Media e dintorni

Discussioni di vario genere riguardanti l'istruzione, la cultura, la letteratura o poesia.
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heyoka
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Re: Media e dintorni

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grazia ha scritto:
24 mar 2020, 10:11
Continua
DIRITTI DEGLI ANZIANI E TUTELA DEI SOGGETTI
PIU' DEBOLI

https://aiaf-avvocati.it/files/2011/01/ ... N.2_06.pdf
Secondo me, la categoria degli avvocati è quella più a rischio...
Per l' inferno, naturalmente!!!
😂😂😂😂😂😂
Non è come nasci, ma come muori, che rivela a quale popolo appartieni.
(Alce Nero)

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grazia
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Re: Media e dintorni

Messaggio da leggere da grazia »

La Rai rischiava guai giudiziari. Ecco perché Vespa è stato fermato. Altro che censura, andava tutelata la salute dei tecnici.

Il consigliere del Cda Laganà si è battuto per lo stop
Ci ha provato fino all’ultimo, insistendo a più non posso, anche avanzando l’ipotesi di registrare da casa sua, di offrire il suo salotto al posto di quello di Via Teulada. Ma alla fine Bruno Vespa, come si sa, è stato fermato: Porta a Porta non si può registrare in questi giorni perché il conduttore, gli ospiti, i tecnici sono entrati in contatto con Nicola Zingaretti, risultato come si sa positivo al tampone per il coronavirus. Come sia andata è cronaca degli scorsi giorni: Vespa ha fatto il tampone, è risultato negativo e avrebbe voluto continuare col programma, ma la direzione Rai ha deciso di stoppare la messa in onda, col conduttore che è andato su tutte le furie.

LA RICOSTRUZIONE. Inevitabili, a quel punto, le tante e tante ricostruzioni secondo le quali dietro la decisione ci sarebbero altre motivazioni. In realtà la decisione è stata presa nella tutela non solo di Vespa ma anche di tutte le maestranze che lavorano al programma e che avrebbero dovuto continuare a lavorare anche nel caso in cui la trasmissione fosse andata in onda da casa Vespa. Secondo quanto è in grado di ricostruire La Notizia, infatti, già il giorno dopo il messaggio di Zingaretti in cui dichiarava di essere risultato positivo, il consigliere del Cda Rai, Riccardo Laganà, ha inviato una email molto dura alla Task Force Rai, all’amministratore delegato Fabrizio Salini e al Collegio sindacale ricordando, per l’appunto, che la quarantena per il coronavirus, per disposizioni governative, è di 14 giorni.

A quel punto è stato lo stesso Collegio sindacale, garante del rispetto delle norme di legge, a intervenire ricordando a tutti, in primis alla dirigenza di Viale Mazzini, a quali rischi si sarebbe andati incontro, anche di natura giudiziaria, se si fosse andati avanti come se nulla fosse successo. All’eventualità che qualcuno potesse contrarre il virus, si sarebbe aggiunta l’inevitabile causa civile contro l’azienda e l’azione penale contro chi avrebbe deciso in tal senso, cioè per una messa in onda forzata e in violazione delle disposizioni di legge.

DEO GRATIAS. Ed è a questo punto che nei corridoi del settimo piano, anche per non rinunciare a un programma storico della Rai in un momento così delicato, ha preso piede l’idea di realizzare le puntata da casa Vespa. Un’idea, tuttavia, folle perché non avrebbe evitato alcun tipo di rischio all’azienda e, soprattutto, alle maestranze. A ricordarlo è stato ancora una volta Laganà, sempre attento sul punto, che ha sottolineato a tutti come la stazione appaltante sia responsabile anche – e ovviamente – della salute dei lavori in appalto della troupe esterna che sarebbe stata inviata per ipotesi a casa di Vespa per assicurare la diretta.

A quel punto anche i più fervidi sostenitori di Porta a Porta si sono dovuti arrendere, davanti alla chiarezza delle regole che non si possono – e non si devono – aggirare. Il risultato? Al di là degli sbraiti e delle polemiche, oggi tra i dirigenti e gli interni Rai, visto il peggiorare dell’emergenza, in tanti sottolineano che l’insistenza di Laganà ha evitato un’altra figuraccia alla Tv pubblica.

Antonio Acerbis

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grazia
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Re: Media e dintorni

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Come sempre si scopre che c'è un coronavirus di destra e uno di sinistra,
di lotta o di governo, che la colpa è un po' di tutti


di Max Del Papa


Coronavirus e potere. Che disastro. Del doman, v'è una certezza: siamo una nave dei folli governata da nocchieri ebbri. S'ode a destra uno squillo di pazzi, a sinistra risponde uno squillo: «il virus non ha confini» (sottinteso: e quindi i confini sono inutili, più ponti meno muri, porti aperti, il mondo è di tutti, bla bla bla); «il coronavirus si sconfigge con l'amore» (ma non dicevano: con la scienza?); «abbraccia un cinese»; «sì alla quarantena per gli italiani, no per i migranti».

Coi corollari demenziali della sinistra ultrà: in nome dell'amore sardinesco, dell'antirazzismo e del globalismo «no border», l'esultanza per lo sfoltimento dei «vecchi», per gl'italiani contagiati, coi meridionali che augurano a quelli del Nord l'estinzione per epidemia, i sindaci temerari pronti ad arrestare gl'infami infetti settentrionali che osassero scendere a contaminare la loro piccola patria.

A conferma che c'è sempre un razzismo più a Sud, che il mondo essendo rotondo riparte sempre dal prossimo confine, che, se non van d'accordo due villaggi limitrofi, figuriamoci il pianeta. Per non sbagliare, un trascurabile mantenuto dalla politica spara un tweet di vicinanza «al popolo cinese e alle regioni del nord governate dai leghisti».

Da destra rispondono con sprazzi di situazionismo: Giorgia Meloni s'improvvisa guida turistica, Salvini esige «un premier con le palle». Cioè lui. Più che il coronavirus, vuol debellare il governo. E il governatore Fontana, dall'aspetto già di suo non floridissimo, che s'infila la mascherina. Alla rovescia. E l'omologo veneto, Zaia, che, forse in overdose da prosecco, non trova di meglio che additare un continente intero, la Cina, di presunti mangiatori di topi: vivi, morti o X. Dopo s'è scusato, un po' all'italiana: «Non volevo, sono stato frainteso».

In mezzo i grillini i quali, essendo notoriamente oltre ogni classificazione politica, e anche psichiatrica, esaltano come un totem la medesima scienza che di solito sputtanano in virtù di scie chimiche, danze tribali, rituali da piattaforma online, tecnologismo salvifico. Con il guru-imprenditore, Grillo, che, per non restare indietro, si raffigura con addosso una mascherina a forma di cervello: sì, il suo, clamorosamente fuoruscito e arrestatosi sul naso. In questa Italia, la vita è un pendolo tra la gioia e il terrore: tutto sotto controllo, Madonna quanti contagiati, no ma venite in Italia che è il paese più bello del mondo, sì ma siamo al marasma, la situazione è fuori controllo. Tutti dicono tutto e il contrario di tutto.

Compresa la Scienza, maiuscola per la Madonna: tutti la invocano ma non ci fa gran figura neppure essa o, almeno, i suoi rappresentanti: scazzi misteriosi tra virologi, discordanze sul concetto stesso di epidemia, per uno che dice ma su, siamo seri, è solo una volgare influenza, un altro risponde no, non ho mai visto una roba del genere, siamo all'invasione degli ultracorpi.

A chi credere? Per non sbagliare gli scienziati, più tuttologi di Piero Angela (il quale si è sentito in dovere di dire la sua, spiegando che parlava perché non aveva niente da dire), sparano in tempo reale i loro libri sul coronavirus, vince chi pubblica per primo, ma quando studiano, questi luminari, se stanno sempre a twittare, a tifare, a gufare e currenti calamo con foga preoccupante?

Il meglio, manco a dirlo, lo danno le supposte intellettuali, come l'immancabile Michela Murgia che l'antidoto lo congelerebbe volentieri un altro po' siccome «il coronavirus lascia le strade libere» e lei può anche viaggiare in aereo praticamente da sola: sicura che serva un morbo per lasciarle il vuoto intorno? O l'altrettanto mediaticamente bulimica Selvaggia Lucarelli, che urbi et orbi ci informa della sua incrollabile fede nella scienza, seppur non negli scienziati.

Come sempre va a finire che c'è un coronavirus di destra e uno di sinistra, di lotta o di governo, che la colpa è di questi o di quelli, che, dopo i famosi 60 milioni di commissari tecnici, di presentatori di Sanremo, di presidenti del Consiglio abbiamo altrettanti camici dal virologo all'immunologo al ricercatore da tastiera all'esperto wikipedista. Ne esce il solito reparto di isolamento, da igiene mentale all'italiana, ma tutti si prendono terribilmente sul serio. Del resto, non c'è Napoleone più convinto di quello con lo scolapasta in testa.

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grazia
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Re: Media e dintorni

Messaggio da leggere da grazia »

SIAMO TROPPI?

Le conseguenze della crescita della popolazione mondiale, tra cambiamento climatico e politiche di contenimento.
Davide Michielin è biologo di formazione, scrive di viaggi e ambiente con particolare occhio di riguardo per le tematiche legate ai fiumi e all'inquinamento.

“ Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove”. Così, nel capitolo della Genesi dedicato alla creazione, il padreterno si rivolge ad Adamo ed Eva. Oggi gli esemplari di Homo sapiens sono 7,5 miliardi. Un numero impressionante se si tiene conto che appena due secoli fa l’umanità festeggiava il suo primo miliardo. In questo lasso di tempo, il progresso ha aumentato qualità e aspettative di vita, spingendo la nostra specie a intraprendere una crescita vertiginosa dai ritmi sempre più serrati: eravamo 1.6 miliardi nel 1900, 2.5 miliardi nel 1950, 4 miliardi nel 1975, 6 miliardi nel 2000, 7 miliardi nel 2011.

Nonostante il tasso di crescita sia oggi quasi dimezzato rispetto all’apice raggiunto nel 1964, è quasi certo che entro il 2100 la popolazione mondiale sarà ben più numerosa dei 9 miliardi di individui storicamente previsti, e potrebbe persino superare gli 11 miliardi. Uno studio apparso su Science nel 2014, condotto dai ricercatori dell’Università di Washington e dagli esperti delle Nazioni Unite, ha calcolato che la probabilità che la popolazione mondiale non si stabilizzi entro questo secolo è superiore al 70%. La ricerca ha costretto le stesse Nazioni Unite a redigere una revisione del consueto rapporto biennale: il problema demografico deve fare ritorno nell’agenda delle organizzazioni mondiali. Allo storico interrogativo sulla sicurezza alimentare, nell’ultimo decennio si sono aggiunti il cambiamento climatico e l’inurbamento della popolazione, due elementi che minacciano di far saltare un banco già traballante.

Il progresso non ha migliorato solamente le condizioni igienico sanitarie e le rese agricole ma ha plasmato stili di vita sempre più energivori: le emissioni di CO2 pro capite sono passate da 3,1 tonnellate equivalenti nel 1960 a 5 nel 2013. Tuttavia, la popolazione del pianeta cresce, mangia e consuma a velocità molto diverse. Uno statunitense produce 15 tonnellate equivalenti di CO2 all’anno, un italiano 9 tonnellate equivalenti mentre un abitante dell’Africa sub-sahariana non raggiunge la tonnellata equivalente. Un maggiore numero di automobili, smartphone e climatizzatori comportano una maggiore richiesta energetica che, se dovesse provenire dalla combustione di fonti fossili, porterebbe all’esasperazione gli effetti del cambiamento climatico. Cosa ne sarebbe del pianeta se la transizione alle rinnovabili stentasse a decollare e nel frattempo i restanti sei miliardi di persone adottassero l’insostenibile stile di vita occidentale? Fuori dall’Europa della stagnazione demografica, si è ripreso timidamente a parlare della questione.

Malthus, la povertà e le colonie del New England
Il dibattito sul controllo della popolazione ha inizio nel 1798 con la pubblicazione, inizialmente anonima, del Saggio sul principio di popolazione da parte di Thomas Malthus.

Cresciuto in una famiglia benestante del Surrey e presto ordinato pastore anglicano, Malthus fu un brillante economista, fondatore della controversa dottrina politica che da lui prende il nome. Osservando le colonie del New England, dove la disponibilità “illimitata” di terra fertile forniva lo scenario ideale per indagare il rapporto tra risorse naturali e demografia, Malthus teorizzò che popolazione umana e disponibilità delle risorse seguano modelli di progressione differenti: geometrica la prima, aritmetica la seconda. Un maggior numero di esseri umani si traduce, proporzionalmente, in una minore disponibilità di risorse per sfamarli. Qualora i mezzi di sussistenza non siano illimitati, scriveva il reverendo, si sarebbero periodicamente verificate carestie con conseguenti guerre ed epidemie.

Allo storico interrogativo sulla sicurezza alimentare, nell’ultimo decennio si sono aggiunti il cambiamento climatico e l’inurbamento della popolazione.

Convinto di aver individuato una legge naturale, Malthus propose che il governo abolisse i sussidi alle classi più povere, invitasse i giovani a ritardare l’età del matrimonio e si sforzasse di diffondere tra gli strati sociali meno abbienti la coscienza del danno che una prole numerosa recava alle famiglie e all’intera comunità. I rapidi progressi del settore agronomico sconfessarono già nel corso del XIX secolo il suo impopolare principio, che tuttavia ebbe un’influenza decisiva sia su Charles Darwin che su Alfred Wallace nella formulazione della teoria dell’evoluzione. Tuttavia, l’idea malthusiana che i ricchi siano minacciati dalle masse di poveri ha proiettato un’ombra cupa che si allunga fino a oggi.

Chi ha paura di Malthus?
Negli anni Sessanta la Banca Mondiale e le Nazioni Unite incominciarono a concentrarsi sull’esplosione demografica del cosiddetto Terzo Mondo, ritenendola la principale causa del degrado ambientale, del sottosviluppo economico e dell’instabilità politica di questi paesi. Alcune nazioni industrializzate quali Giappone, Svezia e Regno Unito finanziarono progetti per ridurre i tassi di natalità del Terzo Mondo. Non si trattava di filantropia: secondo Betsy Hartmann, autrice del saggio “Reproductive Rights and Wrongs: The Global Politics of Population Control and Contraceptive Choice”, c’era il timore che le “masse di affamati” minacciassero il capitalismo occidentale e l’accesso alle risorse naturali.

Nel 1968 suscitò scalpore la pubblicazione di “The Population Bomb” del biologo Paul Ehrlich. In questo saggio, divenuto in breve un bestseller e il manifesto del neomalthusianesimo, Ehrlich sosteneva che fosse già tardi per salvare alcuni Paesi dagli effetti della sovrappopolazione, prospettando un disastro ecologico nel quale avrebbero perso la vita centinaia di milioni di persone. Fortunatamente, l’avvento della cosiddetta “rivoluzione verde” consentì negli anni Sessanta e Settanta un incremento significativo delle produzioni agricole, disinnescando la bomba demografica predetta da Ehrlich.

La più celebre politica di contenimento della popolazione è quella del figlio unico adottata dal governo cinese: controversa ma efficace, ebbe profonde conseguenze sulla società.

Nonostante Karan Singh, ministro della Salute indiano, avesse dichiarato nel 1974 che “lo sviluppo è il miglior contraccettivo”, il suo governo aveva avviato nel frattempo una subdola politica di controllo delle nascite. A emarginati e mendicanti di Delhi fu offerta un’abitazione purché accettassero di sottoporsi a sterilizzazione. Il programma indiano è durato meno di due anni, ma nel solo 1975 furono sterilizzati quasi otto milioni di cittadini indiani, principalmente maschi. La più celebre politica di contenimento della popolazione, è però quella del figlio unico adottata dal governo cinese tra il 1979 e il 2013. Una misura draconiana che, secondo alcune stime, nei suoi primi 25 anni di attuazione ha prevenuto la nascita di circa 300 milioni di individui: nel solo 1983 furono sterilizzati oltre sedici milioni di donne e quattro milioni di uomini. La controversa ma efficace politica del figlio unico ebbe profonde conseguenze sulla società cinese. Crebbero infatti il numero di aborti e l’abbandono di neonate, creando le basi per l’attuale sbilanciamento nel rapporto tra i sessi all’interno del paese.

Nei primi anni ‘80 cominciarono a farsi strada le prime obiezioni alle politiche di controllo della popolazione, soprattutto negli Stati Uniti. L’amministrazione Reagan sospese il sostegno finanziario ai programmi che prevedessero l’aborto o la sterilizzazione, riscuotendo l’approvazione delle principali confessioni religiose. Nel Paese, il consenso sulla necessità di arginare il tasso di natalità mondiale cominciò a dissolversi, sebbene per ragioni differenti in base allo schieramento politico. Tra i Repubblicani si facevano strada obiezioni morali al controllo della popolazione, i Democratici vedevano queste politiche come una forma di neocolonialismo.

Le politiche demografiche oggi
La definitiva messa al bando dei modelli top-down nel controllo della popolazione non fu opera né dei democratici né dei repubblicani americani: avvenne sulla spinta delle associazioni per i diritti delle donne. In occasione della prima conferenza internazionale su sviluppo e popolazione, tenutasi a Il Cairo nel 1994, i delegati di 179 paesi ratificarono un programma di azione basato sulla legittimazione della donna.

Nella dichiarazione si sosteneva per la prima volta che i bisogni di istruzione e salute, compresa quella riproduttiva, sono strumenti fondamentali per il miglioramento delle condizioni di vita individuali e per uno sviluppo equo e sostenibile. Promuovere la parità di genere, eliminare la violenza contro le donne, consentire loro di avere il controllo delle risorse e partecipare direttamente alle decisioni che riguardano la propria vita – a partire dalla scelta di quanti figli avere e quando – sono oggi ritenuti elementi essenziali per il successo delle politiche di sviluppo. Di esempio sono i nuovi Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite nei quali gli aspetti demografici non sono più calati sulla testa delle persone persone ma si articolano piuttosto sui processi partecipativi.

Tanti oppure troppi?
Troppo, troppo, troppo: le persone, il divario tra ricchi e poveri e pure l’inefficienza nella distribuzione del cibo. Così Ehrlich, oggi direttore del Centro di Biologia della Conservazione dell’Università di Standford, riassumeva nel luglio del 2015 l’attuale spinta demografica in un’intervista rilasciata al Washington Post. Confrontando l’attuale popolazione mondiale con qualsivoglia epoca precedente, è impossibile negare che siamo tanti. Ma quand’è che il tanto diventa troppo?

In ambito ecologico, la capacità portante di un ambiente è la capacità delle sue risorse di sostenere un certo numero di individui. Se in ambienti ridotti o isolati è relativamente semplice stimarne la dimensione, il calcolo della capacità portante dei grandi sistemi è estremamente complesso. Una relazione del 2012 delle Nazioni Unite ha stimato la dimensione massima di popolazione in 65 diversi scenari sostenibili. La dimensione più ricorrente è di otto miliardi di individui, tuttavia l’intervallo varia tra un minimo di due miliardi e uno sconcertante 1024 miliardi. È difficile sbilanciarsi su quale di queste sia la più prossima al valore effettivo. Secondo gli esperti, il fattore determinante sarà il modello che le nostre società sceglieranno di adottare e, in particolare, la quantità di risorse consumate pro capite.

Confrontando l’attuale popolazione mondiale con qualsivoglia epoca precedente, è impossibile negare che siamo tanti. Ma quand’è che il tanto diventa troppo?

Le incognite riguardano principalmente il compartimento agricolo. Al contrario della popolazione umana, la disponibilità di suolo fertile diminuisce a causa del sovrasfruttamento e dei cambiamenti climatici. Secondo i dati della FAO, da qui alla fine del secolo la produzione agricola dovrebbe aumentare almeno del 50% per sfamarci tutti, a partire da una modesta area di terreno fertile, che copre solo l’11% della superficie globale della terra. Eppure, l’agricoltura mondiale perde ogni anno 75 miliardi di tonnellate di suolo fertile, l’equivalente di 10 milioni di ettari, a causa di urbanizzazione, erosione e avanzata del deserto e del mare. Altri 20 milioni di ettari vengono abbandonati perché il terreno è troppo degradato per coltivare, in larga misura per colpa delle tecniche agricole intensive. La perdita di fertilità del suolo porta alla riduzione della produzione agricola: un calo del 50% della materia organica porta a un taglio del 25% dei raccolti. Il fenomeno non è uguale dappertutto, ma procede particolarmente veloce proprio nelle aree che avrebbero più bisogno di ampliare le coltivazioni come la Cina, flagellata dalla desertificazione.

A tutto gas
Le conseguenze ambientali dell’esplosione demografica non si esauriscono nel consumo di risorse naturali (acqua, suolo, biodiversità) ma sono correlate alla quantità di emissioni di gas serra liberata in atmosfera. La crescita dei consumatori, l’inurbamento della popolazione rurale e la rapida diffusione nel pianeta di standard di vita ad alta emissione di gas serra sono le principali tendenze su cui basare le proiezioni sul destino del pianeta.

L’inurbamento è spesso considerato un fenomeno positivo, accompagnato da miglioramenti dell’istruzione, riduzione dei tassi di natalità, dello sfruttamento di risorse naturali. Tuttavia, esso comporta l’adeguamento a standard di vita con alti consumi e il conseguente aumento dell’inquinamento (come osservato nelle megalopoli asiatiche degli ultimi decenni) con ricadute dirette sulla salute dei cittadini. A livello globale, le emissioni domestiche rappresentano oltre il 60% del totale; un ulteriore 14.5% delle emissioni di CO2 proviene dagli allevamenti, i quali riforniscono principalmente le tavole di europei e nordamericani.

Nei soli paesi industrializzati, i consumi individuali rappresentano il 32.6% del totale delle emissioni. È stato calcolato che l’abbandono di una dieta basata sul consumo di carne comporterebbe entro il 2050 una riduzione dell’emissione di gas serra tra il 29% e il 70%.

Alcuni ricercatori sono perfino arrivati a stimare “il costo” ambientale di ogni figlio: negli Stati Uniti, ogni fiocco appeso alla porta equivale a 9.441 t.e. di CO2, il 5,4% in più rispetto a quanto avrebbe emesso la donna se nella sua vita avesse deciso di non procreare.

Una provocazione, forse.

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grazia
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Re: Media e dintorni

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Coronavirus, reale epidemia o macchinazione?

di Biagio Maimone

In molti si chiedono, da più di un mese, se il Coronavirus sia stato causato, come sostengono alcune fonti cinesi, da un animale, oppure tale virus sia stato prodotto in laboratorio, e, se è così, per quale motivo.

Un mio caro professore di economia sosteneva che ogni cinquantanni è necessaria una guerra per decimare la popolazione mondiale, in quanto la sua crescita eccessiva crea povertà e la vita economica si imbatte in grandi difficoltà che ostacolano il suo sviluppo.

La ricostruzione delle città, in seguito allo scoppio di una guerra, e la conseguente diminuzione della popolazione globale, a causa delle morti che la guerra causa, fanno ripartire l’economia.

Di tanto in tanto, nel corso della storia, l’adozione di un piano Marshall viene ritenuto necessario.

Si parte dal presupposto che siamo in troppi nel mondo e che tante sono le problematiche per riuscire a contenere una popolazione sempre più in crescita, considerato che ognuno, visto il benessere galoppante, vuole raggiungerlo a tutti i costi.

Migrazioni di popoli, inquinamento globale, carestie, calamità, guerre di religione, fanno pensare che siamo in tanti e che stiamo impazzendo.

Certo una guerra sarebbe devastante, considerato gli armamenti ed allora bisogna creare “di nascosto” un motivo per decimare la popolazione, senza ricorrere a strategie militari, suffragate dalla politica: ed ecco, allora, un virus letale, che si diffonda rapidamente e che possa decimare e sterminare intere popolazioni.

Dovrà essere un virus che difficilmente si debelli, anzi tale per cui si trovi la cura almeno dopo un anno, tempo necessario affinché il processo di sterminio si compia nel migliore dei modi.

Una guerra silenziosa, per la quale il ricorso alle armi non è necessario e, soprattutto, non sono necessarie strategie militari sorrette fa fasulle diplomazie.

Una volta decimata la popolazione mondiale ecco che l’economia riparte, magari ridisegnata dalle grandi potenze mondiali, le quali risvegliano i mercati che ritrovano linfa vitale nel processo di ricostruzione.

Tutto a tavolino? Oggi come oggi, tutto è possibile. Per il momento, rimangono opinioni, pareri, ma le popolazioni sono davvero impazzite e con esso l’intero pianeta che inizia a dare segnali di cedimento.

Intanto, a noi poveri esseri umani rimane come unica arma il sapone e qualche mascherina, con la speranza di non rientrare tra quelli, i quali da questo virus saranno sterminati.

giaguaro
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Re: Media e dintorni

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grazia ha scritto:
30 mar 2020, 9:48
Coronavirus, reale epidemia o macchinazione?

di Biagio Maimone

In molti si chiedono, da più di un mese, se il Coronavirus sia stato causato, come sostengono alcune fonti cinesi, da un animale, oppure tale virus sia stato prodotto in laboratorio, e, se è così, per quale motivo.

Un mio caro professore di economia sosteneva che ogni cinquantanni è necessaria una guerra per decimare la popolazione mondiale, in quanto la sua crescita eccessiva crea povertà e la vita economica si imbatte in grandi difficoltà che ostacolano il suo sviluppo.

La ricostruzione delle città, in seguito allo scoppio di una guerra, e la conseguente diminuzione della popolazione globale, a causa delle morti che la guerra causa, fanno ripartire l’economia.

Di tanto in tanto, nel corso della storia, l’adozione di un piano Marshall viene ritenuto necessario.

Si parte dal presupposto che siamo in troppi nel mondo e che tante sono le problematiche per riuscire a contenere una popolazione sempre più in crescita, considerato che ognuno, visto il benessere galoppante, vuole raggiungerlo a tutti i costi.

Migrazioni di popoli, inquinamento globale, carestie, calamità, guerre di religione, fanno pensare che siamo in tanti e che stiamo impazzendo.

Certo una guerra sarebbe devastante, considerato gli armamenti ed allora bisogna creare “di nascosto” un motivo per decimare la popolazione, senza ricorrere a strategie militari, suffragate dalla politica: ed ecco, allora, un virus letale, che si diffonda rapidamente e che possa decimare e sterminare intere popolazioni.

Dovrà essere un virus che difficilmente si debelli, anzi tale per cui si trovi la cura almeno dopo un anno, tempo necessario affinché il processo di sterminio si compia nel migliore dei modi.

Una guerra silenziosa, per la quale il ricorso alle armi non è necessario e, soprattutto, non sono necessarie strategie militari sorrette fa fasulle diplomazie.

Una volta decimata la popolazione mondiale ecco che l’economia riparte, magari ridisegnata dalle grandi potenze mondiali, le quali risvegliano i mercati che ritrovano linfa vitale nel processo di ricostruzione.

Tutto a tavolino? Oggi come oggi, tutto è possibile. Per il momento, rimangono opinioni, pareri, ma le popolazioni sono davvero impazzite e con esso l’intero pianeta che inizia a dare segnali di cedimento.

Intanto, a noi poveri esseri umani rimane come unica arma il sapone e qualche mascherina, con la speranza di non rientrare tra quelli, i quali da questo virus saranno sterminati.
Se mi comportassi come dovuto dovrei dare il mio manifesto assenso a tutti i tuoi post. Però oggi, nonostante la mia avarizia in quel senso, mi vedo costretto a condividere quanto dice il caro professore di Biagio Maimone. Se il coronavirus è stato creato in laboratorio bisogna cercare di capire la ragione per cui noi dobbiamo costruire questa specie di bombe atmiche e magari anche quelle all'idrogeno, per poi testarle sulla pelle degli altri.
Se così fosse si potrebbe sospettare veramente una certa malizia, con gravi sintomi di feroce malvagità.

Smiling Bye

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grazia
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Re: Media e dintorni

Messaggio da leggere da grazia »

ciao gentile Giaguaro è sempre un piacere incontrarti da queste parti del forum . Buona giornata Bye

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grazia
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Re: Media e dintorni

Messaggio da leggere da grazia »

POLITICI O POLITICANTI?
LA DOTTA ANALISI DI ” NORCIA PENSANTE”


Facciamo un breve riassunto di quanto scritto finora. I singoli cittadini non possono vivere soli,in senso figurato ovviamente, ma devono per forza appartenere ad un gruppo. Per esemplificare noi apparteniamo al comune di Norcia,alla regione Umbria, allo stato italiano e alla comunità europea. Ora poichè non è possibile che ciascun cittadino si occupi della relazione tra se stesso e ciascuno di questi gruppi e tra i gruppi stessi, democraticamente si individuano dei rappresentanti e gli si dà il difficilissimo compito di curare gli interessi di tutti,di programmare il futuro di tutti, eccetera eccetera… quindi i rappresentanti utilizzano lo strumento politica per realizzare il bene della comunità e indirettamente dei singoli cittadini.Il problema che si pone è: come scegliere questi rappresentanti? e quali caratteristiche,professionalità,attitudini dovrebbero avere per fare il politico? Già perchè anche se ancora non lo abbiamo detto, questi famosi rappresentanti in fin dei conti vanno a far parte della classe dei politici. A questo punto troviamo una grossa difficoltà a capire una cosa:nella società civile,per fare un qualsiasi lavoro occorre una qualifica,ad esempio chi vuole fare il medico deve studiare da medico e avere anche una certa pratica con gli ammalati per evitare conseguenze disastrose; ma anche chi vuole fare l'agricoltore deve possedere determinate capacità e conoscenze al fine di evitare una sicura rovina della propria attività economica. Al contrario, chi dovrebbe occuparsi delle attività e non solo di tutti i cittadini non deve possedere alcun requisito in particolare. In teoria qualsiasi cittadino potrebbe farsi eleggere rappresentante degli altri e occuparsi delle sorti di tutti. E' una grande contraddizione. Secondo noi, il mestiere, l'arte ,o chissà come si chiama,del politico è una delle cose più difficili che si possano fare. Dovrebbe essere una persona in grado di cogliere le esigenze dei singoli cittadini e dell'intero gruppo, in grado di relazionarsi con gruppi più estesi, e con una capacità di risolvere i problemi al di sopra della media, portando avanti idee innovative e al tempo stesso a beneficio del numero maggiore possibile di cittadini. Se il politico fosse realmente così, non saremmo qui ad occuparci di questi problemi. quando uno sta bene in salute,infatti, pensa mai ai medici, agli ospedali o alle medicine? no, e se siamo a scrivere di tutto questo è perchè riteniamo che i politici non riescano ad applicare bene la politica e a soddisfare i problemi non diciamo di tutti, perchè sarebbe troppo, ma almeno della metà dei cittadini.Ecco allora che viene fuori la parola POLITICANTE;quando nel post precedente abbiamo consultato il vocabolario, sotto la voce POLITICA abbiamo trovato la voce POLITICANTE, che con la nostra ignoranza pensavamo fosse un sinonimo di POLITICO ed invece abbiamo letto le seguenti definizioni:CHI SI DEDICA ALLA ATTIVITA' POLITICA SENZA DISPORRE DELLA NECESSARIA PREPARAZIONE CHI SI OCCUPA DI POLITICA UNICAMENTE PER SODDISFARE LE PROPRIE MIRE E AMBIZIONI,O PER TRARNE VANTAGGI MATERIALI
Forse in ambito regionale e nazionale ne esistono pochi di politicanti, o ci auspichiamo che non esistano per niente per il bene di tutti. Possiamo però affermare con certezza che in ambito locale qualcuno esiste, e ci auguriamo che aspiri a diventare un politico. E' molto meglio infatti che un politicante cerchi in tutti i modi di diventare un politico,e volere è potere, piuttosto che un politico creda di essere tale e alla fine con i risultati del proprio lavoro dimostri a tutti di essere solo un povero politicante. Abbiamo lanciato molti spunti di riflessione e speriamo servino a qualcosa.”

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