spigolando spigolando

Discussioni di vario genere riguardanti l'istruzione, la cultura, la letteratura o poesia.
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grazia
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Re: spigolando spigolando

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Il garibaldino che fece il Corriere della Sera
Scritto da: Massimo Nava

Questa è la storia del fondatore del Corriere della Sera e del mio nuovo libro, edito da Rizzoli,



Nella gloriosa spedizione alla conquista del Regno delle due Sicilie, Giuseppe Garibaldi ebbe al seguito un inviato speciale d’eccezione, Alessandro Dumas. Lo scrittore aveva deciso di raggiungere l’eroe dei due mondi per raccontarne le gesta. Gaudente quanto famoso, si era fatto accompagnare da una bellissima attrice, di quarant’anni più giovane. Dumas poteva sembrare suo nonno, ma l’amante, durante la guerra, gli avrebbe dato una figlia. Garibaldi, forse sollecitato nell’orgoglio, affidò a Dumas la scrittura delle memorie e la fondazione di un giornale - L’Indipendente – con la missione di infondere nell’opinione pubblica lo spirito dell’unità italiana. Il foglio, per quanto redatto in gran parte da Dumas, doveva essere stampato in italiano. Per questo lo scrittore cercò un interprete che gli desse una mano. A Napoli, fece la conoscenza di un ragazzo che parlava perfettamente la sua lingua.

Cominciò così - con un lavoro che oggi si definirebbe precario – l’avventura nel giornalismo di Eugenio Torelli Viollier. Al servizio di Dumas fu traduttore, segretario, estensore, confidente. Figlio di un avvocato oppositore dei Borbone e di madre francese, dalla quale prese il cognome Viollier, si era arruolato con i garibaldini e aveva combattuto sui monti dell’Irpinia. Fra lui e lo scrittore sbocciò un lungo sodalizio di lavoro e amicizia che proseguì anni dopo a Parigi, dove il giovane napoletano si era trasferito per seguire Dumas, una volta conclusa l’esperienza all’Indipendente.

Nella capitale francese, in pieno sviluppo economico sotto l’imperatore Napoleone III, Torelli Viollier frequentò il bel mondo dei salotti culturali, entrò in contatto con famosi giornalisti ed editori, coltivò le sue passioni per la letteratura e il melodramma, scrisse corrispondenze per giornali italiani, fino a quando l’editore Sonzogno gli propose di venire a Milano per dirigere due riviste dell’epoca, l’Illustrazione Universale e l’Emporio Pittoresco. Nella Milano post unitaria, che aspirava a diventare capitale economica e morale, frequentò gli ambienti della Scapigliatura, versione lombarda dello spirito bohémien parigino, strinse rapporti con i nuovi capitani d’industria, cercò il successo letterario, ebbe cocenti delusioni personali, si lasciò coinvolgere in roventi polemiche politiche e culturali che sfociarono addirittura in duelli. Fino a quando cominciò ad accarezzare il sogno di un giornale tutto suo, che avesse nei cromosomi lo spirito d’autonomia e indipendenza di giudizio della sua prima esperienza e che al tempo stesso rispecchiasse la sua visione del Paese da costruire e le sue idee, riconducibili in estrema sintesi nel pensiero di Cavour e nella destra che a quel tempo governava la giovane Italia. Così, nella prima domenica di Quaresima del 1876 nacque il Corriere della Sera.

Eugenio Torelli Violler disponeva di un capitale modesto e poteva contare su una pattuglia di amici, precari come lui e come lui animati da passione civile e spirito garibaldino. La redazione fu organizzata nella Galleria Vittorio Emanuele, da poco inaugurata : due sole stanzette, ma un indirizzo prestigioso, a due passi dalla Scala, nel cuore della Milano mondana che, uscendo dai teatri e dagli eleganti caffè, avrebbe sentito subito gli strilloni annunciare l’uscita del giornale.

La storia del Corriere della Sera, giornale della nascente classe dirigente del nord, s’intreccia in modo indissolubile con la storia dell’unità d’Italia ed è abbastanza nota e ricostruibile negli archivi del giornale e nelle biblioteche universarie. Così come sono abbastanza noti e documentati i criteri che guidarono Torelli Viollier nell’impostazione e nello sviluppo del giornale e che, a ben vedere, rispecchiano ancora oggi l’identità del quotidiano di via Solferino : l’autonomia e l’indipendenza della direzione, la sacralità della notizia, la libertà di giudizio. “La differenza fra un grande e un piccolo giornale - diceva – è che il grande giornale pubblica anche le notizie che dispiacciono. S’intende - aggiungeva – la notizia che ci dispiace la si commenta come più ci piace.”

In gran parte sconosciuti sono invece aspetti personali e familiari della figura del fondatore del Corriere, la sua personalità, il rapporto con Dumas, i vasti interessi che andavano dalla storia antica allo spiritismo, dai libretti d’opera al collezionismo d’arte. Nel lavoro di ricostruzione (e libera interpretazione) di tante vicende e curiosità di una vicenda così intensa mi sono chiesto quali fossero, al fondo, le sue vere ambizioni e passioni : il giornalismo, il Corriere che diresse per oltre vent’anni con brevi interruzioni, oppure l’impegno per fare un’Italia migliore, libera, giusta, nel solco delle grandi potenze europee che ammirava oppure ancora, nel fondo del cuore, il sogno di una consacrazione letteraria che non sarebbe mai arrivata?

Di certo, cercando di interpretare le tracce vaghe e controverse della sua vita, si scopre un intellettuale schivo e riservato, mai davvero di parte, al punto da rischiare spesso l’isolamento. Come quando, negli ultimi anni, si oppose alla repressione dei moti milanesi ordinata a colpi di cannone dal generale Bava Beccaris e fu costretto a lasciare la direzione del Corriere. Era un uomo d’ordine, ma disgustato dal vedere calpestate la legalità e le ragioni di una protesta sociale : “L’arbitrio sostituisce la legge (...) A vedere trattata così la libertà di stampa mi sento ferito nel più intimo della mia coscienza di cittadino”, scrisse.

Torelli Viollier non era una persona facile e fu raramente sereno e felice. Anche la vita privata fu segnata da un matrimonio combattuto, non allietato da figli, che si concluse in un drammatico divorzio. La moglie - la Marchesa Colombi, scrittrice di successo già all’epoca e prima giornalista del Corriere della Sera - si rivelò una donna più importante per il giornale e per la letteratura che per lui :

Torelli morì nella sua grande casa milanese all’inizio del Novecento, quasi in solitudine, con accanto l’unica persona che gli fu vicina tutta la vita, la sorella Luisa. Morì senza vedere l’Italia nuova che aveva sognato e lasciando il Corriere nelle mani di un giovane che avrebbe portato il giornale a un grande sviluppo : Luigi Albertini. Ma le prime intuizioni e le basi per questo sviluppo furono sue e non sempre riconosciute. Torelli fu il primo a volere un giornale che non fosse di parte, il primo a importare in Italia mentalità e tradizioni del giornalismo anglosassone, il primo a volere corrispondenti dall’estero e inviati speciali, il primo a negoziare la propria autonomia con la proprietà. Eppure, l’inquitudine interiore non lo abbandonò mai : “Vivo in un ordine d’idee che sarebbe inteso a dir molto da venticinque lettori, ma mi sforzo di continuare a credere che gli altri ventimila o centomila vogliano capirmi.”

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grazia
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STATI, GOVERNI. QUAL'È IL MIGLIORE?
Voltaire -Dizionario Filosofico




Fino ad oggi non ho conosciuto persona che non abbia governato qualche Stato. Non parlo dei signori ministri, che governano in effetto, chi per due o tre anni, chi per sei mesi e chi per sei settimane; parlo di tutti gli altri uomini che, a cena o nel loro gabinetto, espongono il loro sistema di governo, riformando gli eserciti, la Chiesa, la magistratura e le finanze.

L'abate di Bourzeis si mise a governare la Francia verso l'anno 1645, sotto il nome del cardinale di Richelieu e scrisse quel Testamento politico, nel quale vuole arruolare la nobiltà nella cavalleria per tre anni; far pagare la taglia alle camere dei conti e ai parlamenti, privare il re dei proventi della gabella; e afferma in particolare che, per entrare in guerra con cinquantamila uomini, bisogna, per economia, arruolarne centomila; dichiara che «la sola Provenza ha molti più porti di mare della Spagna e dell'Italia messe assieme».

L'abate di Bourzeis non aveva viaggiato. Del resto la sua opera pullula di anacronismi e di errori: fa firmare il cardinale di Richelieu in una maniera che egli non usò mai, lo fa parlare come mai parlò. Per di più, impiega un intero capitolo per dire che «la ragione deve essere la regola di uno Stato» e sforzandosi di provare tale scoperta. Quest'opera delle tenebre, questo bastardo dell'abate di Bourzeis passò a lungo per il figlio legittimo del cardinale di Richelieu; e tutti gli accademici, nei loro discorsi di recezione, non mancavano di lodare a dismisura questo capolavoro di politica.

Messer Gatien de Courtilz, visto il successo del Testamento politico di Richelieu, fece stampare all'Aja il Testamento di Colbert, con una bella lettera del signor Colbert al re. È chiaro che se questo ministro avesse scritto un simile testamento, si sarebbe dovuto interdirlo; tuttavia, questo libro è stato citato da qualche autore. Un altro furfante, di cui si ignora il nome, non mancò di darci il Testamento di Louvois, ancora peggiore, se possibile, di quello di Colbert; e un abate di Chevremont fece testare anche Carlo, duca di Lorena. Abbiamo poi avuto i testamenti politici del cardinale Alberoni, del maresciallo di Belle-Isle, e infine quello di Mandrin.

Il signor de Boisguillebert, autore di Le Détail de la France, stampato nel 1695, sotto il nome del maresciallo di Vauban, presentò il suo ineseguibile progetto della decima regale.

Un pazzo, di nome La Jonchère, povero in canna, compose, nel 1720, un progetto finanziario in quattro volumi; e certi stupidi hanno citato questa produzione come un'opera di La Jonchère, tesoriere generale, sicuri che un tesoriere non potrà mai scrivere un cattivo libro di finanze.

Ma bisogna ammettere che uomini molto saggi, e forse molto degni di governare, scrissero sull'amministrazione degli Stati, sia in Francia, sia in Spagna, sia in Inghilterra. I loro libri fecero un gran bene: non che, quando quei libri uscirono, abbiano corretto i ministri in carica, perché un ministro non si corregge e non può correggersi: ormai sta in alto, niente più istruzioni né consigli; non ha tempo d'ascoltarli, la corrente degli affari lo travolge. Ma quei buoni libri formano i giovani destinati alle cariche; formano i principi, e la seconda generazione è istruita.

Il buono e il cattivo di tutti i governi sono stati esaminati profondamente in questi ultimi tempi. Ditemi dunque, voi che avete viaggiato, che avete letto e veduto, in quale Stato, sotto quale specie di governo vorreste essere nato? È chiaro che un gran signore terriero francese non sarebbe scontento d'essere nato in Germania: sarebbe sovrano, invece d'essere suddito; e che un pari di Francia sarebbe molto lieto di godere i privilegi della parìa inglese: sarebbe legislatore.

Il magistrato e il finanziere si troverebbero meglio in Francia che altrove.

Ma quale patria sceglierebbe un uomo saggio, libero, dotato di non larghi mezzi, e senza pregiudizi?

Un membro del consiglio di Pondichéry, abbastanza colto, ritornava in Europa per via di terra con un bramino, più istruito dei comuni bramini. «Come trovate il Governo del Gran Mogol?» chiese il consigliere. «Abominevole,» rispose il bramino. «Come volete che uno Stato possa essere ben governato dai tartari? I nostri ragià, i nostri omra, i nostri nababbi ne sono molto contenti, ma i cittadini non lo sono affatto, e milioni di cittadini contano qualcosa.»

Il consigliere e il bramino attraversarono ragionando tutta l'Asia superiore. «Avete osservato?» disse il bramino. «In questa vasta parte del mondo non c'è neppure una repubblica.» «C'è stata una volta quella di Tiro,» disse il consigliere, «ma non è durata a lungo. Ce n'era anche un'altra verso l'Arabia Petrea, in un piccolo paese chiamato Palestina, se si può onorare col nome di repubblica un'orda di ladri e usurai, governata ora da giudici, ora da re, ora da sommi pontefici, divenuta schiava sette o otto volte e infine cacciata dal paese che aveva usurpato.»

«Capisco,» disse il bramino, «che sulla terra si trovino pochissime repubbliche. Gli uomini sono ben di rado degni di governarsi da soli. Questa fortuna non può toccare che a piccoli popoli che si nascondono in isole o tra le montagne, come dei conigli che stanno alla larga dagli animali carnivori; ma alla lunga vengono scoperti e divorati.»

Quando i due viaggiatori arrivarono nell'Asia Minore, il consigliere disse al bramino: «Credereste mai che ci fu una repubblica, fondata in un angolo dell'Italia, che durò più di cinquecento anni e che fu padrona di quest'Asia Minore, dell'Asia, dell'Africa, e ancora della Grecia, delle Gallie, della Spagna e di tutta l'Italia?» «Dunque ben presto si trasformò in monarchia?» disse il bramino. «Avete indovinato,» disse l'altro, «ma quella monarchia crollò, e noi facciamo tutti i giorni belle dissertazioni per scoprire le cause della sua decadenza e della sua caduta.» «Perdete tempo e basta,» disse l'indiano: «quell'impero è caduto perché esisteva. Bisogna pure che tutto cada; spero che capiti altrettanto all'impero del Gran Mogol.» «A proposito,» disse l'europeo, «credete anche voi che in uno Stato dispotico importi più l'onore e, in una repubblica, la virtù?» L'indiano, dopo essersi fatto spiegare dall'altro che cosa intendesse per onore, rispose che l'onore era più necessario in una repubblica, e che c'era maggior bisogno di virtù in uno Stato monarchico. «Perché,» disse, «un uomo che pretende d'essere eletto dal popolo, non lo sarà, se è disonorato; invece a corte potrà facilmente ottenere qualche carica, secondo la massima di un grande principe, che un cortigiano, per riuscire, non deve avere né onore né spirito. Quanto alla virtù, a corte occorre possederne a dismisura per osar dire la verità. L'uomo virtuoso vive molto più a suo agio in una repubblica: non deve adulare nessuno.»

«Credete» disse l'europeo, «che le leggi e le religioni debbano adattarsi ai vari climi, come a Mosca si portano pellicce e veli a Delhi?» «Sì, senza dubbio,» rispose il bramino; «tutte le leggi che concernono la fisica sono calcolate in rapporto al meridiano in cui si abita; a un tedesco basta una sola donna, e a un persiano ne occorrono tre o quattro. I riti religiosi sono della stessa natura: se fossi cristiano, come potrei dir messa al mio paese, dove non c'è né pane né vino? Per quel che riguarda i dogmi, è diverso: il clima non c'entra affatto. La vostra religione non è forse nata in Asia, da dove venne cacciata? Non si è propagata fin verso il mar Baltico, dove era ignota?» «In quale Stato, sotto quale governo vorreste vivere?» chiese il consigliere. «Dappertutto, fuorché nel mio paese,» rispose il suo compagno. «E ho trovato molti siamesi, tonchinesi, persiani e turchi, che dicevano la stessa cosa.» «Ma ancora una volta,» disse l'europeo, «quale Stato scegliereste?» «Quello nel quale si obbedisce solo alle leggi,» rispose il bramino. «È una vecchia risposta,» disse il consigliere. «Ma pur sempre giusta,» disse il bramino. «E dov'è mai questo paese?» chiese il consigliere. Il bramino rispose: «Bisogna cercarlo.»

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grazia
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Re: spigolando spigolando

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Er congresso de li cavalli
Trilussa


Un giorno li Cavalli,
stufi de fa' er Servizzio,
tennero un gran comizzio de protesta.
Prima parlò er Cavallo d'un caretto:
Compagni! Se vi séte messi in testa
de mijorà la classe,
bisogna arivortasse a li padroni.
Finora semo stati troppo boni
sotto le stanghe de la borghesia!
Famo un complotto! Questo qui è er momento
d'arubbaje la mano e fasse sotto!
Morte ar cocchiere! Evviva l'anarchia!
Colleghi, annate piano:
strillò un Polledro giovene
d'un principe romano
ché se scoppiasse la rivoluzione
io resterebbe in mezzo a un vicoletto
perché m'ammazzerebbero er padrone.
Io direbbe piuttosto,
de presentà un proggetto ne la quale...
Odia micchi, gras tibbi, è naturale!
disse un Morello che da ventun'anno
stracinava el landò d'un cardinale.
Ma se ce fusse un po' de religgione
e Sant'Antonio nostro c'esaudisse...
L'Omo, che intese, disse: Va benone!
Fintanto che 'sti poveri Cavalli
vanno così d'accordo
io faccio er sordo e seguito a frustalli!

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grazia
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l'angolino del sorriso


BRRRRRR!!!!!

CIMITERIALE(si fa per dire!)

2 scheletri decidono di fare un giro in moto.
"Aspettami che prendo il cappotto!"
"Ma che cosa ci fai col cappotto? non puoi sentire freddo sei morto!!!"
"Hai ragione allora prendo il casco!"
"Ma allora sei scemo!sei già morto,anche se cadi non puoi farti male!"
Allora il primo scheletro corre nella tomba e poco dopo esce con la lapide sotto braccio...
"Ma cosa diavolo fai con la lapide?"
"E che caspita Il cappotto non me l'hai fatto prendere ,il casco nemmeno,almeno fammi portare i documenti.......

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grazia
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BENE (SOMMO BENE)


Voltaire


Gli antichi han discusso molto sul sommo bene. Tanto valeva chiedersi cos'è il sommo blu, o il sommo intingolo, il sommo camminare, il sommo leggere ecc.

Ciascuno pone il proprio bene dove può, e ne ha quanto può, a suo modo.

Quid dem? quid non dem? Renuis tu quod jubet alter...

Castor gaudet equis; ovo prognatus eodem

Pugnis...

Il massimo bene è quello che vi diletta con tanta forza da mettervi nella totale impossibilità di sentire altro; come il male peggiore è quello che finisce col privarci di qualsiasi sentimento. Ecco i due estremi della natura umana, e questi due momenti sono brevi. Non esistono né estreme delizie né estremi tormenti che possano durare tutta la vita: il sommo bene e il sommo male sono chimere.

Abbiamo la bella favola di Crantore: la Ricchezza, il Piacere, la Salute e la Virtù si presentano ai giochi olimpici, ciascuna pretendendo il premio. La Ricchezza dice: «Il pomo tocca a me, perché con me si compra qualsiasi bene.» Il Piacere dice: «No, spetta a me, perché si cerca la ricchezza solo per avermi.» La Salute afferma che senza di lei, non può esserci piacere e che la ricchezza è inutile. Finalmente la Virtù dimostra che essa è superiore alle altre tre, perché con l'oro, i piaceri e la salute ci si può ridurre a uno stato ben miserabile, se ci si comporta male. E il pomo fu dato alla Virtù.

La favola è molto ingegnosa, ma non risolve l'assurda questione del sommo bene. La virtù non è un bene, ma un dovere; è di un genere diverso, di ordine superiore. Non ha niente a che fare con le sensazioni dolorose o piacevoli. L'uomo virtuoso, che abbia il mal della pietra o la gotta, che sia senza appoggi, senza amici, privo del necessario, perseguitato, messo in catene da un tiranno voluttuoso e in buona salute, è profondamente infelice; mentre il suo insolente persecutore che accarezza una nuova amante sul suo letto di porpora è felicissimo. Dite che il saggio perseguitato è preferibile al suo insolente persecutore; dite che amate l'uno e detestate l'altro: ma ammettete che il saggio in catene ha le furie nel cuore. Se il saggio non vuole ammetterlo, v'inganna, è un ciarlatano.

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BENE (TUTTO È BENE)

Voltaire

Ci fu un gran chiasso nelle scuole, ed anche fra le persone che ragionano, quando Leibniz, parafrasando Platone, costruì il suo edificio del migliore dei mondi possibili, immaginando che tutto vada per il meglio. Egli affermò, nel nord della Germania, che Dio non poteva creare che un solo mondo.

Platone, almeno, aveva lasciato a Dio la libertà di farne cinque, per la ragione che non ci sono che cinque solidi regolari: il tetraedro, il cubo, l'esaedro, il dodecaedro e l'icosaedro. Ma siccome il mondo non ha la forma di nessuno dei cinque solidi di Platone, questi avrebbe dovuto permettere a Dio una sesta maniera.

Lasciamo da parte il divino Platone. Leibniz, che era sicuramente miglior geometra di lui e un più profondo metafisico, rese dunque al genere umano il servizio di mostrargli che dobbiamo essere tutti contenti e che Dio non poteva fare di più per noi, poiché aveva necessariamente scelto, tra tutti i partiti possibili, quello incontestabilmente migliore.

«E il peccato originale, dove lo mettiamo?» gli dissero. «Dove sarà possibile metterlo,» rispondevano Leibniz e i suoi amici. Ma, in pubblico, egli scriveva che il peccato originale rientrava necessariamente nel migliore dei mondi possibili.

Come! essere cacciati da un luogo di delizie, dove si sarebbe potuto vivere per sempre se non si fosse mangiata una mela; generare nella miseria dei figli miserabili che soffriranno di tutto e di tutto faranno soffrire gli altri! Come! Patire tutte le malattie, provare tutti i dispiaceri, morire nel dolore e, come rinfresco, venir bruciati per l'eternità: questa sorte sarebbe proprio la migliore possibile? Per noi non è certo una sorte invidiabile; in che modo può esserlo per Dio?

Leibniz capiva che non c'era niente da rispondere; così scrisse dei grossi libri che son tutta una contraddizione.

Negare che il male esiste, potrà essere detto per scherzo da un Lucullo, che gode ottima salute e che fa un buon pranzo con i suoi amici e la sua amante, nel salone di Apollo; ma basta che metta il capo fuor della finestra e vedrà degli infelici; o che gli venga la febbre, e sarà tale lui stesso.

Io non amo far citazioni; di solito, è una faccenda spinosa: si trascura ciò che precede e segue il passo che si cita e ci si espone a mille contestazioni. Tuttavia bisogna che citi Lattanzio, Padre della Chiesa, che nel capitolo XIII del suo De ira Dei, fa così parlare Epicuro: «O Dio vuole togliere il male da questo mondo, e non lo può; o lo può e non lo vuole; o non lo può né lo vuole; o, infine, lo vuole e lo può. Se lo vuole e non lo può, è impotenza, il che è contrario alla natura di Dio; se lo può e non lo vuole, è malvagità, il che non è meno contrario alla sua natura; se non lo vuole né lo può, è al tempo stesso malvagità e impotenza; se lo vuole e lo può (la sola ipotesi che si addica a Dio), donde viene il male sulla terra?»

L'argomento è arduo, e ad esso Lattanzio risponde nel peggiore dei modi, dicendo che Dio vuole il male, ma che ci ha dotati della saggezza che ci permette di conseguire il bene. Bisogna confessare che, in confronto con l'obiezione, questa è una risposta assai debole. Suppone infatti che Dio non possa darci la saggezza se non creando il male; e poi, che simpatica saggezza è la nostra!

L'origine del male è sempre stato un abisso di cui nessuno ha mai potuto vedere il fondo. È questo che ha ridotto tanti antichi filosofi e legislatori a ricorrere a due principi, uno buono e l'altro cattivo. Tifone era il principio del male presso gli egizi, Arimane lo era presso i persiani. I manichei adottarono, come si sa, questa teologia; ma poiché essi non parlarono mai né col principio buono né con quello cattivo, non bisogna credere loro sulla parola.

Fra le assurdità di cui rigurgita questo mondo, e che possiamo annoverare tra i nostri mali, la minore non è quella di aver supposto due esseri onnipotenti, che si combattono per stabilire quale dei due dovrà mettere una maggiore quantità di sé nel mondo, e fanno un accordo come i due dottori di Molière: concedetemi l'emetico, e io vi concederò il salasso.

Basìlide, seguendo i platonici, pretese, fin dal primo secolo della Chiesa, che Dio diede da fare il nostro mondo agli angeli della schiera più bassa, e che costoro, poco abili, fecero le cose quali le vediamo. Ma questa favola teologica va in fumo davanti alla tremenda obiezione che non è nella natura di un Dio onnipotente e saggio far costruire un mondo da architetti che non sanno affatto il loro mestiere.

Simone, che intuì questa obiezione, tentò di prevenirla dicendo che l'angelo che presiedeva alla fabbrica fu dannato per aver fatto così male il suo lavoro; ma le scottature di quest'angelo non guariscono noi.

L'avventura di Pandora presso i greci non risponde meglio all'obiezione. Il vaso, nel quale si trovavano rinchiusi tutti i mali, e al cui fondo resta la speranza, è invero una graziosa allegoria; ma quella Pandora fu foggiata da Vulcano solo per vendicarsi di Prometeo, che aveva fatto un uomo col fango.

Nemmeno gli indiani se la sono cavata meglio: Dio, creato l'uomo, gli diede una droga che gli avrebbe assicurato la salute per sempre; l'uomo caricò la droga sul suo asino, l'asino ebbe sete, e il serpente gl'insegnò una fontana; poi, mentre l'asino beveva, il serpente gli portò via la droga.

I siriani immaginarono che l'uomo e la donna, creati nel quarto cielo, si azzardarono a mangiare una focaccia, invece dell'ambrosia, che era il loro cibo naturale. L'ambrosia si esalava attraverso i pori; mentre, dopo aver mangiato la focaccia, bisognava andare al cesso. L'uomo e la donna pregarono un angelo d'insegnar loro dove si trovasse detto luogo. «Vedete,» disse l'angelo, «quel piccolissimo pianeta laggiù a circa sessanta milioni di leghe da qui? È il gabinetto dell'universo; andateci subito.» Essi ci andarono, e ci restarono. E da allora il nostro mondo fu quel che è.

Si potrà sempre domandare ai siriani perché Dio permise che l'uomo mangiasse quella focaccia e ne derivasse così per noi una quantità di mali tanto spaventosi.

Da questo quarto di cielo passo immediatamente a Lord Bolingbroke, tanto per non annoiarmi. Quest'uomo, che era senza dubbio un grande ingegno, diede al celebre Pope il piano del suo «Tutto è bene» che si ritrova, infatti, parola per parola, nelle opere postume di Lord Bolingbroke e che Lord Shaftesbury aveva già inserito nelle sue Characteristics. Leggete in Shaftesbury il capitolo sui moralisti: vi troverete queste parole:

«C'è molto da rispondere a queste lamentele sui difetti della natura. Come mai essa è uscita così impotente e difettosa dalle mani di un essere perfetto? Ma io nego ch'essa sia difettosa... La sua bellezza risulta dalle contrarietà, e la concordia universale nasce da un perpetuo conflitto... È necessario che ogni essere sia immolato ad altri: i vegetali agli animali, gli animali alla terra...; e le leggi del potere centrale e della gravitazione, che danno ai corpi celesti il loro peso e il loro moto, non saranno certo alterate per riguardo a un debole animale, che pur essendo protetto da queste stesse leggi, sarà ben presto da esse ridotto in polvere.»

Bolingbroke, Shaftesbury e Pope, loro portavoce, non risolvono il problema meglio degli altri. Il loro «Tutto è bene» vuol dire semplicemente che tutto è retto da leggi immutabili; chi non lo sa? Non ci insegnate niente, quando osservate quel che sanno anche i bambini: che le mosche sono nate per essere divorate dai ragni, i ragni dalle rondini, le rondini dalle avèrle, le avèrle dalle aquile, le aquile per essere uccise dagli uomini, e gli uomini per ammazzarsi a vicenda e per essere mangiati dai vermi e poi, almeno mille su uno, dai diavoli.

Ecco un ordine chiaro e costante tra gli animali di ogni specie: dappertutto c'è ordine. Quando nella mia vescica si forma una pietra, ciò avviene per effetto di una meccanica ammirevole: degli umori calcarei passano a poco a poco nel mio sangue, si infiltrano nei reni, passano per gli ureteri, si depositano nella mia vescica, vi si riuniscono grazie ad un'eccellente attrazione newtoniana; si forma una pietruzza, si ingrossa, io soffro mali milIe volte peggiori della morte, sempre grazie al più bell'assetto del mondo; un chirurgo, che ha perfezionato l'arte inventata da Tubalcaino, viene a piantarmi un ferro acuto e tagliente nel perineo, afferra la mia pietruzza con le sue pinzette; quella si spezza sotto i suoi sforzi per effetto di un meccanismo necessario e, in virtù di questo meccanismo, io muoio fra i tormenti più atroci. E «tutto questo è bene», tutto questo è l'evidente conseguenza di principi fisici inalterabili: sono d'accordo, ma lo sapevo, come del resto lo sapete anche voi.

Se fossimo insensibili, non ci sarebbe niente da dire su questa fisica. Ma non si tratta di questo; noi vi chiediamo se vi sono o no dei mali sensibili, e da dove provengono. «Non esistono mali,» dice Pope nella sua quarta epistola sul suo «Tutto è bene», «o se ci sono dei mali particolari, essi compongono il bene generale.»

Ecco un singolare bene generale, che si compone della pietra, della gotta, di tutti i crimini, di tutte le sofferenze, della morte e della dannazione.

La caduta dell'uomo è l'impiastro che applichiamo a tutte queste malattie particolari dell'anima e del corpo, che voi chiamate salute generale; ma Shaftesbury e Bolingbroke se ne infischiano del peccato originale; Pope, anzi, non ne parla affatto: è chiaro che il loro sistema infirma alle basi la religione cristiana, e non ne spiega un bel niente.

Tuttavia, questo sistema è stato di recente approvato da numerosi teologi, che ammettono volentieri i contrari; alla buon'ora! Non bisogna invidiare a nessuno la consolazione di ragionare come può sul diluvio di mali che ci inonda. È giusto concedere ai malati senza speranza di mangiare quel che vogliono. Si è arrivati perfino a pretendere che questo sistema è consolante: «Dio,» dice Pope, «vede con lo stesso occhio morire l'eroe e il passero, disgregarsi un atomo o mille pianeti, formarsi una bolla di sapone o un mondo.»

Ecco davvero una bella consolazione! non trovate un gran sollievo nella ricetta di Shaftesbury, il quale dice che Dio non si metterà certo ad alterare le sue leggi eterne per un animale così meschino com'è l'uomo? Bisogna ammettere almeno che questo meschino animale ha ogni diritto di disperarsi umilmente e di cercar di comprendere, mentre grida, perché mai quelle leggi eterne non sono fatte per il benessere d'ogni individuo.

Questo sistema del «Tutto è bene» rappresenta l'autore di tutta la natura come un re potente e malefico, che resta impassibile se vede perire quattro o cinquecentomila uomini, e gli altri trascinare la loro vita nella fame e nelle lacrime, purché egli possa venire a capo dei suoi disegni.

Lungi dal consolarci, dunque, la teoria del migliore dei mondi possibili è scoraggiante per i filosofi che la accolgono.

La questione del bene e del male resta, per coloro che cercano in buona fede, un caos inestricabile; è solo un gioco intellettuale per coloro che amano disputare: sono dei forzati che giocano con le loro catene. Quanto al volgo, che non pensa, esso somiglia a quei pesci che da un fiume sono trasferiti in un vivaio; non sospettano d'essere lì per venir mangiati durante la quaresima: così noi, con le nostre sole forze, non sappiamo niente sulle cause del nostro destino. Mettiamo dunque, alla fine di quasi tutti i capitoli di metafisica, le due lettere dei giudici romani, quando una causa rimaneva oscura: N.L., non liquet, la cosa non è chiara.

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grazia
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Re: spigolando spigolando

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PLATONE, IL MITO DI GIGE

Ascolta ora il primo argomento che avevo preannunciato, ovvero che cos'è la giustizia e da dove nasce. Si dice che il commettere ingiustizia sia per natura un bene, il subirla un male, e che il subirla sia un male maggiore di quanto non sia un bene commetterla; di conseguenza, quando gli uomini commettono ingiustizie reciproche e provano entrambe le condizioni, non potendo evitare l'una e a scegliere l'altra sembra loro vantaggioso accordarsi per non commettere né subire ingiustizia. Di qui cominciarono a stabilire leggi e patti tra loro e a dare a ciò che viene imposto dalla legge il nome di legittimo e di giusto. Questa è l'origine e l'essenza della giustizia, che sta a metà tra la condizione migliore, quella di chi non paga il fio delle ingiustizie commesse, e la condizione peggiore, quella di chi non può vendicarsi delle ingiustizie subite. Ma la giustizia, essendo in una posizione intermedia tra questi due estremi, viene amata non come un bene, ma come un qualcosa che è tenuto in conto per l'incapacità di commettere ingiustizia; chi infatti potesse agire così e fosse un vero uomo, non si accorderebbe mai con qualcuno per non commettere o subire ingiustizia, perché sarebbe pazzo. Tale, Socrate, è dunque la natura e l'origine della giustizia, secondo l'opinione corrente". "Ci renderemmo conto perfettamente che anche chi la pratica lo fa contro voglia, per l'impossibilità di commettere ingiustizia, se immaginassimo una prova come questa: dare a ciascuno dei due, al giusto e all'ingiusto, la facoltà di fare ciò che vuole, e poi seguirli osservando dove li condurrà il loro desiderio. Allora coglieremmo sul fatto il giusto a battere la stessa strada dell'ingiusto per spirito di soperchieria, cosa che ogni natura è portata a perseguire come un bene, mentre la legge la devia a forza a onorare l'uguaglianza. E la facoltà di cui parlo sarebbe tale soprattutto se avessero il potere che viene attribuito a Gige, l'antenato di Creso re di Lidia. Si racconta che egli serviva come pastore l'allora sovrano di Lidia. Un giorno, a causa delle forti piogge e di un terremoto, la terra si spaccò e si produsse una fenditura nel luogo in cui teneva il gregge al pascolo. Gige si meravigliò al vederla e vi discese; qui, tra le altre cose mirabili di cui si favoleggia, vide un cavallo di bronzo, cavo, con delle aperture. Egli vi si affacciò e scorse là dentro un cadavere, che appariva più grande delle normali dimensioni di un uomo; e senza avergli tolto nulla tranne un anello d'oro che portava a una mano, uscì fuori. Quando ci fu la consueta riunione dei pastori per dare al re il rendiconto mensile sullo stato delle greggi, si presentò anch'egli, con l'anello al dito; quindi, mentre era seduto in mezzo agli altri, girò per caso il castone dell'anello verso di sé, all'interno della mano, e così divenne invisibile ai compagni che gli sedevano accanto e che si misero a parlare di lui come se fosse andato via. Egli ne rimase stupito e toccando di nuovo l'anello girò il castone verso l'esterno, e appena l'ebbe girato ridiventò visibile. Riflettendo sulla cosa, volle verificare se l'anello aveva questo potere, e in effetti gli accadeva di diventare invisibile quando girava il castone verso l'interno, visibile quando lo girava verso l'esterno. Non appena si accorse di questo fece in modo di essere incluso tra i messi personali del re; una volta raggiunto l'obiettivo divenne l'amante della sua sposa, congiurò assieme a lei contro il re, lo uccise e in questo modo si impadronì del potere. Se dunque esistessero due anelli di tal genere e uno se lo mettesse al dito l'uomo giusto, l'altro l'uomo ingiusto, non ci sarebbe nessuno, a quel che sembra, così adamantino da persistere nella giustizia e avere il coraggio di astenersi dai beni altrui senza neanche toccarli, potendo prendere impunemente dal mercato ciò che vuole, entrare nelle case e congiungersi con chi vuole, uccidere e liberare di prigione chi vuole, e fare tutte le altre cose che lo renderebbero tra gli uomini pari agli dèi. Agendo così non farebbe niente di diverso dall'altro uomo, ma batterebbero entrambi la stessa via. E questa può essere definita una prova decisiva del fatto che nessuno è giusto di sua volontà, ma per costrizione, come se non ritenesse la giustizia un bene di per sé: ciascuno, là dove pensa di poter commettere ingiustizia, la commette. Ogni uomo infatti crede che sul piano personale l'ingiustizia sia molto più vantaggiosa della giustizia, e ha ragione a crederlo, come dirà chiunque voglia difendere questa tesi; poiché se uno, venuto in possesso di un simile potere, non volesse commettere ingiustizia alcuna e non toccasse i beni altrui, agli occhi di quanti lo venissero a sapere parrebbe l'uomo più infelice e più stupido, ma in faccia agli altri lo loderebbero, ingannandosi a vicenda per timore di subire ingiustizia. Così stanno le cose.

Platone, Repubblica, libro II)

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grazia
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Re: spigolando spigolando

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LA GIUSTIZIA AGGIUSTATA
Trilussa

Giove disse alla Pecora: - Non sai
quanta fatica e quanto fiato sciupi
quando vieni a raccontarmi i guai
che hai con i Lupi.
È meglio che stai zitta e li sopporti.
Hanno torto, lo so, non si discute:
ma i Lupi sono tanti e troppo forti
per non aver ragione.

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grazia
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Re: spigolando spigolando

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Il Giudice Selah Lively
Poesia di Edgar Lee Masters


Immagina di essere alto un metro e cinquantotto
e di avere iniziato a lavorare come garzone in una drogheria
studiando legge a lume di candela
finchè non sei diventato avvocato.
E poi immagina che, grazie alla tua diligenza
e alla frequentazione regolare della chiesa,
tu sia diventato il legale di Thomas Rhodes,
che collezionava cambiali e ipoteche,
e rappresentava tutte le vedove
davanti alla Corte. E che in tutto questo
ti canzonassero per la tua statura e ridessero dei tuoi vestiti
e dei tuoi stivali lucidi. E poi immagina
di essere diventato Giudice di Contea.
E che Jefferson Howard e Kinsey Keene,
e Harmon Whitney, e tutti i giganti
che ti avevano schernito, fossero obbligati a stare in piedi
davanti al banco e a dire "Vostro Onore" -
Beh, non pensi che sarebbe naturale
che io rendessi loro la vita difficile?

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heyoka
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Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da heyoka »

grazia ha scritto:
13 feb 2020, 11:03
Il Giudice Selah Lively
Poesia di Edgar Lee Masters


Immagina di essere alto un metro e cinquantotto
e di avere iniziato a lavorare come garzone in una drogheria
studiando legge a lume di candela
finchè non sei diventato avvocato.
E poi immagina che, grazie alla tua diligenza
e alla frequentazione regolare della chiesa,
tu sia diventato il legale di Thomas Rhodes,
che collezionava cambiali e ipoteche,
e rappresentava tutte le vedove
davanti alla Corte. E che in tutto questo
ti canzonassero per la tua statura e ridessero dei tuoi vestiti
e dei tuoi stivali lucidi. E poi immagina
di essere diventato Giudice di Contea.
E che Jefferson Howard e Kinsey Keene,
e Harmon Whitney, e tutti i giganti
che ti avevano schernito, fossero obbligati a stare in piedi
davanti al banco e a dire "Vostro Onore" -
Beh, non pensi che sarebbe naturale
che io rendessi loro la vita difficile?
👍
Il mitico Faber ne ha tratto una delle sue canzoni più famose.
Anche se non è certo tra quelle più belle.

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