Media e dintorni

Discussioni di vario genere riguardanti l'istruzione, la cultura, la letteratura o poesia.
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grazia
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L’Italia dopo il 1945: il problema istituzionale e la Repubblica

Finita la guerra, oltre alla ricostruzione materiale del paese, l’Italia doveva adottare un nuovo sistema istituzionale.
Escludendo una dittatura o una monarchia liberale, l’unica soluzione possibile era uno stato democratico che si ispirasse alle democrazie delle potenze occidentali. Nella costruzione di un nuovo stato istituzionale ebbero un ruolo fondamentale 3 partiti di massa che governarono insieme per due anni, dal 1945 al 1947:
• Democrazia cristiana (DC)
• Partito comunista (PCI)
• Partito socialista (PSI)
La Democrazia cristiana, erede del Partito popolare di Don Luigi Sturzo. era guidata da Alcide De Gasperi. Di orientamento cattolico, si ispirava alla dottrina sociale della Chiesa, rifiutava la lotta di classe che sostituiva, però, con la solidarietà e comunque con un forte impegno nei confronti dei ceti sociali più disagiati. All’interno, si aveva anche una corrente di cattolici moderati e conservatori che negli anni ‘30 avevano in qualche modo mostrato interesse per il regime fascista. Col tempo la Democrazia cristiana troverà consenso anche nella borghesia industriale e finanziaria. Comunque, nonostante questi orientamenti il comune denominatore della DC era dato dall’ispirazione cristiana, elemento di forza molto importante fino al 1993.
La sinistra comprendeva il Partito socialista, guidato da Pietro Nenni e il Partito comunista, guidato da Palmiro Togliatti. Il Partito comunista, pur non mettendo in discussione gli stretti legami con l’URSS aveva acquisito un aspetto nuovo con l’obiettivo di operare insieme a tutte le altre forze per costruire in Italia un regime democratico.
Altri partiti (non di massa) erano il
• Partito d’azione (PA)
• Partito liberale italiano (PLI)
Il Partito d’Azione aveva partecipato alla Resistenza (formazione partigiana “Giustizia e Liberta”): si trasformerà in PRI (= Partito repubblicano Italiano) ed alcuni componenti si orientarono verso la sinistra. Il personaggio di maggior spicco era Ferruccio Parri.
Il PLI (= Partito Liberale Italiano) che aveva l’adesione del filosofo Benedetto Croce e dell’economista Luigi Einaudi, costituiva la continuità con l’Italia pre-fascista e trovava consensi soprattutto fra i dirigenti d’azienda.
I primi governi del dopo-guerra sono:
• governo Parri (Partito d’azione). Parri rappresentava un punto di equilibrio fra destra e sinistra, ma fu ostacolato dalle forze conservatrici e dopo 6 mesi dovette dimettersi
• governo De Gasperi (Democrazia cristiana). Questo governo comprendeva deputati appartenenti a partiti antifascisti, compreso i comunisti. Togliatti fu nominato ministro della Giustizia e affrontò il problema dell’epurazione dei funzionari che si erano compromessi col fascismo concedendo un’ampia amnistia con lo scopo di arrivare ad una riconciliazione nazionale. Nonostante questo, si ebbero delle violenze e delle vendette, soprattutto in Emilia.

La Repubblica

Il 2 giugno 1946 si tiene un referendum istituzionale: il 54% degli Italiani sceglie la repubblica. Contemporaneamente, si svolgono anche le elezioni per eleggere i deputati dell’Assemblea Costituente: per la prima volta le elezioni avvengono a suffragio universale senza alcuna limitazione e anche le donne partecipano al voto. La Democrazia Cristiana si confermò come il partito con più consensi e fu formato allora il 2° governo De Gasperi (alleanza democristiani, socialisti e comunisti)
Ben presto, la coalizione governativa democristiani, socialisti e comunisti comincia a sgretolarsi. Il disaccordo riguarda la ricostruzione economica che opponeva una posizione liberista (= lasciare campo libero all’iniziativa privata) ad una posizione incentrata su una ricostruzione in cui lo Stato dà una funzione di indirizzo (= posizione condivisa dalla sinistra). A questo va aggiunta la pressione della Chiesa, contraria ad una collaborazione della Democrazia cristiana con partiti di sinistra atei.
Dopo un viaggio di De Gasperi negli USA, in cui lo statista è riconosciuto come il leader anticomunista e filoccidentale in Italia ed ottiene un prestito di 100 milioni di dollari, l’ Assemblea Costituente vota la fiducia al 4° governo De Gasperi. In esso, secondo quando richiesto dalla Chiesa e dagli USA, sono esclusi i partiti di sinistra, eccetto il Partito socialista dei lavoratori italiani appena formato (successivamente chiamato Partito social democratico italiano = PSDI), guidato da Giuseppe Saragat. Esso rifiutava l’orientamento filosovietico.

Il 4° governo de Gasperi ha due problemi da risolvere: 1) politica economica 2) ordine pubblico
La gestione della politica economica viene affidata a Luigi Einaudi che applica una politica deflazionistica (cioè aumento della pressione fiscale e stretta creditizia che ha come conseguenza un calo degli investimenti e dei consumi) che fa diminuire l’inflazione e stabilizza il valore della lira, anche se la disoccupazione aumenta. Comunque l’Italia evita la recessione grazie al piano Marshall e alle risorse concesse dall’USA.
Il problema dell’ordine pubblico viene affidato a Mario Scelba che espelle dalla polizia coloro che, a suo tempo, avevano fatto parte delle formazioni partigiane.
Negli stessi anni si continua a lavorare per la redazione di una Costituzione repubblicana. Nonostante alcuni contrasti, alla fine prevale la convinzione che la Costituzione deve nascere dalla collaborazione di tutti, senza tener conte delle ideologie politiche. Questi sono i tre grandi orientamenti all’interno della Costituente:
1) Orientamento liberal-democratico
2) Orientamento cattolico
3) Orientamento socialista e comunista

Le elezioni del 1948

Il 1948 è passato alla storia per due ragioni: è stato l’anno delle prime elezioni politiche in Italia dopo l’entrata in vigore della Costituzione Repubblicana che hanno comportato una scelta di campo nel nuovo contesto internazionale.
Per numero di votanti, pari al 92% degli aventi diritto, e importanza della posta in gioco, le elezioni del 18 Aprile rappresentano un unicum nella storia delle consultazioni elettorali italiane.
Ma chi sono i protagonisti di quelle elezioni?
Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti e Pietro Nenni, leader di Dc, Pci e Psi
A fronteggiarsi, tanto nelle piazze quanto nelle urne, sono in sostanza due modelli opposti di governo: da una parte la Democrazia Cristiana del Primo Ministro uscente Alcide De Gasperi, dall’altra il Fronte Democratico Popolare, lista unitaria della sinistra comprendente il Partito Comunista di Palmiro Togliatti e il Partito Socialista di Pietro Nenni.
Formazioni minori come i socialdemocratici, i liberali, i monarchici e i missini compongono un quadro politico piuttosto variegato.
La posta in gioco, si dice, è alta: il voto degli italiani stabilirà non solo a quale forza politica affidare il governo nella I legislatura repubblicana, ma soprattutto a quale schieramento internazionale appartenere: il blocco occidentale guidato dagli Stati Uniti o quello orientale dominato dall’Unione Sovietica? L’unità tra le forze antifasciste risultate vittoriose sul Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale ha lasciato il posto ad una dura contrapposizione ideologica tra le due superpotenze.
Il biennio 1947-48 segna infatti l’avvio ufficiale della Guerra Fredda, una competizione non direttamente armata tra Washington e Mosca per la supremazia mondiale.
Il 22 febbraio 1948 Josif Stalin marca l’influenza russa sull’Europa Orientale, galvanizzato da un golpe comunista a Praga (Cecoslovacchia) mentre il 3 aprile il Presidente americano Harry Truman lancia il Piano Marshall: 14 miliardi di dollari per la ricostruzione economica in Europa Occidentale. Teatro della prima crisi tra le due superpotenze è invece Berlino, ormai già divisa in due settori, dove il 24 giugno le autorità sovietiche impongono un blocco del trasporto di merci tra la città e la Germania Occidentale. Gli Americani riescono ad aggirare il blocco organizzando un imponente ponte aereo che per oltre un anno rifornisce Berlino Ovest e i suoi cittadini.


In Italia, la campagna elettorale si tiene a tutto campo: nelle piazze riempite dai comizi dei leader e nelle strade tappezzate di manifesti, simboli di partito e slogan ad effetto. Celebre è quello dello scrittore Giovannino Guareschi: “nel segreto dell’urna Dio ti vede, Stalin no”. Ideato per convincere gli elettori cattolici a dare preferenza alla DC piuttosto che al Fronte, gioca su una comunicazione fortemente emotiva. Il rischio che la Sinistra possa affermarsi alle urne spinse anche la Chiesa cattolica ad intervenire. Papa Pio XII promuove la creazione dei Comitati Civici guidati da Luigi Gedda, i quali risultano fondamentali per la mobilitazione delle masse cattoliche in ogni diocesi del Paese.
l responso delle urne è dirompente: la Democrazia Cristiana ottenne la maggioranza relativa dei voti, il 48,5%, e quella assoluta dei seggi, ben 305 alla Camera dei Deputati. Il Fronte Democratico si ferma al 31% conquistando 183 seggi. Le sinistre scontano anche la spaccatura interna ai socialisti, consumatasi l’anno prima con la scissione di Palazzo Barberini e la nascita del Partito Social Democratico di Giuseppe Saragat (la lista di riferimento, Unità Socialista, prende il 7%).
Grazie ad una propaganda efficace e alla prospettiva di immediati aiuti economici dall’America, la DC vede raddoppiare i suoi voti rispetto a due anni prima, quando si era votato per l’Assemblea Costituente. Con la maggioranza assoluta, De Gasperi, pur avendo i numeri per governare da solo, preferì avvalersi dell’appoggio di socialdemocratici, liberali e repubblicani per rinforzare l’azione dell’esecutivo – anche perché al Senato dipendeva ancora dai voti degli oltre 100 senatori “di diritto”, in quanto perseguitati dal regime fascista (per la maggioranza vecchi liberali) in basa alla III disposizione transitoria della nuova Costituzione.
A seguito del 18 aprile e con l’elezione di Luigi Einaudi come primo Presidente della Repubblica, il 12 maggio, il Governo De Gasperi V si insedia con pieni poteri. Più in generale, si apre la lunga stagione politica del centrismo caratterizzata da un’egemonia democristiana e dall’opposizione social-comunista.

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grazia
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Re: Media e dintorni

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Il miracolo economico


Gli anni ‘50 sono il decennio del grande sviluppo economico, il "miracolo", che trasforma radicalmente la società italiana. Inizia l’era del consumismo e della società di massa, con la diffusione dell’automobile, della televisione e degli elettrodomestici. Il vasto piano di costruzioni stradali fa da traino all’intera economia nazionale e fra il 1951 e il 1962 l’industrializzazione del paese cresce ad un ritmo senza precedenti, con un saggio di incremento fra i più alti d’Europa.

I motivi del miracolo vanno ricercati nel recupero e nell’ammodernamento degli impianti industriali fino ad allora non totalmente utilizzati, nell’impiego di fonti di energia più a basso costo (derivati del petrolio e i giacimenti di metano e idrocarburi in Val Padana, Abruzzo e Basilicata), nell’intervento statale attraverso l’IRI e l’ENI, nella crescita graduale di un mercato nazionale di base e soprattutto nella disponibilità di un serbatoio di mano d’opera a basso costo a causa della disoccupazione dilagante specie al sud. A ciò si aggiunge, sul versante internazionale, una congiuntura positiva di grande crescita pressoché generalizzata, i primi passi dell’integrazione europea, gli aiuti americani e gli investimenti degli stranieri in Italia.

La storiografia economica ha individuato due fasi distinte nel processo di crescita degli anni Cinquanta: dal 1951 al 1958 il miracolo è dovuto essenzialmente alla domanda interna; dal 1958 al 1963 invece il fattore trainante è l’esportazione, anche grazie ai primi effetti del Mercato Comune. Le modalità stesse di questo sviluppo, però, accentuano il divario fra nord e sud della penisola. Il mezzogiorno è interessato da un nuova ondata migratoria verso le regioni industriali settentrionali che sottrae alla già povera agricoltura locale buona parte della mano d’opera più giovane e quindi migliore. La strategia dei poli di sviluppo inoltre segna anche l’acuirsi dei dualismi interni alle stesse aree del sud.

Nel modello di sviluppo italiano degli anni Cinquanta, secondo una parte della storiografia, sono insiti i germi della successiva fase di recessione. Oltre al divario nord-sud, infatti, il miracolo accentua anche gli squilibri tra diversi settori industriali e fra industria e agricoltura, visto che alla riduzione degli addetti nel settore agricolo non corrisponde un adeguato ammodernamento del settore. Il grosso degli investimenti, inoltre, è finalizzato ad accrescere la produttività e non l’occupazione, e perciò parallelamente allo sviluppo dei settori trainanti, crescono a dismisura anche piccole imprese e terziario col compito di assorbire mano d’opera. Il sistema delle partecipazioni statali, infine, in assenza di una guida politica univoca e omogenea, si trasforma in mera supplenza e integrazione dell’industria pubblica nei confronti di quella privata, con l’industria pubblica che si accolla l’onere di realizzare le infrastrutture, giudicate troppo costose e rischiose dal capitale privato il quale si limita a sfruttare tutti i vantaggi offerti dalla spesa pubblica.

Il 1963 segna una battuta d’arresto nella crescita economica e la fine del miracolo. Il rapporto produttività-salario, fino ad allora favorevole, inverte la tendenza e ciò, sommato alla crescita eccessiva e rapida dei prezzi e alla perdita di competitività delle esportazioni, fa esplodere le tensioni sociali latenti.

continua

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Liberi Pensieri
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Re: Media e dintorni

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Vorrei che si dicesse anche i danni che hanno provocato i partiti dell'arco costituzionale e l'odio verso le persone che erano fuori da questi schemi.
Poi sicuramente i politici di allora erano di una razza migliore di quelli di adesso
Ci sono tre classi di uomini: gli amanti della saggezza, gli amanti dell’onore, e gli amanti del guadagno.

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grazia
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Re: Media e dintorni

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La nascita del centro-sinistra

Gli anni ‘50 e ‘60 furono caratterizzati in Italia dal rinnova. mento del sistema produttivo e da un’intensa espansione industriale che culminò in un vero proprio “boom” economico tra il 1958 e il 1962. Questo grande sviluppo fu reso possibile soprattutto dal basso costo del lavoro, che consentì all’Italia di essere competitiva sui mercati esteri, in particolar modo quelli integrati nel Mercato Comune Europeo. Il “miracolo economico” causò cambiamenti radicali nella società italiana, grazie all’espansione dell’occupazione, soprattutto nei settori industriale e terziario, crebbe infatti il reddito pro-capite e si inaugurò durante la quale milioni di famiglie italiane si dotarono per la prima volta di elettrodomestici e di automobili.

Il quadro politico rimase piuttosto instabile nel corso della seconda e della terza legislatura repubblicana (1953-63) e fu dominato dalla DC, che governò da sola o in coalizioni comprendenti di volta in volta gli altri partiti centristi: PRI, PSDJ, PLI.

Dopo il tramonto di De Gasperi, l’uomo di governo di maggior spicco in questo periodo fu il democristiano Amintore Fanfani, più volte Presidente del Consiglio. Anche gli altri presidenti del consiglio e i presidenti della repubblica furono democristiani.

Quando nel luglio del 1960 la protesta popolare causò la caduta del governo presieduto dal democristiano Tarnbroni ed appoggiato dall’MSI, Fanfani si assunse il compito di preparare una svolta nella politica italiana, cercando di avvicinare i socialisti all’area di governo. I successivi governi Fanfani, che si avvalsero quindi dell’appoggio del PSI in Parlamento, intrapresero quindi la via delle riforme, istituendo la scuola media unica, che innalzò l’obbligo scolastico a 14 anni, e nazionalizzando l’industria elettrica, che fu affidata nel 1962 all’ENEL (Ente nazionale per l’energia elettrica).

Nel dicembre 1963 Aldo Moro varò la fase del ‘centro sinistra organico”, formando il primo governo con la partecipazione diretta di ministri socialisti. Il rallentamento dello sviluppo economico costituì però un ostacolo ad una azione radicale di riforma da parte dei governi del centro sinistra, che si succedettero sotto la guida di Moro fino al 1968.

Un grande motivo di preoccupazione derivò inoltre dalla scoperta di trame dei servizi segreti finalizzate alla realizzazione di un colpo di Stato autoritario, progettato nel 1964 da generale Giovanni De Lorenzo.

Durante questo periodo Fu eletto come nuovo presidente della repubblica il socialdemocratico Giuseppe Sarago (1964-71).

5 Il ‘68, l’autunno caldo” e la politica italiana negli anni ‘70

La formula di governo del centrosinistra, talvolta con i solo ‘appoggio esterno” del psi, continuò a caratterizzare la politica italiana fino alla metà degli anni ‘70 con governi sempre presieduti dai democristiani; tra questi Giulio Andreotti (1972-73) e Aldo Moro (1974-76).

Le principali innovazioni nella politica italiana vennero però dall’accresciuta partecipazione della società civile, che aprì nel 1968 con l’esplosione della protesta studentesca, caratterizzata da una radicale contestazione dei rapporti politici sociali dominanti. Gli anni ‘70 furono quindi un’epoca d acuto scontro politico tra le generazioni e tra i gruppi sociali che produsse una indubbia modernizzazione della vita culturale e politica del paese, ma che innescò anche le oscure trame dei terrorlsmi di diversa matrice ideologica.

Il momento più significativo ed importante dello scontro sociale fu vissuto nel corso del cosiddetto “autunno caldo” del 1969, che fu caratterizzato da un’ondata di scioperi operai, i cui protagonisti furono soprattutto gli strati meno qualificati, e più numerosi, della classe operaia del nord. Le manifestazioni operaie dell’autunno caldo”, avevano obbiettivi che travalicavano le tradizionali rivendicazioni sindacali su salari ed orari di lavoro, per puntare al problema di una trasformazione in senso meno autoritario dei rapporti di lavoro in fabbrica, e di una evoluzione della democrazia politica in senso partecipativo.

I lavoratori ottennero nel 1970 una nuova legge, lo Statuto dei lavoratori, che ridusse il potere discrezionale dei datori di lavoro sui dipendenti. Il nuovo clima di partecipazione politica e di progressismo facilita l’introduzione di numerose altre innovazioni sociali e nel campo dei diritti civili, quali la liberalizzazione degli accessi universitari e le riforme del sistema carcerario e manicomiale. Nel 1970 fu inoltre approvata la legge che introdusse il divorzio, poi confermata dal voto popolare nel primo referendum tenutosi nell’Italia repubblicana nel 1974.

Il generale spostamento dell’asse politico verso la sinistra favorì in questi anni la crescita elettorale del partito comunista, che durante la segreteria politica di Enrico Berlinguer (l972- 84) affermò decisamente la sua autonomia politica dal1’URSS. Il PCI varò quindi la strategia del compromesso storico”, volta a ricercare un avvicinamento tra le forze progressiste cattoliche e quelle laiche e marxiste, per realizzare la riforma della società e della politica italiana. Un primo passo in questa direzione fu compiuto in occasione del cosiddetto governo della “non sfiducia”, un monocolore DC guidato da Andreotti nel 1976-78, che poté valersi dell’astensione dei comunisti nel voto di fiducia parlamentare.

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grazia
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Re: Media e dintorni

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La situazione precaria dell’ordine pubblico e la recessione economica aprirono poi, nella primavera del 1978, una fase di emergenza nella vita politica nazionale. Si arrivò così alla formazione del governo di “solidarietà nazionale” di Giulio Andreotti (1978-79), che ottenne il voto favorevole anche del PCI.

Questa breve esperienza consentì la ripresa della politica riformatrice, che portò all’ istituzione del Servitari0 nazionale, alla chiusura dei manicomi, alla liberalizzazione dell’aborto e all’approvazione della legge sull’equo canone di affitto delle abitazioni. Dopo solo un anno la contrapposizione tra il PCI e la DC causò però l’esaurimento della “solidarietà nazionale”, e si ritornò alla formula del centrosinistra Questa complessa fase della politica italiana avvenne sotto la presidenza della Repubblica del democristiano Giovanni Leone (1971-78) dimessosi anzitempo perché sospettato di

essere coinvolto in episodi di corruzione (“scandalo Lockheed”), e del suo successore, il socialista Sandro Pertini (1978-l985).

Strategia della tensione e terrorismo

La stagione delle lotte operaie e della modernizzazione della vita sociale e politica del paese vissuta negli anni ‘70 fu contrastata dall’attività eversiva della destra neofascista e dei servizi segreti deviati, che misero in atto un disegno, mirante a destabilizzare l’ordinamento democratico, denominato “strategia della tensione”.

Il primo atto di questa strategia fu la strage del 12 dicembre 1969 in Piazza Fontana a Milano, quando una bomba uccise 17 persone. Nel 1970 vi fu un tentato colpo di Stato sotto il comando del fascista Junio Valerio Borghese, i cui uomini occuparono per alcune ore il Ministero dell’intero Gli attentati dinamitardi continuarono poi per tutto il decennio successivo provocando tra le altre, le stragi di piazza della Loggia (1974), quella del treno ltalicus (1974) quella della stazione di Bologna(1980)

Negli stessi anni alcuni settori estremisti della sinistra extraparlamentare diedero vita al terrorismo rosso”, finalizzato all’abbattimento rivoluzionario dello Stato “borghese”.

La più decisa ed organizzata formazione terrorista dell’estrema sinistra italiana fu quella delle Brigate rosse-BR protagonista di una sequela di brutali .ferimenti e omicidi. L’azione dei brigatisti fu imitata da numerose altre organizzazioni clandestine analoghe, e venne giustificata sul piano ideologico anche da alcuni gruppi studenteschi, che nel 1977 diedero vita ad una ripresa esasperata e violenta del movimento giovanile.

Il momento di massima tensione tra lo Stato e il terrorismo rosso si ebbe nel 1978, a seguito del rapimento del presidente della DC Aldo Moro (16 marzo). In cambio della liberazione dello statista le BR chiesero di trattare direttamente con lo Stato, ma il governo e la maggioranza delle forze politiche sì opposero ad ogni cedimento ai terroristi; Moro venne allora barbaramente ucciso dai brigatisti.

Dopo l’omicidio Moro crebbe l’isolamento politico dei terroristi e dei loro simpatizzanti, e assunse maggiore risolutezza l’azione repressiva dello Stato, coordinata efficacemente del generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. Fu inoltre varata una legislazione speciale che consentì la riduzione delle pene ai terroristi che collaboravano alla giustizia e l’inasprimento del regime carcerario per gli intransigenti, che contribuì nel corso degli anni ‘80 allo smantellamento delle principali organizzazioni eversive.

Economia e politica negli anni ‘80

Dopo un decennio caratterizzato dalla crescita dell’inflazione e dal conseguente aumento dei salari e dei prezzi, nel corso degli anni ‘80 riprese in Italia l’espansione economica, che fu favorita dal contenimento del costo del lavoro. Questa manovra di riduzione dei costi fu resa possibile dall’indebolimento dei sindacati a partire dalla grave sconfitta patita nel 1980, quando gli scioperi operai contro i licenziamenti alla Fiat provocarono la rivolta antisindacale dei tecnici e degli impiegati (“marcia dei quarantamila”; Torino, 14 ottobre 1980). A ridurre l’inflazione e a rilanciare la produzione industriale contribuì poi la congiuntura internazionale, caratterizzata dal ribasso del dollaro e del prezzo del petrolio che favorirono anche il riequilibrio deUa bilancia dei amenti con l’estero dell’Italia


il sistema politico italiano fu caratterizzato negli anni ‘80 dalla flessione elettorale della DC, che rimase comunque il partito di maggioranza relativa, dal declino del PCI, che risentì della Crisi dell’ URSS e della morte improvvisa di Enrico Berlinguer, e infine dalle fortune elettorali del PSI, rilanciato con aggressivo vigore dal nuovo segretario Bettino Craxi. Una nuova coscienza per i problemi dell’ambiente portò poi in primo piano il movimento dei Verdi, che ottenne significativi risultati elettorali.

Le coalizioni di governo riproposero una formula sostanzialmente simile a quella del centro-sinistra e basata perlopiù sulla coalizione del “pentapartito” DC, PSI, PSDI, PLI, PRI che si rivelò peraltro abbastanza instabile (dal 1980 al 198 si succedettero infatti ben ti gabinetti). Per la prima volta nella storia della repubblica si ebbero anche due governi presieduti da esponenti non democristiani il repubblicano Giovanni Spadolini (1981-82), e il socialista Craxi (l983-87) i quale nel 1984 firmò con il Vaticano un nuovo concordato che abolì l’obbligatorietà dell’insegnamento religioso nelle scuole, stabilito nel 1929 dai Patti 1ateransi. Per il resto le alleanze di pentapartito si attestarono su una politica moderata, che non diede impulso alle riforme sociali ma si occupò piuttosto di estendere l’influenza dei partiti di governo nelle infrastrutture amministrative e produttive del paese facendo uso clientelare della spesa pubblica. Si venne così a creare u regime Partitocratico basato sull’allargamento dei poteri dei partiti a scapito di quelli del Parlamento, questa evoluzione determinò la sostanziale paralisi del sistema politico, frequentemente il suo inquinamento per opera degli interessi affaristici ed industriali o addirittura della malavita organizzata.

Nel 1985 fu eletto presidente della repubblica il democristiano Francesco Cossiga (1985-92).

Crisi della “prima repubblica” e i nuovi schieramenti politici negli anni ‘90

Il regime della “partitocrazia” e la commistione tra affari e politica, determinata spesso dalla necessità di finanziare le mastodontiche macchine burocratiche dei partiti, a cui non bastava più il finanziamento pubblico (istituito nel 1974), causò un profondo distacco tra l’opinione pubblica ed i partiti. Questa frattura tra società civile e il mondo politico si allargò dopo l’apertura nel febbraio 1992 dell’inchiesta giudiziaria denominata “mani pulite”, seguita da altre analoghe, che misero in luce la pio fozi4a corruzione del sistema dei partiti la complicità di molti imprenditori, i quali accettavano di farsi taglieggiare per accaparrarsi grossi appalti pubblici o ottenere favori fiscali.

Investita da una generale crisi di credibilità la politica italiana fu costretta a cercare nuove strade. Nel nord del paese si sviluppò il fenomeno della Lega Lombarda -Lega Nord, che si affermò contestando il potere del governo centrale e proponendo uno stato federale.

Tra i partiti tradizionali, il primo a muoversi sulla strada della riforma fu il PCI che sotto la guida di Achille Occhetto dette vita nel 1991 al Partito democratico della sinistra PDS, una formazione di orientamento progressista e riformista; i militanti rimasti su posizioni comuniste costituirono invece il Partito della Rifondazione comunista.

Nel 1994 la DC, molto ridimensionata dagli scandali, riprese l’antico nome di Partito Popolare, mentre il PSI fu travolto da una gravissima crisi di identità e di consensi.

Dopo l’elezione a presidente della repubblica del democristiano Oscar Luigi Scalfaro (1992), nel maggio 1993 il governo fu affidato ad una personalità indipendente, l’ex governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. Il governo Ciampi venne di fatto incaricato di preparare la transizione alla seconda repubblica, basata su un sistema elettorale uninominale e maggioritario che nella speranza dei suoi sostenitori avrebbe dovuto rivelarsi capace di garantire maggioranze di governo più forti.

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Liberi Pensieri
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Re: Media e dintorni

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Non dici come nella strategia della tensione i sevizi deviati cambiarono la linea politica italiana secondo i volere degli stati uniti.
E questo sta succedendo con l unione europea
Ci sono tre classi di uomini: gli amanti della saggezza, gli amanti dell’onore, e gli amanti del guadagno.

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grazia
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Re: Media e dintorni

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Dal libro di Salvatore Natoli

“STARE AL MONDO”

Escursioni nel tempo presente

[..]La globalizzazione ha messo in circolo danaro, risorse materiali e umane, ma
non ha distribuito uguaglianza , parità di diritti. Al contrario, l’accresciuta libertà
degli scambi, avvicinando uomini e civiltà ha fatto misurare più direttamente
l’enorme sproporzione nella distribuzione delle ricchezze, lo scarto che separa chi
ha potere da chi non lo ha, chi è collocato negli scalini alti della scala sociale da chi
è collocato in quelli bassi. [..]Per la verità la società non ha mai smesso di essere
piramidale; le procedure democratiche la piramide l’hanno ridotta, ma non
abbattuta. Certamente però, delegittimata. In nome della democrazia gli esclusi
hanno il coraggio di rivendicare i diritti, ma molti sono collocati troppo in basso
per ergersi, hanno poca voce per farsi ascoltare. E allora applaudono coloro che le
Torri le fanno saltare: un simbolo di potenza di cui non vi era pari e che crolla.
Questo però è uno dei motivi per cui taluni quelle Torri le vogliono di nuovo
velocemente in piedi e non tanto perché “la vita continua” ma per significare
che le gerarchie del potere stanno salde dove sono, non vengono mai intaccate.
Evidentemente sbagliano ambedue.
Per l’emancipazione non c’è altra via che “la pazienza democratica”. Non tutto il
bene subito, ma un lavoro assiduo per ridurre il male, soprattutto per evitare che
gli uomini nel ricercare ognuno per proprio conto il loro vantaggio si nuocciano
reciprocamente. Una fatica questa di lunga lena , assidua, che non ha fine e non
solo perché nel mondo non vi è nulla di definitivo, ma perché gli errori che facciamo
ci fanno rischiare ad ogni momento di arretrare, di perdere perfino quello che si è
guadagnato. Ai terroristi bisogna ricordare che il sangue degli innocenti grida
vendetta e non produce giustizia. La giustizia esige reciproca dedizione, il lavoro di
tutti a vantaggio di tutti. Non esiste un male assoluto da debellare: al contrario il
male più grande è quello di identificarsi con il bene incondizionato, di parlare in
nome di Dio. E’ un parlare delirante: Dio – si diceva prima che morisse – “fa impazzire
coloro che vuole dannare”. Viviamo in un mondo da sottoporre costantemente a
revisione. Ciò esige buona volontà, non presunzione ma perseveranza.[..]

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grazia
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Re: Media e dintorni

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LA PRIMA REGOLA

Non calpestare i fiori.


Proteggi i tuoi sogni
e semina il Domani.
Il Passato è Ieri
e l’Importante è Adesso.

Non usare l’arroganza per affermarti.
Non usare il sorriso per ferire.
Non soffocare il pianto e la gioia.
Non soffocare lo sguardo e l’azione.

Sfogliami senza calpestarmi,
Leggimi senza calpestarmi,
Accarezzami senza calpestarmi.
Sfogliami. Leggimi. Accarezzami.

(Elisa)

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Re: Media e dintorni

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di Marco Valerio Lo Prete

L’ignoranza politica degli elettori è razionale. Come limitarla





Dopo il referendum inglese con cui il Regno Unito ha scelto di abbandonare l’Unione europea, sono fioccati i commenti sulla irrazionalità degli elettori di entrambe le parti, o peggio sul loro essere in larghissima parte ignoranti, gretti e via dicendo. Non pochi economisti e politologi, a dire il vero, ragionano da anni, e in maniera più raffinata di quanto non sia accaduto in queste ore, sul tema “democrazia e ignoranza politica”. Proprio così per esempio s’intitola un libro del 2013 del giurista statunitense Ilya Somin, tradotto in Italia per Ibl Libri. Nel quale si ricorda come il politologo Anthony Downs, nel suo libro del 1957 intitolato “Teoria economica della democrazia”, sia stato il primo a mostrare che l’ignoranza politica è generalmente razionale.

Prima di spiegare perché, accordiamoci sui termini usati. Per “democrazia”, Somin intende il “governo del popolo, dal popolo, per il popolo”, parafrasando Lincoln. Per “conoscenza politica” l’autore intende invece la “conoscenza di questioni fattuali relative alla politica e all’intervento pubblico”, compresa “la conoscenza di specifiche tematiche riguardanti le politiche pubbliche e i leader politici”. Conta anche la misura in cui gli elettori sono capaci di valutare razionalmente le informazioni in loro possesso. Da notare che l’“ignoranza politica” non va confusa con la “stupidità”: “Anche elettori di grande intelligenza possono scegliere razionalmente di dedicare poco o nessuno sforzo all’acquisizione di conoscenza politica. In effetti, i livelli di conoscenza politica sono rimasti stazionari per diversi decenni, nonostante che il punteggio del Quoziente Intellettivo nello stesso periodo sia aumentato enormemente”.

Perché, dunque, l’ignoranza politica è razionale? Perché, innanzitutto “un elettore individuale non virtualmente nessuna possibilità di influenzare il risultato di una votazione: forse, meno di una probabilità su cento milioni nel caso dell’elezione del presidente degli Stati Uniti ai nostri giorni. (…) Come risultato di queste scoraggianti probabilità – scrive Somin – l’incentivo ad accumulare conoscenza politica si riduce a qualcosa di molto evanescente, fintantoché la sola ragione per farlo è esprimere un voto ‘migliore’”. Inoltre, “anche un elettore che attribuisca grande importanza all’esito del voto non ha quasi nessun incentivo a investire massicciamente il suo tempo per acquisire conoscenze sufficienti per compiere una scelta informata. Un elettorato informato è un tipo esempio di ‘bene pubblico’”, come l’aria pulita: “I consumatori sono poco incentivati a contribuire a sostenerne i costi perché possono godere dei suoi benefici anche se scelgono di non partecipare alla sua produzione”. Quanto detto finora “non significa che tutta l’ignoranza politica sia il risultato di un processo di decisione razionale. E certamente non implica che la maggior parte dei cittadini esegua accurati e minuziosi calcoli dei costi e dei benefici dell’acquisizione di conoscenza politica. E’ molto più probabile che l’individuo medio abbia semplicemente la forte sensazione intuitiva che non valga la pena di dedicare più che un minimo sforzo all’acquisizione di informazione politica perché è improbabile che ciò possa avere effetti avvertibili sugli esiti della vita politica stessa”. Secondo Somin, la decisione di andare comunque a votare rimane “razionale nella misura in cui l’elettore percepisce una significativa differenza tra candidature e si preoccupa anche solo superficialmente del benessere dei suoi concittadini, oltre che del proprio”. Esistono anche calcoli teorici a sostegno di questo apparente paradosso del voto, calcoli che Somin illustra nel suo libro. I cittadini preferiscono l’intuito ai calcoli, ma il risultato è lo stesso, come si dimostra per il fatto che “le persone convinte dell’esistenza di grandi differenze tra gli opposti candidati hanno una maggiore probabilità di andare a votare di chi è convinto che la differenza sia piccola, come pure dal fatto che l’affluenza alle urne è più alta nelle elezioni in cui ci si aspetta un testa a testa”.

Accanto alla teoria dell’ignoranza razionale, ce n’è un’altra quantomeno affine, quella della razionalità dell’uso illogico dell’informazione, o della “razionalità dell’irrazionalità” come l’ha definita l’economista Bryan Caplan. Infatti, sostenendo che l’ignoranza politica è razionale, non si sostiene che gli elettori sceglieranno di non acquisire alcuna informazione, ma solo che gli elettori acquisiranno poco o nessuna informazione allo scopo di votare. Detto ciò, alcuni elettori acquisiranno informazioni per altre ragioni. Pensiamo agli studiosi, ai giornalisti, e poi a coloro che acquisiscono conoscenza politica semplicemente perché la trovano interessante. Secondo Somin, cioè, una volta che sappiamo di avere infime possibilità di influenzare con il nostro voto il risultato di una elezione, ci comportiamo come degli appassionati di sport. Acquisiamo conoscenze sul calcio non tanto perché pensiamo di influenzare una partita, ma per accrescere il piacere che proveremo assistendo alla partita. Nella stessa maniera partigiana approcciamo la politica, e non con l’obiettivo di arrivare alla “verità” su una certa scelta politica o con la presunzione di cambiare una sfida elettorale. Questo è confermato, scrive Somin, da vari studi che dimostrano come gli elettori più informati tendano a essere più partigiani di coloro che possiedono meno informazioni; se questi elettori acquisissero conoscenza politica con il solo scopo di votare “meglio”, questo risultato sarebbe difficile da spiegare. Ecco dunque, in sintesi, le teorie dell’ignoranza razionale e dell’irrazionalità razionale, come le chiamano economisti e politologi. Tuttavia, visto che in democrazia la diffusa ignoranza politica rimane spesso problematica, indipendentemente dalla sua razionalità, nella prossima puntata analizzerò alcuni dei correttivi proposti da Somin nel suo libro.


Secondo alcuni studiosi più ottimisti di Somin, sia i consumatori sia gli elettori, quando hanno scarsa conoscenza di un prodotto come anche di una situazione politica, usano delle “scorciatoie informative”. Magari non sappiamo molto di televisioni, ma riconosciamo che il brand “Sony” è famoso per alcuni precisi motivi, e questo può orientare la nostra decisione. Allo stesso modo esistono “scorciatoie informative” trattate nella letteratura politologica: le informazioni tratte dalla vita di tutti i giorni, il ruolo svolto dai partiti politici, le indicazioni fornite dagli opinion leader, il voto retrospettivo e il cosiddetto “miracolo dell’aggregazione”.


Si presume per esempio che gli elettori possano ottenere una notevole quantità di informazioni sull’economia dalle transazioni finanziarie personali come la gestione di un conto bancario o la ricerca di un impiego. Vero, osserva Somin, però ci sono almeno tre limiti. Primo: spesso non affrontiamo nella vita di tutti i giorni i temi politici più decisivi di una certa contingenza elettorale. In secondo luogo: saper valutare la propria condizione personale non equivale a saper determinare se il proprio benessere migliorerà una volta eletto un candidato dell’opposizione. Infine: “Per determinare se una particolare esperienza personale è realmente il risultato di una politica pubblica e in caso affermativo quali attori politici ne sono responsabili, occorrono conoscenze piuttosto approfondite”. Si dice poi che i partiti politici possano aiutare gli elettori a economizzare sui costi derivanti dall’essere informati. Osserva però Somin: “Nel migliore dei casi, l’affiliazione al partito di un candidato è un’indicazione delle sue posizioni politiche, ma dice poco all’elettore sui probabili effetti di quelle politiche”. Per dirla altrimenti: se sotto il governo del Partito X le condizioni di vita sono buone, l’elettore non può dedurre automaticamente che ciò sia dovuto al successo delle politiche di quel partito o non piuttosto a politiche precedenti o a fatti che esulano dal controllo politico. La scorciatoia informativa del partito inoltre può essere fuorviante nel caso in cui lo stesso partito si differenzi in realtà a livello locale e nazionale. Infine diventa ancora più difficile da usare nel caso in cui ci sono più di due partiti e gli elettori devono fare qualcosa in più di una scelta binaria. Senza contare il ruolo della suddetta “razionalità irrazionale”: perché se idealmente gli elettori dovrebbero valutare ciò che sanno dell’attività precedente di ogni partito in modo non distorto da pregiudizi e cercando di determinare come misurarlo rispetto ai suoi rivali, in realtà tuttavia, gli elettori con un forte senso di identificazione con un partito tendono a sminuire ogni evidenza di un cattivo operato del partito stesso e a sopravvalutarne i successi.


Quanto ad affidarsi agli opinion leader, siano essi giornalisti, commentatori o attivisti politici, si pone prima di tutto il problema della scelta degli opinion leader da seguire, il che diventa più difficile se l’elettore non dispone di una solida conoscenza delle questioni in campo. E poiché l’intera questione del riferimento agli opinion leader nasce dall’esigenza di economizzare sui costi di informazione, è improbabile che l’elettore affronti un massiccio investimento in una ricerca sulle qualifiche dei leader d’opinione.


La teoria del voto retrospettivo come scorciatoia informativa afferma che gli elettori giudicano i politici per la loro attività passata piuttosto che per le loro promesse. E analizzare ciò che è stato fatto nel passato potrebbe essere in effetti più facile che predire gli effetti futuri delle politiche dichiarate dai candidati. Eppure anche qui Somin avanza dubbi: in alcuni casi, per esempio, gli elettori non sono nemmeno consapevoli dell’esistenza stessa di importanti politiche pubbliche. Spesso poi una persona ignorante di economia non è in grado di dire se le condizioni dell’economia sono il risultato 1) di politiche del governo attuale; 2) di effetti ritardati delle politiche di precedenti governi; 3) di fattori completamente indipendenti da qualsiasi azione di governo. Senza contare che studi sul voto retrospettivo mostrano che spesso gli elettori incolpano o premiano i governanti uscenti per questioni che erano al di fuori del loro controllo, o tendono a sopravvalutare gli eventi più recenti e sono facilmente distratti da eventi irrilevanti. Infine, osserva Somin, l’ignoranza delle strutture di governo rende difficile per gli elettori decidere quale rappresentante elettivo meriti la riconoscenza o il biasimo. Unica consolazione, la teoria del voto retrospettivo possiede un importante nucleo di verità: può imporre una specie di giustizia sommaria sui leader politici che hanno espresso grossi errori. Ciò contribuisce a spiegare il fatto che in nessuna democrazia moderna si sia mai verificata una carestia, come ha spiegato l’economista e filosofo Amartya Sen.


Ma se nel complesso le scorciatoie al voto informato previste nella letteratura sono deludenti, cosa propone Somin per gestire il problema dell’ignoranza politica da cui siamo partiti? Sempre secondo Somin, ci sarebbero due soluzioni più strutturali per ridurre l’ignoranza politica: il decentramento istituzionale e la limitazione tout court dei poteri dello Stato.


La prima ipotesi afferma che il federalismo consente ai cittadini di “votare con i propri piedi”, oltre che di votare nelle urne, cioè di abbandonare una giurisdizione che si ritiene meno vantaggiosa per una che si ritiene migliore. E gli elettori che votano con i piedi hanno molti più incentivi a prendere decisioni informate degli elettori convenzionali che votano deponendo la scheda nell’urna. Poiché anche un votante molto bene informato non ha virtualmente nessuna possibilità di influenzare realmente i risultati elettorali, un elettore è scarsamente incentivato a diventare informato, almeno se il solo scopo di ciò è deporre un voto “corretto” nell’urna. Le persone che votano con i loro piedi, invece, scegliendo lo stato o la località in cui andare a vivere sono in una situazione totalmente differente rispetto all’elettore tradizionale. Se un votante con i piedi può acquisire informazioni sulle condizioni economiche, sulle politiche pubbliche adottate o su altri aspetti che caratterizzano una differente giurisdizione, può andare là dove ritiene che le condizioni di vita siano migliori. Ciò crea per i votanti con i piedi un incentivo ad acquisire informazioni rilevanti sulle diverse giurisdizioni più forte dell’incentivo per i votanti tradizionali di acquisire informazioni sui medesimi aspetti. La situazione è simile a chi “vota con i piedi” nel settore privato: la maggior parte delle persone probabilmente spende più tempo per acquisire informazioni per l’acquisto di un’auto o di un televisore che per determinare quale candidato votare alle presidenziali. Inoltre i votanti con i piedi hanno bisogno di informazioni meno dettagliate: a loro spesso basta sapere che in uno stato o i una località specifiche condizioni di vita sono migliori che in un’altra località, e poi essere in grado di mettere in atto questa conoscenza per spostarsi in quei luoghi ritenuti più favorevoli.


Somin fa l’esempio degli afroamericani nel sud degli Stati Uniti nell’epoca di Jim Crow, cioè grossomodo dal 1880 al 1960. In quel periodo i governi degli stati del sud adottarono una pluralità di leggi discriminatorie e oppressive verso i neri; e nonostante questi ultimi fossero mediamente più analfabeti dei concittadini bianchi, furono in grado di raccogliere informazioni sull’esistenza di condizioni relativamente migliori in altri stati, sufficienti ad avviare una massiccia emigrazione verso il Nord o altre aree del sud meno oppressive. Tra il 1880 e il 1920, oltre un milione di afroamericani nativi del sud emigrarono al nord o a ovest, circa il 10 per cento della popolazione afroamericana complessiva. Somin descrive le diverse fonti informative utilizzate all’epoca e sottolinea le parole di Frederick Douglass, il più eminente leader afroamericano del XIX secolo, secondo cui “la diffusione è la vera politica per la gente di colore del Sud”. Conclusione di Somin: “Nei fatti si verificò quello che la teoria del voto con i piedi in un federalismo concorrenziale avrebbe predetto: la migrazione non solo ha giovato ai migranti, ma ha inoltre costretto i governi razzisti degli stati del sud a concedere agli afroamericani maggiori opportunità di istruzione e maggiore protezione delle loro proprietà e della loro persona nello sforzo di indurli a restare e a continuare a offrire lavoro alle aziende agricole e industriali di proprietà dei bianchi”. Considerati i costi di trasporto ridotti e i livelli d’istruzione maggiori di oggi, il “voto con i piedi” potrebbe essere ancora più alla portata di tutti in occidente; a patto di favorire un vero federalismo concorrenziale e di non auspicare solo centralizzazioni burocratiche.


In secondo luogo, una riduzione della dimensione e della complessità dello stato può ulteriormente alleviare i problemi dell’ignoranza politica riducendo il fardello di conoscenza imposto agli elettori. Scriveva James Madison nel Federalista: “Poco potrà importare al popolo che le leggi siano approvate da uomini da esso designati, allorché tali leggi siano così voluminose da non poter essere lette, così incoerenti da non poter essere intese”. Un avvertimento tanto più importante in democrazie avanzate come le nostre, in cui ormai lo stato intermedia una spesa pubblica pesante come la metà del pil e interviene attivamente nei campi più disparati.

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Re: Media e dintorni

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Caro Savona, Nietzsche spiega i conti italiani meglio di Platone

Corrado Palazzi


La sorprendente relazione del presidente Consob che si richiama al mito della caverna e a quelle catene da spezzare. “I sospetti sulla nostra possibilità di insolvenza del nostro debito pubblico sono oggettivamente infondati”
Paolo Savona, da raffinato uomo di cultura quale è, con la sua prima relazione annuale come presidente della Consob ha probabilmente stupito gli economisti, soprattutto quelli mainstream, ma ha anche sorpreso noi cultori di filosofia. Infatti, per esemplificare una delle tesi forti espresse nel suo speech, cioè il fatto che l’Italia non sia messa affatto così male come vuole il luogo comune accreditato un po’ ovunque, ha fatto riferimento al “mito della caverna” presente nella Repubblica di Platone: prigionieri e incatenati con la luce della verità alle spalle, vediamo solo le ombre o le immagini distorte proiettate sul muro davanti a noi.
Questo mito, come è noto, non è solo il luogo probabilmente più frequentato di tutta la storia della filosofia, ma anche una sorta di mito fondativo dell’Occidente e della sua cultura. È solo con il coraggio e la volontà di spezzare le catene e di uscire fuori all’aria aperta a vedere la luce, che possiamo conoscere le cose come veramente stanno, vederle nella loro “realtà effettuale”. Uno sforzo che, in un’epoca di conformismo e omologazione mentale quale è la nostra, nessuno o quasi compie più secondo il presidente della Consob: né gli accreditati analisti esterni degli enti sovranazionali e degli istituti di ricerca, né noi stessi che siamo quasi atavicamente impegnati a denigrarci e a spararci addosso. Da qui il richiamo ai primi affinché si sforzino di non usare solo “basi parametriche convenzionali”, ma tengano conto dei veri “pilastri” che reggono la nostra economia: la competitività delle nostre imprese sui mercati globali e il risparmio accumulato; ai secondi, cioè alle nostre classi dirigenti, ad “abbassare i toni” per rafforzare la luce e la fiducia del Paese in se stesso. È uno supplemento di ragione, o di illuminismo, che Savona chiede, e non gli si può certo dare torto nella sostanza.
Le cose però possono essere viste anche da un’altra angolazione, meno razionalistica e platonizzante ma convergente verso lo stesso concetto. Mi spiego. La filosofia contemporanea si è chiesta se poi lì fuori, alla luce, ci sia veramente qualcosa e se, questo qualcosa, sia da considerarsi la verità, l’Idea nella sua perfezione e purezza, di cui il mondo che ci scorre davanti agli occhi non è altro che apparenza, mera percezione, irrealtà. E se la realtà vera e unica non fosse altro che quella che ci sta innanzi? E se fosse un errore, o addirittura una malattia da curare, il nostro cercare oltre di essa? Lo Zarathustra di Friedrich Nietzsche, in poche righe, fra allusioni e metafore, ci mostra proprio come gradualmente, nel percorso storico della filosofia occidentale, “il ‘mondo vero’ finì per diventare favola” con “Platone rosso di vergogna”.
Ma la conclusione di questa storia, il colpo ad effetto di quel grande visionario che fu il filosofo dell’“oltreuomo,” è la considerazione che “col mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente”, cioè ogni distinzione fra percezione e realtà. Nel mondo dell’assoluta immanenza in cui viviamo, si è quel che si crede o si è creduti di essere. Gli stessi mercati e la stessa Borsa che Savona è chiamato a vigilare vivono di umori, sollecitazioni, parvenze, che sono quasi più reali della realtà. L’Italia oggi ha una cattiva reputazione, basata sui “pregiudizi” nostri e altrui, accreditati da quegli “esperti” che, nella sua lettura del “mito della caverna”, Michael Oakeshott apostrofava duramente perché ritenevano di conoscere la verità essendo usciti solo loro fuori alla luce a vederla, e volevano farsi re imponendola ai rozzi cavernicoli che erano rimasti dentro (i “filosofi-re” di cui parla il grande pensatore inglese assomigliano molto ai moderni economisti e tecno-burocrati!).
“I sospetti sulla nostra possibilità di insolvenza del nostro debito pubblico sono oggettivamente infondati”, dice Savona, e generano quella speculazione ai nostri danni che l’Europa non contrasta efficacemente e arriva persino a usare come “vincolo esterno” nei nostri confronti. Miti e pregiudizi possono però essere smontati e a questo compito dobbiamo dedicarci. Più che Platone ci serve un Nietzsche che ci sveli di quali e quanti “umani, troppo umani interessi” siano fatte le nobili intenzioni e le virtù a cui gli altri ci richiamano. Mi sembra questo il senso più profondo, qualcuno dirà “sovranista”, della colta e sorprendente relazione del nuovo presidente della Consob.

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