SPIGOLANDO......

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Nietzsche, "Così parlò Zaratustra"

Io vi insegno il superuomo. L' uomo é qualcosa che deve essere superato. Che avete fatto per superarlo?Tutti gli esseri hanno creato qualcosa al di sopra di sè:e voi volete essere il riflusso in questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l' uomo?Che cosa é per l'uomo la scimmia?Un ghigno o una vergogna dolorosa.E questo appunto ha da essere l' uomo per il superuomo:un ghigno o una dolorosa vergogna.Avete percorso il cammino dal verme all' uomo,e molto in voi ha ancora del verme.In passato foste scimmie,e ancor oggi l' uomo é più scimmia di qualsiasi scimmia.E il più saggio tra voi non é altro che un'ibrida disarmonia di pianta e spettro.Voglio forse che diventiate uno spettro o una pianta?Vedete, io vi insegno il superuomo! Il superuomo è il senso della terra. La vostra volontà vi dica: sia il superuomo il senso della terra! Vi scongiuro, fratelli rimanete fedeli alla terra e non credete a quelli che vi parlano di speranze ultraterrene! Essi sono degli avvelenatori, che lo sappiano o no. Sono spregiatori della vita, moribondi ed essi stessi avvelenati, dei quali la terra è stanca: se ne vadano pure! Una volta il sacrilegio contro Dio era il sacrilegio più grande, ma Dio è morto, e sono morti con Dio anche quei sacrileghi. Commettere sacrilegio contro la terra è ora la cosa più spaventosa, e fare delle viscere dell'imperscrutabile maggior conto che del senso della terra!
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Re: SPIGOLANDO......

Messaggio da leggere da grazia »

"L'ARRUFFAPOPOLI"


Ateo, salmista, apostolo d'inganno,
vile, se t'odia; se ti palpa, abietto;
monco al ferro, centimano al sacchetto;
nel no, maestro di color che sanno;


sotto l'ammanto dello stoico panno
cela il cor marcio e 'l mal dell'intelletto;
invidioso, oltracotante, inetto;
libera larva di plebeo tiranno:


tutto sfa, nulla fa, tutto disprezza;
sonnambulo ha il cervello e la scrittura,
sofista pregno d'infeconda asprezza:


fecondità del mulo, a cui Natura
diè forte il calcio e più l'ostinatezza,
ed i c.oglioni per c.oglionatura.

Giuseppe Giusti 1818

_________________

Vuoi dire che il Giusti ne troverebbe
qualcuno anche oggi?
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Re: SPIGOLANDO......

Messaggio da leggere da grazia »

Una nuova età dell’oro, ovvero un nuovo Risorgimento

L’umanità fin dall’antichità è in cammino in un percorso che procede e regredisce e attraverso un’esistenza di cui non sappiamo come andrà a finire.
I grandi problemi e le grandi sfide dell’umanità

L’umanità fin dai tempi antichissimi è in cammino e sempre sostenuta dall’evoluzione biologica e dall’evoluzione culturale. Un cammino faticoso, arduo e contraddittorio nel passaggio dalla barbarie alla civiltà e al progresso e sempre interrotto da nuovi ostacoli in un feroce ritorno alle pulsioni di aggressività e di “sangue” (Magris). Un percorso che procede e regredisce, che ricomincia, come afferma Noah Harari in “Homo Deus” (Bompiani), con ogni uomo e con un destino incerto, uno scenario insicuro e un’esistenza di cui non sappiamo come andrà a finire. E per questo, appesantita da minacce, miseria, degrado, conflitti e guerre, ingiustizie, fragilità e precarietà. Si tratta di un viaggio difficile e spesso drammatico, tale da sembrare la metafora della salita di Abramo sul monte per sacrificare il figlio Isacco.

La nostra analisi mostra che il futuro non è solo progresso e miglioramento. E’ anche insicurezza, ansia e angoscia. Eppure, la nostra, come concorda il neuro scienziato americano Damasio, potrebbe essere l’epoca migliore nella storia dell’umanità. Addirittura, studiosi come Goldin e School scrivono che stiamo vivendo in una “Nuova età dell’oro” (il Saggiatore). Una fase di profonda evoluzione che richiama quella del Rinascimento, quando si posero le basi per un nuovo modello di progresso fondato sull’essere umano, e sulla diffusione e lo sviluppo della conoscenza.

Negli ultimi cinquant’anni, i progressi della scienza sono stati straordinari. Le neuroscienze stanno compiendo splendidi sviluppi a vantaggio dell’umanità, offrendoci una “fuga” dal tempo e dalla morte. E’ in atto una rivoluzione scientifica destinata a sconvolgere non soltanto i metodi di diagnosi e cura in medicina e psichiatria, ma le nostre millenarie concezioni, a partire dai sistemi filosofici. Soltanto un secolo fa, la durata media di vita era di 43 anni, mentre oggi è di 79 anni per gli uomini e di 83 per le donne. La riduzione della mortalità infantile, gli sviluppi delle pratiche igieniche, l’uso della vaccinazione e degli antibiotici, i nuovi farmaci, la modificazione del codice della vita, la capacità di diagnosticare le malattie, la speranza di vita che continua ad aumentare stanno producendo una svolta epocale.

E’ una svolta che ad un esame approfondito mette in luce nondimeno il dramma della commedia umana, i suoi conflitti, la sua violenza, le sue continue tensioni. E’ una condizione che continua ad andare così dalla comparsa dell’uomo. Se il Signore- dice la Bibbia- ha visto che la creazione era buona, San Paolo invece esprime un parere diverso quando scrive: “Il creato è stato condannato a non avere senso… fino ad ora tutto il creato soffre e geme come una donna che partorisce”. Tutto questo, è colpa del peccato originale?

Secondo una vasta e autorevole letteratura che va dai primi filosofi agli autori moderni e contemporanei i due principi fondamentali che scandiscono la nostra esistenza sono il bene e il male. Che sono in perenne lotta tra loro e corrispondono alle pulsioni originarie teorizzate da Freud: Eros e Thanatos, amore e odio, egoismo e altruismo, vita e morte, distruzione e autodistruzione. La prima e più antica struttura del cervello è costituita dal cervello rettiliano, che da sempre si oppone al neocervello, che è la parte più nobile del cervello umano. Questo significa che l’essere umano porta misteriosamente in sé non solo la scintilla del bene, ovvero la fiammella “divina” (Dostoevskij) della propria redenzione, ma anche il dramma del male.

L’uomo nella condizione dolorosa e tragica della vita è sottoposto ad un destino impietoso e crudele, ad una condizione di immobilismo esistenziale, ad un vuoto interiore che sfocia nel nichilismo e nell’indifferenza morale, fattori che evidenziano tutto l’errare e la violenza dell’uomo e tendono spesso a vanificare la sua aspirazione all’assoluto e all’infinito.

Oggi, una delle più rilevanti contraddizioni di questo nuovo Medioevo della società moderna, assalita sempre più da troppi feudatari e parvenus, è l’emergere di società scientificamente e tecnologicamente progredite, ma barbare sul piano umano, etico e spirituale.

“Progredi est regredi”, ogni progresso infatti è anche regresso. Offre nuove, meravigliose possibilità per il bene, ma apre anche “possibilità abissali di male” (Benedetto XVI), in un mondo che appare un paesaggio difficile da decifrare e affrontare, sempre più complesso e convulso, privo di orientamento, di senso, senza guida e prospettive.

La nostra specie “accumula” progresso, ma non benessere spirituale, tranquillità o felicità, secondo la concezione del più grande filosofo romano, Seneca. La mancanza di vera cultura, di senso di umanità e di etica oggi appare un elogio, un privilegio, mentre l’arroganza, l’ignoranza e la volgarità sono “una garanzia di successo” (H.Arendt).

L’umanità dunque è in crisi in quanto esposta ad una situazione di “perenne conflittualità” (Vizioli). Per l’umanità, il pericolo maggiore è l’uomo, il suo istinto autodistruttivo. Il cervello superiore non è ancora riuscito a dominare la struttura cerebrale governata da una tendenza biologica suicida.

Il declino dell’uomo, quindi. Questo è il mal sottile che insidia l’essere umano, la caduta delle sue qualità propriamente umane. E allora ha un rapporto alienato con se stesso, con gli altri e con le cose. E cerca nell’aggressività e nella violenza la fine di tutte le sue angosce. Perché vive in un mondo senz’anima, trascinandosi in una temperie umana e culturale percorsa da elementi disgregativi, da insicurezze e squilibri, e dalla perdita della dimensione metafisica e delle credenze. Viviamo in una condizione di anestesia psichica e morale, che ha effetti neurologici negativi.

La distruttività dell’uomo è presente sin dai tempi preistorici. Gli scimpanzé, i nostri cugini, non hanno mai “crocifisso” altri scimpanzé (Damasio). Gli antichi invece hanno inventato la crocifissione, crocifiggendo esseri umani.

Viviamo in un’epoca- precisa il neuro scienziato americano Damasio- che mentre glorifica la scienza, traendone vantaggi, sembra “spiritualmente in bancarotta”. Si educa l’individuo all’uso di stimoli emotivi negativi con il rischio di un ritorno alla nostra emozionalità animale. Fatto che porta al degrado sociale, culturale e morale e al crescente imbarbarimento dell’individuo e della società. L’immagine che emerge è quella del battello ebbro di Rimbaud, che vaga senza timoniere né timone, mettendo a repentaglio l’equipaggio.

La modernità, la globalizzazione, la distribuzione diseguale della ricchezza, le carenze del sistema educativo, la diversità culturale, la velocità e “l’onnipotenza paralizzante” della comunicazione digitale, la realizzazione di programmi televisivi che veicolano comportamenti diseducativi e violenti, violando “ogni elementare principio di decenza umana” sono poi tutti fattori che rischiano di rendere le nostre società “ingovernabili”.

La nostra è una società post-moderna attraversata, come ha evidenziato il filosofo Bauman, il teorico del “mondo liquido”, da un relativismo etico, da un esasperato individualismo, da un’estetica del consumo, dalla scomparsa delle grandi narrazioni metafisiche e da una ricerca maniacale e ossessiva del piacere e delle pratiche salutistiche. Una società senza progetti e principi, dove l’intero modello sociale, culturale e morale si è “liquefatto”. Una società del “rischio” (Beck).
Il futuro dell’umanità

Qual è dunque il futuro dell’umanità? Un futuro post-umano, secondo lo scienziato Michio Kaku. Tra le sfide che l’umanità deve affrontare nei prossimi due secoli c’è anzitutto quella di “avventurarci verso altri mondi, dal momento che il 99,9 per cento della specie si è rivelato “destinato all’estinzione”.

Le avversità sono costituite dalle eruzioni vulcaniche gigantesche e dalle 16 mila 294 asteroidi identificate che potrebbero “intercettare” la rotta della Terra. Marte, allora, diventa, per Kaku, il primo traguardo per formare una colonia stabile entro il XXII secolo. L’uomo andrà su Marte- aggiunge E. Musk- entro il 2025 è sarà reso un pianeta abitabile. Proprio in questi giorni, la rivista “Science” ha pubblicato una grande scoperta, l’esistenza di molecole organiche su Marte, fatto che sta ad indicare la probabilità che tre milioni e mezzo di anni fa sul pianeta Rosso ci fossero tracce di vita. Questa notizia fa seguito all’altra scoperta avvenuta nel 2014 sul rinvenimento nell’atmosfera marziana del metano, un gas considerato una spia fondamentale della vita. Nella prossima missione su Marte, che avverrà nel 2020, ci sarà un piccolo elicottero autonomo, il primo velivolo che solcherà un altro pianeta.

Un’altra grande sfida è legata inoltre allo sviluppo della genetica con la possibilità di modificare il corpo umano. L’umanità è arrivata al massimo del processo di trasformazione, fatto che potrebbe “aprire” le porte- precisa un altro scienziato, N. Bostrom, al post-umanesimo attraverso la clonazione delle persone, una realtà ritenuta “inevitabile”, una volta che la tecnica si perfezionerà negli animali. Lo sviluppo scientifico poi consentirà di “controllare” anche i processi di invecchiamento, ipotizzando che presto “potremmo superare abbondantemente i 100 anni di vita.

In questa visione, qual è il posto che occupa il nostro Paese? Da una ricerca approfondita, emerge un Paese che sembra aver imboccato una strada “priva di ritorno”: quella della decadenza “senza rimedio”. “L’Italia non c’è più” ha scritto nel suo recente libro Pansa. “Un paese perduto, senza identità”; abitato da esseri umani “con ben poco in comune”.

I sintomi di questa età della decadenza sono molteplici e riguardano in particolare: la famiglia, la scuola, gli adolescenti, che non riconoscono più l’autorità paterna, la politica e i politici, che non sono più rispettati, la crisi economica, sociale e morale, il fenomeno dell’emigrazione, il sesso, che imperversa sui quotidiani, in tivù e nella pubblicità, l’esibizionismo e l’individualismo, la diffusione del bullismo tra i maschi e le ragazze, la violenza sulle donne, la dipendenza dal web, dai social network, da internet e dai cellulari, un fatto che sta impoverendo e corrompendo anche la lingua italiana in un Paese che vede crescere al 70% l’analfabetismo funzionale mentre solo quattro cittadini su dieci leggono un libro l’anno. Assistiamo infine ad un lento ed inesorabile processo di indebolimento delle istituzioni.

Concludendo, i nuovi tempi proiettano nuovi rischi per ora solo intuiti e non ancora esplorati.

Noi, d’accordo con altri autori, riteniamo che la chiave del progresso sia l’educazione, ovvero lo sviluppo sociale, culturale, affettivo e mentale dell’essere umano, in quanto mira a generare individui e ambienti sani e maturi, a creare comportamenti etici, a incoraggiare principi morali, a favorire l’empatia, l’altruismo e la qualità della vita. L’educazione- la cultura- è conoscenza e la conoscenza è uno dei principali valori dell’umanità, la quale ci può fornire gli strumenti per inventare “ogni genere di risposta” e di soluzione ai progetti di civilizzazione per organizzare e dirigere il corso della nostra esistenza

Guido Brunetti
Neuroscienze
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Re: SPIGOLANDO......

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L'incontro de li sovrani

Bandiere e banderole,
penne e pennacchi ar vento,
un luccichìo d'argento
de bajonette ar sole,
e in mezzo a le fanfare
spara er cannone e pare
che t'arimbombi dentro.
Ched'è? chi se festeggia?
È un Re che, in mezzo ar mare,
su la fregata reggia
riceve un antro Re.
Ecco che se l'abbraccica,
ecco che lo sbaciucchia;
zitto, ché adesso parleno...
-Stai bene? - Grazzie. E te?
e la Reggina? - Allatta.
- E er Principino? - Succhia.
- E er popolo? - Se gratta.
- E er resto? - Va da sé...
- Benissimo! - Benone!
La Patria sta stranquilla;
annamo a colazzione... -

E er popolo lontano,
rimasto su la riva,
magna le nocchie e strilla:
- Evviva, evviva, evviva... -
E guarda la fregata
sur mare che sfavilla.

Trilussa
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Re: SPIGOLANDO......

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Riflessioni, pensieri e meditazioni sulla democrazia

[..]Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell’abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri… Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po’ di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca l’ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all’universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo.
Alexis de Tocqueville
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Re: SPIGOLANDO......

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UN VOLO DE RICOGNIZZIONE
Trilussa (Carlo Alberto Salustri)


Doppo un gran volo l'Aquila reale
s'incontrò co' la Lupa che je chiese:
— Che novità ce stanno ner paese?
Come l'hai ritrovato?... — Tale e quale:
un ber celo, un ber mare, e lo Stivale
co' le stesse osterie, le stesse chiese...

— Però, l'Italia, a quello ch'ho sentito,
è più forte e più granne... — Questo è vero,
ma l'Italiano s'è rimpiccolito:
alliscia er rosso e se strofina ar nero,
come se annasse in cerca d'un partito
fra er Padreterno e er Libbero Pensiero.

Nun c'è sincerità, nun c'è più stima:
l'ideale politico è un pretesto
pe' potè caccià via chi c'era prima;
qualunque tinta è bona: in quanto ar resto,
ognuno cerca d'arivà più presto,
ognuno cerca d'arivà più in cima.

Infatti la Cornacchia, vôi o nun vôi,
ammalappena ricacciò l'artiji
cercò l'appoggi e li trovò fra noi...
— È naturale: te ne meraviji?
Speravi tu che dar Settanta in poi
li preti nun facessero più fiji?
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Re: SPIGOLANDO......

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L’elogio del dubbio

Vivere nel 3°millennio significa rendersi conto che l’uomo è sempre più disorientato ed
avverte un crescente bisogno di certezze, che acquietino il suo mal del vivere.
Credo che questo bisogno possa essere soddisfatto solo dall’amore per la conoscenza,
che spinge l’uomo a confrontarsi con i dubbi che abitano la sua mente.
Con l’atteggiamento del ricercatore, egli deve muoversi per trovare risposte esaurienti e
certe, ai dubbi che “minano”il suo precario equilibrio, ma che allo stesso tempo lo
costringono all’esercizio del pensiero, della riflessione.
Tant’è che spesso, coerentemente con tale “filosofia” apostrofo i miei amici così:
”Mi raccomando, regalate dubbi alle persone che amate, le costringerete a pensare.”
Molti evitano di raccogliere la provocazione, qualcuno accetta la sfida.
La mia esperienza mi ha insegnato che il dubbio è il catalizzatore della mente, il
compagno discreto di viaggio sulla via di una scelta che possiamo sempre riformulare in
relazione alla crescente consapevolezza.
Il dubbio è il buon senso dell’intelligenza, l’incertezza che sbuffa, nella speranzosa
attesa di diventare certezza.
Nel mio lavoro, dove pratico anche “attività di ricerca” (medicina dell’evidenza), non
rinuncerei mai ad assaporare il gusto del dubbio che si insinua già subito dopo la
conquista dell’apparente ultima scoperta, gusto che si rinnova ogni volta che la presunta
e definitiva verità, viene superata dalla successiva.
Sostengo la necessità del dubbio e accetto di spaziare all’interno dei precari confini che
esso traccia, a patto di ampliarli , per superarli ancora.
Amo il dubbio, quando non lo odio.
Il dubbio è la manifestazione delle tante facce che appartengono alla maschera umana.
Il dubbio è la titubanza della verità, ma anche il diritto alla indipendenza, è cautela ma
anche azzardo. Il dubbio è tutto ed il contrario di tutto.
Il dubbio è un vettore temporale, cioè il tempo che il dardo tirato dall’arco impiega per
cadere dove, come e quando ancora non è dato sapere.
E’una sensazione che frena, limita, modula la nostra azione rendendola però più
perspicace, intrigante, mirata; è una sfida all’attesa, è camminare sulla corda posta a
cinque metri da terra. Il dubbio alimenta la curiosità, la ricerca di percorsi alternativi.
Il dubbio costringe l’uomo a produrre conoscenza.
Filosofi remoti e contemporanei, nonché uomini di cultura, hanno spesso affrontato
questo tema, esprimendo il loro pensiero.
Dott. Lucio Varzi


“il dubbio genera saggezza” (Cartesio)
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Re: SPIGOLANDO......

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Leonardo Sciascia

Western di cose nostre



Un grosso paese, quasi una città, al confine tra le province di Palermo e Trapani Negli anni della prima guerra mondiale. E come se questa non ba­stasse, il paese ne ha una interna: non meno sanguinosa, con una frequenza di morti ammazzati pari a quella dei cittadini che cadono sul fronte. Due cosche di mafia sono in faida da lungo tempo. Una media di due morti al mese. E ogni volta, tutto il paese sa da quale parte è venuta la lupara e a chi toc­cherà la lupara di risposta. E lo sanno anche i carabinieri. Quasi un giuoco, e con le regole di un giuoco. I giovani mafiosi che vogliono salire, i vecchi che difendono le loro posizioni. Un gregario cade da una parte, un gregario cade dall’altra. I capi stanno sicuri: aspettano di venire a patti. Se mai, uno dei due, il capo dei vecchi o il capo dei giovani, cadrà dopo il patto, dopo la pacificazione: nel succhio dell’amicizia.
Ma ecco che ad un punto la faida si accelera, sale per i rami della gerarchia. Di solito, l’accelerazione. ed ascesa della faida manifesta, da parte di chi la pro­muove, una volontà di pace: ed è il momento in cui, dai paesi vicini, si muovono i patriarchi a intervistare le due parti, a riunirle, a convincere i giovani che non possono aver tutto e i vecchi che tutto non possono tenere. L’armistizio, il trattato. E poi, ad unificazione avvenuta, e col tacito e totale assenso degli uni­ficati, l’eliminazione di uno dei due capi: emigrazione o giubilazione o morte. Ma stavolta non è così. I patriarchi arrivano, i delegati delle due cosche si in­contrano: ma intanto, contro ogni consuetudine e aspettativa, il ritmo delle esecuzioni continua; più concitato, anzi, e implacabile. Le due parti si accusano, di fronte ai patriarchi, reciprocamente di slealtà. il paese non capisce più nien­te, di quel che sta succedendo. E anche i carabinieri. Per fortuna i patriarchi sono di mente fredda, di sereno giudizio. Riuniscono ancora una volta le due delegazioni, fanno un elenco delle vittime degli ultimi sei mesi e «questo l’ab­biamo ammazzato noi», «questo noi», «questo noi no» e «noi nemmeno», arri­vano alla sconcertante conclusione che i due terzi sono stati fatti fuori da ma­no estranea all’una e all’altra cosca. C’è dunque una terza cosca segreta, invi­sibile, dedita allo sterminio di entrambe le cosche quasi ufficialmente esisten­ti? O c’è un vendicatore isolato, un lupo solitario, un pazzo che si dedica allo sport di ammazzare mafiosi dell’una e dell’altra parte? Lo smarrimento è gran­de. Anche tra i carabinieri: i quali, pur raccogliendo i caduti con una certa sod­disfazione (inchiodati dalla lupara quei delinquenti che mai avrebbero potuto inchiodare con prove), a quel punto, con tutto il da fare che avevano coi diser­tori, aspettavano e desideravano che la faida cittadina si spegnesse.
I patriarchi, impostato il problema nei giusti termini, ne fecero consegna al­le due cosche perché se la sbrigassero a risolverlo: e se la svignarono, poiché ormai nessuna delle due parti, né tutte e due assieme, erano in grado di garantire la loro immunità. I mafiosi del paese si diedero a indagare; ma la pau­ra, il sentirsi oggetto di una imperscrutabile vendetta o di un micidiale capric­cio, il trovarsi improvvisamente nella condizione in cui le persone oneste si era­no sempre trovate di fronte a loro, li confondeva e intorpidiva. Non trovarono di meglio che sollecitare i loro uomini politici a sollecitare i carabinieri a un’indagine seria, rigorosa, efficiente: pur nutrendo il dubbio che appunto i carabi­nieri, non riuscendo ad estirparli con la legge, si fossero dati a quella caccia più tenebrosa e sicura. Se il governo, ad evitare la sovrappopolazione, ogni tan­to faceva spargere il colera, perché non pensare che i carabinieri si dedicasse­ro ad una segreta eliminazione dei mafiosi?
Il tiro a bersaglio dell’ignoto, o degli ignoti, continua. Cade anche il capo del­la vecchia cosca. Nel paese è un senso di liberazione e insieme di sgomento. I carabinieri non sanno dove battere la testa. I mafiosi sono atterriti. Ma subito dopo il solenne funerale del capo, cui fingendo compianto il paese intero aveva partecipato, i mafiosi perdono quell’aria di smarrimento, di paura. Si capisce che ormai sanno da chi vengono i colpi e che i giorni di costui sono contati. Un capo è un capo anche nella morte: non si sa come, il vecchio morendo era riuscito a trasmettere un segno, un indizio; e i suoi amici sono arrivati a sco­prire l’identità dell’assassino. Si tratta di una persona insospettabile: un professionista serio, stimato; di carattere un po’ cupo, di vita solitaria; ma nessu­no nel paese, al di fuori dei mafiosi che armai sapevano, l’avrebbe mai creduto capace di quella caccia lunga, spietata e precisa che fino a quel momento aveva consegnato alle necroscopie tante di quelle persone che i carabinieri non riuscivano a tenere in arresto per più di qualche ora. E i mafiosi si erano anche ricordati della ragione per cui, dopo tanti anni, l’odio di quell’uomo contro di loro era esploso freddamente, con lucido calcolo e sicura esecuzione. C’entrava, manco a dirlo, la donna.
Fin da quando era studente, aveva amoreggiato con una ragazza di una fa­miglia incertamente nobile ma certamente ricca. Laureato, nella fermezza del­l’amore che li legava, aveva fatto dei passi presso i familiari di lei per arrivare al matrimonio. Era stato respinto: ché era povero, e non sicuro, nella povertà da cui partiva, il suo avvenire professionale. Ma la corrispondenza con la ra­gazza continuò; più intenso si fece il sentimento di entrambi di fronte alle difficoltà da superare. E allora i nobili e ricchi parenti della ragazza fecero appello alla mafia. Il capo, il vecchio e temibile capo, chiamò il giovane professioni­sta: con proverbi ed esempi tentò di convincerlo a lasciar perdere; non riu­scendo con questi, passò a minacce dirette. Il giovane non se ne curò; ma ter­ribile impressione fecero alla ragazza. La quale, dal timore che la nefasta mi­naccia si realizzasse forse ad un certo punto passò alla pratica valutazione che quell’amore era in ogni caso impossibile: e convolò a nozze con uno del suo ceto. Il giovane si incupì, ma non diede segni di disperazione o di rabbia. Cominciò, evidentemente, a preparare la sua vendetta.
Ora dunque i mafiosi l’avevano scoperto. Ed era condannato. Si assunse l’esecuzione della condanna il figlio del vecchio capo: ne aveva il diritto per il lutto recente e per il grado del defunto padre. Furono studiate accuratamente le abitudini del condannato, la topografia della zona in cui abitava e quella della sua casa. Non si tenne però conto del fatto che ormai tutto il paese aveva capito che i mafiosi sapevano: erano tornati all’abituale tracotanza, visibilmente non temevano più l’ignoto pericolo. E l’aveva capito prima d’ogni altro il condannato.
Di notte, il giovane vendicatore uscì di casa col viatico delle ultime raccomandazioni materne. La casa del professionista non era lantana. Si mise in ag­guato aspettando che rincasasse; o tentò di entrare nella casa per sorprender­lo nel sonno; o bussò e lo chiamò aspettandosi che comparisse a una data fine­stra, a un dato balcone. Fatto sta che colui che doveva essere la sua vittima, lo prevenne, lo aggirò. La vedova del capo, la madre del giovane delegato alla ven­detta, sentì uno sparo: credette la vendetta consumata, aspettò il ritorno del fi­glio con un’ansia che dolorosamente cresceva ad ogni minuto che passava. Ad un certo punto ebbe l’atroce rivelazione di quel che era effettivamente acca­duto. Uscì di casa: e trovò il figlio morto davanti alla casa dell’uomo che quella notte, nei piani e nei voti, avrebbe dovuto essere ucciso. Si caricò del ragazzo morto, lo portò a casa: lo dispose sul letto e poi, l’indomani, disse che su quel letto era morto, per la ferita che chi sa dove e da chi aveva avuto. Non una pa­rola, ai carabinieri, su chi poteva averlo ucciso. Ma gli amici capirono, seppero, più ponderatamente prepararono la vendetta.
Sul finire di un giorno d’estate, nell’ora che tutti stavano in piazza a prende­re il primo fresco della sera, seduti davanti ai circoli, ai caffè, ai negozi (e c’era anche, davanti a una farmacia, l’uomo che una prima volta era riuscito ad elu­dere la condanna), un tale si diede ad avviare il motore di un’automobile. Girava la manovella: e il motore rispondeva con violenti raschi di ferraglia e un crepitio di colpi che somigliava a quello di una mitragliatrice. Quando il frastuono si spense, davanti alla farmacia, abbandonato sulla sedia, c’era, spacca­to il cuore da un colpo di moschetto, il cadavere dell’uomo che era riuscito a seminare morte e paura nei ranghi di una delle più agguerrite mafie della Sicilia.
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Talete e il mulo



Talete di Mileto riuscì a rendere vano il proposito malvagio di un mulo grazie alla sua portentosa sagacia. Un giorno un mulo stava portando un carico di sale; mentre attraversava un fiume, fece accidentalmente uno scivolone e finì gambe all’aria. Il sale naturalmente si inzuppò d’acqua e si sciolse, con grande sollievo del mulo, che si sentì alleggerire del carico. Avendo così intuito quale differenza ci fosse tra il sopportare una fatica ed esserne privi e traendo insegnamento per il futuro dalla fortunata circostanza in cui si era venuto involontariamente a trovare, riuscì di nuovo a provocarla a bella posta. Poiché non era possibile per il mulattiere condurlo per un’altra strada, evitando il passaggio del fiume, costui consultò Talete: dopo averlo ascoltato, egli ritenne che quel mulo così malizioso dovesse essere punito con un sottile espediente e così consigliò al mulattiere di sostituire il carico di sale con uno di spugne e di lana. Il mulo, ignaro di questa sostituzione, ripeté, come il solito, lo scivolone e così facendo inzuppò d’acqua il carico; capì allora che il trucco si era risolto a suo svantaggio e da quel momento in poi, attraversando il fiume, stette ben attento a dove metteva le zampe e a non recar danno al sale che portava.

L’apologo serve naturalmente da ammaestramento: è un invito a non prendere scorciatoie che ci agevolino la vita a danno degli altri, a rispettare l’onestà, e infine a renderci conto dei nostri errori una volta che il nostro comportamento è stato scoperto e punito, in modo da non ricadere nella colpa.
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IL SOGNO E LA REALTA'

Un giorno, il sogno e la realtà si incontrarono per strada.
Si guardarono a lungo e poi esclamarono insieme: “Non ci assomigliamo per niente, com’è allora che l’uomo ci confonde così facilmente?”.
Due che facevano lo stesso cammino si intromisero nel discorso: “la colpa, o il merito, è nostro!”.
“Chi siete?” domandarono il sogno e la realtà.
“Siamo il dolore e il piacere. Avete mai visto un uomo che concepisca un sogno fatto di dolore, oppure uno che miri a una realtà priva di qualche piacere?”.
“Mai” assentirono il sogno e la realtà.
“Ed io“, intervenne a questo punto una voce squillante, “non sono forse la molla che sostiene ogni sogno?”.
Tutti si chiesero chi parlasse così… “sono la speranza” rispose la voce.
A questo punto si udì un’altra voce, robusta e pastosa:
“Ma senza di me, che sono il coraggio, mai nessun uomo riuscirebbe a trasformare un sogno… in realtà“.
“A meno che non intervenga io“, interloquì un’altra voce ancora, “trasformando il sogno e modificando la realtà“ il sogno, la realtà, il dolore, il piacere, la speranza e il coraggio riconobbero subito quella parlata in falsetto: era l’illusione.
“Che stolti“ mormorò fra sé qualcuno che non volle intervenire alla diatriba “non sanno che, per merito mio, il sogno è la realtà e la realtà è il sogno“.
Non pronunciò ad alta voce queste parole perché, pur essendo la verità, nessuno le avrebbe creduto…
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