Media e dintorni

Discussioni di vario genere riguardanti l'istruzione, la cultura, la letteratura o poesia.
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grazia
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Re: Media e dintorni

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Il popolo ha sempre ragione? No.


di Ernesto Trotta

Se il popolo perde la testa …

O se qualcuno gliela fa perdere.

I nostri sistemi istituzionali (le democrazie occidentali) sono fondati sulla sovranità del popolo, derivano autorità ed autorevolezza dall’espressione del popolo; la giustizia viene amministrata in nome del popolo; i delegati alla gestione della cosa pubblica sono eletti dal popolo, infine è il popolo (l’opinione pubblica) che indirizza il sentire comune, lo spirito del tempo.

Tutto, insomma, è in capo al popolo, che esercita il suo potere nelle forme e nei limiti delle costituzioni.

Ed è una grande conquista della modernità, non dimentichiamolo mai. In altre epoche tutto derivava da Dio o dal sovrano, che in terra lo rappresentava.

Nel corso dei secoli e dei decenni la sovranità popolare si è evoluta, ha assunto forme diverse, più o meno spinte, è andata avanti e indietro, a volte ha ceduto clamorosamente, per poi riprendersi, sempre con costi terribili in termini di vite umane e di sofferenze.

Ma il popolo è e resta il sovrano.

E allora chi è il popolo, a cui devolviamo, più o meno direttamente, l’organizzazione delle nostre vite, delle nostre famiglie, dei nostri beni, del nostro lavoro, del nostro futuro?

Il popolo è un insieme di individui, tutti gli individui di un certo contesto geografico, nessuno escluso.

Sono milioni, decine, a volte centinaia di milioni, ognuno con la sua storia, la sua cultura, poca o tanta che sia, la sua psiche, la sua emotività.

Tutti sono compresi, salvo chi ha perso i diritti civili per qualche reato particolarmente grave.

È logico pensare che il sistema debba funzionare bene o male, meglio o peggio, a seconda del livello di coscienza, di responsabilità, di comprensione del proprio compito da parte degli individui che compongono il popolo.

In effetti le democrazie si sono sviluppate in parallelo alla crescita economica, alla formazione culturale, alla crescita delle coscienze dei popoli. Erano sì guidate da ideologie, cioè sistemi di pensiero organizzati, e da partiti politici che li rappresentavano, ma la voglia di contare, di esserci, di decidere, è stata la molla di tutti i sistemi sociali occidentali.

E i risultati in termini di qualità della vita non sono certo mancati.

Ma che succede se il popolo perde la testa? In tutti i sensi: la propria testa, e la testa intesa come leadership responsabile e credibile?

Che succede se esistono e vengono usati in dosi massicce strumenti atti a condizionare la formazione delle opinioni?

Non è una questione nuova. S’è posta da sempre, ma oggi pare assumere particolari importanza e criticità in conseguenza di fatti specifici, quali la crisi economica, la globalizzazione, lo sviluppo tecnologico, in particolare della rete.

Sperequazione tra le persone, incertezza sul futuro, crisi del lavoro a causa dell’automazione spinta, diffusione capillare dei social network hanno innescato uno scontro sociale di dimensioni impreviste.

Scontro che è in atto e va gestito. Inutile esorcizzarlo, o peggio, declassarlo a normale dialettica sociale. Non è così.

L’odio, la rabbia, l’assenza di rispetto reciproco tra le persone, l’invidia, il rancore, il linguaggio senza freni inibitori, sono con tutta evidenza traboccanti ovunque, sulla strada e sulla rete.

E i mezzi d’informazione nulla fanno per mediare, stemperare, razionalizzare, approfondire. Anzi, spesso soffiano sul fuoco con tale violenza da accenderne altri, ed altri ancora, in nome di una malintesa libertà di espressione o, più spesso, per concretissimi e contingenti interessi editoriali.

E così il popolo perde la testa. E tutti, ma proprio tutti, anche chi cerca di non perderla, devono subire le conseguenze dell’impazzimento generale.

Ma , si dice, il popolo ha sempre ragione.

Balle! La storia, anche recente, è piena di clamorosi abbagli del popolo. Mussolini e Hitler, Stalin, Peròn, o Chàvez e Maduro, la lista è molto lunga. Tutti osannati e stravotati dai rispettivi popoli sovrani. E tutti responsabili di disgrazie epocali per i loro popoli.

Ma anche Erdogan, Putin, Trump, i fanatici della Brexit e i nostri baldi campioni legastellati, stanno tutti stravolgendo equilibri già di per sé precari, con politiche spregiudicate e potenzialmente pericolose.

E allora?

Abbiamo un problema, e non di lieve entità: dobbiamo capirlo bene e risolverlo in fretta, con strumenti che non contraddicano i principi ed i fondamenti della nostra civiltà.

Bisogna parlarne, senza vergogna, senza ipocrisia, a chiare lettere.

Bisogna rendere edotta la parte più riflessiva della popolazione che solo con la partecipazione, la coscienza, la cultura possiamo venirne fuori, limitando i traumi.

Bisogna organizzarsi, perché solo con l’organizzazione del consenso si può fronteggiare l’irrazionalità dilagante.

Bisogna non avere paura del futuro, ma elaborare e realizzare progetti di riforme, che ristabiliscano equilibri e coesione sociale, che riportino la dialettica nell’alveo del pacifico e costruttivo confronto tra impostazioni diverse, ma comunque rispettose dei principi fondamentali.

Wishfull thinking? Pie illusioni?

Forse, ma dopotutto siamo usciti dal fascismo, dal nazismo ed anche dal comunismo, con uno sforzo collettivo impressionante. Ci univa la voglia di vivere, di crescere, di evolverci, anche aldilà delle divergenze politiche.

Avevamo perso la testa e l’abbiamo ritrovata. Nulla è impossibile.

La sola cosa da non fare è tagliarcela da noi, la testa. È l’unica che abbiamo.

Ernesto Trotta

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grazia
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Il Polo produttivo di Porto Marghera

Cenni storici

http://www.federica.unina.it/economia/t ... -marghera/

Porto Marghera è l’area industriale di Marghera, una municipalità di Venezia.
La costruzione di quello che sarebbe stato il porto di Mestre, allora comune autonomo, e della relativa area industriale ebbe inizio nel 1917. Il complesso decollò subito, al punto che, nel 1928 (quando ormai Mestre era confluita da due anni nel comune di Venezia), vi si erano già insediate 58 industrie. Uscito distrutto dalla seconda guerra mondiale, si riprese bene, facendo registrare, nel 1955, circa 18.000 dipendenti, con il settore chimico che rivestiva un ruolo trainante.
L’area fu in seguito ampliata con la realizzazione di una seconda zona industriale, occupata pressoché completamente dal Polo chimico della Montedison, costituitasi nel frattempo dalla fusione di due tra i più importanti gruppi industriali italiani: Montecatini e Edison (1967). In quegli anni, il numero dei lavoratori era salito a 30.000.
La massima crescita di Porto Marghera si ebbe tra gli anni ‘60 e ‘70, dopo di che cominciò una crisi lenta, ma progressiva, che portò, all’inizio degli anni ‘80, alla chiusura di impianti e stabilimenti, soprattutto nei settori di base, e ad una perdita annua di 1.000-1.200 posti di lavoro.
Nel settore chimico va segnalata la fusione, nel 1988, tra l’azienda privata Montedison e la pubblica Enichem, che portò alla creazione della Enimont; tale esperienza si concluse nel 1990, con la cessione, da parte della Montedison, di quasi tutto il settore chimico all’azienda di stato. La situazione di forte indebitamento in cui si venne a trovare Enichem, anche per effetto del giro di tangenti che accompagnò l’operazione, portò man mano ad un lento declino, con la progressiva cessione di attività. L’impianto che dava lavoro a 14.000 addetti ora non supera le 2.000 unità.

L’impianto petrolchimico e la produzione di PVC

L’industria più importante del polo produttivo di Porto Marghera diventa, negli anni ‘50, la petrolchimica, ossia quella branca della chimica che utilizza i derivati leggeri della distillazione del petrolio (la cosiddetta virgin naphta) per produrre composti che vengono utilizzati come tali o come materia prima per la produzione di una vasta gamma di prodotti chimici, dai detergenti ai fertilizzanti, agli elastomeri, alle fibre sintetiche, alle materie plastiche ecc. Tra gli intermedi impiegati vi è l’etilene, composto base nella sintesi del cloruro di vinile monomero e, dunque, del PVC.
La produzione di PVC ebbe inizio, a Porto Marghera, nei primi anni ‘50.
Nel corso dei decenni, essa ha dato lavoro a molte migliaia di persone; tuttavia, ha causato danni gravissimi all’ambiente (già alla fine degli stessi anni ‘50, l’Istituto di Igiene dell’Università di Padova rese noti dati preoccupanti sull’inquinamento atmosferico nella zona) e, soprattutto, alla salute dei lavoratori, molti dei quali, purtroppo, sono deceduti in seguito all’esposizione al CVM.



La scoperta della tossicità del CVM per i lavoratori degli impianti petrolchimici

Una serie di indagini scientifiche e di rapporti interni di aziende produttrici del PVC dimostra che la pericolosità dell’esposizione al CVM è nota già da molti decenni. A tale riguardo, si riportano di seguito alcune tappe significative di questo percorso di conoscenza e l’atteggiamento delle industrie interessate:

fine anni ‘40: alcuni scienziati russi lanciano l’allarme sui danni epatici indotti dal CVM;
1964: un medico della B. F. Goodrich di Louisville (Kentucky) riscontra, fra gli operai della fabbrica addetti alla polimerizzazione del CVM, dei casi di acroosteolisi (una malattia degenerativa delle ossa, fino a quel momento sconosciuta) e ne dà comunicazione ai vertici aziendali;
1966: il vice-presidente della stessa industria cerca inutilmente di scoraggiare la stesura, da parte di un medico della Solvay di Bruxelles, di un articolo scientifico in cui segnala il riscontro di almeno due casi di lavoratori affetti da alterazioni ossee simili a quelle verificatesi alla Goodrich;

La scoperta della tossicità del CVM per i lavoratori degli impianti petrolchimici (segue)

estate 1967: viene pubblicata, su una rivista medica statunitense, una relazione su 31 casi di acroosteolisi tra i lavoratori esposti al CVM;
1968: la Goodrich ammette in via riservata la possibile tossicità dei propellenti a base di CVM nel settore dei cosmetici (lacche per capelli);
febbraio 1969: i ricercatori dell’Institute for Industrial Health dell’Università del Michigan, incaricati dall’Associazione delle industrie chimiche americane di effettuare uno studio epidemiologico sui lavoratori esposti al CVM, consegnano in via riservata al Medical Advisory Commettee i risultati della loro indagine. In essa si dimostra che l’acroosteolisi colpisce anche il tessuto connettivo; inoltre, si afferma che il valore limite consentito di 500 ppm non garantisce la protezione dei lavoratori e che dovrebbe essere ridotto di 10 volte;
1970: il dott. Viola, un medico italiano della Solvay di Rosignano (Livorno), anticipa i risultati di una ricerca che sta per pubblicare sulla prestigiosa rivista Cancer Research, in cui riscontra l’instaurarsi del cancro a livello di pelle, polmoni ed ossa in ratti esposti a concentrazioni di 30.000 ppm di CVM: pur trattandosi di dosi altissime, per la prima volta si evidenzia l’esistenza di una relazione tra cloruro di vinile e cancro;

La scoperta della tossicità del CVM per i lavoratori degli impianti petrolchimici (segue)

1970: la Montedison incarica il prof. Maltoni, direttore dell’Istituto di Oncologia F. Addari, dell’Azienda ospedaliera di Bologna, di effettuare studi sulla cancerogenicità del CVM e di verificare le conclusioni del ricercatore Viola;
1971: l’Istituto Regina Elena di Roma informa il Ministero della Sanità che il cloruro di vinile è un agente fortemente cancerogeno;
novembre 1972: i risultati delle ricerche di Maltoni vengono resi noti in un incontro riservato, per tenere fede ad un patto di segretezza stretto tra produttori europei e americani. Secondo l’oncologo, un’esposizione a 250 ppm è sufficiente a determinare l’insorgenza del cancro a livello di fegato e reni. Del resto, già alla fine degli anni ‘60, egli, monitorando l’espettorato di operai esposti a CVM negli stabilimenti Montedison di Brindisi e di Terni, ha evidenziato atipie cellulari dell’epitelio respiratorio più frequenti rispetto all’attesa;
1973: L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce gli effetti cancerogeni del CVM;
luglio 1973: per decisione delle aziende europee, e soprattutto della Montedison, i risultati delle indagini del prof. Maltoni vengono tenuti nascosti al National Insitute for Occupational Safety and Health;
1974: la stampa comincia a far luce su quanto si cerca di oscurare: prima in Italia, in seguito alle rivelazioni di un ricercatore, collaboratore del dott. Viola, poi negli USA, dove si apprende della morte di 4 operai della Goodrich per angiosarcoma epatico, va diffondendosi l’allarme sui gravissimi effetti dell’esposizione al CVM;
1983: la legge obbliga le aziende a ridurre l’esposizione al CVM a 3 ppm;
1987: la IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) di Lione conferma la cancerogenicità del CVM.

La battaglia di Gabriele Bortolozzo

Il riconoscimento, nel 1973, della cancerogenicità del CVM da parte dell’OMS e la morte negli anni, per angiosarcoma epatico, di numerosi compagni di lavoro addetti, soprattutto, alla pulizia delle autoclavi e all’insaccamento del PVC spingono un operaio, Gabriele Bortolozzo, ad intraprendere una lunga battaglia contro il petrolchimico di Porto Marghera, per la nocività dei processi produttivi e l’assoluta mancanza di sicurezza in cui i lavoratori sono costretti ad operare.
Bortolozzo, entrato in fabbrica a 22 anni, nel 1956, viene descritto come una persona tranquilla, ma molto decisa nel rivendicare il rispetto della salute degli operai; pertanto, oltre a denunciare con forza le condizioni di lavoro malsane, comincia un’opera di raccolta sistematica di tutto quanto possa servire a dimostrare l’origine professionale di quelle morti, in particolare si procura le cartelle cliniche dei compagni deceduti. Nel contempo, si batte contro la pratica, messa in atto dall’industria, di sversare enormi quantitativi di fanghi chimici tossici nelle acque della laguna.
Nel 1994 presenta alla Procura della Repubblica di Venezia un esposto in cui chiede l’intervento della magistratura perché “ricerchi le responsabilità del crimine che si perpetua da più di vent’anni”. Le esposizioni dei lavoratori al CVM raggiungono, infatti, migliaia di ppm, contro un TLV-Ceiling (v. lezione n. 7, slide 11) proposto, nel 1963, dalla ACGIH di 500 ppm.

La lotta di Bortolozzo e le testimonianze dei protagonisti e dei familiari delle vittime del Petrolchimico sono riprodotte in due significativi documentari: “Un inganno letale” e “Le lacrime amare di Porto Marghera”.
Il processo ai dirigenti del petrolchimico di Porto Marghera

Partendo dall’esposto presentato da Gabriele Bortolozzo, il Sostituto Procuratore Felice Casson avvia delle indagini che lo portano, nell’ottobre 1996, a chiedere il rinvio a giudizio di 28 dirigenti ed ex-dirigenti della Montedison e della Enichem.
L’accusa è di:

strage, omicidio e lesioni colpose multiple, per la morte da tumore di 157 operai addetti alla lavorazione del CVM e PVC e per 103 casi di malattie analoghe contratte da altrettanti dipendenti;
disastro colposo per inquinamento ambientale. (Negli anni ‘70 venivano rilasciate annualmente nell’atmosfera 242.000 tonnellate di fumi tossici e scaricate nell’acqua della laguna 22.000 tonnellate di composti tossici, molti dei quali cancerogeni).

In particolare, il PM accusa i dirigenti di aver volutamente sottovalutato gli effetti tossici del CVM, pur conoscendoli dal 1972, e di non aver tutelato adeguatamente la salute dei lavoratori, della popolazione limitrofa e dell’ambiente.
Il processo ai dirigenti del petrolchimico di Porto Marghera (segue)

Il processo si apre il 13 marzo 1998, nell’aula bunker di Mestre. Lo Stato si costituisce parte civile, chiedendo un risarcimento di 71 mila miliardi di lire, ma, prima della sentenza, stipula un accordo con la Montedison, in base al quale l’Azienda verserà la somma di 550 miliardi come contributo alle opere di bonifica. A sua volta, Enichem, poco dopo l’inizio del processo, si accorda con una parte dei parenti delle vittime per un risarcimento di circa 70 miliardi di lire, ottenendo, come contropartita, il loro ritiro dal processo stesso.

Il 2 novembre 2001 viene emessa la sentenza. Tutti gli imputati vengono assolti, in quanto, secondo il giudice:

a) tutte le malattie da CVM sono riconducibili all’elevata esposizione subita dagli anni Cinquanta fino ai primi anni Settanta, quando si ignorava la tossicità del CVM, che è stata evidenziata solo nel 1973;
b) dopo quell’anno, Montedison ed Enichem hanno realizzato tempestivamente sugli impianti gli interventi necessari a ridurre l’esposizione dei lavoratori a livelli compatibili con le norme di protezione, che solo allora sono state emanate dal legislatore;
Il processo ai dirigenti del petrolchimico di Porto Marghera (segue)

c) il processo ha consentito di accertare che lo stato di inquinamento dei canali, pur sussistente, si riferisce ad epoche in cui non esistevano norme di protezione ambientale, che sono state emanate e rese effettive tra metà degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Lo stato attuale di contaminazione dei canali e degli organismi in essi viventi, pur essendo rilevante, non è tuttavia tale da costituire, secondo i parametri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, un pericolo reale per la salute pubblica.
Dunque, gli imputati vengono assolti:

per le morti e le malattie verificatesi prima del 1973, in quanto il fatto non costituisce reato;
per quelle successive al 1973, per non aver commesso il fatto.

Di conseguenza, nessun risarcimento spetta ai parenti delle vittime.
Il processo ai dirigenti del petrolchimico di Porto Marghera (segue)

Nel maggio 2004, inizia il processo di appello.
Il 15 dicembre 2004 viene emessa la sentenza di secondo grado, che condanna cinque ex dirigenti Montedison a un anno e mezzo di reclusione per omicidio colposo nei confronti di un operaio morto di angiosarcoma epatico nel 1999. I cinque condannati fruiscono, invece, della prescrizione per:

sette omicidi colposi precedenti, sempre causati da angiosarcoma;
dodici casi di lesioni colpose per altre neoplasie, epatopatie e sindromi di Raynaud;
scarichi inquinanti nella laguna;
omessa collocazione di impianti di aspirazione dal 1974 al 1980.

Gli stessi ex dirigenti sono assolti, perché il fatto non costituisce reato, dall’accusa di omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro fino a tutto il 1973.
In ogni caso, i condannati fruiscono della sospensione condizionale della pena.

Nel 2006, la Cassazione conferma la sentenza di appello.

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ho lavorato alla montedison negli anni 70/80,programmavo la produzione del PVC compound
e avendo quasi giornalmente contatto con lo stabilimento e il reparto ne ho sentite di cotte e di crude. a parte che allora si sparava e si uccideva Vedi Taliercio ) ma la mano d'opera era molta e gli operai pulivano manualmente le autoclavi dove veniva preparato l'impasto di polvere di pvc e coloranti ecc. quando cominciarono a modificare qualche impianto a 100 persone ne bastavano allora solo 2 per schiacciare due bottoni. Era comunque risaputo che dopo la guerra gli impianti ancorche' insani davano però lavoro a molta gente quello che penso ha motivato l'apertura ai nostri giorni dello stabilimento di ILVA
ILVA

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grazia
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Le “patacche” di quelli capaci
Nov 2019 da infosannio

– E sempre della serie “severamagiusta” , non posso che plaudire, col senno di poi, alla lungimiranza di Michele Emiliano, l’attuale Presidente della Regione Puglia ed ex piddino pentito, quando disse, in tempi non sospetti, che la ArcelorMittal “veniva a Taranto sostanzialmente per chiudere l’azienda perché era monopolista del mercato”. Ci aveva visto lungo il magistrato pugliese prestato alla politica, uno che Matteo Renzi e l’ex ministro Carlo Calenda non lo reggevano proprio e che per certi aspetti, a suo tempo, ho definito “un grillino a sua insaputa”.

Questa qui sotto che leggete è la nota che Emiliano inviò a Luigi Di Maio appena insediatosi, subentrando a Calenda a luglio del 2018, al Ministero dello Sviluppo Economico, dove lo metteva al corrente dei passaggi, a suo avviso poco trasparenti, attraverso cui l’indiana Mittal si era aggiudicata la gara europea, una gara tutta incentrata, da Calenda&Co, sull’offerta economica, dove la qualità del piano ambientale ed industriale nulla avrebbero potuto contro un offerta generosa. Insomma una gara dove il vil denaro avrebbe avuto un peso maggiore rispetto ad un piano industriale sostenibile e un piano ambientale serio e non lesivo della salute dei lavoratori e di Taranto tutta.

Ripercorrendo tutti i passaggi, ci si rende conto, ahimè a posteriori, che Calenda mise ottusamente in mano il colosso Ilva ad un gruppo di rapaci monopolisti stranieri, tanto da essere stati oggetto di severe misure da parte dell’Antitrust UE, prima di poter subentrare alla gestione commissariale che aveva in carico Ilva. L’ex ministro Calenda (sempre e volutamente con la “m” minuscola), ha aggiudicato la gara ad Arcelor Mittal sulla scorta di un offerta di 600 mila euro più vantaggiosa (un’inezia se paragonata al costo miliardario dell’investimento), disdegnando un piano industriale sostenibile e, ciò che più rileva, un piano di decarbonizzazione degli impianti innovativo, basato sull’utilizzo di tecnologie all’avanguardia, che l’altra cordata Acciaitalia, formata da Jindal (altro leader indiano dell’acciaio) ma con dentro a maggioranza Arvedi, Del Vecchio e Cassa Depositi e Prestiti (quindi lo Stato italiano), gli stava offrendo su un piatto d’argento. Torno a sottolineare un piano ambientale che si sarebbe chiuso con ben 2 anni d’anticipo rispetto a quello presentato da Mittal, che aveva scadenza nel 2023. E a nulla sono valsi i ricorsi al Tar promossi da Michele Emiliano, congiuntamente al Sindaco di Taranto, fra il 2017 e il 2018 contro ArcelorMittal e il Mise, tutti respinti. Il Mise era titolato a non rendere pubblico il piano industriale di Mittal che più volte gli era stato negato di visionare, e a sua volta Mittal, sarebbe stata salvaguardata, in continuità con la gestione commissariale, con uno scudo penale fino al compimento del suo piano ambientale,cioè fino al 2023. Nel frattempo gli operai e i tarantini del quartiere Tamburi avrebbero continuato a respirare le salubri polveri di diossina. Nel lasso di tempo intercorso fra gestione Commissariale e quella Mittal si sono contati ben 5 morti per incidenti negli impianti. Amen.

In questa situazione Luigi Di Maio, subentrato in corsa, altro non poté fare che chiedere all’Anac di Cantone di verificare l’iter di gara seguito dal Mise e l’Anac ha confermato, nella sostanza, i vizi di forma denunciati da Emiliano, vizi che però non hanno consentito, sentita l’Avvocatura di Stato, di dichiarare nulla la gara. A lui va comunque il merito, purtroppo effimero visti i fatti recenti, di aver convinto gli indiani, nel settembre del 2018, a sottoscrivere un patto con i sindacati che li impegnava a mantenere in forza tutti e 10.500 lavoratori in luogo degli 8.000 annunciati insieme ad un piano esuberi.

Ed altri aspetti poco chiari del procedimento di gara stanno emergendo dalle carte. Ce lo ha dettagliato l’altro ieri, in modo puntuale ed oggettivo, l’attuale Ministro del Mise Patuanelli andando a riferire alle Camere. Fra tante cifre, date e attori di tutto l’ambaradam, è emerso che il Mise, cioè Calenda, non volle prendere in considerazione, aggrappandosi ad un debole quanto contraddittorio parere dell’Avvocatura di Stato, il rilancio fatto sull’offerta economica e sul piano dipendenti dalla cordata Acciaitalia. Rilancio che, ove accolto, avrebbe posto Jindal e del Vecchio (CDP e Arvedi nel frattempo si erano chiamati fuori), in pole position rispetto agli indiani Mittal.
Ne’ infine, ce lo testimonia il Fatto Quotidiano in questi giorni venuto in possesso dei carteggi, è valso agli occhi di Carlo Calenda, il parere dei Commissari uscenti che, letto il piano industriale di ArcelorMittal, sempre nel 2017, lo bollarono come “incoerente” e destinato al fallimento. Cosa che puntualmente è avvenuta, se è vero come è vero che i risultati economici conseguiti da Ilva sotto commissariamento sono stati migliori (ovvero meno peggiori), di quanto sia riuscito a fare, dopo il primo anno, il colosso indiano.

Il resto è storia di questi giorni, in queste ore, in modo ridondante e ottuso, media ed opposizioni si stanno dando un gran da fare per mantenere la tesi che la crisi ex Ilva è scaturita dall’affair scudo fiscale, che quei pasdaran dei grillini si son dati un gran da fare per annullare, non essendo prevista dal contratto. Ma più le ore passano più la verità, impietosa, sta venendo a galla. ArcelorMittal ha gabbato o, almeno, sta tentando di gabbare lo Stato italiano, non tenendo fede agli impegni assunti nell’ambito di una gara europea ad evidenza pubblica. Sta cambiando le carte in tavola, vuole l’assenso al taglio della produzione e di 5.000 dipendenti. Un disastro annunciato per chi avesse avuto l’onestà di riconoscerlo fin da subito.

Oggi, forte dell’onestà del suo operato, il presidente Giuseppe Conte ci ha messo la faccia ed è andato a Taranto, in mezzo agli operai esasperati in sciopero e non ha promesso miracoli, umilmente ha dichiarato di non avere soluzioni in tasca.

È stato lui,oggi, e prima ancora, Di Maio nel 2018, ad affrontare le associazioni di cittadini e i rappresentanti degli operai di Taranto e a cercare di mettere una toppa ai danni da altri creati. Coloro che i danni li avevano creati, invece, non si sono visti.

Questa storia, ancora una volta, ci conferma che non c’è più cieco di chi non vuol vedere e più sordo di chi non vuol sentire. La vicenda Ilva, alla prova del tempo e dei fatti, si è rivelata un’altra delle tante “patacche” (vedi anche Mose, concessioni Autostradali e Tav, tanto per citarne di recenti), che ci hanno rifilato, a noi italiani, quelli “capaci”.

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grazia
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Re: Media e dintorni

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Prodi è l’unico che può trovare una soluzione all’Ilva

Francesco Maggio

11 novembre 2019

C’è solo una persona che oggi può prendere in mano il dossier Ilva, approfondirlo e poi predisporre una soluzione industriale seria ed economicamente sostenibile che tuteli l’occupazione dei suoi operai, la salute dei cittadini di Taranto, salvi la faccia allo Stato e induca ArcelorMittal a più miti consigli e ad assumersi le proprie responsabilità contrattuali: Romano Prodi.

Con ammirevole onestà intellettuale il presidente del Consiglio Conte, andando venerdì scorso a Taranto a incontrare lavoratori e cittadinanza, ha riconosciuto di non avere una soluzione in tasca. Né d’altronde potrebbe essere altrimenti. Sono troppe infatti le implicazioni che rendono estremamente difficile districare la matassa.

Ci sono naturalmente in primis le questioni occupazionali e ambientali. Ci sono poi quelle legali, procedurali, giudiziarie, risarcitorie, autorizzative da parte dell’Europa in termini di (non) aiuti di Stato. Poi ancora quelle congiunturali e innumerevoli altre di natura economica. Per non parlare infine delle questioni politiche, afferenti gli schieramenti sia di maggioranza che di opposizione, dove incompetenza, supponenza, improvvisazione imperversano in maniera così imbarazzante che la copertina di questa settimana dell’Espresso disegnata da Makkox non avrebbe potuto riassumere meglio il livello di degrado in cui è precipitata la dialettica partitica.

A fronte di questo puzzle così difficile da comporre c’è l’urgenza di agire che non ammette né tentennamenti né passi falsi perché le conseguenze potrebbero rivelarsi nefaste. Ci vogliono quindi conoscenze e competenze profonde, un’autorevolezza internazionale unanimamente riconosciuta per trattare su tutti i tavoli, un’esperienza lunga e consolidata nell’affrontare e risolvere crisi industriali.

Ebbene questo profilo oggi in Italia ce l’ha solo Romano Prodi. E non è un caso che prima che Conte dichiarasse giovedì 7 novembre da Bruno Vespa a Porta a Porta che sulla vicenda Ilva bisogna rimanere uniti e affrontarla in chiave di sistema Paese, già il giorno precedente Prodi aveva espresso un concetto analogo in un editoriale pubblicato sul Messaggero:

«Chi pensa che la soluzione possa trovarsi in una lite giudiziaria senza fine dimostra di non capire niente dello svolgimento reale di queste controversie internazionali e niente delle conseguenze fatali che ne discendono sulla vita degli impianti industriali. Altrettanto fuori da ogni ragionevole contesto è l’idea che si possa mantenere in vita lo stabilimento chiudendo la cosiddetta area a caldo. Ne rimarrebbe solo una finzione con danni irreparabili per il nostro sistema produttivo. l’Ilva, ridotta in briciole, continuerebbe a perdere denaro e si dovrebbe ugualmente procedere alla chiusura degli impianti di Cornigliano e di Novi Ligure. Non serve, peraltro, accusare l’ArcelorMittal, che già ha posto in cassa integrazione 1395 addetti, di abbandonare Taranto a causa della crisi che, con la sua inesorabile ciclicità, sta ora colpendo tutta la siderurgia mondiale. L’importanza di questo elemento è fuori di dubbio ma, proprio conoscendo le ferree regole delle imprese multinazionali, nessuno può pensare che un’azienda sopporti una perdita enormemente superiore a quella dei suoi altri impianti se non vi è la prospettiva che vi si ponga rimedio in un prevedibile periodo di tempo. La via del compromesso rimane quindi l’unica possibile, anche se ormai assai difficile da mettere in atto e, probabilmente, molto costosa».

Il Prodi politico leader dell’Ulivo e due volte presidente del Consiglio può essere criticato come e quanto si vuole, così come anche il Prodi presidente della Commissione europea. Ma come esperto di politica industriale e risanatore di imprese è stato il migliore che l’Italia abbia avuto. E anche i detrattori, scrisse qualche anno fa su Panorama Sergio Luciano, «gli riconoscono di aver portato nel mondo ammuffito delle partecipazioni statali un livello nuovo di decoro, di governance e di meritocrazia».

Prodi prese nel 1982 in mano l’Iri, la più grande holding pubblica italiana (circa 1000 società tra banche e industrie), con 3000 miliardi di vecchie lire di perdite e lo lasciò nel 1989 con 1263 miliardi (sempre di vecchie lire) di utile. Quando poi vi ritornò alla guida nel 1993, su richiesta “pressante” dell’allora presidente del Consiglio Ciampi per avviare un gigantesco piano di privatizzazioni vi rimase solo pochi mesi perché decise di dimettersi non appena divenne premier nel 1994 Silvio Berlusconi. Ma ciò non gli impedì in quel pur breve arco di tempo di combattere a viso aperto le logiche asfittiche di un certo capitalismo di relazione che aveva nella Mediobanca di Enrico Cuccia il suo “muro maestro” (famoso rimase un articolo pubblicato in prima pagina il 23 aprile 1994 sulla Stampa – il quotidiano che l’Avvocato Agnelli come noto leggeva per primo all’alba, per cui il messaggio sarebbe arrivato subito e diretto all’establishment – intitolato “Perché dico alt a Mediobanca”, in cui denunciava come sfruttando la mancanza di regole sull’azionariato popolare Mediobanca avesse potuto senza nessun ostacolo giocare un ruolo dominante nella campagna di acquisto di due grandi banche, Credito Italiano e Banca Commerciale).

Non ho idea di come Prodi potrebbe essere formalmente coinvolto nella vicenda Ilva. Conte ha parlato di voler dar vita a un gabinetto permanente di crisi e a Prodi potrebbe essere chiesto di presiederlo. Ripeto non so. Ma non credo che la forma sia il principale problema, ciò che conta è che sia un ruolo operativo che garantisca massima libertà di azione.
Ben più arduo invece sarebbe convincerlo ad accettare un simile incarico, anche perché a ottant’anni compiuti ha tutto il diritto di volersene stare in disparte. Forse solo una convinta moral suasion del Quirinale potrebbe indurlo a rimettersi in pista. Mi auguro che accada.

Quando Prodi lasciò la prima volta l’Iri nel 1989 il quotidiano inglese il Guardian gli rese gli onori dell’immenso lavoro di risanamento svolto definendolo l’uomo che ha restituito all’Italia il rispetto dell’Europa. Sarebbe bello che tra non molto tempo potesse leggersi da qualche parte che Prodi ha restituito a Taranto il rispetto dell’Ilva per il lavoro e la salute.

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Francesco Maggio

Economista e giornalista, già ricercatore a Nomisma e a lungo collaboratore
de Il Sole24Ore, da molti anni si occupa dei rapporti tra etica, economia e
società civile. Tra i suoi libri: I soldi buoni, Nonprofit (con G.P. Barbetta),
Economia inceppata

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heyoka
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grazia ha scritto:
21 nov 2019, 10:41
Prodi è l’unico che può trovare una soluzione all’Ilva

Francesco Maggio

11 novembre 2019

C’è solo una persona che oggi può prendere in mano il dossier Ilva, approfondirlo e poi predisporre una soluzione industriale seria ed economicamente sostenibile che tuteli l’occupazione dei suoi operai, la salute dei cittadini di Taranto, salvi la faccia allo Stato e induca ArcelorMittal a più miti consigli e ad assumersi le proprie responsabilità contrattuali: Romano Prodi.

Con ammirevole onestà intellettuale il presidente del Consiglio Conte, andando venerdì scorso a Taranto a incontrare lavoratori e cittadinanza, ha riconosciuto di non avere una soluzione in tasca. Né d’altronde potrebbe essere altrimenti. Sono troppe infatti le implicazioni che rendono estremamente difficile districare la matassa.

Ci sono naturalmente in primis le questioni occupazionali e ambientali. Ci sono poi quelle legali, procedurali, giudiziarie, risarcitorie, autorizzative da parte dell’Europa in termini di (non) aiuti di Stato. Poi ancora quelle congiunturali e innumerevoli altre di natura economica. Per non parlare infine delle questioni politiche, afferenti gli schieramenti sia di maggioranza che di opposizione, dove incompetenza, supponenza, improvvisazione imperversano in maniera così imbarazzante che la copertina di questa settimana dell’Espresso disegnata da Makkox non avrebbe potuto riassumere meglio il livello di degrado in cui è precipitata la dialettica partitica.

A fronte di questo puzzle così difficile da comporre c’è l’urgenza di agire che non ammette né tentennamenti né passi falsi perché le conseguenze potrebbero rivelarsi nefaste. Ci vogliono quindi conoscenze e competenze profonde, un’autorevolezza internazionale unanimamente riconosciuta per trattare su tutti i tavoli, un’esperienza lunga e consolidata nell’affrontare e risolvere crisi industriali.

Ebbene questo profilo oggi in Italia ce l’ha solo Romano Prodi. E non è un caso che prima che Conte dichiarasse giovedì 7 novembre da Bruno Vespa a Porta a Porta che sulla vicenda Ilva bisogna rimanere uniti e affrontarla in chiave di sistema Paese, già il giorno precedente Prodi aveva espresso un concetto analogo in un editoriale pubblicato sul Messaggero:

«Chi pensa che la soluzione possa trovarsi in una lite giudiziaria senza fine dimostra di non capire niente dello svolgimento reale di queste controversie internazionali e niente delle conseguenze fatali che ne discendono sulla vita degli impianti industriali. Altrettanto fuori da ogni ragionevole contesto è l’idea che si possa mantenere in vita lo stabilimento chiudendo la cosiddetta area a caldo. Ne rimarrebbe solo una finzione con danni irreparabili per il nostro sistema produttivo. l’Ilva, ridotta in briciole, continuerebbe a perdere denaro e si dovrebbe ugualmente procedere alla chiusura degli impianti di Cornigliano e di Novi Ligure. Non serve, peraltro, accusare l’ArcelorMittal, che già ha posto in cassa integrazione 1395 addetti, di abbandonare Taranto a causa della crisi che, con la sua inesorabile ciclicità, sta ora colpendo tutta la siderurgia mondiale. L’importanza di questo elemento è fuori di dubbio ma, proprio conoscendo le ferree regole delle imprese multinazionali, nessuno può pensare che un’azienda sopporti una perdita enormemente superiore a quella dei suoi altri impianti se non vi è la prospettiva che vi si ponga rimedio in un prevedibile periodo di tempo. La via del compromesso rimane quindi l’unica possibile, anche se ormai assai difficile da mettere in atto e, probabilmente, molto costosa».

Il Prodi politico leader dell’Ulivo e due volte presidente del Consiglio può essere criticato come e quanto si vuole, così come anche il Prodi presidente della Commissione europea. Ma come esperto di politica industriale e risanatore di imprese è stato il migliore che l’Italia abbia avuto. E anche i detrattori, scrisse qualche anno fa su Panorama Sergio Luciano, «gli riconoscono di aver portato nel mondo ammuffito delle partecipazioni statali un livello nuovo di decoro, di governance e di meritocrazia».

Prodi prese nel 1982 in mano l’Iri, la più grande holding pubblica italiana (circa 1000 società tra banche e industrie), con 3000 miliardi di vecchie lire di perdite e lo lasciò nel 1989 con 1263 miliardi (sempre di vecchie lire) di utile. Quando poi vi ritornò alla guida nel 1993, su richiesta “pressante” dell’allora presidente del Consiglio Ciampi per avviare un gigantesco piano di privatizzazioni vi rimase solo pochi mesi perché decise di dimettersi non appena divenne premier nel 1994 Silvio Berlusconi. Ma ciò non gli impedì in quel pur breve arco di tempo di combattere a viso aperto le logiche asfittiche di un certo capitalismo di relazione che aveva nella Mediobanca di Enrico Cuccia il suo “muro maestro” (famoso rimase un articolo pubblicato in prima pagina il 23 aprile 1994 sulla Stampa – il quotidiano che l’Avvocato Agnelli come noto leggeva per primo all’alba, per cui il messaggio sarebbe arrivato subito e diretto all’establishment – intitolato “Perché dico alt a Mediobanca”, in cui denunciava come sfruttando la mancanza di regole sull’azionariato popolare Mediobanca avesse potuto senza nessun ostacolo giocare un ruolo dominante nella campagna di acquisto di due grandi banche, Credito Italiano e Banca Commerciale).

Non ho idea di come Prodi potrebbe essere formalmente coinvolto nella vicenda Ilva. Conte ha parlato di voler dar vita a un gabinetto permanente di crisi e a Prodi potrebbe essere chiesto di presiederlo. Ripeto non so. Ma non credo che la forma sia il principale problema, ciò che conta è che sia un ruolo operativo che garantisca massima libertà di azione.
Ben più arduo invece sarebbe convincerlo ad accettare un simile incarico, anche perché a ottant’anni compiuti ha tutto il diritto di volersene stare in disparte. Forse solo una convinta moral suasion del Quirinale potrebbe indurlo a rimettersi in pista. Mi auguro che accada.

Quando Prodi lasciò la prima volta l’Iri nel 1989 il quotidiano inglese il Guardian gli rese gli onori dell’immenso lavoro di risanamento svolto definendolo l’uomo che ha restituito all’Italia il rispetto dell’Europa. Sarebbe bello che tra non molto tempo potesse leggersi da qualche parte che Prodi ha restituito a Taranto il rispetto dell’Ilva per il lavoro e la salute.

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Francesco Maggio

Economista e giornalista, già ricercatore a Nomisma e a lungo collaboratore
de Il Sole24Ore, da molti anni si occupa dei rapporti tra etica, economia e
società civile. Tra i suoi libri: I soldi buoni, Nonprofit (con G.P. Barbetta),
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E Bravo il nostro Francesco Maggio.
La soluzione Prodi è uguale a quella di mettere una Volpe a risolvere i problemi di razzie nei pollai.

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"HONNY SOIT QUI MAL Y PENSE"
"VERGOGNA A CHI PENSA MALE"



«Honni soit qui mal y pense» si può all'incirca tradurre con «vergogna a colui che pensa male». È il motto dell'Ordine inglese della Giarrettiera, che sarebbe stato istituito, secondo una tradizione leggendaria piuttosto accreditata, dal Re d'Inghilterra Edoardo III in onore della propria amante, la contessa di Salisbury, alla quale durante un ballo era caduta nella foga del gesto una giarrettiera. Il Re - in evidente intimità - si precipitò a raccoglierla e rimproverò con tali parole - usando il francese che era la "lingua nobile" dell'epoca - i cortigiani che sorridevano maliziosamente fra loro dell'episodio.
La frase oggi si usa ormai in modo ironico per chi voglia fare l'innocente ma in realtà non lo sia affatto.

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Re: Media e dintorni

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La classe diriggente

***

La chiameno “la classe diriggente”,

che sta a indicà, a la fine, chi comanna,

ma è ‘na frase arquanto impropia e inganna

de “classe”, infatti, ce n’è poca o gnente.

***

Si tutti fanno a gara e ce se scanna,

pur de magnà a le spalle de la gente,

la se dovrebbe dì più “diggerente”

che “diriggente”, ché sto nome appanna.

***

Vabbè er discorzo, fórze, è qualunquista,

ma a me, che guardo tutto a ‘na finestra,

senza avé più ‘na mia precisa lista …

***

… me pare tutta la stessa minestra,

che penza solo a mette er muso in vista,

senza distingue più sinistra e destra.

***

Stefano Agostino

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Canfora: «Serve una vera socialdemocrazia, solo così la sinistra tornerà rivoluzionaria» (Daniela Preziosi)


«Non stanno governando per nulla. Un fallimento». Se al professore Luciano Canfora – filologo, storico, comunista «senza partito» – si chiede del governo, si riceve una risposta senza attenuanti. «La politica sociale di Di Maio è stato un bluff, conati rovinosi. I navigator, non ne parliamo. L’altro, il duro, ha promesso di rimpatriare 600mila persone, clandestini, e naturalmente non l’ha fatto; ha deciso di chiudere i porti come del resto voleva già Minniti; ha fatto un po’ di braccio di ferro per lo più perdendo, sia con l’ottima Rackete, sia nel caso della nave Diciotti, da ultimo con la Gregoretti. Nel frattempo, com’è giusto, tantissimi sbarcano su barchette di fortuna. Sul versante fiscale, che è un topos, per ora solo parole vane. Ne parlano, litigano e accantonano l’argomento. Così sulla giustizia, una sceneggiata».

Professore, non hanno combinato proprio niente?
Non è accaduto nulla. La conflittualità perenne, ostentata, è uno scenario elettorale per entrambi. Sanno che la legislatura non finirà finché non si matura la pensione per i parlamentari. Non è una malignità, è senso comune. I deputati dei 5 stelle non torneranno mai più, perché avranno un bruttissimo esito elettorale e anche perché stanno tentando di ridurre gli eletti. Fino a quel momento la legislatura durerà, quindi si preparano alla campagna elettorale subito successiva, dicendo di fare, al governo, ognuno dei due quello che ritiene utile in vista del voto. È un quadro realistico, non malizioso o ostile. Con danni per tutti noi che è inutile sottolineare.

Le sinistre hanno regalato voti ai 5 stelle ma anche alla Lega. Un travaso contro natura?
Non credo. Quanti disoccupati disperati weimariani votarono per il fuhrer piantando il partito comunista tedesco? Tantissimi. Piuttosto il vero travaso è stato di chi votava a sinistra e nel marzo del 18 ha votato 5 stelle. È stato l’errore strategico, colossale, di Napolitano, che è il vero padre dei 5 stelle, quando ha costretto Bersani per un anno e mezzo alla coabitazione con Berlusconi sotto l’egida Monti per le misure più impopolari del mondo, largamente non motivate e incomprensibili per le persone comuni. Quelli che votavano a sinistra, o che non votavano più sinistra perché disamorati, hanno creduto che i 5 stelle fossero la nuova sinistra. il sociologo De Masi, un uomo simpatico e acuto ma troppo ottimista, all’indomani del voto propose l’alleanza fra Pd e M5S per fare «la più grande socialdemocrazia d’Europa». Si illudeva. Il movimento è stato messo, dai capi, in mano ad un ultramoderato centrista come Di Maio. L’ipotesi, frustrata da Renzi con la sua consueta brutalità, naufragò subito.

Oggi il Pd, che non è più quello di Renzi, si tormenta sull’alleanza con i 5 stelle.
Il Pd non è più niente. È paralizzato. Purtroppo, perché ha tanta brava gente che spera in una riscossa. È amareggiante per tutti il fatto che l’Emilia Romagna si è messa accanto alle regioni leghiste sull’autonomia. Anche questo disgusta. Ma come può il Pd pensare di recuperare nel centro-sud con una proposta simile a quella di Zaia e di quello che voleva «la razza bianca» (Fontana, presidente del Veneto, ndr)?

Non esiste un’autonomia ‘sostenibile’?
Autonomia è una parola ridicola, fastidiosa nella sua bassezza demagogica. Due figure fra loro molto diverse alla Costituente, Togliatti e Croce, erano fra i più convinti negatori dell’opportunità di introdurre l’istituto regionale. C’è un discorso di Croce memorabile. E poi c’erano i federalisti hard, come il Partito d’azione. Le regioni furono una mediazione. Ma furono tenute ferme, entrarono in vigore solo nel 1970. Perché – ora lo sappiamo anche da documenti d’archivio declassificati – l’ambasciata americana ci diceva: non potete fare le regioni perché – con l’Emilia, la Toscana e l’Umbria rosse – se c’è la guerra il nemico sovietico ha la sua quinta colonna nel paese. Allora il Pci chiese di applicare la Costituzione. All’inizio non fu entusiasmante, ma nel 1975 fu un trionfo. Poi però le regioni sono diventate carrozzoni inquietanti. Ora aggiungiamo l’autonomia? È quello che chiedeva Bossi, la macroregione Ticino che si sarebbe unita alla Baviera. Bossi riteneva che il principale criminale della storia d’Italia fosse Garibaldi. È inaccettabile.

Il sociologo De Rita dice però che il pericolo democratico per il paese non è Salvini ma i 5S.
Ma no, i 5 stelle sono bloccati dai loro dissensi interni, fanno sciocchezze anche penose perché peccano di incompetenza. Invece Salvini ha un disegno chiaro: una vera forza di destra aggressiva che si mangia tutte le destre esistenti, con la Meloni nei panno del tamburino sardo.

I 5 stelle non hanno il disegno di smontare il parlamento?
Ma la loro caratteristica è la difformità di propositi all’interno, celata dall’autoritarismo dei due signori che detengono la piattaforma Rousseau e di lì formano la «volontà del popolo». Questo è l’elemento oscuro e inquietante di quel partito. Ma dentro c’è gente dabbene, come il presidente Fico, che cerca di dire cose di buonsenso. Ma viene imbavagliato.

Esploderanno?
È probabile. Ma certo se dall’altra parte, ogni volta che c’è un Franceschini che dice che i 5 stelle potrebbero essere i interlocutori, la banda renziana strepita e ricatta, tutto resta fermo.

Professore, lei, un comunista ormai deve gioire per le posizioni di un democristiano?
Quando Franceschini fece il segretario del Pd fu l’unico che giurò sulla Costituzione. Ha ascendenze partigiane. Sono cose che lasciano effetti nelle vite. Non gli sto facendo un monumento ma hic Rhodus hic salta. Se uno vuole fare politica e non l’eremita, deve scegliere fra ciò che c’è, anche se non sempre è l’optimum.

La sinistra radicale è eremita?
Respingo la definizione buffissima di sinistra radicale. Fa pensare alle guardie rosse del 1919 a Berlino: si spara, la rivoluzione fallisce, Rosa (Luxemburg, ndr) viene massacrata. Ma dal 1946 in Italia c’è una sana socialdemocrazia. Il Pci lo è stato a lungo e con successo. Ora il Pd ha abbandonato quella tradizione. Se gli avanzi della sinistra, che non vogliono stare in quel calderone assurdo che è il Pd, avessero senso politico, dovrebbero riproporre le parole d’ordine fortissime della vera socialdemocrazia: giustizia sociale, restituire ai sindacati la loro funzione, contrattazione nazionale e non la frantumazione che piace a Confindustria. Sarebbero definiti radicali ma farebbero quello che faceva Willy Brandt.

Invece sembrano condannati all’estinzione?
Perché il Pd non ne vuole sentire parlare e questi, pur simpatici, hanno ritegno a usare quel termine socialdemocrazia, che invece io uso con tanto rispetto. Perché da noi è legato a Saragat, al tradimento, a Palazzo Barberini. Ricordo sempre che il partito di cui Lenin fu il capo si chiamava partito socialdemocratico russo. E quello di cui Engels fu padre nobile era la socialdemocrazia tedesca. È inutile avere paura delle parole per colpa di Saragat, Tanassi e Cariglia.

Gli ex comunisti dovrebbero dichiararsi socialdemocratici per tornare rivoluzionari?
Sì, oggi avrebbe quest’effetto e sarebbe una parola unificante, se la sinistra avesse il coraggio di fare politica, di darsi un obiettivo, di spiegarlo chiaro e tondo, non reagire al seguito della cronaca, commentare i fatti magari con gesti nobili. Se il cittadino comune interessato alla politica, una minoranza, si chiede ‘ma quelli che vogliono‘, non saprebbe dare una risposta.

Per De Rita l’Italia ha perso la spinta vitale.
Bergson parlava di slancio vitale, mi meraviglia che un sociologo serio usi questo termine impreciso. Il nostro paese ha vissuto fasi di grande slancio collettivo, nel dopoguerra, poi contro il terrorismo nero eversivo in risposta all’autunno caldo. Ora la situazione è resa molto più difficile – e con questo tocco un altro tema tabù – dal fatto che molte decisioni fondamentali trascendono i governi nazionali. Oggi l’antagonista è irraggiungibile e onnipotente, salvo farti fare la fine di Tsipras, luglio 2015. Dire che manca lo slancio fa sorridere. La lotta è impari.

C’è dell’euroscetticismo in lei? Non è preferibile avere un’Europa forte fra la Russia di Putin e gli Usa di Trump?
Sono sempre stato un internazionalista. E non è che se uno non è europeista è un sovranista. Una persona non sospettabile di estremismo come Sergio Romano dice: finché siamo nella Nato, la politica estera e militare europea la fanno gli Usa. Abbiamo sempre obbedito a tutti gli ordini che venivano di là. Ora speriamo che la crisi crescente sullo scacchiere internazionale non ci travolga al carro della politica aggressiva dissennata degli Stati uniti.

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grazia
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Migliaia di Sardine fanno il pieno anche a Roma. Le proposte ai politici: “Basta con la violenza verbale. E chi fa il ministro comunichi nelle sedi istituzionali”

Pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi politiche invece di fare campagna elettorale permanente“. Poi basta “con la violenza verbale”. E ancora: “Chi fa il ministro comunichi nelle sedi istituzionali”. Ma soprattutto: “Si abroghino i decreti Sicurezza”. Sono queste alcune delle proposte ai politici lette dalle sardine dal palco di piazza San Giovanni a Roma. Esattamente un mese dopo la piazza spontanea di Bologna, nata in risposta al comizio di Matteo Salvini e contro i sovranisti, e dopo che in 30 giorni sono state organizzate altre 113 manifestazioni, il movimento si è riunito nella Capitale e ha ottenuto un altro pienone: oltre 100mila le presenze secondo gli organizzatori (35mila a inizio giornata per la questura). Se quella di Roma doveva essere una prova, le sardine l’hanno superata e hanno retto il confronto con la manifestazione del centrodestra di ottobre scorso: come ripetono i fondatori è presto per fare previsioni e parlare del futuro, ma intanto il progetto nato per le Regionali dell’Emilia-Romagna, riesce a tenere il ritmo anche a livello nazionale. Resta da vedere fino a quando e con quali strumenti. La strategia oggi è stata quella di rilanciare con sei proposte concrete, così da mettere a tacere chi (il Carroccio) li accusa di essere un movimento “solo contro qualcuno”. Nell’elenco si “pretendono” atti concreti che vanno dalla “presenza” nei luoghi istituzionali alla “trasparenza” economica e non solo nell’uso dei social network.

Per un movimento così giovane e nato in modo così veloce, la più grande difficoltà è quella di evitare le strumentalizzazioni. Per questo non è un caso che ad aprire la manifestazione sia stata la presidente dell’Anpi Carla Nespolo, dopo che nei giorni scorsi si era aperta la polemica per la possibilità (non realizzata) che partecipasse anche Casapound: una provocazione che ha creato molti imbarazzi per una piazza nata come antifascista. “Da voi arriva una ventata di speranza, noi partigiani siamo con voi“, ha detto la Nespolo. A quel punto la folla ha risposto intonando “Bella ciao“. E a seguire è partito il coro “ora e sempre resistenza”, ma anche l’inno d’Italia e “Com’è profondo il mare” di Lucio Dalla. Sul palco si sono alternate voci diverse della società civile. Tra gli ospiti intervenuti: il medico di Lampedusa e ora eurodeputato Pd Pietro Bartolo e Giorgia Linardi, portavoce della ong Seawatch. Poi salgono sul palco alcuni ragazzi che leggono la Costituzione e una giovane transessuale che racconta la sua storia.

Al termine della giornata il fondatore e volto di riferimento Mattia Santori si è detto molto soddisfatto del risultato: “Riempire una piazza così è molto bello, direi che l’obiettivo di oggi è stato raggiunto”. Come precisato da uno degli organizzatori romani, “è stata una piazza colorata, solidale, aperta. La partecipazione dei giovani è stata straordinaria. Migliaia di studenti, universitari, giovani lavoratori a dimostrazione che tra le nuove generazioni c’è voglia di cambiare le cose, c’è passione per la cosa pubblica e la politica”. Anche se il gruppo sa bene che il problema è capire come gestire queste piazze in futuro: “Domani inizia una nuova fase. Ci sarà un momento in cui ci siederemo e ci guarderemo negli occhi, per confrontarci su ciò che è stato e su ciò che sarà”.

Le sei proposte delle sardine ai politici – Se nei giorni scorsi era circolato il manifesto delle 6mila sardine “Cari populisti”, oggi il fondatore Santori dal palco ha annunciato le sei proposte che intendono proporre ai politici: “Uno. Pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi politiche invece di fare campagna elettorale permanentemente. Due. Pretendiamo che chiunque ricopre la carica di ministro comunichi solamente nei canali istituzionali. Tre. Pretendiamo trasparenza nell’uso che la politica fa dei social network, sia economica che comunicativa. Quattro. Pretendiamo che il mondo dell’informazione traduca lo sforzo” che facciamo “in messaggi fedeli ai fatti. Cinque. Pretendiamo che la violenza venga esclusa dai toni e dai contenuti della politica in ogni sua forma. E’ il momento che la violenza verbale venga equiparata alla violenza fisica. Sei. Chiediamo di ripensare il decreto Sicurezza: c’è bisogno di leggi che non mettano al centro la paura, ma il desiderio di costruire una società inclusiva. Ci auguriamo che la politica possa migliorarsi, la politica è partecipazione. Oggi state facendo politica”. Il messaggio è quello di chiedere agli eletti una maggiore presenza e responsabilità, evitando di trasformare la politica in “materiale da discussione sui social network”. Una richiesta di “serietà” che in generale ha accomunato tutte le piazze delle sardine nell’ultimo mese e che ora gli organizzatori hanno scritto nero su bianco nell’elenco delle sei proposte.

Santori non si è rivolto solo ai politici, ma ha anche parlato alla piazza: “Come a Bologna e nelle altre città, qui non si passa“, ha detto. “Le piazze hanno preso la forma dell’antifascismo e della lotta alla discriminazione. Con mezzi ignoti al sovranismo bieco, la gratuità, l’arte, il racconto della diversità. Le sardine non sono mai veramente esistite, in quelle piazze c’erano solo delle persone capaci di distinguere la politica dal marketing”. Quindi ha fatto una battuta, “facendo il verso” a chi li accusa di essere finanziati dal Partito democratico: “Siamo fortissimi. Non c’è nessuna organizzazione, nonostante tutti i soldi che ci ha dato Prodi la gente è venuta qui di tasca sua. Esattamente un mese fa la piazza di Bologna lanciava un segnale ben preciso: qui non si passa”. E, chiudendo, Santori ha anche ribadito che “non vogliono sostituirsi a nessuno”: “Ci continuano a chiedere se vogliamo diventare un partito. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Le sardine non sono mai esistite, in queste piazze ci sono persone scomode, perché chi ragiona non abbocca. Non vogliamo sostituirci a nessun movimento di lotta dal basso, siamo solo un aggregatore di idee“.

La presidente Anpi: “I partigiani vi mandano il loro saluto e ringraziamento” – L’apertura della manifestazione è stata affidata a Carla Nespolo, presidente dell’Anpi, che ha preso la parola per portare il suo “solidale saluto” alla piazza. “Speranza è la parola che ci unisce. Lotta e speranza, futuro e presente da migliorare. E’ venuta da voi una grande ventata di speranza e impegno democratico. Odio gli indifferenti, e io lo voglio dire forte: l’Anpi è con voi, i partigiani e le partigiane sono con voi”. E ancora: “Abbiamo il privilegio di poterli ancora ascoltare, non sono qui ma vi mandano tutti assieme il loro saluto e il loro ringraziamento”. Credo che a questo punto sia d’obbligo una canzone”, ha detto uno degli organizzatori delle sardine dal palco, prima che le note di “Bella Ciao”, intonate dai simpatizzanti, risuonassero nella piazza della manifestanti, seguite dal coro “ora e sempre resistenza”.

L’eurodeputato Bartolo e Linardi (Seawatch) perché “la buona politica si occupi di emigrazione” – Subito dopo Nespolo è stato il turno di Pietro Bartolo, eurodeputato Pd e medico di Lampedusa: “Siete un popolo straordinario, la sardina è un pesce povero, ma fa bene, per questo mi sono unito a voi”, ha detto. “Oggi mi sento una sardina come voi, contro chi vuole seminare odio e paura noi dobbiamo restare umani, io credo nella buona politica, che è un servizio e non quelle bugie che ci raccontano sui migranti, che sono donne, bambini, che vengono a cercare umanità e noi dobbiamo accoglierli perché non c’è alcuna invasione e insieme si può stare”. E ha concluso: “Il mare è crudele ma è più crudele il mare di indifferenza e per questo la politica deve dare risposte. Noi siamo sardine e dobbiamo resistere, non permettere che venga calpestata la Costituzione e la nostra Europa. La buona politica deve occuparsi dell’emigrazione, non dell’immigrazione, dare le giuste risposte per un futuro migliore. Insieme ci riusciremo, io sono con voi”.

Dopo Bartolo è salita sul palco Giorgia Linardi, portavoce della ong Seawatch: “Il decreto sicurezza è una legge che andrebbe abrogata domani, minaccia la nostra dignità di persone e di Paese”, ha detto. “Come è stato possibile tutto quel mare d’odio contro Carola Rackete, contro la nostra capitana, ancora non me lo spiego”, ha aggiunto. “Ci associamo fortemente alle sardine nella necessità di abbassare i toni. Dobbiamo ripensare il linguaggio e non avere paura. Non c’è da avere paura. Il sovranismo non funziona. E se riusciremo a tornare in mare sarete tutti a bordo con noi”.

Chi c’era – In piazza si sono radunati gruppi provenienti da tutta Italia, ma anche da diverse esperienze di militanza politica e civile. Decine i cartelli e gli striscioni. “Roma non abbocca”, “Finalmente ‘na gioia”, alcuni dei messaggi impressi sui cartoncini. Tra la folla spiccavano le sardine anticapitaliste con il manifesto “Sardine di tutti i mari unitevi”. Da segnalare alcuni militanti con i fazzoletti tricolore dell’Associazione nazionale partigiani (Anpi). Non sono mancati i volti noti: c’era ad esempio l’ex leader di Sel Nichi Vendola e l’esponente di Leu Nicola Fratoianni, ma anche l’ex segretaria della Cgil Susanna Camusso, lo scrittore Erri De Luca, la cantante Paola Turci, le attrici Isabella Ferrari e Kasia Smutniak. Da segnalare poi diversi esponenti del Pd di Roma, che però hanno partecipato senza bandiere: dalla consigliera regionale Marta Leonori alla presidente del municipio del centro storico Sabrina Alfonsi. In piazza anche le cosiddette “sardine nere”: “Abbiamo scelto di chiamarci così perché siamo nati, viviamo qui, ma non veniamo riconosciuti”, ha detto uno degli esponenti salendo sul palco. “Siamo stufi di ricevere insulti per strada, di essere sempre fermati dalla polizia. Sentiamo il dovere di portare i nostri contenuti, contro la guerra, come dice la nostra Costituzione. Non accettiamo più l’odio che domina la politica, per questo dobbiamo iniziare a indignarci”.

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grazia ha scritto:
15 dic 2019, 10:14
Migliaia di Sardine fanno il pieno anche a Roma. Le proposte ai politici: “Basta con la violenza verbale. E chi fa il ministro comunichi nelle sedi istituzionali”

Pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi politiche invece di fare campagna elettorale permanente“. Poi basta “con la violenza verbale”. E ancora: “Chi fa il ministro comunichi nelle sedi istituzionali”. Ma soprattutto: “Si abroghino i decreti Sicurezza”. Sono queste alcune delle proposte ai politici lette dalle sardine dal palco di piazza San Giovanni a Roma. Esattamente un mese dopo la piazza spontanea di Bologna, nata in risposta al comizio di Matteo Salvini e contro i sovranisti, e dopo che in 30 giorni sono state organizzate altre 113 manifestazioni, il movimento si è riunito nella Capitale e ha ottenuto un altro pienone: oltre 100mila le presenze secondo gli organizzatori (35mila a inizio giornata per la questura). Se quella di Roma doveva essere una prova, le sardine l’hanno superata e hanno retto il confronto con la manifestazione del centrodestra di ottobre scorso: come ripetono i fondatori è presto per fare previsioni e parlare del futuro, ma intanto il progetto nato per le Regionali dell’Emilia-Romagna, riesce a tenere il ritmo anche a livello nazionale. Resta da vedere fino a quando e con quali strumenti. La strategia oggi è stata quella di rilanciare con sei proposte concrete, così da mettere a tacere chi (il Carroccio) li accusa di essere un movimento “solo contro qualcuno”. Nell’elenco si “pretendono” atti concreti che vanno dalla “presenza” nei luoghi istituzionali alla “trasparenza” economica e non solo nell’uso dei social network.

Per un movimento così giovane e nato in modo così veloce, la più grande difficoltà è quella di evitare le strumentalizzazioni. Per questo non è un caso che ad aprire la manifestazione sia stata la presidente dell’Anpi Carla Nespolo, dopo che nei giorni scorsi si era aperta la polemica per la possibilità (non realizzata) che partecipasse anche Casapound: una provocazione che ha creato molti imbarazzi per una piazza nata come antifascista. “Da voi arriva una ventata di speranza, noi partigiani siamo con voi“, ha detto la Nespolo. A quel punto la folla ha risposto intonando “Bella ciao“. E a seguire è partito il coro “ora e sempre resistenza”, ma anche l’inno d’Italia e “Com’è profondo il mare” di Lucio Dalla. Sul palco si sono alternate voci diverse della società civile. Tra gli ospiti intervenuti: il medico di Lampedusa e ora eurodeputato Pd Pietro Bartolo e Giorgia Linardi, portavoce della ong Seawatch. Poi salgono sul palco alcuni ragazzi che leggono la Costituzione e una giovane transessuale che racconta la sua storia.

Al termine della giornata il fondatore e volto di riferimento Mattia Santori si è detto molto soddisfatto del risultato: “Riempire una piazza così è molto bello, direi che l’obiettivo di oggi è stato raggiunto”. Come precisato da uno degli organizzatori romani, “è stata una piazza colorata, solidale, aperta. La partecipazione dei giovani è stata straordinaria. Migliaia di studenti, universitari, giovani lavoratori a dimostrazione che tra le nuove generazioni c’è voglia di cambiare le cose, c’è passione per la cosa pubblica e la politica”. Anche se il gruppo sa bene che il problema è capire come gestire queste piazze in futuro: “Domani inizia una nuova fase. Ci sarà un momento in cui ci siederemo e ci guarderemo negli occhi, per confrontarci su ciò che è stato e su ciò che sarà”.

Le sei proposte delle sardine ai politici – Se nei giorni scorsi era circolato il manifesto delle 6mila sardine “Cari populisti”, oggi il fondatore Santori dal palco ha annunciato le sei proposte che intendono proporre ai politici: “Uno. Pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi politiche invece di fare campagna elettorale permanentemente. Due. Pretendiamo che chiunque ricopre la carica di ministro comunichi solamente nei canali istituzionali. Tre. Pretendiamo trasparenza nell’uso che la politica fa dei social network, sia economica che comunicativa. Quattro. Pretendiamo che il mondo dell’informazione traduca lo sforzo” che facciamo “in messaggi fedeli ai fatti. Cinque. Pretendiamo che la violenza venga esclusa dai toni e dai contenuti della politica in ogni sua forma. E’ il momento che la violenza verbale venga equiparata alla violenza fisica. Sei. Chiediamo di ripensare il decreto Sicurezza: c’è bisogno di leggi che non mettano al centro la paura, ma il desiderio di costruire una società inclusiva. Ci auguriamo che la politica possa migliorarsi, la politica è partecipazione. Oggi state facendo politica”. Il messaggio è quello di chiedere agli eletti una maggiore presenza e responsabilità, evitando di trasformare la politica in “materiale da discussione sui social network”. Una richiesta di “serietà” che in generale ha accomunato tutte le piazze delle sardine nell’ultimo mese e che ora gli organizzatori hanno scritto nero su bianco nell’elenco delle sei proposte.

Santori non si è rivolto solo ai politici, ma ha anche parlato alla piazza: “Come a Bologna e nelle altre città, qui non si passa“, ha detto. “Le piazze hanno preso la forma dell’antifascismo e della lotta alla discriminazione. Con mezzi ignoti al sovranismo bieco, la gratuità, l’arte, il racconto della diversità. Le sardine non sono mai veramente esistite, in quelle piazze c’erano solo delle persone capaci di distinguere la politica dal marketing”. Quindi ha fatto una battuta, “facendo il verso” a chi li accusa di essere finanziati dal Partito democratico: “Siamo fortissimi. Non c’è nessuna organizzazione, nonostante tutti i soldi che ci ha dato Prodi la gente è venuta qui di tasca sua. Esattamente un mese fa la piazza di Bologna lanciava un segnale ben preciso: qui non si passa”. E, chiudendo, Santori ha anche ribadito che “non vogliono sostituirsi a nessuno”: “Ci continuano a chiedere se vogliamo diventare un partito. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Le sardine non sono mai esistite, in queste piazze ci sono persone scomode, perché chi ragiona non abbocca. Non vogliamo sostituirci a nessun movimento di lotta dal basso, siamo solo un aggregatore di idee“.

La presidente Anpi: “I partigiani vi mandano il loro saluto e ringraziamento” – L’apertura della manifestazione è stata affidata a Carla Nespolo, presidente dell’Anpi, che ha preso la parola per portare il suo “solidale saluto” alla piazza. “Speranza è la parola che ci unisce. Lotta e speranza, futuro e presente da migliorare. E’ venuta da voi una grande ventata di speranza e impegno democratico. Odio gli indifferenti, e io lo voglio dire forte: l’Anpi è con voi, i partigiani e le partigiane sono con voi”. E ancora: “Abbiamo il privilegio di poterli ancora ascoltare, non sono qui ma vi mandano tutti assieme il loro saluto e il loro ringraziamento”. Credo che a questo punto sia d’obbligo una canzone”, ha detto uno degli organizzatori delle sardine dal palco, prima che le note di “Bella Ciao”, intonate dai simpatizzanti, risuonassero nella piazza della manifestanti, seguite dal coro “ora e sempre resistenza”.

L’eurodeputato Bartolo e Linardi (Seawatch) perché “la buona politica si occupi di emigrazione” – Subito dopo Nespolo è stato il turno di Pietro Bartolo, eurodeputato Pd e medico di Lampedusa: “Siete un popolo straordinario, la sardina è un pesce povero, ma fa bene, per questo mi sono unito a voi”, ha detto. “Oggi mi sento una sardina come voi, contro chi vuole seminare odio e paura noi dobbiamo restare umani, io credo nella buona politica, che è un servizio e non quelle bugie che ci raccontano sui migranti, che sono donne, bambini, che vengono a cercare umanità e noi dobbiamo accoglierli perché non c’è alcuna invasione e insieme si può stare”. E ha concluso: “Il mare è crudele ma è più crudele il mare di indifferenza e per questo la politica deve dare risposte. Noi siamo sardine e dobbiamo resistere, non permettere che venga calpestata la Costituzione e la nostra Europa. La buona politica deve occuparsi dell’emigrazione, non dell’immigrazione, dare le giuste risposte per un futuro migliore. Insieme ci riusciremo, io sono con voi”.

Dopo Bartolo è salita sul palco Giorgia Linardi, portavoce della ong Seawatch: “Il decreto sicurezza è una legge che andrebbe abrogata domani, minaccia la nostra dignità di persone e di Paese”, ha detto. “Come è stato possibile tutto quel mare d’odio contro Carola Rackete, contro la nostra capitana, ancora non me lo spiego”, ha aggiunto. “Ci associamo fortemente alle sardine nella necessità di abbassare i toni. Dobbiamo ripensare il linguaggio e non avere paura. Non c’è da avere paura. Il sovranismo non funziona. E se riusciremo a tornare in mare sarete tutti a bordo con noi”.

Chi c’era – In piazza si sono radunati gruppi provenienti da tutta Italia, ma anche da diverse esperienze di militanza politica e civile. Decine i cartelli e gli striscioni. “Roma non abbocca”, “Finalmente ‘na gioia”, alcuni dei messaggi impressi sui cartoncini. Tra la folla spiccavano le sardine anticapitaliste con il manifesto “Sardine di tutti i mari unitevi”. Da segnalare alcuni militanti con i fazzoletti tricolore dell’Associazione nazionale partigiani (Anpi). Non sono mancati i volti noti: c’era ad esempio l’ex leader di Sel Nichi Vendola e l’esponente di Leu Nicola Fratoianni, ma anche l’ex segretaria della Cgil Susanna Camusso, lo scrittore Erri De Luca, la cantante Paola Turci, le attrici Isabella Ferrari e Kasia Smutniak. Da segnalare poi diversi esponenti del Pd di Roma, che però hanno partecipato senza bandiere: dalla consigliera regionale Marta Leonori alla presidente del municipio del centro storico Sabrina Alfonsi. In piazza anche le cosiddette “sardine nere”: “Abbiamo scelto di chiamarci così perché siamo nati, viviamo qui, ma non veniamo riconosciuti”, ha detto uno degli esponenti salendo sul palco. “Siamo stufi di ricevere insulti per strada, di essere sempre fermati dalla polizia. Sentiamo il dovere di portare i nostri contenuti, contro la guerra, come dice la nostra Costituzione. Non accettiamo più l’odio che domina la politica, per questo dobbiamo iniziare a indignarci”.

Da "IL FATTO QUOTIDIANO"
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“Se un uomo è uno stupido, non lo emancipi dalla sua stupidità col mandarlo all'università. Semplicemente lo trasformi in uno stupido addestrato, dieci volte più pericoloso.”
DESMOND BAGLEY

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