Il giardino illuminista di Versailles

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Il giardino illuminista di Versailles

Messaggio da leggere da Vento »

Riflessioni tra estetica e politica sui giardini di Versailles.
Mi sembra una lettura interessante,
anche se non so se questo è il salotto giusto.




Pogue Harrison, Robert.
Giardini

(Italian Edition) (pp.112-117).
Fazi Editore. Edizione del Kindle.


10. Una nota su Versailles

Mi ero riproposto di non trattare in questo libro dei giardini di Versailles, se non altro per una questione di modestia. La pletora di studi, il più delle volte pregevoli, che nel corso dei secoli sono stati dedicati all’argomento basta e avanza; ma, al di là di questo, la modestia mi sembra l’unica risposta adeguata a un capolavoro la cui intrinseca immodestia raggiunge picchi di stupefacente bellezza. Nei capitoli precedenti ho affermato che i giardini – nonostante l’arte sottesa alla loro progettazione e alla loro realizzazione – sono qualcosa di più ma allo stesso tempo qualcosa di meno di un’opera d’arte (in parte grazie alla reazione d’amore che suscitano in noi). I giardini di Versailles, tuttavia, rappresentano un’eccezione, poiché sono quanto di più vicino si può immaginare al soggiogamento del mondo naturale alla pura forma; in essi il controllo cui vengono asservite le forze potenzialmente anarchiche della vita è tale da estinguerle del tutto. Una volta mi è capitato di trascorrere due giorni a Versailles. Il primo giorno sono rimasto senza fiato dinnanzi allo splendore di quello spettacolo, qualcosa che lo sguardo a stento riesce a cogliere e a trattenere. Ma alla fine del secondo giorno ho cominciato a desiderare di trascorrere un’ora nel jardin public del paesino di Bouville, dove Roquentin, il protagonista clorofobico della Nausea di Sartre, rimane nauseato dall’ingombrante presenza organica di un castagno. La modestia è quindi una forma di autodifesa contro l’autoglorificazione del Re Sole che fa mostra di sé in questi giardini.
Del resto in ogni angolo di Versailles si ha la prova tangibile di «ce désir superbe de dominer la nature» (‘questo desiderio superbo di dominare la natura’), come ebbe a dire Saint-Simon. Qui non vi fu un architetto italiano rinascimentale che «un bel giorno [...] si accorse che, nel disegno del giardino, il paesaggio che lo racchiudeva veniva incluso naturalmente: giardino e paesaggio erano parte della stessa composizione», per riprendere le parole di Edith Wharton sul fascino del giardino all’italiana. Invece di garantire i «mezzi con i quali natura ed arte potevano fondersi in una visione d’insieme», pare che come prima cosa l’architetto di Versailles (André Le Nôtre) abbia mandato un esercito di energumeni a estirpare tutto ciò che vi cresceva, trasformando quei terreni in uno spazio piatto e vuoto a partire dal quale concepì il suo progetto. Non si può non provare inquietudine, se non paura, dinnanzi a questo totale soggiogamento della natura.
È evidente che i giardini di Versailles sono stati progettati proprio per suscitare questo tipo di reazione, quasi un timore reverenziale dinnanzi al potere che impose loro la forma. Tutto in essi fa pensare al loro creatore monarchico: ovunque vi sono versori che si intersecano e che riconducono al palazzo, ossia al monarca con la sua sovranità assoluta. è impossibile sottrarsi alla Gleichshaltung che qui regna, all’‘allineamento’ imposto al visitatore dalle leggi ferree della simmetria che regolano la prospettiva dei giardini. Neanche il fatto che Luigi XIV sia morto da secoli, e che la Rivoluzione francese abbia decapitato l’istituzione sulla quale poggiava l’autorità della monarchia, riesce a mitigare la tensione referenziale che pervade questi giardini. Finché i suoi giardini sopravvivranno, Luigi XIV continuerà a vivere, rimanendo il loro punto focale di convergenza. Le roi est mort, vive le roi.
Non è tanto la sottomissione che caratterizza i giardini – che da un lato soggiocano la natura in modo spietato e dall’altro si asserviscono alla potenza del re – a mettere ansia e a far sentire in soggezione dopo un giorno e mezzo trascorso a Versailles; è piuttosto il loro carattere figurativo a opprimere. I giardini figurativi si impongono in modo coercitivo, opprimente all’osservatore. Forse è il caso che chiarisca questa affermazione con un accenno alla mia esperienza personale: per quanto mi riguarda, mi sento più a mio agio nei giardini che fanno affiorare la dimensione “letica”, nascosta, della natura, della forma e del pensiero. Quando diventano rappresentativi, quando cioè quel che l’occhio vede non può essere colto se non in relazione a un ordine di significato prestabilito, i giardini soffocano o addirittura annientano quella libertà di vagare che invece altri tipi di giardini, più liberali, consentono. Versailles, dove persino il vagare è controllato a livello centrale, è un capolavoro dell’arte dei giardini figurativi, e quanto più riesce nel suo intento (sintetizzare tutta la sua arte nel simbolo unitario del Re Sole) tanto più esso opprime una sensibilità come la mia, che alla trasparenza figurativa preferisce un’opacità traslucida.
Questi i motivi personali per i quali volevo lasciar fuori Versailles dal libro; ma se alla fine ho deciso di inserire questa breve riflessione è perché Versailles mi dà l’opportunità di esaminare, anche se en passant, un aspetto del tema di questo libro che forse merita più attenzione. Finora mi sono soffermato sul rapporto tra giardino e coltivazione delle virtù. Anche i vizi però, come le virtù, possono essere coltivati, e nei giardini di Versailles – non figurativamente, ma in modo transustanziale, per così dire – essi sono stati meravigliosamente coltivati. Per alcune sensibilità estetiche, un vizio estremamente raffinato è molto più bello di una virtù sincera. I vizi, infatti, si prestano più delle virtù alla trasfigurazione della forma, ed è anche per questo che i primi prosperano in contesti altamente formali come le corti, ad esempio Versailles. Coltivare l’invidia, la perfidia, la superbia o l’avidità non trasforma questi vizi in virtù; al contrario, sottomettendoli a regole e protocolli estremamente irreggimentati si conferisce loro uno stile che li rende sublimi lasciando intatta la loro natura di vizio. È proprio in questa direzione che vanno i giardini di Versailles.
«Ce désir superbe de dominer la nature», fu il commento di uno dei primi visitatori di Versailles, come ho accennato poc’anzi. Nel XVII secolo, l’aggettivo superbe aveva ancora la connotazione negativa della superbia cristiana. Sicuramente c’è a Versailles una tendenza estetica a soggiogare la natura, perfino a umiliarla; non solo, l’idea stessa dei giardini ebbe la sua genesi nel vizio (o peccato capitale) della superbia. È noto che Luigi XIV ebbe l’idea di far costruire Versailles il 17 agosto 1661, il giorno in cui il suo ministro delle Finanze, Nicolas Fouquet, inaugurò i magnifici giardini che si era fatto costruire a Vaux-le-Vicomte. Quei giardini così sublimi e maestosi suscitarono le ire del sovrano, che andò via indignato. Qualche tempo dopo fece arrestare il ministro e lo gettò in una segreta, dove rimase a marcire per il resto dei suoi giorni; nonostante gli appelli accorati lanciati da più parti, il re non volle mai perdonare il suo ministro. Di fronte alla sontuosità di Vaux-le-Vicomte il sovrano dovette senza dubbio pensare che solo un ministro corrotto poteva permettersi tanto lusso. Ma per Luigi XIV l’oltraggio di Fouquet era ben più grave: essendo lo splendore di Vaux-le-Vicomte assolutamente fuori misura, quei giardini erano un atto di superbia nei confronti del monarca. Solo il re aveva diritto a una tale grandeur. Proprio come Lucifero, che nella sua superbia aveva preteso di diventare uguale a Dio, così Fouquet si era arrogato la regalità del re. E proprio come Dio sprofondò Lucifero negli abissi dell’inferno, così Luigi XIV gettò Fouquet nella segreta.
Il Re Sole si era sentito oltraggiato da Vaux-le-Vicomte, certo, ma al fondo di tanta indignazione, celata dietro l’affronto alla sua sovranità solare, c’era anche una buona dose di invidia. Fu tale l’invidia e la gelosia del re per quello che aveva visto a Vaux-le-Vicomte che, dopo aver punito il ministro, arruolò immediatamente la stessa squadra di architetti, giardinieri e ingegneri di Fouquet affinché avviassero i lavori dei giardini di Versailles. La direzione del progetto fu affidata a Le Nôtre, lo stesso architetto di Vaux-le-Vicomte, e gran parte di ciò che era stato fatto nei giardini di Fouquet quanto a ideazione, progettazione e tecnica narrativa, fu traslato così come era a Versailles. In questo senso, quel che si vede a Versailles è una magnificenza che nasce dall’invidia, dalla gelosia, dalla rivalità, dalla volgare imitazione, per non dire da una pretesa assolutistica di potere.
E la superbia? Può un re essere superbo se la superbia si definisce come insubordinazione e hy´bris? Può esserlo solo rispetto a Dio perché, in base ai dettami di quel pensiero realista che si impose sotto Luigi XIV, sulla Terra non c’è nulla di più elevato della persona del re. È in questo arrogarsi la levatura e i poteri di Dio sulla Terra che il monarca assoluto rappresenta l’incarnazione vivente della superbia. Mai il peccato cristiano di superbia è stato tanto istituzionalizzato quanto sotto la monarchia assoluta di Luigi XIV. Proprio perché i giardini di Versailles furono concepiti allo scopo ben preciso di glorificare il Re Sole e riaffermarne l’analogia regale con Dio, in essi vi è l’esaltazione esplicita della superbia, che assume qui una delle forme più sublimi mai raggiunte, senza che ne venga negata la natura di vizio.
Ma la superba architettura dei giardini di Versailles incarna una superbia che va ben al di là delle pretese, ormai obsolete, della monarchia assoluta. Mi riferisco a quell’orgoglio fieramente umanistico che nacque nella cosiddetta epoca della ragione e che trionfalisticamente proclamò l’uomo «padrone e dominatore della natura» (Descartes, Discorso sul metodo, 1637), esortandolo a perseguire quel possesso e quel dominio attraverso un esercizio del potere e della volontà – in sintesi una volontà di potenza – supportato dalle conquiste della scienza. Anche l’umanesimo militante dell’epoca trova dunque espressione a Versailles. Sebbene da tempo abbiamo smesso di prestar fede alle dottrine sul diritto divino dei sovrani, e nonostante siano in pochi ormai a credere che viviamo ancora in un’epoca dei lumi, non ci siamo sbarazzati del tutto della dottrina del diritto divino dell’umanità, che per molti versi regna ancora sovrana nelle società occidentali contemporanee, nella pratica se non nella teoria. Per la sua perversa bellezza e la mirabile trasfigurazione della superbia, Versailles non può aiutarci a trovare un rapporto con la natura meno presuntuoso di quello ereditato da quell’epoca.
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Re: Il giardino illuminista di Versailles

Messaggio da leggere da Ovidio »

Vento ha scritto: 13 feb 2021, 18:32 Riflessioni tra estetica e politica sui giardini di Versailles.
Mi sembra una lettura interessante,
anche se non so se questo è il salotto giusto.




Pogue Harrison, Robert.
Giardini

(Italian Edition) (pp.112-117).
Fazi Editore. Edizione del Kindle.


10. Una nota su Versailles

Mi ero riproposto di non trattare in questo libro dei giardini di Versailles, se non altro per una questione di modestia. La pletora di studi, il più delle volte pregevoli, che nel corso dei secoli sono stati dedicati all’argomento basta e avanza; ma, al di là di questo, la modestia mi sembra l’unica risposta adeguata a un capolavoro la cui intrinseca immodestia raggiunge picchi di stupefacente bellezza. Nei capitoli precedenti ho affermato che i giardini – nonostante l’arte sottesa alla loro progettazione e alla loro realizzazione – sono qualcosa di più ma allo stesso tempo qualcosa di meno di un’opera d’arte (in parte grazie alla reazione d’amore che suscitano in noi). I giardini di Versailles, tuttavia, rappresentano un’eccezione, poiché sono quanto di più vicino si può immaginare al soggiogamento del mondo naturale alla pura forma; in essi il controllo cui vengono asservite le forze potenzialmente anarchiche della vita è tale da estinguerle del tutto. Una volta mi è capitato di trascorrere due giorni a Versailles. Il primo giorno sono rimasto senza fiato dinnanzi allo splendore di quello spettacolo, qualcosa che lo sguardo a stento riesce a cogliere e a trattenere. Ma alla fine del secondo giorno ho cominciato a desiderare di trascorrere un’ora nel jardin public del paesino di Bouville, dove Roquentin, il protagonista clorofobico della Nausea di Sartre, rimane nauseato dall’ingombrante presenza organica di un castagno. La modestia è quindi una forma di autodifesa contro l’autoglorificazione del Re Sole che fa mostra di sé in questi giardini.
Del resto in ogni angolo di Versailles si ha la prova tangibile di «ce désir superbe de dominer la nature» (‘questo desiderio superbo di dominare la natura’), come ebbe a dire Saint-Simon. Qui non vi fu un architetto italiano rinascimentale che «un bel giorno [...] si accorse che, nel disegno del giardino, il paesaggio che lo racchiudeva veniva incluso naturalmente: giardino e paesaggio erano parte della stessa composizione», per riprendere le parole di Edith Wharton sul fascino del giardino all’italiana. Invece di garantire i «mezzi con i quali natura ed arte potevano fondersi in una visione d’insieme», pare che come prima cosa l’architetto di Versailles (André Le Nôtre) abbia mandato un esercito di energumeni a estirpare tutto ciò che vi cresceva, trasformando quei terreni in uno spazio piatto e vuoto a partire dal quale concepì il suo progetto. Non si può non provare inquietudine, se non paura, dinnanzi a questo totale soggiogamento della natura.
È evidente che i giardini di Versailles sono stati progettati proprio per suscitare questo tipo di reazione, quasi un timore reverenziale dinnanzi al potere che impose loro la forma. Tutto in essi fa pensare al loro creatore monarchico: ovunque vi sono versori che si intersecano e che riconducono al palazzo, ossia al monarca con la sua sovranità assoluta. è impossibile sottrarsi alla Gleichshaltung che qui regna, all’‘allineamento’ imposto al visitatore dalle leggi ferree della simmetria che regolano la prospettiva dei giardini. Neanche il fatto che Luigi XIV sia morto da secoli, e che la Rivoluzione francese abbia decapitato l’istituzione sulla quale poggiava l’autorità della monarchia, riesce a mitigare la tensione referenziale che pervade questi giardini. Finché i suoi giardini sopravvivranno, Luigi XIV continuerà a vivere, rimanendo il loro punto focale di convergenza. Le roi est mort, vive le roi.
Non è tanto la sottomissione che caratterizza i giardini – che da un lato soggiocano la natura in modo spietato e dall’altro si asserviscono alla potenza del re – a mettere ansia e a far sentire in soggezione dopo un giorno e mezzo trascorso a Versailles; è piuttosto il loro carattere figurativo a opprimere. I giardini figurativi si impongono in modo coercitivo, opprimente all’osservatore. Forse è il caso che chiarisca questa affermazione con un accenno alla mia esperienza personale: per quanto mi riguarda, mi sento più a mio agio nei giardini che fanno affiorare la dimensione “letica”, nascosta, della natura, della forma e del pensiero. Quando diventano rappresentativi, quando cioè quel che l’occhio vede non può essere colto se non in relazione a un ordine di significato prestabilito, i giardini soffocano o addirittura annientano quella libertà di vagare che invece altri tipi di giardini, più liberali, consentono. Versailles, dove persino il vagare è controllato a livello centrale, è un capolavoro dell’arte dei giardini figurativi, e quanto più riesce nel suo intento (sintetizzare tutta la sua arte nel simbolo unitario del Re Sole) tanto più esso opprime una sensibilità come la mia, che alla trasparenza figurativa preferisce un’opacità traslucida.
Questi i motivi personali per i quali volevo lasciar fuori Versailles dal libro; ma se alla fine ho deciso di inserire questa breve riflessione è perché Versailles mi dà l’opportunità di esaminare, anche se en passant, un aspetto del tema di questo libro che forse merita più attenzione. Finora mi sono soffermato sul rapporto tra giardino e coltivazione delle virtù. Anche i vizi però, come le virtù, possono essere coltivati, e nei giardini di Versailles – non figurativamente, ma in modo transustanziale, per così dire – essi sono stati meravigliosamente coltivati. Per alcune sensibilità estetiche, un vizio estremamente raffinato è molto più bello di una virtù sincera. I vizi, infatti, si prestano più delle virtù alla trasfigurazione della forma, ed è anche per questo che i primi prosperano in contesti altamente formali come le corti, ad esempio Versailles. Coltivare l’invidia, la perfidia, la superbia o l’avidità non trasforma questi vizi in virtù; al contrario, sottomettendoli a regole e protocolli estremamente irreggimentati si conferisce loro uno stile che li rende sublimi lasciando intatta la loro natura di vizio. È proprio in questa direzione che vanno i giardini di Versailles.
«Ce désir superbe de dominer la nature», fu il commento di uno dei primi visitatori di Versailles, come ho accennato poc’anzi. Nel XVII secolo, l’aggettivo superbe aveva ancora la connotazione negativa della superbia cristiana. Sicuramente c’è a Versailles una tendenza estetica a soggiogare la natura, perfino a umiliarla; non solo, l’idea stessa dei giardini ebbe la sua genesi nel vizio (o peccato capitale) della superbia. È noto che Luigi XIV ebbe l’idea di far costruire Versailles il 17 agosto 1661, il giorno in cui il suo ministro delle Finanze, Nicolas Fouquet, inaugurò i magnifici giardini che si era fatto costruire a Vaux-le-Vicomte. Quei giardini così sublimi e maestosi suscitarono le ire del sovrano, che andò via indignato. Qualche tempo dopo fece arrestare il ministro e lo gettò in una segreta, dove rimase a marcire per il resto dei suoi giorni; nonostante gli appelli accorati lanciati da più parti, il re non volle mai perdonare il suo ministro. Di fronte alla sontuosità di Vaux-le-Vicomte il sovrano dovette senza dubbio pensare che solo un ministro corrotto poteva permettersi tanto lusso. Ma per Luigi XIV l’oltraggio di Fouquet era ben più grave: essendo lo splendore di Vaux-le-Vicomte assolutamente fuori misura, quei giardini erano un atto di superbia nei confronti del monarca. Solo il re aveva diritto a una tale grandeur. Proprio come Lucifero, che nella sua superbia aveva preteso di diventare uguale a Dio, così Fouquet si era arrogato la regalità del re. E proprio come Dio sprofondò Lucifero negli abissi dell’inferno, così Luigi XIV gettò Fouquet nella segreta.
Il Re Sole si era sentito oltraggiato da Vaux-le-Vicomte, certo, ma al fondo di tanta indignazione, celata dietro l’affronto alla sua sovranità solare, c’era anche una buona dose di invidia. Fu tale l’invidia e la gelosia del re per quello che aveva visto a Vaux-le-Vicomte che, dopo aver punito il ministro, arruolò immediatamente la stessa squadra di architetti, giardinieri e ingegneri di Fouquet affinché avviassero i lavori dei giardini di Versailles. La direzione del progetto fu affidata a Le Nôtre, lo stesso architetto di Vaux-le-Vicomte, e gran parte di ciò che era stato fatto nei giardini di Fouquet quanto a ideazione, progettazione e tecnica narrativa, fu traslato così come era a Versailles. In questo senso, quel che si vede a Versailles è una magnificenza che nasce dall’invidia, dalla gelosia, dalla rivalità, dalla volgare imitazione, per non dire da una pretesa assolutistica di potere.
E la superbia? Può un re essere superbo se la superbia si definisce come insubordinazione e hy´bris? Può esserlo solo rispetto a Dio perché, in base ai dettami di quel pensiero realista che si impose sotto Luigi XIV, sulla Terra non c’è nulla di più elevato della persona del re. È in questo arrogarsi la levatura e i poteri di Dio sulla Terra che il monarca assoluto rappresenta l’incarnazione vivente della superbia. Mai il peccato cristiano di superbia è stato tanto istituzionalizzato quanto sotto la monarchia assoluta di Luigi XIV. Proprio perché i giardini di Versailles furono concepiti allo scopo ben preciso di glorificare il Re Sole e riaffermarne l’analogia regale con Dio, in essi vi è l’esaltazione esplicita della superbia, che assume qui una delle forme più sublimi mai raggiunte, senza che ne venga negata la natura di vizio.
Ma la superba architettura dei giardini di Versailles incarna una superbia che va ben al di là delle pretese, ormai obsolete, della monarchia assoluta. Mi riferisco a quell’orgoglio fieramente umanistico che nacque nella cosiddetta epoca della ragione e che trionfalisticamente proclamò l’uomo «padrone e dominatore della natura» (Descartes, Discorso sul metodo, 1637), esortandolo a perseguire quel possesso e quel dominio attraverso un esercizio del potere e della volontà – in sintesi una volontà di potenza – supportato dalle conquiste della scienza. Anche l’umanesimo militante dell’epoca trova dunque espressione a Versailles. Sebbene da tempo abbiamo smesso di prestar fede alle dottrine sul diritto divino dei sovrani, e nonostante siano in pochi ormai a credere che viviamo ancora in un’epoca dei lumi, non ci siamo sbarazzati del tutto della dottrina del diritto divino dell’umanità, che per molti versi regna ancora sovrana nelle società occidentali contemporanee, nella pratica se non nella teoria. Per la sua perversa bellezza e la mirabile trasfigurazione della superbia, Versailles non può aiutarci a trovare un rapporto con la natura meno presuntuoso di quello ereditato da quell’epoca.
Cosa vuoi che ti dica Vento. Mi rende triste l'idea dell'uomo che pensi di imporsi alla natura. Non ho visitato Versilles, ma penso che se lo avessi fatto avrei apprezzato ancora di più villa d'Este o Bomarzo, luoghi più semplici, ma incantati.
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Re: Il giardino illuminista di Versailles

Messaggio da leggere da Vento »

Ovidio ha scritto: 13 feb 2021, 19:34 Cosa vuoi che ti dica Vento. Mi rende triste l'idea dell'uomo che pensi di imporsi alla natura. Non ho visitato Versilles, ma penso che se lo avessi fatto avrei apprezzato ancora di più villa d'Este o Bomarzo, luoghi più semplici, ma incantati.
"Ma la superba architettura dei giardini di Versailles incarna una superbia che va ben al di là delle pretese, ormai obsolete, della monarchia assoluta. Mi riferisco a quell’orgoglio fieramente umanistico che nacque nella cosiddetta epoca della ragione e che trionfalisticamente proclamò l’uomo «padrone e dominatore della natura» (Descartes, Discorso sul metodo, 1637), esortandolo a perseguire quel possesso e quel dominio attraverso un esercizio del potere e della volontà – in sintesi una volontà di potenza – supportato dalle conquiste della scienza. "

Sto leggendo questo libro con interesse, in quanto giardiniere dilettante, disgustato dallo scempio del verde pubblico e privato che vedo, ma pure perché il giardino è anche una rappresentazione della visione della vita e della società del tempo. E la visione 'illuminista' è quantomai attiva nel mondo odierno ed ha prodotto i cataclismi sociali più vistosi, tutta la scia delle rivoluzioni, da Parigi a Mosca (a Washington ora?).
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Re: Il giardino illuminista di Versailles

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Vento ha scritto: 13 feb 2021, 21:00
Ovidio ha scritto: 13 feb 2021, 19:34 Cosa vuoi che ti dica Vento. Mi rende triste l'idea dell'uomo che pensi di imporsi alla natura. Non ho visitato Versilles, ma penso che se lo avessi fatto avrei apprezzato ancora di più villa d'Este o Bomarzo, luoghi più semplici, ma incantati.
"Ma la superba architettura dei giardini di Versailles incarna una superbia che va ben al di là delle pretese, ormai obsolete, della monarchia assoluta. Mi riferisco a quell’orgoglio fieramente umanistico che nacque nella cosiddetta epoca della ragione e che trionfalisticamente proclamò l’uomo «padrone e dominatore della natura» (Descartes, Discorso sul metodo, 1637), esortandolo a perseguire quel possesso e quel dominio attraverso un esercizio del potere e della volontà – in sintesi una volontà di potenza – supportato dalle conquiste della scienza. "

Sto leggendo questo libro con interesse, in quanto giardiniere dilettante, disgustato dallo scempio del verde pubblico e privato che vedo, ma pure perché il giardino è anche una rappresentazione della visione della vita e della società del tempo. E la visione 'illuminista' è quantomai attiva nel mondo odierno ed ha prodotto i cataclismi sociali più vistosi, tutta la scia delle rivoluzioni, da Parigi a Mosca (a Washington ora?).
Tocchi un altro dente dolente. In Italia si costruiscono condomini senza nesuna cura per il verde e lo spazio giochi per i piccoli e le amministrazioni comunali dimenticano di curare i parchi ormai occupati da nomadi ed extracomunitari.

Almeno è la mia impressione.
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Re: Il giardino illuminista di Versailles

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"le amministrazioni comunali dimenticano di curare i parchi"

Magari se ne dimenticassero, come avvenuto quest'anno per il covid. Le piante si riprenderebbero. Invece ogni anno le potano, come dicono loro, cioè le massacrano, senza ragione, un pò per disprezzo o odio verso la natura, un pò per fare soldi in modo distruttivo. Questo almeno in Toscana, dove infatti il verde ereditato dalle amministrazioni dei secoli passati è stato eliminato. L'amministrazione rossa inoltre vuole passare alla storia, così ha eliminato il profilo nobile fiorentino lasciato dai Lorena, fatto di allori, cipressi, sostituendoli con meli cinesi, come proclamato dalla assessora pd. Vendetta politica.

Sui clandestini nei parchi e sotto i ponti non so che dire, se non che questo paese vuole distruggersi, di nuovo per vendetta politica, perché siamo una società razzista, fascista, ecc. che è meglio eliminare, per farne una nuova, globale, studiata a tavolino. L'illuminismo colpisce ancora.
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Re: Il giardino illuminista di Versailles

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Tutto iniziò eliminando negli anni 50/60 gli alberi ai lati della strada. Li chiamavqno "gli assassini della strada" perchè se una macchina ci finiva contro ...

È così andò perduta quella splendita frescura che si godeva d'estate andando da Lucca a Pisa.

Resta solo ... "I cipressi che a Bolgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filare ..."
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Re: Il giardino illuminista di Versailles

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Ovidio ha scritto: 13 feb 2021, 22:42 Tutto iniziò eliminando negli anni 50/60 gli alberi ai lati della strada. Li chiamavqno "gli assassini della strada" perchè se una macchina ci finiva contro ...

È così andò perduta quella splendita frescura che si godeva d'estate andando da Lucca a Pisa.

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Tutte le gallerie di verde che erano le strade, distrutte.
Abbiamo abbandonato la natura, per la macchina ed ora siamo qui.
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Re: Il giardino illuminista di Versailles

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Vento ha scritto: 13 feb 2021, 23:12
Ovidio ha scritto: 13 feb 2021, 22:42 Tutto iniziò eliminando negli anni 50/60 gli alberi ai lati della strada. Li chiamavqno "gli assassini della strada" perchè se una macchina ci finiva contro ...

È così andò perduta quella splendita frescura che si godeva d'estate andando da Lucca a Pisa.

Resta solo ... "I cipressi che a Bolgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filare ..."
Bravo, lo ricordo ancora.
Tutte le gallerie di verde che erano le strade, distrutte.
Abbiamo abbandonato la natura, per la macchina ed ora siamo qui.
Se non ci fossero imbecilli che pretendono di prendere una strada da 60, max 70 km/h a 150 cose del genere non succederebbero..
Qui a Cirie' (TO) abbiamo ancora una strada, seppure breve, che conduce a S.Carlo Canavese. E' costeggiata da due filari di alberi di alto e largo fusto, e di tanto in tanto qualche imbecille di cui sopra ci si schianta. Saranno si e no 500 metri di rettilineo, e forse meno, ma tagliare piante simili, di almeno 50 o 60 anni, io credo sarebbe un crimine.
PATRIA O MUERTE!!!

(Fidel Castro)
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Re: Il giardino illuminista di Versailles

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nerorosso ha scritto: 13 feb 2021, 23:41
Vento ha scritto: 13 feb 2021, 23:12
Ovidio ha scritto: 13 feb 2021, 22:42 Tutto iniziò eliminando negli anni 50/60 gli alberi ai lati della strada. Li chiamavqno "gli assassini della strada" perchè se una macchina ci finiva contro ...

È così andò perduta quella splendita frescura che si godeva d'estate andando da Lucca a Pisa.

Resta solo ... "I cipressi che a Bolgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filare ..."
Bravo, lo ricordo ancora.
Tutte le gallerie di verde che erano le strade, distrutte.
Abbiamo abbandonato la natura, per la macchina ed ora siamo qui.
Se non ci fossero imbecilli che pretendono di prendere una strada da 60, max 70 km/h a 150 cose del genere non succederebbero..
Qui a Cirie' (TO) abbiamo ancora una strada, seppure breve, che conduce a S.Carlo Canavese. E' costeggiata da due filari di alberi di alto e largo fusto, e di tanto in tanto qualche imbecille di cui sopra ci si schianta. Saranno si e no 500 metri di rettilineo, e forse meno, ma tagliare piante simili, di almeno 50 o 60 anni, io credo sarebbe un crimine.
Era una ottima selezione della specie umana!
Cinismo a parte, io stesso sono stato un appassionato di auto e moto. In realtà ne ho avute pochissime, una decina in tutta la mia vita, ma mi sono divertito, anche correndo quando potevo, ma non ho mai toccato una pianta, né ucciso nemmeno un rospo.
Amen and Awoman :lol:
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