spigolando spigolando

Discussioni di vario genere riguardanti l'istruzione, la cultura, la letteratura o poesia.
Avatar utente
grazia
Messaggi: 509
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53

Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia »

Gli italiani imparano presto a essere pigri.
Colpa del gene D2. Eppure è ormai provato
che ansia e depressione sopraggiungono più
facilmente se si vive “sdraiati”.
Urge cambiare abitudini. E vivere felici


La prima legge di Newton afferma che un corpo in movimento tende a rimanere in movimento e che un corpo fermo tende a non muoversi.
Questo forse spiega perché chi è pigro passa ore intere a chiedersi come sconfiggere la pigrizia, invece di alzarsi e passare all'azione.


C'è anche chi ha provato a dare alla pigrizia una spiegazione scientifica: secondo un gruppo di ricercatori dell'università del Missouri si tratterebbe di una combinazione di 36 geni, mentre uno studio del National Institute of Mental Health di Washington ne cita uno solo, il gene chiamato “D2”, responsabile del mancato stimolo all'attività.

La verità che fa più male, però, è un'altra: siamo passati dall'ozio creativo, ideale per sgomberare la mente e scovare nuove idee, all'ozio passivo, tra notifiche di Facebook e partite di calcio in tv, che rischia di annullare la nostra creatività.

Noi italiani, in particolare, siamo degli autentici "campioni di pigrizia": secondo un'indagine condotta dal Cebr (Centre for Economics and Business Research) sul costo dell'inattività in Europa, il 38% delle donne e il 28% degli uomini del Belpaese non raggiungono i livelli minimi di attività fisica raccomandati dall'Oms, ovvero 150 minuti la settimana. Peggio di noi fa soltanto la Gran Bretagna, dove ad abbracciare la sedentarietà sono il 42% delle donne e il 40% degli uomini.

La stessa ricerca rivela che la pigrizia si impara molto presto:
in Italia il 92% dei giovani dai 13 ai 15 anni non arriva neanche a svolgere quell'ora di attività fisica quotidiana consigliata dai medici, e non va meglio neppure negli anni successivi.
Secondo un'indagine promossa dalla Facoltà di medicina e chirurgia dell'Università cattolica di Roma e dall'Istituto superiore di sanità,
uno studente universitario su quattro e una studentessa su tre sono pigri, una generazione di “sdraiati” come li ha definiti il giornalista Michele Serra.

A questo punto, va detto con chiarezza che pigrizia, ansia e depressione sono i tre stadi di uno stesso problema. A spiegarlo è Megan Teychenne, della Deakin University in Australia, autrice di uno studio sulla correlazione tra l'aumento dei sintomi dell'ansia e il diffondersi di uno stile di vita troppo sedentario. Secondo l'esperta, la pigrizia incide negativamente sull'umore in due modi: alterando il ciclo del sonno e provocando un progressivo ritiro dalle relazioni sociali, la cui perdita a sua volta provoca ansia.

Allora pensiamo a cosa perdiamo a causa sua: la memoria. Siamo così abituati ad avere ogni informazione a portata di mano da aver disimparato a ricordare.

Uno studio condotto dalla società di software Kaspersky Lab ha mostrato che, di fronte a un quesito, solo il 55% degli italiani intervistati ha provato a rispondere in autonomia, mentre il 39% è ricorso a Internet.

Il 13% ha ammesso anche di dimenticare le risposte trovate online subito dopo averle lette: una sorta di "digital amnesia".

E se provassimo a vaccinarci tutti contro la pigrizia? Basterebbe una dose innocua di cambiamento al giorno, una nuova strada per andare al lavoro, un caffè offerto al collega con cui non abbiamo mai parlato...

Tutti gli studi in merito dimostrano che cambiare abitudini è anche un modo semplice ma efficace per tenere allenato il cervello e vivere più a lungo. Felici.

Avatar utente
grazia
Messaggi: 509
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53

Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia »

La pigrizia andò al mercato

La pigrizia andò al mercato
e un cavolo comprò,
mezzogiorno era suonato
quando a casa ritornò.
Mise l'acqua, accese il fuoco
si sedette, riposò.
Ed intanto, a poco a poco,
anche il sole tramontò.

Filastrocca della nonna

Avatar utente
grazia
Messaggi: 509
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53

Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia »

Tolleranza quale libertà

Voltaire


François-Marie Arouet de Voltaire (1694-1778) appartiene alla generazione di illuministi francesi impegnati nella lotta, non solo filosofica ma anche politica, a favore dell’idea di libertà e del principio di tolleranza. A proposito dell’idea di libertà egli afferma: “Volere e agire sono precisamente la stessa cosa che essere libero”. E prosegue, “È certissimo che ci sono uomini più liberi di altri, per la stessa ragione che non siamo tutti in egual misura intelligenti e robusti. La libertà è la salute dell’anima; pochi la possiedono intera e inalterabile”.

Voltaire accerta, con limpida chiarezza, un’unità storico-antropologica dell’uomo. Dalle sue parole emerge un’intensa, ma anche pratica, elaborazione della libertà umana strettamente legata al principio di tolleranza. Essendo gli uomini limitati dai propri errori, dalle proprie passioni, soffrendo, in molte situazioni, della mancanza di ragione e quindi di completa libertà, “La tolleranza è una conseguenza necessaria della nostra condizione umana. Siamo tutti figli della fragilità: fallibili e inclini all’errore. Non resta dunque che perdonarci vicendevolmente le nostre follie. È questa la prima legge naturale: il principio a fondamento di tutti i diritti umani. Il diritto all’intolleranza è assurdo e barbaro, è il diritto delle tigri, anzi ben più orrido, perché le tigri si fanno a pezzi per mangiare, noi ci sterminiamo per dei paragrafi.”

Costretto più volte a fuggire in esilio per sottrarsi alle persecuzioni delle autorità governative francesi, nonché agli odi di tutti gli ambienti religiosi – dai gesuiti, di cui era stato allievo, ai giansenisti – Voltaire combatte contro la superstizione, l’intolleranza e la tirannide chiesastica. Il suo pensiero può essere definito come una forma di illuminismo tollerante che esalta la religione naturale: l’uomo tollerante è pronto ad aderire ad una religione puramente razionale, la più utile al governo e agli uomini, che accetta l’ipotesi dell’esistenza di un Essere Supremo, formulata dalla ragione. Voltaire crede profondamente nella ragione umana e nel progresso, ed è convinto che tutti i mali di cui soffre l’umanità siano dovuti alla mancanza di chiarezza mentale, all’intolleranza e al fanatismo; strenuo difensore del libero pensiero contro ogni costrizione, combatte contro tutte le religioni ed esalta la tolleranza quale idea necessaria dell’umana civiltà.

Ragione, tolleranza, umanità sono le parole all’ordine del giorno nella “società dei salotti” dell’illuminismo francese. In modo particolare la tolleranza diventa la grande bandiera dell’intera filosofia del Lumi. Un passo tratto dalle Lettere filosofiche (1734) di Voltaire illustra, in maniera esemplare, il posto che il concetto occupa nella battaglia illuministica: “Entrate nella borsa di Londra, questo luogo più rispettabile di tante Corti, vi vedrete riuniti i deputati di tutte le nazioni per l’utilità degli uomini. Là il giudeo, il maomettano e il cristiano trattano l’uno con l’altro come se fossero della medesima religione, e non danno l’appellativo di infedeli se non a coloro che fanno bancarotta; là il presbiteriano si fida dell’anabattista e l’anglicano accetta la cambiale del quacchero. (…) Se in Inghilterra vi fosse una sola religione, ci sarebbe da temere il dispotismo; se ve ne fossero due, si scannerebbero a vicenda; ma ve ne sono trenta, e vivono felici e in pace”.

In particolare l’obiettivo del “Trattato sulla tolleranza” (1763), l’opera di polemica civile e politica che ha contribuito a procurare a Voltaire la fama di combattente contro le ingiustizie provocate dal fanatismo clericale, è quello di “rendere gli uomini più tolleranti e più miti”. Il Trattato prende le mosse da un fatto di cronaca: l’ingiusta condanna a morte di un pastore protestante ugonotto, Jean Calas, decisa dai giudici di Tolosa. Il movente è il suicidio del figlio di Jean Calas, Marc-Antoine, che a causa della sua religione non riesce a trovare lavoro. Il giovane decide così di convertirsi al cristianesimo. Il padre Jean non condivide la scelta del figlio ma non lo ostacola. La sera prima del suo battesimo Marc-Antoine viene però trovato impiccato. Il pastore ugonotto impedisce ai presenti di rivelare che il ragazzo si era suicidato, perché in quegli anni a Tolosa era usanza spogliare i suicidi, metterli a faccia in giù sul graticcio e trascinarli per le strade. Calas voleva risparmiare al figlio una tale ingiuria ma questo si rivela fatale per lui. In un clima assediato dal fanatismo religioso, infatti, nonostante non ci siano prove sufficienti, la vox populi comincia a mormorare che il ragazzo sia stato ucciso dal padre per impedirne la conversione. L’uomo viene così imprigionato, giudicato colpevole e mandato a morte “per ruota”, cioè per tortura, il 9 marzo 1762. Dopo aver esposto il caso, con argomentazioni puntuali e serrate Voltaire dimostra il carattere razionale della scelta a favore della tolleranza che “non ha mai provocato una guerra civile, mentre l’intolleranza ha coperto la terra di massacri”. Egli sottolinea, inoltre, che esaminando il Vangelo “vi sono pochi passi da cui lo spirito di persecuzione abbia potuto concludere che l’intolleranza e la costrizione sono legittime”.

Con l’affaire Jean Calas la lotta del partito filosofico a favore della tolleranza giunge ad una svolta decisiva: per la prima volta, attraverso un’incessante e massiccia propaganda su uno dei fatti “che meritano l’attenzione dell’età nostra e della posterità”, le parole d’ordine lanciate dalla penna di Voltaire penetrano in ogni luogo della società e su di esse si catalizza, per lungo tempo, l’attenzione di tutto il pensiero occidentale. Jean Calas diventa il martire dell’intolleranza, il simbolo dei crimini provocati dal fanatismo omicida che spezza tutti i vincoli della società. Con le sue iniziative nell’ambito dell’affaire Calas Voltaire trasforma l’opinione pubblica in un nuovo ed efficace strumento per il controllo sulla vita della comunità civile, conferendo, per primo, alla parola ‘opinione’ questo significato fondamentale. Non a caso nell’Olympie (1764), in quegli anni non ancora portata a termine, emerge il verso “L’opinion fait tout; elle t’a condamné”, attraverso il quale il filosofo francese dimostra di aver tratto le debite conclusioni da quanto aveva dichiarato in altra sede: “Le leggi sono fatte dall’opinione pubblica”. Il clamoroso successo della campagna d’opinione – il 9 marzo 1765, il Consiglio di Stato dichiarava la famiglia Calas innocente e riabilitava la memoria del padre – danno ragione alle argomentazioni di Voltaire: la minoranza illuminata, che riesce ad imporre la propria opinione, definisce le sorti di un’epoca e plasma il bagaglio di idee e di credenze nelle quali i popoli e le nazioni si riconoscono. L’opinione è il vero motore della Storia e i cambiamenti dell’opinione possono produrre grandi rivoluzioni. Dalla rivoluzione dell’opinione che il partito filosofico proclama in nome della ragione la società si attende, in particolare, il bene materiale e morale.

Il Trattato sulla tolleranza rappresenta un testo fondamentale a proposito della riflessione sulla libertà di credo, sul rispetto delle opinioni e di molte caratteristiche con cui oggi viene identificata una società civile, democratica e liberale. I pesanti contrasti ideologico-religiosi presenti nella Francia della metà del Settecento portano Voltaire a battersi contro quella che egli definisce come “superstizione”: un misto di fanatismo religioso e di irrazionalità. In particolare, secondo Voltaire “Di tutte le superstizioni, la più pericolosa è quella di odiare il prossimo per le sue opinioni” e, in quest’ottica, è celebre il suo motto: “Disapprovo ciò che dici, ma difenderò sino alla morte il tuo diritto di dirlo”. Voltaire conclude il Trattato lanciando un ultimo appello: “Questo scritto sulla tolleranza, è un’istanza che l’umanità presenta molto umilmente al potere e alla prudenza”. Spinto dall’ottimismo che nutre nelle spontanee facoltà razionali del genere umano, Voltaire si appella, in particolare, alla capacità di ragionare propria di ogni uomo: “Supplico il lettore imparziale perché pesi queste verità, perché le rettifichi e le propaghi. Gli attenti lettori che si comunicano i loro pensieri sono sempre più efficaci dell’autore stesso”. Ogni uomo è quindi chiamato a lottare per la tolleranza e la giustizia della religione naturale che, facendo ricorso all’azione illuminatrice della ragione, rinuncia al patrimonio dogmatico ed unisce spiritualmente tutti gli uomini al di là delle differenze di costumi, di usanze e di religione.

La parte più interessante del pensiero politico di Voltaire risiede nella laicizzazione assoluta e radicale del potere dello Stato da realizzare attraverso una riforma sociale, amministrativa e giudiziaria sul tipo di quella attuata dagli inglesi. Egli si avvicina alla posizione di Montesquieu ma non rimane strettamente fedele agli ideali del liberalismo inglese. Voltaire distingue con lungimirante chiarezza fra la sostanza della democrazia e le particolari forme in cui essa si concretizza, in una determinata situazione storica. In pratica, è soprattutto la sostanza della democrazia che egli cerca di indagare ed è all’attuazione di essa che dedica, fino alla fine della sua lunga vita, tutte le risorse della sua intelligenza. A distanza di più di due secoli, le parole di Voltaire a proposito della tolleranza sono sorprendentemente attuali. Egli sembra rivolgersi agli uomini del XXI secolo, chiamati ad affrontare la sfida culturale e politica dell’integrazione: un’impresa non semplice sul piano sociale, civile e religioso, per realizzare la quale è indispensabile abbandonare pregiudizi o atteggiamenti intolleranti, dal carattere perennemente anacronistico.

Avatar utente
Gasiot
Messaggi: 871
Iscritto il: 8 giu 2019, 22:01

Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da Gasiot »

grazia ha scritto:
30 dic 2019, 10:08
Gli italiani imparano presto a essere pigri.
Colpa del gene D2. Eppure è ormai provato
che ansia e depressione sopraggiungono più
facilmente se si vive “sdraiati”.
Urge cambiare abitudini. E vivere felici


La prima legge di Newton afferma che un corpo in movimento tende a rimanere in movimento e che un corpo fermo tende a non muoversi.
Questo forse spiega perché chi è pigro passa ore intere a chiedersi come sconfiggere la pigrizia, invece di alzarsi e passare all'azione.


C'è anche chi ha provato a dare alla pigrizia una spiegazione scientifica: secondo un gruppo di ricercatori dell'università del Missouri si tratterebbe di una combinazione di 36 geni, mentre uno studio del National Institute of Mental Health di Washington ne cita uno solo, il gene chiamato “D2”, responsabile del mancato stimolo all'attività.

La verità che fa più male, però, è un'altra: siamo passati dall'ozio creativo, ideale per sgomberare la mente e scovare nuove idee, all'ozio passivo, tra notifiche di Facebook e partite di calcio in tv, che rischia di annullare la nostra creatività.

Noi italiani, in particolare, siamo degli autentici "campioni di pigrizia": secondo un'indagine condotta dal Cebr (Centre for Economics and Business Research) sul costo dell'inattività in Europa, il 38% delle donne e il 28% degli uomini del Belpaese non raggiungono i livelli minimi di attività fisica raccomandati dall'Oms, ovvero 150 minuti la settimana. Peggio di noi fa soltanto la Gran Bretagna, dove ad abbracciare la sedentarietà sono il 42% delle donne e il 40% degli uomini.

La stessa ricerca rivela che la pigrizia si impara molto presto:
in Italia il 92% dei giovani dai 13 ai 15 anni non arriva neanche a svolgere quell'ora di attività fisica quotidiana consigliata dai medici, e non va meglio neppure negli anni successivi.
Secondo un'indagine promossa dalla Facoltà di medicina e chirurgia dell'Università cattolica di Roma e dall'Istituto superiore di sanità,
uno studente universitario su quattro e una studentessa su tre sono pigri, una generazione di “sdraiati” come li ha definiti il giornalista Michele Serra.

A questo punto, va detto con chiarezza che pigrizia, ansia e depressione sono i tre stadi di uno stesso problema. A spiegarlo è Megan Teychenne, della Deakin University in Australia, autrice di uno studio sulla correlazione tra l'aumento dei sintomi dell'ansia e il diffondersi di uno stile di vita troppo sedentario. Secondo l'esperta, la pigrizia incide negativamente sull'umore in due modi: alterando il ciclo del sonno e provocando un progressivo ritiro dalle relazioni sociali, la cui perdita a sua volta provoca ansia.

Allora pensiamo a cosa perdiamo a causa sua: la memoria. Siamo così abituati ad avere ogni informazione a portata di mano da aver disimparato a ricordare.

Uno studio condotto dalla società di software Kaspersky Lab ha mostrato che, di fronte a un quesito, solo il 55% degli italiani intervistati ha provato a rispondere in autonomia, mentre il 39% è ricorso a Internet.

Il 13% ha ammesso anche di dimenticare le risposte trovate online subito dopo averle lette: una sorta di "digital amnesia".

E se provassimo a vaccinarci tutti contro la pigrizia? Basterebbe una dose innocua di cambiamento al giorno, una nuova strada per andare al lavoro, un caffè offerto al collega con cui non abbiamo mai parlato...

Tutti gli studi in merito dimostrano che cambiare abitudini è anche un modo semplice ma efficace per tenere allenato il cervello e vivere più a lungo. Felici.
infatti in italia qualcuno sostituisce il termine "lavorare" con faticare , che non è proprio la stessa cosa
“Se un uomo è uno stupido, non lo emancipi dalla sua stupidità col mandarlo all'università. Semplicemente lo trasformi in uno stupido addestrato, dieci volte più pericoloso.”
DESMOND BAGLEY

Avatar utente
grazia
Messaggi: 509
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53

Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia »

lA RICETTA MAGGICA

Trilussa

Rinchiuso in un castello medievale,
er vecchio frate co’ l’occhiali d’oro
spremeva da le glandole d’un toro
la forza de lo spirito vitale
per poi mischiallo, e qui stava er segreto,
in un decotto d’arnica e d’aceto.
E diceva fra sé: – Co’ st’invenzione,
che mette fine a tutti li malanni,
un omo camperà più de cent’anni
senza che se misuri la pressione
e se conserverà gajardo e tosto
còr core in pace e co’ la testa a posto.
Detto ch’ebbe così, fece una croce,
quasi volesse benedì er decotto;
ma a l’improviso intese come un fiotto
d’uno che je chiedeva sottovoce:
– Se ormai la vita è diventata un pianto
che scopo ciai de fallo campà tanto?
Devi curaje l’anima. Bisogna
che, invece d’esse schiavo com’è adesso,
ridiventi padrone de se stesso
e nun aggisca come una carogna;
pe’ ritrovà la strada nun je resta
che un mezzo solo e la ricetta è questa:
“Dignità personale grammi ottanta,
sincerità corretta co’ la menta,
libbertà condensata grammi trenta,
estratto depurato d’erba santa,
bonsenso, tolleranza e strafottina:
(un cucchiaio a diggiuno ogni matina)”.

TRILUSSA

Avatar utente
grazia
Messaggi: 509
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53

Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia »

La storia del Capodanno e delle sue tradizioni sia in Italia e nel mondo,

dall’epoca dei Romani ai giorni nostri: perché si festeggia il 31 dicembre e Capodanno è sempre stato il Primo Gennaio?

Il Capodanno nel mondo, per tradizione, cade il Primo Gennaio del calendario gregoriano, quello nostrano. Esso è in uso ai fini civili in quasi tutto il mondo. La festa è tale per la maggioranza degli Stati mondiali, ma non tutti seguono questo modo per calcolare stagioni e giorni della settimana. Ci sono alcune popolazioni che seguono il calendario giuliano, di derivazione romana. Queste seguono a loro volta la chiesa ortodossa e il motivo di questa peculiarità è che esso si avvicina molto alla religiosità, quindi il primo dell’anno nuovo corrisponde al 14 gennaio dell’anno gregoriano. L’ideatore del calendario gregoriano è stato Papa Gregorio XIII, aggiustando le date anche a seconda delle festività religiose cristiane, mentre il calendario di Giulio Cesare fu obbligatoriamente introdotto per riequilibrare le stagioni in epoca romana. Impossibile a dirsi, ilCapodanno Roma ha origini pagane. Ecco perché si festeggia la notte del 31 dicembre.

Origini del Capodanno Romano

Il Capodanno nostrano risale alla festa del dio romano Giano. Anche nelle Fiandre, i pagani che nel VII secolo erano seguaci dei druidi avevano il costume di festeggiare il passaggio del nuovo anno. Il culto pagano poi venne combattuto da Sant’Eligio che redarguì il popolo delle Fiandre con una frase passata alla storia che merita di essere riportata: “A Capodanno nessuno faccia empie ridicolaggini quali l’andare mascherati da giovenche o da cervi, o fare scherzi e giochi, e non stia a tavola tutta la notte né segua l’usanza di doni augurali o di libagioni eccessive. Nessun cristiano creda in quelle donne che fanno i sortilegi con il fuoco, né sieda in un canto, perché è opera diabolica”. L’epoca infatti celava la paura delle manifestazioni maligne e il combattimento e la repressione di ogni forma di stregoneria. Anche il mascherarsi da cervi o da animali comunque cornuti era di malaugurio e, secondo le credenze cristiane dell’epoca, erano un incentivo per Belzebù. Il Medioevo accentuò l’impronta cristiana: in Europa si usò maggiormente il calendario giuliano con date che indicavano il momento in cui l’anno iniziava, ma che era indicato per il 25 marzo, giorno della Incarnazione. In Spagna, invece, nel Seicento si cambiò data, ovvero il 25 dicembre, giorno della Natività di Gesù Cristo.

Situazione in Italia

Attenzione, perché l’Italia che ancora nazione non era, fu spaccata anche per festeggiare il primo dell’anno. Le conquiste francesi lo festeggiavano nella domenica di Resurrezione ed era chiamato Stile della Pasqua, a Venezia fino al 1797 si festeggiava l’1 marzo e chi era sotto gli influssi bizantini come Puglia, Calabria e Sardegna, la festa è dell’1 settembre. In sardo, Caputanni, che significa settembre, deriva dal latino Caput Anni. Anche dopo l’adozione del Calendario Gregoriano, solo nel 691 Papa Innocenzio XII stabilì che l’anno dovesse cominciare il Primo gennaio, chiamato Stile Moderno o della Circoncisione, per poi diventare comune a tutti gli stati.

Avatar utente
grazia
Messaggi: 509
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53

Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia »

L'ANNO NOVO

Quarcuno dice che s'aricomincia
che ce se lassa 'ndietro er tempo annato,
se butta dar barcone 'a robba vecchia,
lassannose ale spalle quer ché stato.

Chissà perché ho la strana senzazione
che sempre più persone, propio adesso,
vorebbero buttallo giù ner cesso;
e nun ja basta 'a lavatrice vecchia,
un frigo rotto oppure un lavandino,
de sotto butterebbero er governo
che a oggi ha combinato 'n gran casino.

Banche che zompeno, disoccupati
e come si 'n bastasse l'attentati;
borza che cade, pil che scenne
quarcuno qui c'ha già lasciato 'e penne.

Co' tutto 'sto macello che succede
come potremmo poi riuscicce a crede
che co' 'no zompo ala numerazione
se trovi poi, la giusta condizione
e che appennenno, er nuovo calendario
possa cambia' de botto lo scenario?

E 'ntanto 'sti politici 'nfamoni,
se fanno er capodanno sula neve
bevennose champagne co' 'r caviale,
dicenno che l'Italia nun va male.

Ce chiedeno de fa' li sacrifici
e co' le targhe arterne, usa' la bici,
mentre li vedi in giro a fa' regali
in compagnia de moije e famiari,
belli paciosi sopra l'auto blu
che co' le tasse jhai pagato tu,
magari parcheggiata sule strisce
che a tutti quanti, de passa' 'mpedisce.

Ma l'anno che verrà é decisivo
e nun me sbaijo, é quello che me sento,
perché la gente é stanca de sentire
da chi governa, solo parole ar vento;
pe' questo che io c'ho la convinzione
che se nun cambierà la situazione,
se scenne 'n piazza a fa' RIVOLUZIONE.

Qui c'é rimasto solo da sperare
che cambi quarche cosa
e che startr'anno
se possa garanti' a 'sto paese
'na vita dignitosa, senz'affanno.

Ma e' rischio che nun se risorva gnente
é 'na reartà, é sempre più presente,
hanno già detto che ce sarà l'aumento
de luce, gas e pure l'autostrada,
vorà partecipare ala stangata;
io ner frattempo, stanco d'aspettare,
faró come l'Italia, vo a puttane.

Tratto da.:Trilussa è sceso a compramme er pane

Avatar utente
grazia
Messaggi: 509
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53

Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia »

Inizia con questo post la rubrica Pagine da ricordare. Pagine di autori del passato che possono ancora tornare utili, che dovremmo tener presenti nel nostro operare quotidiano e nelle nostre scelte ideali e civili.

GUERRA di Voltaire, dal Dizionario filosofico, 1764.


La carestia, la peste e la guerra sono i tre più famosi ingredienti di questo basso mondo. Si possono collocare nella classe della carestia tutti i cattivi nutrimenti cui la penuria ci costringe a ricorrere per abbreviare la nostra vita nella speranza di sostentarla.

Nella peste si comprendono tutte le malattie contagiose, che sono in numero di due o tremila. Questi due presenti ci vengono dalla provvidenza. Ma la guerra, che riunisce tutti questi doni, ci viene dall’inventiva di tre o quattrocento persone sparse sulla superficie del globo sotto il nome di principi o di governanti; è forse per questo motivo che costoro, in molte dediche, vengono chiamati «immagini viventi della divinità».

L’ottimista più risoluto ammetterà senza fatica che la guerra trascina sempre con sé la peste e la fame, per poco che abbia visto gli ospedali degli eserciti in Germania, o che sia passato in qualche villaggio dove è stata compiuta qualche impresa bellica.

Non c’è dubbio che non sia una bellissima arte, quella che devasta le campagne, distrugge le abitazioni e fa crepare, normalmente, in un anno, quarantamila uomini su centomila.

Quest’invenzione fu dapprima coltivata da nazioni che s’erano riunite per il bene comune; per esempio la dieta dei greci dichiarò alla dieta della Frigia e dei popoli vicini che sarebbe partita su un migliaio di barche da pesca per andare a sterminarli, se poteva.

Il popolo romano adunato in assemblea giudicava che era suo interesse andare a battersi prima della mietitura contro il popolo di Veio, o contro i volsci. E qualche anno dopo tutti i romani, avendocela a morte contro tutti i cartaginesi, combatterono a lungo per mare e per terra. Oggi le cose vanno altrimenti.

Un genealogista prova a un principe che egli discende in linea diretta da un conte i cui parenti, tre o quattrocent’anni prima, avevano fatto un patto di famiglia con un casato di cui non rimane nemmeno la memoria. Quel casato aveva lontane pretese su una provincia il cui ultimo possessore è morto di apoplessia: il principe e il suo consiglio concludono senza difficoltà che quella provincia gli appartiene per diritto divino. La provincia in questione, che si trova a qualche centinaio di leghe di distanza, ha un bel protestare che non lo conosce, che non ha nessuna voglia di essere governata da lui; che, per dar leggi alla gente, bisogna almeno avere il loro consenso: questi discorsi non arrivano nemmeno agli orecchi del principe, il cui diritto è incontestabile. Egli trova di botto una quantità di uomini che non hanno niente da fare e niente da perdere; li veste d’un grosso panno turchino a cento soldi il braccio, orla il loro cappello d’un cordoncino bianco, li fa girare a destra e a sinistra e marcia verso la gloria.

Gli altri principi, che sentono parlare di questa spedizione, vi prendono parte, ciascuno secondo il suo potere, e coprono pochi palmi di terra di più mercenari omicidi di quanti ne trascinassero al loro seguito Gengis-Khân, Tamerlano, o Bâyazîd.

Popoli lontani sentono dire che qualcuno sta per battersi, e che ci sono cinque o sei soldi al giorno da guadagnare se vogliono essere della partita: subito si dividono in due schiere come i mietitori, e vanno a vendere i loro servizi a chiunque voglia assoldarli.

Queste moltitudini si accaniscono le une contro le altre non soltanto senza avere alcun interesse nella faccenda, ma senza neppure sapere di che si tratti.

E così si trovano contemporaneamente cinque o sei potenze belligeranti, ora tre contro tre, ora due contro quattro, ora una contro cinque; e tutte si detestano allo stesso modo, e di volta in volta si alleano e s’attaccano; tutte d’accordo su un punto solo, fare il maggior male possibile.

La cosa più strabiliante di questa impresa infernale è che ogni capo assassino fa benedire le sue bandiere e invoca solennemente Dio prima di andare a sterminare il prossimo. Se un capo ha avuto la fortuna di far sgozzare solo due o tremila uomini, non ne ringrazia Dio; ma quando ce ne sono almeno diecimila sterminati dal ferro e dal fuoco e, per colmo di grazia, è stata distrutta fino all’ultima pietra qualche città, allora si canta a quattro voci una canzone abbastanza lunga, composta in una lingua ignota a tutti coloro che hanno combattuto, e per di più infarcita di barbarismi. La medesima canzone serve per i matrimoni e per le nascite, e al tempo stesso per la strage: questo è imperdonabile, soprattutto nel paese più famoso per le canzoni nuove che inventa a getto continuo.

La religione naturale ha innumerevoli volte impedito ai cittadini di commettere crimini.

Un’anima bennata non ne ha la volontà; un’anima tenera ne ha orrore; essa si figura un dio giusto e vendicativo. Invece la religione artificiale incoraggia tutte le crudeltà che si commettono in gruppo: congiure, rivolte, rapine, imboscate, assalti alle città, saccheggi, stragi. Ognuno allegramente va incontro al delitto sotto la bandiera del proprio santo.

Ovunque viene pagato un certo numero d’oratori per celebrare quelle giornate di sangue; gli uni sono vestiti di un lungo giustacuore nero e di mantelluccio; gli altri indossano una camicia sopra una veste; alcuni portano sopra la camicia due strisce penzolanti di stoffa screziata. Tutti parlano a non finire: citano quel che si è fatto un giorno in Palestina a proposito di un combattimento in Veteravia.

Il resto dell’anno, questi tali declamano contro i vizi. Provano in tre punti e per antitesi che le dame che stendono un lieve strato di carminio sulle loro guance fresche saranno oggetto eterno delle eterne vendette dell’Eterno; che Polyeucte e Athalie sono opere del demonio; che un uomo che si fa servire in tavola duecento scudi di merluzzo in un giorno di quaresima ottiene immancabilmente il premio del paradiso, e che un pover’uomo che mangia due soldi e mezzo di montone è dannato per sempre all’inferno.

Su cinque o seimila declamazioni di questa specie, ce ne sono al massimo tre o quattro, composte da un gallo di nome Massillon, che un uomo retto può leggere senza disgusto; ma in tutti quei discorsi, non ce n’è uno in cui l’oratore osi ergersi contro quel flagello e quel crimine che è la guerra, la quale comprende in sé tutti i flagelli e tutti i crimini. Quegli sciagurati oratori parlano continuamente contro l’amore, che è la sola consolazione del genere umano e il solo modo di ridargli vita; non dicono niente degli sforzi esecrandi che facciamo per distruggerlo. Hai fatto un gran brutto sermone sull’impurità, o Bourdaloue! ma non hai fiatato contro quegli omicidi compiuti in mille modi diversi, quelle rapine, quei brigantaggi, quella rabbia universale che devasta il mondo. Tutti i vizi riuniti di tutte le età e di tutti i luoghi non eguaglieranno mai i mali che produce una sola campagna di guerra.

Miserabili medici delle anime, state a gridare per cinque quarti d’ora su qualche puntura di spillo, e non dite niente sulla malattia che ci lacera in mille pezzi! Filosofi moralisti, bruciate tutti i vostri libri! Finché il capriccio di pochi uomini farà legalmente sgozzare migliaia di nostri fratelli, la parte del genere umano che si consacra all’eroismo sarà quanto c’è di più infame nell’intera natura.

Che diventano e che m’importano l’umanità, la beneficenza, la modestia, la temperanza, la dolcezza, la saggezza, la pietà, mentre mezza libbra di piombo sparata da seicento passi mi dilania il corpo, e muoio a vent’anni tra tormenti indicibili, in mezzo a cinque o seimila moribondi, mentre i miei occhi, che s’aprono per l’ultima volta, vedono la città dove sono nato distrutta dal ferro e dalle fiamme, e gli ultimi suoni che odono le mie orecchie sono le grida delle donne e dei bambini agonizzanti sotto le rovine, il tutto per i pretesi interessi di un uomo che non conosciamo?

E il peggio è che la guerra è un flagello inevitabile. A guardar bene, tutti gli uomini hanno adorato il dio Marte: Sabaoth, per gli ebrei, significa il dio degli eserciti; ma Minerva, in Omero, chiama Marte un dio furioso, insensato, infernale.

Avatar utente
grazia
Messaggi: 509
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53

Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia »

FRA CENT'ANNI
Trilussa


Da qui a cent’anni, quanno

ritroveranno ner zappà la terra

li resti de li poveri sordati

morti ammazzati in guerra,

pensate un po’ che montarozzo d’ossa,

che fricandò de teschi

scapperà fòra da la terra smossa!

Saranno eroi tedeschi,

francesci, russi, ingresi,

de tutti li paesi.

O gialla o rossa o nera,

ognuno avrà difesa una bandiera;

qualunque sia la patria, o brutta o bella,

sarà morto per quella.

Ma lì sotto, però, diventeranno

tutti compagni, senza

nessuna diferenza.

Nell’occhio vôto e fonno

nun ce sarà né l’odio né l’amore

pe’ le cose der monno.

Ne la bocca scarnita

nun resterà che l’urtima risata

a la minchionatura de la vita.

E diranno fra loro: – Solo adesso

ciavemo per lo meno la speranza

de godesse la pace e l’uguajanza

che cianno predicato tanto spesso!

Trilussa

Avatar utente
grazia
Messaggi: 509
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53

Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia »

LA GUERRA

Trilussa


Ner mejo che un Sordato annava in guerra

er Cavallo je disse chiaramente:

“Io nun ce vengo!” e lo buttò per terra

precipitosamente.

“No, nun ce vengo – disse – e me ribbello

all’omo che t’ha messo l’odio in core

e te commanna de scannà un fratello

in nome der Signore!

Io – dice – so’ ‘na bestia troppo nobbile

p’associamm

Rispondi