, prodotto dalla Società Editrice Barbarossa – Orion Film nel 2006. In particolare, nel film questo passo è narrato dalla voce di Alessandra Colla.



È difficile dire se fu prima o durante l’esperienza bellica che Evola ebbe il suo primo incontro con l’alta montagna. Di certo sappiamo delle sue frequentazioni dolomitiche, delle sue scalate sui monti austriaci, e soprattutto dell’attrazione per il prediletto Monte Rosa negli anni ’20 e ’30.

Se si leggono in controluce alcune righe de “Il cammino del cinabro” par di capire che a ridosso della crisi del 1921 Evola fosse a conoscenza di un poco noto saggio di Georg Simmel intitolato “Le Alpi”. Nelle prime pagine del testo evoliano si accenna infatti a una frase di Simmel sulla massima intensità del vivere che, grazie ad un mutamento di polarità, porta ad un più che vivere, e questa stessa frase è collegata subito dopo ad un pensiero del Buddha sull’estinzione che condusse Evola oltre la tentazione suicida (1).


Georg Simmel (1858 – 1918), filosofo tedesco considerato uno dei padri fondatori della sociologia con Emile Durkheim e Max Weber

Nel saggio di Simmel, tra l’altro, si può leggere: “Il trascendente non ha forma; forma significa limite, e perciò l’assoluto, essendo senza limiti, non può essere formato. Esiste dunque un non formato in mezzo a tutte le forme, e un altro non formato sopra tutte le forme; l’alta montagna, con la cupa violenza della sua massa puramente materiale e il suo anelare ultraterreno, con le sue regioni nevose trasfigurate al di là delle tensioni della vita unisce tutte e due in un unico accordo. Quella sua forma priva di un vero e proprio significato permette di riunire il sentimento e il simbolo delle due grandi potenze dell’esistenza: ciò che è meno di ogni forma e ciò che è più di ogni forma”.

È un concetto, questo di Simmel, che si può tranquillamente scambiare dottrina orientale. E sostituendo “trascendente” con “astrazione” altro non si avrebbe che una pura formulazione dada. E i due dominii della sapienza orientale e dell’arte astratta sono entrambi ben radicati nella cultura di Evola.

Julius Evola pratica dunque l’alpinismo. Per lui l’esperienza della montagna rappresenta, al di là della stessa prova fisica, la possibilità di una realizzazione interiore che assai di rado può offrirsi oggi all’uomo moderno dell’occidente, intendendo con questo termine quell’occidente oppressivo e violento che nega, prevaricandola, la realtà della natura e che va allestendo con cura meticolosa il proprio suicidio alla ricerca di fonti alternative, ma alternative, forse, al più profondo sé stesso.

Per Evola la montagna si presenta come il Guardiano della Soglia Iniziatica che ogni uomo degno di questo nome dovrà, almeno una volta nella propria esistenza, affrontare; altrimenti, sarebbe valsa la pena di non essere mai nati, poiché il significato dell’esistenza consiste unicamente nel realizzare sé stessi. E si realizza sé stessi provando sé stessi.

La montagna è anche potenza di visione sulla solitudine, sul silenzio, sul vuoto; capacità di risveglio del divino che è nell’umano. Forza di trascendenza che ci permette di ascendere vittoriosi alla vetta del Sé. La montagna ci si svela per simboli ed enigmi. La montagna delle alte vette lucenti e cristalline, con le sue forme nitide e decise, scavate nel ghiaccio, ci determina i contorni di quel mondo iperuranio al quale solo desideriamo ritornare.

Fotolia_17356199_Subscription_XLOsserva Evola: “Chi abbia conquistato la montagna, cioè chi abbia saputo adeguarsi ai suoi significati fondamentali, ha già una chiave per comprendere lo spirito ario originario, e poi quello stesso della ario-romanità in tutto quello che essa ha di severo, di puro, di monumentale; una chiave che vanamente si cercherebbe per le vie della semplice cultura e della erudizione”.

La montagna è infine palestra fisica di ammaestramento interiore. Con le sue ovvie vittime ed i suoi meno ovvii vincitori. Il suo massimo pregio consiste nel non poterla avvicinare impreparati, necessitando di un lungo tirocinio. Come un maestro di buona scuola, la montagna infatti non ama i compromessi e non perdona ai vili ed agli inetti, ed in tal modo l’ascesa diventa ascesi. Accostarsi alla montagna, salirla, fu per Evola la perfetta traduzione in un ambiente naturale estremo di quel continuo esercizio all’autotrascendimento eroico attivo di cui ci parla in tutta la sua opera. Ovviamente, questo non escluse altri aspetti d’ordine inferiore, e tuttavia li subordinò.

Si può dire che Evola, nei suoi scritti sulla montagna tradusse in chiave teorica e dottrinale quel che René Daumal nel suo “Monte Analogo” seppe esprimere in chiave letteraria ed allegorica. “Non si può restare sempre sulle vette, bisogna ridiscendere … a che pro allora? L’alto conosce il basso, il basso non conosce l’alto”: in queste semplici parole di René Daumal si racchiude il senso dell’esperienza e della spiritualità della montagna.

Evola non poteva dunque essere più allegorico di quanto non lo sia stato, scegliendo per i propri resti mortali i ghiacciai eterni del Monte Rosa.

Note

(1) Nel capitolo de “Il Cammino del cinabro” intitolato “Il fondo personale e le prime esperienze”, dopo essersi soffermato sul superamento della tentazione suicida grazie alla lettura del celebre passo di un testo del buddhismo delle origini, Evola così scrive: “Fu, per me, una luce improvvisa. Sentii che quell’impulso ad uscire, a dissolvermi, era un vincolo, una ‘ignoranza’, opposta alla vera libertà. In quel momento deve essersi prodotto in me un mutamento, e il sorgere di una fermezza capace di resistere ad ogni crisi. Per me come individuo il problema tuttavia sussistette, come quello di controllare una forza ridestata non suscettibile ad esaurirsi nelle comuni attività. Una delle estrinsecazioni di essa fu l’impulso a portare sino in fondo, verso il limite, ogni esperienza, per quindi andar oltre. Una formula del Simmel indica l’unica soluzione, presso una situazione del genere: quella massima intensità del vivere che, grazie ad un mutamento di polarità, porta verso un più-che-vivere. Ma non è una formula facile da realizzare praticamente. (…) Esclusa ogni soluzione violenta grazie all’esperienza dianzi riferita, l’orientamento, da allora, fu essenzialmente questo: cercar di giustificare la mia esistenza con compiti e attività che non avessero un carattere puramente individuale o, almeno, che a me non sembrassero tali; poi, dovunque fosse possibile, interrogare ciò che viene chiamato comunemente destino, saggiandolo, in ordine a quanto si riferiva alla mia esistenza presa nel suo complesso” (N.d.R.).

DAL SITO RIGENERAZIONE EVOLA
Ci sono tre classi di uomini: gli amanti della saggezza, gli amanti dell’onore, e gli amanti del guadagno.

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Gasiot
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Re: Dell'altezza, della spiritualità, della solitudine…

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tutto molto interessante ,ma la montagna come esempio è un pò fuorviante rispetto alla solitudine ,è solo un contorno allegorico come lo è il mare attorno ad un marinaio solitario su una barchetta instabile
la solitudine parte da dentro di noi ,non da quello che ci gira intorno ed parecchi fa paura , per altri invece è un rafforzamento di se stessi
c'è più gente che soffre di solitudine in grandi agglomerati urbani piuttosto che in lande desolate
“Se un uomo è uno stupido, non lo emancipi dalla sua stupidità col mandarlo all'università. Semplicemente lo trasformi in uno stupido addestrato, dieci volte più pericoloso.”
DESMOND BAGLEY

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Re: Dell'altezza, della spiritualità, della solitudine…

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Gasiot ha scritto:
22 giu 2019, 8:46
tutto molto interessante ,ma la montagna come esempio è un pò fuorviante rispetto alla solitudine ,è solo un contorno allegorico come lo è il mare attorno ad un marinaio solitario su una barchetta instabile
la solitudine parte da dentro di noi ,non da quello che ci gira intorno ed parecchi fa paura , per altri invece è un rafforzamento di se stessi
c'è più gente che soffre di solitudine in grandi agglomerati urbani piuttosto che in lande desolate
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Dellaltezza della spiritualità della solitudine…

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Ciao.

Ho un dubbio sulla famosa formula di Einstein: E = mc2

Se considerata come costante matematica, ergo, un numero, non ho alcun problema ad elevare al quadrato c.
Ma in fisica essa indica la velocità della luce, per quanto ho capito.
Il valore è dunque una costante perchè ...non si può andare a più di 300.000 km/sec. ....
Perchè allora viene elevata al quadrato?
Non ha senso considerare una velocità al quadrato....

Dove sbaglio nel mio ragionamento?

Grazie.

Ivan

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nerorosso
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Re: Dellaltezza della spiritualità della solitudine…

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MichaelDaw ha scritto:
16 ago 2019, 18:53
Ciao.

Ho un dubbio sulla famosa formula di Einstein: E = mc2

Se considerata come costante matematica, ergo, un numero, non ho alcun problema ad elevare al quadrato c.
Ma in fisica essa indica la velocità della luce, per quanto ho capito.
Il valore è dunque una costante perchè ...non si può andare a più di 300.000 km/sec. ....
Perchè allora viene elevata al quadrato?
Non ha senso considerare una velocità al quadrato....

Dove sbaglio nel mio ragionamento?

Grazie.

Ivan
Sei OT, e forse hai pure sbagliato forum.
Inoltre, ieri ti chiamavi Marco e oggi sei Ivan…

Facciamo un pò di trollaggio estivo? ;)
PATRIA O MUERTE!!!

(Fidel Castro)

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