Media e dintorni

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grazia
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Non ci sono più... i politici di una volta

Adelino Amistadi

Non ci sono più... i politici di una volta
Berlinguer, Moro, La Malfa che direbbero della politica di oggi?
Un vecchio democristiano con cui ho condiviso mille battaglie a livello locale mi fa una domanda interessante che mi ha fatto meditare sul passato politico di gran parte di noi: “Secondo te, Moro e Berlinguer, sarebbero entrati nel PD (Partito Democratico)?” e ancora: “Franceschini avrebbe fatto carriera nella DC di cui era dirigente giovanile?” La lettera in realtà è ben più articolata, venata di nostalgia per una storia gloriosa finita male, quella della Democrazia Cristiana, e per alcuni suoi illustri personaggi troppo presto dimenticati, ma la sintesi è riassunta nelle domande in questione.

Caro amico, non mi dispiace ripensare al passato, erano altri tempi, la politica era affidata a personaggi di altro spessore ed i meriti del primo periodo della Repubblica sono innegabili ancora oggi, qualcuno li rimpiange, (andava meglio quando andava peggio!), altri usano il passato come alibi e giustificazione ad ogni loro nefandezza.
Comunque non è possibile paragonare il passato al presente con facilità senza tener conto di tutto quanto è successo nel frattempo, nel bene e nel male. La vecchia Dc ed il vecchio PCI, così come gli altri partiti, erano tutt’altra cosa dai fatiscenti partiti, partitini di oggi. Così come è impossibile fare paragoni tra statisti a livello di Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Ugo La Malfa ed i politici attuali. Oggi abbiamo in circolazione nomi diversi: Franceschini, Di Pietro, Mastella, Bassolino, il che è tutto dire. E’ difficile oggi parlare di una DC e di un PCI che non ci sono più.
Il PD attuale a poco a che vedere con il PCI di Berlinguer che si confrontava e talvolta dialogava con la DC di Aldo Moro alla ricerca di un “compromesso storico” per il bene del Paese, oggi i metodi sono diversi ed il bene comune ed il senso civico e nazionale sembrano non interessare più di tanto gli uomini politici. Io, personalmente, non fui mai un seguace di Moro, l’ho incontrato un paio di volte, era un uomo severo, ma complicato, soprattutto per un istintivo come me, io ero, com’è notorio da sempre, un Donat-cattiniano, combattivo e ribelle, e poco avevo da spartire con le strategie complesse, seppur lungimiranti, della scuola morotea. Ciò nonostante avevo grande stima ed ammirazione per quell’uomo che sapeva tener testa a mezzo mondo, lo seguivo nei congressi e negli incontri pubblici, e partecipavo con calore alle discussioni che seguivano inevitabilmente ad ogni suo intervento. Così che posso affermare con tranquillità che Moro, convinto cattolico, mai sarebbe entrato nel PD, come oggi questo partito si presenta ed opera.
Con il tanto discusso “compromesso storico” Moro si proponeva di attirare Il Partito Comunista nell’orbita della DC, quello che sta avvenendo in questi giorni, converrai anche tu, è, invece, l’esatto contrario: i reduci della Dc e i protagonisti della Margherita son stati fagocitati nel PD e valgono ormai come il due di coppe, compresa la cultura cristiano-popolare finita nel cestino delle cose di scarso valore. Ecco, sì, forse Berlinguer ne sarebbe contento. In quanto a Franceschini è presto per dire fin dove arriverà la sua carriera, oggi è un po’ come l’Imperatore Romolo Augustolo messo sul trono di Roma quando l’impero romano stava per sgretolarsi, speriamo non faccia la stessa fine che fu ingloriosa e perfino cruenta. Non saprei proprio dire quel che avrebbe combinato nella vecchia Dc, non molto, considerando i primi passi da segretario del PD, incerti, confusi, tutto teso al ricupero dei “Sinistri” che Veltroni aveva avuto il coraggio di scaricare. In conclusione, credo sia fuori luogo pensare a paragoni ormai improponibili, l’Italia di oggi non tornerà più ad essere quella di ieri, così come, mi auguro, che l’Italia di domani, del futuro, non sia più quella di oggi.

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grazia
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L’incompetenza al potere. Abbiamo sfiduciato i politici, ci restano i dilettanti

Le capacità sono diventate una colpa, l’inesperienza un valore aggiunto. E così il Parlamento sta diventando un ritrovo di dilettanti. Un tempo le classi dirigenti venivano selezionate in base alle competenze, oggi grazie a servilismo e dati anagrafici. Ma a pagare il prezzo è tutto il Paese

A furia di criticare i politici di professione, stiamo regalando il potere agli incompetenti. È il frutto avvelenato della rottamazione. L’effetto, neppure troppo collaterale, di un’epoca votata al rinnovamento a tutti costi. Le capacità sono diventate una colpa, l’inesperienza un valore aggiunto. L’età si trasforma in un requisito imprescindibile: spazio ai giovani, anche se privi di qualità. È la rivincita degli incapaci. Un tempo per diventare parlamentare bisognava fare la gavetta. Erano necessarie cultura e competenze. Oggi il modello è cambiato. La politica non è più una missione, ma un mestiere. Meglio se temporaneo, magari da intraprendere con il giusto dilettantismo.

Deputato per quattro legislature, il democristiano Gianfranco Rotondi ha una posizione evidentemente controcorrente. Pochi mesi fa ha scritto un libro che sembra una provocazione, Meglio la Casta. L’ex ministro berlusconiano evidenzia i limiti dell’antipolitica, la nuova stagione non lo convince. «Anche Alcide De Gasperi era un professionista della politica - spiega - eppure in cinque anni trasformò le macerie nel miracolo economico italiano». Il tema non riguarda solo il nostro Paese, anche se da noi sembra essere centrale. «In Germania, e non solo, comandano ancora i politici di professione» insiste Rotondi. «Forse non è un caso se loro galoppano, mentre l’Italia declina e si immiserisce». La Prima Repubblica è lontana. L’elezione in Parlamento era considerata un punto di arrivo, oggi rappresenta l’inizio di nuove carriere. Non stupisce il tasso di impreparazione di molti politici, anche culturale. Nella legislatura appena conclusa i deputati laureati rappresentavano il 69 per cento del totale. Nella prima legislatura repubblicana, dal 1948 al 1953, erano il 91 per cento. Oggi la vita di Palazzo si affronta senza troppa esperienza, all’insegna del dilettantismo.

Pino Pisicchio, presidente del gruppo Misto e parlamentare di lungo corso, ha utilizzato proprio questo termine nel suo ultimo libro. I dilettanti. Splendori e miserie della nuova classe politica. Tra le pagine si scopre che in questi anni la competenza è stata spesso sacrificata sull’altare del ricambio generazionale. Nell’ultima legislatura, per esempio, il 66 per cento dei nostri parlamentari risultava alla prima esperienza. Un’esagerazione tutta italiana. «Le ultime tre legislature all’Assemblea Nazionale francese fanno registrare il 37,6 per cento, il 22,87 e il 30,32 di cambiamento. Nella Camera dei Comuni inglese in questa legislatura il tasso di rinnovamento è del 34,92 per cento. Abbastanza alto, considerate le due legislature precedenti: 18,30 e 14,1 per cento».

Il fenomeno è trasversale, sia chiaro. Affonda le sue radici negli anni Novanta e culmina, oggi, con l’ascesa dei Cinque Stelle. In questi giorni la votazione online dei futuri parlamentari grillini evidenzia tutte le difficoltà nel selezionare le classi dirigenti. Deputati e senatori pentastellati sono scelti sulla base di una consultazione in rete contraddistinta da accuse, ricorsi e veleni. È la democrazia diretta, si dirà. Anche se l’ultima parola spetta al capo politico, che ha il potere di bloccare ogni candidatura a suo insindacabile giudizio. Intanto in corsa per un seggio ci sono almeno 15mila aspiranti parlamentari, spesso privi di qualsiasi esperienza. Una competizione contraddistinta, in molti casi, dall’incoerenza di chi dopo aver disprezzato per anni la politica adesso sgomita per entrare nel Palazzo. Non solo Cinque Stelle, però. Se il M5S nasce in antitesi ai professionisti della politica, non sono pochi i partiti che subiscono il fascino della società civile. Nulla di male, per carità. Contaminare le aule parlamentari con specifiche competenze è un dato positivo. Un po’ meno se la candidatura di sportivi o personaggi famosi è solo un modo per conquistare più voti. «È l’insicurezza di una politica figlia di un dio minore» racconta ancora Rotondi. «Una volta proposero a Giulio Andreotti di inserire in lista un noto rettore universitario. “Ma se ha già un mestiere perché gliene dobbiamo cercare un altro?”, disse. Ovviamente non lo candidò».

Più volte ministro, deputato e senatore per cinque legislature, Rino Formica resta uno dei più illustri rappresentanti della Prima Repubblica. La sua lucida analisi del fenomeno parte proprio dalle differenze con quel periodo. «Prima i parlamentari erano selezionati sulla base delle esperienze» racconta. «Prendiamo il caso delle commissioni Lavoro: spesso gli esperti di previdenza venivano dal sindacato. C’erano parlamentari di tutti i partiti che vantavano competenze persino superiori ai ministri». La selezione della classe dirigente non era casuale. «I professionisti politici della Prima Repubblica non erano coloro che conoscevano tutto lo statuto del partito o sapevano come organizzare un comizio. E la prova è l’adesione, nel momento in cui si costituirono i partiti, da parte di tanti professionisti: avvocati, ingegneri, magistrati. Persone che decidevano di entrare in politica e abbandonavano la loro esperienza lavorativa. Voglio ricordare Michele Cifarelli, che nel 1945 aderì al Partito d’Azione e si dimise da magistrato per fare il funzionario di partito. E così avveniva ovunque». Poi sono arrivati gli anni Novanta, l’avvento della Seconda Repubblica e la personalizzazione della politica. Adesso, nei partiti di proprietà dei leader di turno, «alle competenze viene chiesta anche obbedienza servile».

La nuova stagione non è priva di rischi. Una classe politica incompetente rappresenta un problema anche per la democrazia. Forse non è un caso se l’astensionismo continua a crescere e gran parte dei giovani non va più a votare. E mentre l’esperienza diventa superflua, nel Palazzo prosegue il ricambio generazionale. Molti politici di vecchio corso si sono arresi all’evidenza. Pochi giorni fa Antonio Martino, tra i fondatori di Forza Italia, ha consegnato il suo sfogo al Quotidiano Nazionale. Dopo sei legislature anche lui lascia. «Andare in Parlamento è ormai un tormento che non voglio più infliggermi. Una volta c’erano persone di grande valore, ora è in mano alle masse, ai mediocri. L’ambiente umano è pessimo». Stessa scelta per un democristiano come Carlo Giovanardi. Dopo venticinque anni tra Montecitorio e Palazzo Madama, stavolta non si candiderà. Alla cronaca bolognese di Repubblica ha spiegato i motivi del passo indietro. «Quando sono entrato avevo di fronte dei giganti, adesso sembra che l’inesperienza sia una virtù». E se fosse solo una questione di necessario rinnovamento? Il senatore non sembra avere dubbi: «Se lei dovesse subire una delicata operazione, cercherebbe il miglior chirurgo in circolazione o uno studente iscritto al primo anno di medicina?».

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grazia
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“Semplice come augurare la morte”.

Quanti insulti, messaggi di odio e minacce leggiamo ogni giorno sui social network? E con quanta leggerezza vengono digitate parole colme di astio e livore nei confronti di un avversario, di una persona con cui non si condividono le stesse idee e che si vuole colpire in ogni modo?
Tanto siamo nel mondo virtuale, che vuoi che sia? Mica è reale.
E invece sì lo può diventare!
Minacciare di morte o augurare violenza a qualcuno non è un gioco. Tante persone che credono di essere invisibili dietro una tastiera, digitano il proprio odio, accusano, si accaniscono, offendono e umiliano senza pensare alle conseguenze. Invece è vigliaccheria, mancanza di argomenti, e purtroppo si diventa parte di quel “popolo del Web” che condivide rabbia, ira, odio e trae forza proprio da questo odio comune.
E nel frattempo fa danni alla vita delle persone.
Forse molti di voi non hanno mai sentito parlare di shitstorm o gorestorm, che sembrano parole lontane, quasi simboliche, invece sono reali. Sono dei veri e propri attacchi mirati contro una persona o un gruppo. La gogna mediatica può distruggere un’esistenza e di esempi ne abbiamo avuti diversi. Adolescenti o adulti presi di mira con decine di messaggi ogni giorno, su Facebook e Whatsapp, carichi di insulti e “inviti” a sparire, a togliersi la vita, tanto che alla fine qualcuno più debole lo fa davvero.
E quando succede la colpa di chi è? La facilità con cui si fa click alleggerisce la coscienza? Oppure non si percepisce il fatto che dal virtuale al reale il passo è breve? Che succede ad esempio se inizia il “gioco” delle offese e degli insulti nei confronti di una persona e partecipano in tanti (perché per alcuni è divertente fare gruppo, no?) e magari si inneggia alla violenza verso la persona presa di mira tanto che alla fine uno degli haters (letteralmente significa odiatori) si presenta sotto casa della vittima e la aggredisce? Esisterebbe un solo colpevole? E tutti gli altri avrebbero la coscienza a posto?
Di esempi come quelli che ho descritto ne esistono diversi in Rete, alcuni anche attuali che colpiscono pure volti noti dello spettacolo o del giornalismo. La Polizia postale, è vero, ha il compito di reprimere i reati che si configurano dietro certi comportamenti, ma sta a noi, alla parte sana degli utilizzatori della Rete evitare di cadere nei veri e propri “circuiti di odio”, staccarci dalla massa e anzi isolare chi insulta e inneggia alla violenza. Se non denunciare quando necessario…

Agente Lisa
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Condivido il concetto ma purtroppo non sono tanto i "giovani" quanto persone di età avanzata che malgrado culturalmente dotati si comportano come bambini maleducati. Senza rendersi conto
che, ancorchè se penalmente irrilevante, è sempre moralmente riprovevole dire certe cose dimenticando che le parole "sono pietre" .......................

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grazia
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Salvini ha detto che a “Bella Ciao” preferisce

“la canzone su cui i nostri nonni e bisnonni hanno dato la vita per salvare il nostro Paese, con il Piave che mormorava non passa lo straniero”.


Che è un bel nuovo passo nel suo cammino di distruzione dell’unità degli italiani.

Dopo aver messo per una vita padani contro terroni e poi italiani contro italiani, adesso passa pure ai morti e alla storia. E prova a mettere i giovani italiani morti durante la prima guerra mondiale contro i giovani italiani morti durante la Resistenza nella Seconda guerra mondiale.
Perché lui ama l’Italia. Questo sia chiaro.

Intanto per Matteo Salvini – che non si sa perché ce l’abbia tanto con gli italiani che hanno scacciato i nazisti tedeschi, è una cosa che proprio non gli va giù – solo i nostri nonni e bisnonni che hanno combattuto durante la Prima Guerra Mondiale “hanno dato la vita per salvare il nostro Paese”.
Gli altri no.

Per lui i nostri nonni e bisnonni che hanno dato la vita durante la Resistenza per liberarci dai nazisti che trucidavano donne e bambini non hanno salvato il Paese. Per Salvini quell’esercito non era un esercito invasore. Quindi a lui Bella Ciao non piace.

Ci sono tuttavia delle piccole differenze storiche tra le due tragedie che rivelano una certa coerenza di Salvini.

Intanto noi nella Prima Guerra Mondiale non fummo gli aggrediti dall’invasore, ma gli aggressori. E non solo fummo noi ad aggredire l’esercito Austro-Ungarico: lo facemmo pure accoltellandoli alle spalle visto che loro erano i nostri alleati. E tutto questo, se ci pensate, rientra molto nell’indole del nostro Matteo.

Nella Resistenza invece gli aggrediti fummo noi. Certo, sempre dopo un tradimento dell’Italia (che prima stava con i nazisti e poi passò con gli americani) ma chi combatté nella Resistenza, al fianco dei nazisti, non ci volle stare mai.

In secondo luogo i giovani che andarono a morire sul Piave, a morire, ci furono mandati a forza. Per tantissimi, tantissimi di loro non fu una scelta. Giovani e giovanissimi contadini, operai, ragazzi poveri del Sud che volevano solo lavorare e stare con i propri cari furono mandati al macello, a crepare come bestie in trincea, in una guerra in cui non eravamo stati coinvolti, decisa da politici, industriali e generali, senza che nessuno avesse chiesto il loro parere.

Mentre i partigiani sono stati ragazzi, uomini e donne che hanno scelto di combattere, che hanno scelto di morire, che hanno scelto di cacciare un esercito invasore. Non aggredito, come nel caso della prima guerra mondiale, ma aggressore.

Insomma, se vogliamo in questa scelta, da parte di Salvini, c’è della coerenza: meglio una canzone cantata da figli mandati al macello per aggredire un altro Stato che abbiamo tradito, che la canzone di un popolo di giovani italiani che sceglie di dare la vita per liberare l’Italia dall’aggressore nazista.

Onore ai ragazzi mandati a morire sul Piave per la gloria dell’Italia.
Onore ai ragazzi, gli uomini e alle donne andati a morire sulle montagne per la nostra libertà.
Tutti, senza “preferenze” figli dello stesso dolore, vittime della stessa violenza, padri della stessa Patria.

Disonore e vergogna su chi ostinatamente cerca solo da una vita di mettere gli italiani gli uni contro gli altri e infangare la memoria di chi ci ha donato a questo Paese e la Democrazia.


Emilio Mola

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Trump il guerrafondaio: "Abbiamo speso tanto in armi, le useremo contro l'Iran"
Il miliardario xenofobo continua la sua campagna elettorale aperta con il sangue e si vanta della potenza militare americana: "Siamo i più grandi"



Donald Trump
globalist
5 gennaio 2020


Minacce più per galvanizzare l’elettorato interno che per dire cose vere. Ma comunque parole sconsiderate da parte del presidente di una nazione importante: "Gli Stati Uniti hanno appena speso due trilioni di dollari in equipaggiamenti militari. Siamo i più grandi e di gran lunga i migliori al mondo! Se l'Iran attacca una base americana, o qualsiasi americano, invieremo alcune di quelle nuove meravigliose attrezzature, e senza esitazione!".



Lo ha scritto il presidente americano Donald Trump su Twitter.
E ha poi aggiunto.
"Ci hanno attaccato e noi abbiamo contrattaccato. Se attaccano di nuovo, cosa che consiglio vivamente di non fare, li colpiremo più forte di quanto non siano mai stati colpiti prima!". Lo scrive il presidente americano Donald Trump su Twitter.
L'Iran: "Gli Usa non avranno il coraggio di colpire 52 siti"
Gli Usa non avranno il "coraggio" di colpire 52 siti in Iran, come minacciato dal presidente americano. Lo ha detto il generale Abdolrahim Moussavi, comandante dell'esercito iraniano. "Dicono questo
genere di cose per distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale dal loro atto odioso e ingiustificabile", ha spiegato, riferendosi all'uccisione del generale Soleimani.

Intelligence
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troppi anni sono trascorsi in pace e te pareva che prima o poi qualcuno più intelligente degli altri
si annoiasse e studiasse il modo per interromperla?

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L'Angolo del Sorriso....amaro


Donald Trump ai suoi: “Ho appena chiamato il mio amico Putin. Abbiamo fatto una bella chiacchierata, è proprio un gran simpaticone! A proposito, costruitemi una trentina di nuove bombe atomiche... mi sono accorto che ne ha più di me”.
Marco Alfaroli

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Usa-Iran, ma Trump ha un piano? Le 4 domande chiave dopo l’uccisione di Soleimani
Qual è l’obiettivo di Trump? E qualcuno, nell’amministrazione Usa, ha davvero un piano? La crisi tra Usa e Iran vista dal miglior giornale del Medioriente
di Gianluca Mercuri

Usa-Iran, ma Trump ha un piano? Le 4 domande chiave dopo l'uccisione di Soleimani


L’assassinio del generale iraniano Qassem Soleimani da parte degli americani è un fatto sconvolgente che — visto dal miglior giornale del Medioriente, Haaretz, e dal suo miglior analista, Anshel Pfeffer — pone «due questioni critiche sull’Iran e due sugli Usa». Vediamole.

1) L’Iran abbandonerà la sua prudenza?
Dalla tremenda guerra degli anni ‘80 con l’Iraq, che gli costò oltre un milione di morti, l’essenza della strategia del regime — totalmente incarnata da Soleimani — è stata evitare un altro conflitto in campo aperto. «Ora sia la sua assenza nelle discussioni tra i leader sia la rabbia generata dalla sua morte possono scalfire questa cautela». La gamma di obiettivi possibili per la rappresaglia è ampia. In ogni caso, l’Iran deve calibrare l’escalation, se non vuole che il conflitto tocchi il suo territorio. E il suo stratega principe non c’è più.

2) Come influirà la morte di Soleimani sull’assetto di potere interno?
Il suo ruolo era di importanza gigantesca: comandava le Guardie della Rivoluzione da 22 anni ed era dato perfino tra i possibili successori di Khamenei come Guida Suprema. C’era lui dietro tutte le scelte decisive, dalla destabilizzazione dell’Iraq dopo l’invasione Usa al salvataggio di Assad in Siria. E Khamenei ha continuato a sostenerlo anche dopo i colpi a vuoto: l’impossibilità di creare basi stabili in Siria per via degli attacchi israeliani e le manifestazioni popolari che (come la fazione legata al presidente Rouhani) chiedevano di investire nelle riforme anziché nelle guerre. Senza Soleimani, «l’Iran potrebbe per una volta calcolare male la sua risposta e andare a una guerra totale. Ma se le conseguenze sono contenute, c’è anche la speranza che cominci a limitare le sue ambizioni regionali».


3) Qual è l’obiettivo di Trump?
Difficile decifrare la strategia del presidente, che è passato dalla denuncia del trattato sul nucleare iraniano alla richiesta (respinta) di un incontro con Rouhani, dall’annuncio del ritiro dalla Siria a un cambio di 180 gradi con il dispiegamento di combat troops, gli attacchi alle milizie filo iraniane e l’uccisione di Soleimani. Il generale poteva essere eliminato anche in passato, ma l’America aveva perfino collaborato con lui in funzione anti Isis e anti Al Qaeda. È possibile che il presidente abbia colto in modo estemporaneo la possibilità di colpire un obiettivo di cui, anche nella distrazione con cui segue i briefing, ha capito la grandezza. Forse gli serve per la campagna elettorale. Forse si prepara alla guerra.

4) Qualcuno nell’amministrazione ha un piano?
Fino a quattro mesi fa Trump era circondato da falchi nel National Security Council, poi ha licenziato John Bolton. Ora attorno a lui «c’è a malapena uno scheletro di staff professionale e soprattutto un gruppo di adulatori». Ha ancora le migliori forze armate e la migliore intelligence del pianeta, «ma nessuno capace di pensiero strategico». Potrebbe quindi infilarsi in una guerra feroce senza un piano. L’America è mille volte più potente «ma l’Iran, dal 1979, si è dimostrato in grado di sfruttare ogni esitazione, ogni errore e ogni vuoto temporaneo da parte delle amministrazioni Usa». Per questo siamo nel regno dell’imprevedibile. «Un presidente vanaglorioso e una leadership iraniana che ha perso il suo esponente più saggio — entrambi in lotta per sopravvivere — si affrontano sull’orlo del precipizio».


4 gennaio 2020

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Il suicidio del vigile linciato per il parcheggio.


Il viceministro dell’Interno Crimi: la violenza perpetrata dai social network è vergognosa

Sorride Gian Marco, è emozionato come una matricola, la placca dorata sul petto è il suo primo encomio ufficiale. Nella fotografia i colleghi gioiscono con lui. Venti gennaio 2019. Un anno prima dell'abisso. Esattamente 399 giorni dopo, per un parcheggio vietato - un vigile che mette l'auto di servizio su un posto riservato ai disabili - , si scatenerà la gogna dei social. Sarà l'innesco della fine.

Non è un ragazzino l'agente Gian Marco Lorito. Non è perseguitato dai compagni di scuola. È un pubblico ufficiale che a 44 anni si toglie la vita perché non riesce a sopportare la condanna del tribunale virtuale: i social network. "Quei messaggi per lui erano diventati un incubo - racconta la compagna Marisa, 42 anni - . Vedeva la sua carriera rovinata. Soffriva all'idea di avere magari disonorato la divisa. Lui che viveva per questo lavoro e che era stimato da tutti. È tutto qui, davvero: non ci sono altri motivi. Prima di questa storia Gian Marco era sereno". Già. Prima che i gruppi Facebook iniziassero a rovesciargli addosso il repertorio che, nel tempo dell'odio in tempo reale, può toccare a un vigile che ha commesso un errore sì, plateale, ma di cui si era già scusato (con tanto di autopunizione e donazione).

Messaggi di questo tenore: "Meglio ridere, altrimenti è meglio spararsi". "Vergognati". "Ecco gli abusi di potere". "Incivile, è così che dai l'esempio!". "Puoi anche ammazzarti". Gian Marco l'ha fatto davvero. L'altra notte, erano le 4.30, non vedendolo rincasare dopo il turno finito alle 24 nel comune di Cividate, Marisa chiama il Corpo di polizia di Palazzolo (il comando di appartenenza dell'agente). Si attiva il capo dei vigili, Claudio Modina. È lui che trova Lorito riverso nell'auto di servizio: parcheggiata lì, nel cortile della polizia locale (che confina con il municipio). L'agente che l'anno scorso era stato premiato perché aveva fermato un'auto rubata con a bordo gli attrezzi dei rapinatori - armi finte, attrezzi da scasso, passamontagna - si è tirato un colpo con la pistola d'ordinanza. La soluzione più estrema per togliersi di dosso l'onta del vigile che sulla pubblica via occupa lo spazio destinato ai veicoli dei portatori di handicap. Una storia agghiacciante dove alla fine, forse, perdono tutti.

Raccontiamola dall'inizio. Il 24 gennaio Lorito - origini siciliane, niente figli, l'hobby del calciobalilla (giocava il torneo del campionato Csi) - è con i colleghi di Palazzolo all'università di Bergamo: seguono un corso anti-infortunistica nella sede centrale di via Dei Caniana. Fuori dall'ateneo l'auto della polizia locale è parcheggiata sulle strisce del posteggio riservato ai disabili. Alla guida c'era lui, Gian Marco. L'immagine viene catturata da uno smartphone: a rilanciarla sui social, per denunciare il fatto, è Giovanni Manzoni, presidente della sezione bergamasca dell'Anmic (associazione nazionale mutilati e invalidi civili). La notizia inizia a girare: prima sui social, poi sui giornali locali. Lorito si scusa immediatamente con una lettera indirizzata allo stesso Manzoni: "Buongiorno presidente - scrive - , non ho parole per esprimere il mio rammarico... A seguito di quanto successo voglia accettare un contributo di 100 euro per l'associazione da lei presieduta. Si prega di considerare le scuse e di continuare a credere nelle istituzioni e nel nostro lavoro". Il vigile, in pratica, si auto-sanziona. Oltre che fare pubblica ammenda gira all'Anmic un contributo: la multa per chi parcheggia sulle strisce dei disabili è di 87 euro (60 euro se pagata entro i classici cinque giorni). Lorito fa un bonifico di 100 euro. Finita lì? Macché. Il ventilatore del fango social continua a girare. La vicenda viene strumentalizzata anche dalla politica: a Palazzolo le opposizioni alla giunta di centrosinistra (attraverso il gruppo MOS Palazzolo) soffiano sui tizzoni. Le ultime pietre virtuali piovono addosso a Lorito il 2 febbraio, domenica.

Il giorno dopo, il vigile si suicida (è il quarto caso negli ultimi tre anni che vede vittime agenti della polizia locale nella provincia di Brescia, tra Darfo, Desenzano del Garda e Travagliato). "È uno dei più grandi fallimenti umani e professionali da quando sono sindaco", dice Gabriele Zanni, primo cittadino di Palazzolo. Parla di Lorito come di "un uomo di valore che ha sempre cercato di onorare la divisa, assumendosi in pieno le sue responsabilità". Una rosa bianca e un biglietto ("ciao Gian Marco"). A destra del cancello. Un altro mazzo di fiori in cortile. Venerdì Lorito aveva giocato a biliardino all'oratorio di San Pancrazio. La mente, però, doveva essere altrove. Agli attacchi della rete, certo. Forse alla paura di sanzioni. O chissà, magari di vedersi declassato per il danno d'immagine procurato al Comune. Dopodiché non si può escludere che al suo disagio profondo abbia contribuito anche altro. "Aveva già chiarito tutto sia con noi che con il sindaco", spiegano al comando dei vigili. Anche per Giovanni Manzoni la vicenda era chiusa. "Non volevamo trasformarlo in un mostro. Per noi era tutto finito dalla mattina alla sera. Non può essere che per alcuni commenti imbecilli una persona possa essersi tolta la vita". I commenti imbecilli, se alimentati, si gonfiano e possono diventare cyberbullismo. "La violenza perpetrata dai social network è vergognosa e inaccettabile", afferma il viceministro dell'Interno Vito Crimi. Paradosso: la carambola impazzita dell'odio, ieri, dopo la notizia della morte del vigile, ha invertito la sua rotta e si è indirizzata contro il presidente dell'Anmic. Insulti contro di lui, adesso, "colpevole" di avere diffuso la foto dell'auto in sosta vietata.

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La cattiveria imperversa sui social e sarà sempre peggio.
Purtroppo non solo il cosiddetto popolino ma anche i più acculturati
uomini dei forum utilizzano spesso consapevolmente linguaggi da osteria
dimendicandosi del male che potrebbero causare

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grazia
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Sinistra e Destra
Tradizione, identità, appartenenza, esaurimento, superamento


Costanzo Preve

Si parla molto oggi di superamento della vecchia dicotomia fra sinistra e destra, ma non sempre si portano argomenti convincenti per rendere realmente credibile questo superamento. Chi sostiene che la dicotomia è ancora valida fa in genere riferimento al valore dell’eguaglianza e della solidarietà, dicendo che la destra non pratica questi valori, mentre la sinistra sostiene i salariati in nome dell’eguaglianza e gli immigrati in nome della solidarietà.

Chi invece sostiene che la dicotomia è ormai obsoleta, e viene mantenuta artificialmente per creare una contrapposizione fittizia puramente elettorale, fa riferimento soprattutto al recente allineamento della cosiddetta "sinistra" (o almeno della sua parte largamente maggioritaria sul piano elettorale, sindacale ed intellettuale) all’imperialismo americano ed alle sue guerre di dominio geopolitico del mondo (Irak 1991, Serbia 1999, Afganistan 2001-2002).

In questo breve testo non vorrei semplicemente ripetere queste polemiche, in cui tutto è già stato detto e ridetto. Preferirei esporre le cose in modo più rigoroso e sistematico, seguendo un filo del discorso maggiormente convincente.

Per onestà verso il lettore, dico subito di essere convinto sostenitore del sostanziale esaurimento di questa dicotomia, e del fatto dunque che un sostanziale superamento sarebbe ormai possibile ed utile. Una simile affermazione non è però sufficiente, bisogna argomentarla sul piano prima storico e poi teorico e culturale. E’ quello che cercherò di fare.

Farò prima una brevissima premessa autobiografica per spiegare i due momenti della mia vita in cui ho maturato questa convinzione, un primo momento in modo puramente teorico e culturale ed un secondo momento in modo anche emotivo.

Dopo questa breve premessa autobiografica prenderò la strada della esposizione storica e teorica.

In primo luogo sosterrò perché, a mio avviso, la dicotomia fra sinistra e destra, formalmente iniziata con la rivoluzione francese e la collocazione dei parlamentari nel 1791, ha però il suo vero inizio contemporaneo dopo la Comune di Parigi del 1871 e con la seconda rivoluzione industriale. Da questa data hanno inizio le tappe della vera e propria formazione progressiva delle identità di sinistra e destra, identità che strutturano fisiologicamente anche delle appartenenze.

In secondo luogo affronterò il problema centrale di queste brevi note, e cioè se si possano classificare tranquillamente il fascismo e il nazismo come fenomeni storicamente di destra, ed il socialismo e il comunismo come fenomeni storici di sinistra. Una simile domanda può sembrare ovvia e retorica, ma in realtà non è così. Per quanto riguarda il fascismo ed il nazismo ritengo che nell’essenziale abbia ragione lo storico israeliano Zeev Sternhell, e cioè che si tratta di fenomeni la cui natura non è veramente né di destra né di sinistra.

Personalmente, tenderei però a sfumare la tesi di Sternhell, nel senso che mi sembra piuttosto che si sia trattato di fenomeni storici la cui natura profonda è proprio il superamento della dicotomia, ma la cui ideologia (e la falsa coscienza che la accompagna) è invece stata il tentativo di egemonia e di integrazione di tutte le precedenti tradizioni della destra.

Per quanto riguarda il socialismo e il comunismo ritengo invece che il solo socialismo sia stato a tutti gli effetti un fenomeno di sinistra per così dire storicamente fisiologico, mentre il comunismo ha avuto certamente una matrice storica di sinistra, ma il suo sviluppo ha comportato la creazione di una sinistra talmente anomala da superarne di fatto i vecchi confini. La logica della mia riflessione è quella di applicare anche al comunismo lo stesso ragionamento che Sternhell ha applicato al solo fascismo, ma non però in base alla nota teoria del totalitarismo, che anzi respingerò con alcuni sintetici (ma spero chiari) ragionamenti.

In terzo luogo, sulla scorta di una periodizzazione del Novecento sviluppata recentemente da Massimo Bontempelli, sosterrò che la dicotomia fra sinistra e destra, che era stata precedentemente reale, comincia ad esaurirsi intorno alla metà degli anni Settanta (almeno in Europa), e questo esaurimento ha un salto qualitativo nel triennio 1989-1991, in cui si dissolve rapidamente il comunismo storico novecentesco come sistema economico, ideologico, politico e geopolitico.

Paradossalmente questo fatto viene oscurato dalle corporazione degli intellettuali, dei politici e dei giornalisti, che interpretano la fine del fascismo e del comunismo (Grecia e Portogallo 1974, Spagna 1975, paesi dell’Est europeo 1989, Russia 1991) come la vera restaurazione della dicotomia "pulita" fra sinistra e destra dopo la fine dell’equivoco anomalo del fascismo e del comunismo. Definirò quest’idea, senza alcun malanimo, ma anzi con stima verso Norberto Bobbio una vera e propria "illusione bobbiana". Questa illusione bobbiana rappresenta a mio avviso, sul piano teorico almeno, l’ultima trincea filosofica per il mantenimento di una dicotomia che a mio avviso ha smesso di rappresentare in modo efficace la realtà presente. Nel contesto culturale italiano, si tratta del proseguimento dell’egemonia dell’azionismo, passato dal vecchio azionismo antifascista, al nuovo azionismo antiberlusconiano.

In quarto luogo, infine, sosterrò che è proprio l’avanzato esaurimento storico della dicotomia a fare da premessa materiale al suo superamento anche filosofico e culturale. Ovviamente, non mi nasconderò riserve ed eccezioni, perché non esiste modo peggiore di difendere una tesi di quello che non riesce neppure a vedere i punti deboli della propria argomentazione.

In questo e nei prossimi due paragrafi svolgerò alcune considerazioni personali sulla ragioni che mi hanno progressivamente portato ad abbandonare radicalmente la dicotomia fra sinistra e destra come criterio di orientamento e bussola per gli avvenimenti storici e politici contemporanei.

Faccio questo non perché creda all’autobiografismo (sono d’accordo con Hegel, che scrisse che tutto ciò che nei miei scritti c’è di personale è falso), ma perché il lettore ha diritto di conoscere non solo il prodotto ma anche il processo di produzione. In questo paragrafo toccherò soltanto cinque punti telegrafici.

Continua....

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