L'ITALIE ENCORE À TERRE ha titolato in prima pagina
L'Équipe, il più prestigioso quotidiano sportivo europeo. Per la terza volta consecutiva siamo fuori dal campionato mondiale di calcio. È la più brutta e più grave delle tre figuracce perché resteremo a casa a guardare un
mondiale ipertrofico a 48 squadre, 16 in più delle edizioni precedenti (formula mirata a ingigantire la torta dei diritti tv). In buona sostanza,
siamo retrocessi nel terzo mondo del calcio. Alla Coppa del Mondo 2026, che inizierà l'11 giugno, parteciperanno 4 esordienti:
Uzbekistan, Giordania, Capo Verde (isola al largo del Senegal) e
Curaçao (isoletta famosa solo per l'omonimo liquore, che fino al 2010 faceva parte delle Antille Olandesi), ma non ci sarà la nazione tuttora seconda (ex aequo con la Germania) nell'Albo d'oro della Coppa, con 4 vittorie dietro le 5 del Brasile. Che tristezza e che vergogna! Al nostro posto ci sarà la
Bosnia, 65sima nel ranking FIFA, che nello spareggio non ha rubato nulla (anche se
Bastoni le ha regalato molto), che ha la popolazione di Napoli e provincia, e che è uno dei paesi più poveri d'Europa (come PIL pro capite stanno leggermente peggio solo Bielorussia, Moldavia e Kosovo, Ucraina a parte). Ormai non si può più parlare di bocciatura episodica o casuale: su un campetto che da noi sarebbe buono per la serie C,
è stato eliminato il calcio italiano. Però, fino al momento in cui scrivo, non si riesce a eliminare i responsabili diretti del disastro: il presidente della FIGC, i consiglieri federali che lo hanno rieletto per la terza volta (con il 98,7% dei voti) e il commissario tecnico. Tuttavia, conoscendo
Rino Gattuso (che allenò per una stagione e mezza il mio Napoli subentrando all'esonerato Ancelotti ed è un professionista serio) sono sicuro che farà un passo indietro. Naturalmente le responsabilità individuali sono relative: qui stiamo parlando di una
crisi strutturale ed epocale del nostro calcio. Crisi mascherata dalle vittorie abbastanza fortunose al mondiale 2006 e all'europeo 2021, e dalle squadre di club che si imbottiscono di stranieri. Basta pensare che nelle due ultime edizioni del mondiale in cui fummo presenti (2010 e 2014) non superammo il girone iniziale, e che nel Como allenato dallo spagnolo Fabregas, la squadra che oggi gioca il miglior calcio della serie A, parlano italiano solo un paio di panchinari.
La mattina dopo la disfatta bosniaca sono andato a fare colazione al bar. Era affollato ma nessuno aveva voglia di parlare di calcio. Solo qualche tipica e muta espressione facciale o gestuale a rappresentare delusione, tristezza, rassegnazione.
Con il tramonto della nazionale l'Italia sta perdendo un elemento di aggregazione sociale. Senza farmi illusioni, chiudo con
due proposte per provare a uscire dal tunnel.
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Ritorno alla serie A a 16 squadre. Come nel 1982, l'anno dell'ultima vera e grande Italia, quella di Bearzot, Rossi, Scirea, Tardelli, Conti, Antognoni... 30 giornate invece di 38, 240 partite invece di 380. Meno diritti tv, meno denaro, ma meno stress, meno infortuni, più spazio per la nazionale e vantaggio anche per i club rispetto ai rivali europei impegnati in campionati più lunghi.
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Programma per valorizzare i giovani da attuarsi in tre anni. Obbligo di schierare almeno un titolare in campo proveniente dal
vivaio (squadre giovanili) di ciascuna squadra in tutte le partite di serie A e Coppa Italia. Almeno due il secondo anno, tre il terzo, poi sempre almeno tre. E obbligo per tutti i club di investire nel vivaio una somma equivalente a non meno del 10% del monte ingaggi il primo anno. Non meno del 15% il secondo anno e del 20% il terzo, poi sempre almeno il 20%. Es. una squadra come il Milan, che ha un monte ingaggi di 100 milioni e stipendi medi da 4,4 milioni, dovrà investire nel vivaio almeno 20 milioni l'anno.

Non sono d'accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo