Media e dintorni

Discussioni di vario genere riguardanti l'istruzione, la cultura, la letteratura o poesia.
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grazia
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La “bestia triumphans” di Salvini


di Michele Martelli

Nell’immaginario bestiario politico italiano, nell’ultimo ventennio dominato dalla figura del «Caimano», mostro dalle fauci tritatutto ora dormiente, qualcuno ha avvertito che qualcosa mancava, qualcosa di paradossalmente semplice, quasi tautologico, alla portata di tutti: quel qualcuno è Luca Morisi, il fantasioso spin doctor informatico di Matteo Salvini, il «Ministro degli Esterni», come è oramai consueto chiamarlo; quel qualcosa è «LA BESTIA», la formidabile macchina propagandistica mass-mediatica costruita da Morisi per le «magnifiche sorti e progressive» politico-elettorali di Salvini.

All’efficacia e pervasività di questo sistema digitale è dovuto gran parte del successo gonfiato di Salvini e della sua Lega. Come ha spiegato su Fanpage l’informatico italiano Alex Orlowski intervistato da Sandro Ruotolo, si tratta di un abile congegno per massimizzare il consenso in rete in modo esponenziale, moltiplicando like, post e falsi account; gli incerti vengono convinti con un ingannevole epurazione del linguaggio (per es., pensa che «non sei razzista e xenofobo», ma che soltanto «vuoi gli stranieri a casa loro»); dissidenti e avversari (specie se donne: vedi l’ex presidente della Camera Laura Boldrini degradata a «bambola gonfiabile») sono invece attaccati, denigrati, emarginati con metodi da vero «squadrismo digitale».

Da aggiungere che «LA BESTIA» informatica leghista è legata a doppio filo con gruppi digitali americani di estrema destra, tra cui quello di Steve Bannon, l’ex spin doctor della campagna elettorale di Trump e ora padrino ricco sfondato (ma con i soldi di chi, di quale potere forte extraitaliano?) del sovranismo in Europa e in Italia. Forse che lo slogan salvinista «Prima gli italiani» nasconde quello trumpista «America first»?

A qualcuno filosoficamente informato (una mosca bianca nel generale odierno imbarbarimento) il mostro digitale propagandistico di Salvini-Morisi potrebbe ricordare la «Bestia triumphans» di Giordano Bruno, metafora apocalittica con cui il filosofo nolano finito sul rogo dell’Inquisizione indicava la Chiesa romana e riformata e l’intera cristianità da lui giudicata in crisi irreversibile, ormai giunta alla fine del suo ciclo millenario. Con la differenza che Bruno era per molti aspetti un araldo della civiltà moderna, scientifica e antidogmatica, il fascio-leghismo invece è per molti aspetti un ridicolo conato di ritorno di facciata (una miserabile «minuzzaria», direbbe Bruno) al Medioevo cristiano e crociato (con mitra e pistole esibiti sui social media e tanto di crocifissi e rosari baciati e sventolati strumentalmente nelle piazze).

A me la tronfia «Bestia» leghista ricorda, seppur lontanamente, altre immagini d’origine biblica presenti nella storia delle dottrine politiche, in particolare quelle di Behemoth (= gigantesco distruttivo Ippopotamo: vi ricorda qualcuno?) e di Leviathan (mostruoso serpente marino) (vedi il Libro di Giobbe 40-41), che sono anche i titoli di due celebri opere (pubblicate la prima, postuma, nel 1679 e la seconda nel 1651) del filosofo inglese Thomas Hobbes. Nel pensiero hobbesiano Behemoth è il caos, l’anarchia, la violenza scatenata, una sorta di ritorno alla condizione prepolitica dell’«homo homini lupus», reincarnata in Inghilterra dalla sanguinosa guerra civile degli anni 1645-1652, Leviathan è invece il nome dello Stato assolutista, totalitario, che, nelle intenzioni del filosofo, a quella guerra avrebbe potuto e dovuto porre fine. Fortunatamente, gli eventi connessi e successivi a quella guerra portarono alla Glorious Revolution del 1688-89, data di nascita della prima «Dichiarazione dei diritti» (Bill of Rights) e del primo Stato monarchico-costituzionale europeo.

Ora, «si parva licet componere magnis», si potrebbe vedere «LA BESTIA» di Salvini come la sintesi dei due mostri hobbesiani, che nella strategia neoleghista appaiono complementari, e non antagonisti o alternativi come in Hobbes. Quasi in una scena alternata di dissolvenza cinematografica, le due mostruose figure si trasformano incessantemente l’una nell’altra. E infatti il salvinismo, nei media e nelle piazze, mentre da un lato tenta di sconvolgere e minare i valori fondanti (diritti umani, libertà, uguaglianza, solidarietà) e le regole ordinative della nostra Costituzione, dall’altro va gradualmente e pericolosamente imponendo, quasi ad epilogo (dopo quello abortito del renzismo) della controrivoluzione illiberale di Berlusconi, il progetto (ancora allo stato in gran parte larvale, confuso e informe) di un regime autoritario, presidenzialistico, un miscuglio sovranista di democrazia formale e dittatura sostanziale (una «democratura» alla Orban?), ovvero il regime dell’Uomo forte e solo al comando, del Capitano (si sa, da Caput=Duce=Führer) ateo-devoto col rosario in mano.

La fenomenologia di questa dirompente strategia è sotto gli occhi di tutti (di tutti quello che vogliono vedere). Che cosa (non) ha fatto Salvini «Ministro della Propaganda» (altro appellativo che gli sta a pennello) in un anno di (non)governo, con l’utile idiota stampella dei Cinque Stelle? Vediamone alcuni aspetti:

a) l’auto-attribuzione, da premier di fatto, di competenze altrui e della stessa Marina militare: mi riferisco alla chiusura dei porti alle navi di soccorso e salvataggio in Mediterraneo delle Ong, in violazione del diritto internazionale marittimo;

b) il continuo attacco all’indipendenza della magistratura nel perfetto stile del Caimano (caso Diciotti, caso Siri, ecc.), in violazione sia dello Stato di diritto (per cui nessuno, cittadino o Ministro, è super leges) sia della divisione dei poteri (che è l’architrave della nostra Costituzione);

c) l’acutizzazione, invece che la risoluzione, dei conflitti sociali ed etnici (vedi la politica della ruspa, del Far West sull’uso privato delle armi, della cacciata dei migranti dai centri Sprar di accoglienza, ecc.);

d) l’alleanza con l’estrema destra autoritaria italiana ed europea (testimoniata, tra l’altro, dal triste raduno prelettorale antieuropeista di Milano e dalla pubblicazione dell’autobiografia salviniana con un editore dichiaratamente fascista).

Dove condurrà il salvinismo in questi mesi «triumphans» non si sa. C’è da sperare che «la BESTIA», che fomenta la paura per ingrossare i consensi, finisca presto col fare essa stessa paura. Stando all’estrema fluidità degli odierni flussi elettorali e d’opinione, a quel punto si sgonfierà.

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grazia
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Ritardi a scuola, 16 milioni di ore perse in un anno. L’allarme di presidi e pedagogisti


I numeri dell’emergenza ricavati dai rapporti di autovalutazione delle scuole. Giannelli, capo dei presidi: «Colpa anche dei genitori». Il pedagogista Mantegazza: «Questa generazione, stando sempre connessa, perde il senso del tempo»

di Gianna Fregonara e Orsola Riva
Corsera

Prendete una classe delle superiori a caso. Quasi ogni giorno, per l’esattezza quattro giorni sui cinque che in media si passano a scuola, gli insegnanti firmano una giustificazione per l’arrivo in ritardo di almeno uno studente. Sono numeri che si possono desumere dai dati che le scuole nel loro rapporto di autovalutazione hanno fornito al ministero dell’Istruzione. Alle medie gli studenti sono un po’ più puntuali: 3,4 ritardi all’anno per ogni alunno, ma alle superiori i ritardi raddoppiano: 6,3 in media. E negli istituti tecnici e professionali sono ancora di più: rispettivamente 7,2 e 8,1. Se si considera una classe di 25 alunni, vuol dire quasi 160 ingressi posticipati su 200 giorni circa di scuola: dunque quattro giorni su cinque. In tutto, visto che gli studenti delle superiori sono più di due milioni e mezzo, si sono persi 16 milioni di ore di lezione. Spesso per pigrizia, indolenza, sciatteria. Inutile dire che durante il quarto e quinto anno, quando cioè i ragazzi diventano maggiorenni e si autogiustificano, i ritardi crescono ancora.

Il record negativo del Lazio
Qualche anno fa l’Invalsi aveva raccolto i dati sui ritardi dividendoli per regione. I tecnici dell’Istituto per la valutazione avevano misurato quanti ingressi alla seconda ora c’erano stati nel mese di ottobre ogni cento studenti: uno studente su tre era arrivato almeno una volta in ritardo, il record spettava al Lazio con quasi uno studente su due, seguito dalla Puglia (circa il 40 per cento). Nel 2014 - ultimo dato disponibile - la palma della puntualità spettava agli studenti del Friuli-Venezia Giulia (15 per cento di ritardi), seguiti dai piemontesi (20 per cento, circa). «Verifichiamo sul campo una tendenza alla deresponsabilizzazione che è diventata un vero e proprio fatto culturale nel nostro Paese - spiega Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi -. I ragazzi, ma anche i loro genitori, fanno fatica ad abituarsi alla disciplina: è un malcostume al quale non è facile opporsi». Non che presidi e insegnanti non provino a contrastare questo fenomeno. Ogni scuola in autonomia può decidere come affrontarlo: da vent’anni è stato anche istituito il patto di corresponsabilità scuola-famiglia che dovrebbe impegnare studenti e genitori a rispettare le regole: «Ma spesso padri e madri lavorano e le misure disciplinari messe in atto dalle scuole non portano risultati».

Le multe del liceo sardo
Ci sono scuole, come il liceo scientifico Pitagora di Selargius (Cagliari), dove si è deciso di multare chi non arriva in orario. Non una grande somma in verità, due euro appena: è più il valore simbolico. «Alle famiglie chiediamo semplicemente di farsi carico delle spese per l’assistenza dovuta ai ritardatari che, in base al regolamento di istituto, non possono entrare in classe fino alla seconda ora e nel frattempo devono essere affidati alla vigilanza di qualcuno. Tutto questo ha un costo», precisa la vicepreside Manuela Spanu. «All’inizio c’è stata qualche polemica - aggiunge - ma ormai la cosa è stata digerita». E ha funzionato: nel senso che ci sono meno ritardi. Anche se il problema persiste. Soprattutto fra i maggiorenni che si scrivono le giustificazioni da sé. Per loro il regolamento prevede che «in caso di reiterato e sistematico ritardo non potranno essere ricevuti a scuola».

Un Paese di Lucignoli
E gli interessati, cosa pensano dei loro ritardi? Apparentemente non sembrano proprio farci caso o comunque non li considerano una cosa grave come invece bigiare del tutto la scuola (anche se, soprattutto nel caso dei recidivi, mettendo insieme tutte le ore che hanno saltato in un anno saltano fuori giorni interi di scuola). Durante l’ultima rilevazione Ocse-Pisa, più di un ragazzo su due ha confessato di aver saltato almeno un giorno di scuola nelle due settimane precedenti il test (record mondiale: peggio di noi solo i montenegrini), mentre invece pochissimi hanno riportato di essere entrati un’ora dopo, tanto da far sembrare gli studenti italiani anche più ligi dei coetanei tedeschi. I loro professori, però, se lo ricordano benissimo, e lo hanno segnalato nei rapporti di autovalutazione.

L’eterno presente della Rete
«E’ un problema di questa generazione: i ragazzi oggi faticano a capire che arrivare in orario è importante - dice il pedagogista Raffaele Mantegazza -. Stando perennemente attaccati ai telefonini, vivono in una specie di eterno presente: una diretta continua dove tutto è sempre disponibile. Non è cattiva volontà, è che proprio non ce la fanno. Peccato che poi il pullman o il treno non stia ad aspettare loro». Chiunque abbia un figlio teenager lo prova tutti i giorni. «E’ pronto, vieni a tavola». «Un attimo». «Preparati che devi andare a calcio». «Un attimo». «Son capaci di arrivare con un’ora di ritardo anche dalla fidanzata - dice Mantegazza -. Viviamo in una società dove la forma è stata degradata a formalismo. Dove nessuno pensa più all’importanza di fare bene il proprio lavoro, come diceva Primo Levi». Da dove ripartire? «A me non piace l’idea delle sanzioni. Penso sia più utile cercare di far capire ai ragazzi che se imparano a programmare il tempo, fanno meno fatica. Se salti la prima ora, poi la devi recuperare. E ti sale l’ansia. Prima, però, bisognerebbe riuscire a trovare un’alternativa allo schermo dei telefonini. Ma lo sa che anche all’università non c’è verso che riesca a far spegnere i cellulari ai miei studenti? Lo silenziano, ma non lo spengono».

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grazia
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CICLISMO

Dai caschi con il «cervello» ai radar anti impatto, i nuovi strumenti per pedalare sicuri
Dispositivi sofisticati permettono a chi va in bicicletta di allenarsi in sicurezza, riducendo il numero di morti. Ma Nibali avverte: «Il pericolo n.1 sono gli automobilisti al cellulare»

di Marco Bonarrigo

1 di 7Le statistiche
Ogni 32 ore un ciclista perde la vita sulle strade italiane. Il numero di incidenti che coinvolgono chi pedala negli ultimi 10 anni è salito dello 0,7% al mese. Statistiche impressionanti, ragioni che vanno cercate in un traffico automobilistico crescente, in strade in cattiva condizione e in condotte alla guida dei mezzi a motore che vanno dal distratto al criminoso. «Da ciò che vedo nei miei 35 mila chilometri l’anno in sella — spiega un fuoriclasse come Vincenzo Nibali — l’abuso del telefonino è l’imputato numero 1». Fino a pochi anni fa i mezzi di sicurezza attiva e passiva a disposizione di chi pedala erano limitati al casco. Oggi i dipartimenti di ricerca e sviluppo delle grandi aziende progettano e mettono in commercio strumenti sofisticati per ridurre il rischio di incidenti e, nel caso di impatto, per minimizzarne gli effetti.

Radar anticollisione
Per chi di chilometri ne fa tanti e soprattutto sulla bici da corsa e su strade extraurbane, oggi sono disponibili radar anticollisione come l’Rtl510 prodotto da Garmin. Si tratta di un sensore retrovisore (si monta sotto la sella) che “aggancia” le auto in avvicinamento, ne valuta in tempo reale velocità e posizione sulla carreggiata provvedendo da un lato a lanciare un allarme acustico/visivo al ciclista, dall’altro ad aumentare la potenza del faro posteriore lampeggiante (visibile fino a 1.600 metri di distanza) per attirare l’attenzione di chi guida e fargli capire che sulla sua strada c’è un ostacolo: il problema della visibilità di chi va in bici è sempre cruciale.

Casco intelligente
Una filosofia analoga, ma con un prodotto molto diverso (lo realizza l’italiana Briko) è abbinata a uno strumento praticamente obbligatorio come il casco. Nella scocca di Cerebellum One sono innestati un radar, due videocamere Hd, uno specchietto retrovisore, un’emittente di crash alert via sms, una luce di posizione a led. Le immagini delle camere sul casco vengono riprodotte sul display del telefonino montato sul manubrio (e volendo su tutti quelli del gruppo di pedalatori che viaggiano assieme) trasformandolo in uno specchietto retrovisore digitale. Sul display vengono segnalati i veicoli in avvicinamento abbinati ad allarmi sonori a intensità crescente. In caso di caduta, il casco invia un Sms geolocalizzato con una richiesta di soccorso a un contatto selezionato dal ciclista e nella scatola nera sono stoccati (e inviati a un server cloud) le immagini dei due minuti immediatamente precedenti e di quelli successivi all’impatto. Un sistema di led posteriori fa poi risaltare la visibilità nelle ore notturne.

Gli occhiali anti-distrazione
Altro “presidio multimediale”, gli occhiali . Gli Evad 1 di Julbo puntano a eliminare ogni distrazione da manubrio: dati di marcia e direzione sono proiettati sulla lente e permettono al ciclista di viaggiare con lo sguardo sempre rivolto alla strada e sui suoi pericoli.

Freno anti-caduta
Per chi usa la bici prevalentemente in città, la novità è Blubrake, un freno-Abs brevettato da un ex studente del Politecnico di Milano, Fabio Todeschini, e destinato sopratutto alle e-bike. Il freno è composto da un attuatore idraulico all’interno del telaio e da un’unità di controllo principale che elabora le misurazioni fatte dagli accelerometri e dai giroscopi al suo interno. Il controller modula la frenata in base alla velocità e alle condizioni della strada evitando il bloccaggio della ruota, che in certe condizioni (strada bagnata, ciottolato) è il maggiore fattore di caduta del ciclista.

Abbigliamento «corazzato»
Altro limitatore di danni, l’abbigliamento. Oltre agli indumenti catarifrangenti, Santini lancia i primi calzoncini a prova di impatto. Il tessuto (si chiama Dyneema) è 15 volte più resistente dell’acciaio e limita fortemente il rischio di traumi e abrasioni.

Corriere della sera

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heyoka
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La bici è LIBERTÀ.
Già mi pesa mettere il casco.
Non è come nasci, ma come muori, che rivela a quale popolo appartieni.
(Alce Nero)

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grazia
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Re: Media e dintorni

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Maria Latella
Domenica 27 Ottobre 2019

L’appello/Lo Stato ora segua l’esempio di mamma Giovanna
Avrei voluto scrivere una lettera al ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, e alla signora Giovanna Proietti, la madre di Valerio Del Grosso. Lo faccio qui, sul Messaggero, parlando a due donne che possono, entrambe, dare un senso, una svolta, a questa brutta storia.

Luca Sacchi, Anastasiya e quello zaino con 2.000 euro: la fidanzata verrà riascoltata dai pm

Giovanna Proietti è una madre cosciente del percorso di autodistruzione imboccato dal figlio. Lui è “inconsapevole” (ma vedremo dopo che senso dare a questo aggettivo). Lei no. Per questo giovedì sera si è presentata al commissariato di San Basilio per dire: «Meglio in carcere che in mezzo agli spacciatori». Non è la prima madre ad aver preso questa dolorosa decisione. Ma sarebbe sbagliato non dare il giusto peso a questo gesto perché non tutte le madri e non tutti i padri vogliono affrontare la realtà. Per vergogna. Per fatica. Perché non si sa da che parte cominciare a chiedere aiuto. La signora Giovanna l’ha fatto. Ha chiesto aiuto allo Stato. E ora lo Stato deve dare una risposta. A lei e a tutte le madri e i padri che vivono nell’angoscia.

Per questo mi rivolgo ora al ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese. L’omicidio di Luca Sacchi può finalmente aprire quegli occhi rimasti ostinatamente chiusi in questi anni, sturare le orecchie di chi non vuol sentire. Non è solo Roma in mano ai clan della droga, lo è Milano, “capitale della cocaina” come da titoli di qualche giorno fa. E poi il Veneto (venticinque morti dall’inizio dell’anno, un paio di ragazzine uccise dall’eroina), Napoli, il Sud.

Allo Stato si chiede protezione, ma quale protezione ricevono i ragazzi su questo fronte velenoso? Se un adolescente realizza già dalle scuole medie che l’illegalità è socialmente accettata, come sarà la sua vita di adulto? Che cittadino potrà mai diventare?

Perché vede, ministro, non è solo di droga che stiamo parlando. Ma di un veleno ancora più insidioso. L’inconsapevolezza. L’incapacità di dare un peso al bene e al male. «Ho fatto una cavolata» ha detto Valerio Del Grosso alla polizia che lo ha arrestato. “Una cavolata” aver ucciso. Una cavolata girare con una pistola. Una cavolata pianificare una rapina. D’altra parte, raccontano le cronache, per Valerio Del Grosso e Paolo Del Pino, ventenni con un lavoro e con famiglie presenti, Facebook era fonte di ispirazione per evocare role model molto apprezzati tra i giovani maschi italiani: Pablo Escobar, Narcos, Scarface.

Modelli di riferimento come quelli offerti da certi trapper, romani e non, “Meglio essere in prigione che non avere un milione”. Inteso come milione di like, ma pure i soldi sono un’ossessione. “No glory no Life”. Questi ragazzini, ministro, parlano di “infami” come fossero mafiosi settantenni. Parlano di soldi come archeo capitalisti del secolo scorso. Per adeguarsi al modello Narcos, ministro, tutto vale. Non c’è confine tra legale e illegale. E si comincia presto, molto presto. Ne sono stata testimone qualche tempo fa, qui a Roma. Scendevo dalla scalinata che porta a piazza Annibaliano, quartiere Trieste, e mi ha incuriosito il gruppetto di tredicenni impegnati in una conversazione in viva voce. Discutevano al cellulare con un ragazzo che sembrava poco più grande di loro. Oggetto della trattativa una partita di “paglie”, canne si sarebbe detto ai nostri tempi: centocinquanta per l’esattezza, da smerciare poi a scuola. Poco distanti, due ragazzine coetanee chiacchieravano per i fatti loro. Indifferenti.

I giovanissimi spacciatori avevano facce da bambini. Uno pure gli occhiali da primo della classe. I loro genitori, residenti del borghese quartiere Trieste, magari pensano che “certe cose” capitano solo in periferia. E invece no. Capitano nella costosa scuola privata, o davanti a certi locali di Ponte Milvio. «Arrivano da noi ragazzini figli di grandi professionisti, di imprenditori che danno loro 150 euro a settimana di paghetta. Parlano come i rapper dei ghetti americani e vivono nei quartieri migliori» mi raccontava il titolare di una comunità di recupero a Milano.

«Ho cominciato a sniffare a tredici anni» ha confessato Valerio Del Grosso nell’interrogatorio. E se il modello vincente è quello di “Narcos”, se fare i soldi in qualsiasi modo è il sigillo del successo e non ti succede niente anche quando varchi il confine, chi può fermarti più? Solo tua madre, appunto. Da adesso in poi, e preventivamente, sarebbe giusto sperare anche nello Stato.

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grazia
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Re: Media e dintorni

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La sinistra ovvero l’essere di destra a propria insaputa
Alessandro Calvi, giornalista
12 agosto 2019


Fascista o meno che sia, il pensiero che anima Salvini è comunque schiettamente autoritario e strumentalmente nazionalista. Drammaticamente, proprio a questo pensiero si sono consegnati sia il Movimento 5 stelle sia il Partito democratico, aiutandone e persino anticipandone la costruzione, sebbene in tempi diversi. Ciò rappresenta già oggi un problema almeno quanto potrebbe rappresentarlo Salvini in futuro.

È cosa nota che la Lega sia da sempre abitata da un sentimento di destra, di una destra che si nutre di slogan i quali fino a non molto tempo fa chiunque o quasi avrebbe avuto pudore di pronunciare a mezza bocca, figurarsi urlarli nelle piazze. Basterebbe ricordare lo scandalo che diedero anni fa alcune iniziative di personaggi come Mario Borghezio mai risarcite, almeno nella pancia del partito, da giovanili appartenenze a formazioni di sinistra, e addirittura al Partito comunista, attribuite a certi altri dirigenti leghisti. Che di questo si trattasse, che si avesse a che fare con un partito i cui esponenti se ne andavano armati di disinfettante a sterilizzare i sedili dei treni utilizzati dagli extracomunitari, lo si sapeva come si sapeva di certi slogan razzisti a proposito dei meridionali e delle invocazioni al Vesuvio o all’Etna affinché nettassero la terra. Son tutte circostanze difficilmente derubricabili a forme di goliardia, sebbene adesso molti preferiscano credere che così fosse. Tutto ciò lo sapevano anche i grillini i quali, anche per il suo esser di destra, scelsero proprio il leghista come alleato per andare al governo. Ce lo dimostrano molte circostanze e, più di ogni altra cosa, il contratto di governo.

Il contenuto di quel documento, infatti, più che alla conservazione, è apparso a tratti attingere direttamente alla reazione. Basti dire della giustizia dove il vecchio “legge e ordine” è diventato principio ispiratore per stravolgere la legge in repressione. Ma si dovrebbe dar conto anche dell’idea di introdurre il vincolo di mandato per i parlamentari – peraltro già ben visto da molti altri leader muscolari che hanno preceduto la coppia Salvini-Di Maio – e che però finirebbe per neutralizzare di fatto la democrazia parlamentare. Quel contratto è stato fatto ingoiare al proprio elettorato il quale ha poi ingoiato in rapida successione una lunga serie di ripensamenti e giravolte, dal Tap all’Ilva fino al ridicolo del mandato zero.

La leadership grillina rischia d’esser ricordata dalla storia soltanto per aver consegnato l’Italia a Salvini

Anni fa, era il 2012, Beppe Grillo durante un comizio ad Aosta disse ai suoi: “La situazione è drammatica, siamo l’ultima speranza di una rivoluzione senza violenza, se andiamo via noi non c’è più una barriera tra lo stato e la gente, noi siamo una barriera protettiva”. E ancora: “Se non ci fosse il M5s arriverebbero gli eversivi veri. Noi abbiamo riempito un vuoto. Negli altri Stati ci sono le albe dorate, ci sono i nazisti, c’è Le Pen in Francia, in Ungheria c’è il partito nazista”. Poi, però, i suoi hanno accompagnato al governo gli aspiranti alleati di quelle forze politiche e sono stati alla guida del paese con chi ha usato senza nessun pudore espressioni come “zingaraccia”. Infine, sono stati scaricati dall’alleato che ha saputo divorarne il consenso elettorale in pochi mesi. Adesso lo stesso Grillo scrive: “Mi eleverò per salvare l’Italia dai nuovi barbari”. Ma ormai serve a poco: la leadership grillina rischia d’esser ricordata dalla storia soltanto per aver consegnato l’Italia a Salvini poiché questo, al momento, sembra il principale risultato politico della sua partecipazione al governo del paese.

Se si guarda invece a ciò che si afferma centrosinistra, la responsabilità politica nell’attuale stato delle cose è ancora più ampia e risalente. Forse qualcuno ricorderà quel “Siamo tutti con Fredy” che proclamò tempo fa – era il dicembre del 2018 – Michele Serra nella sua rubrica su Repubblica, l’Amaca. Si riferiva al gommista di Arezzo che aveva sparato nel corso di una rapina, uccidendo un rapinatore. “Siamo tutti con Fredy”, sosteneva Serra, poiché, “a parte qualche estroso e qualche maudit, non si conosce chi, tra il lavoratore che sgobba e il ladro che lo deruba, faccia il tifo per il ladro”. Il fatto però è che di mezzo ci fu anche un morto ammazzato, e infatti tempo dopo lo stesso Fredy, dimostrando spessore umano non comune, dichiarò: “No, non riprenderei in mano una pistola anzi, se dovessi dare un consiglio dopo la mia esperienza, direi a tutti di non prendere le armi perché è un vivere nel terrore”. Il fatto è che fino a qualche anno fa, a sinistra si sarebbe detto senza indugi che non si sta dalla parte del ladro ma neppure di chi spara per difendere la sue cose. Ora, evidentemente, qualcosa è mutato. Si è fatto proprio il punto di vista della destra: la roba si difende, si difende sempre, fino alla morte. Non c’è più soltanto lo stato. C’è l’individuo, la roba, Mazzarò.

Si può essere o meno d’accordo. Si può pensare che la sinistra abbia fatto un passo avanti sulla strada della comprensione del reale. O si può pensare che negli ultimi anni sia avvenuto un cedimento quando, dopo la fine delle idee avvenuta tra gli anni ottanta e novanta del novecento, ci si è resi conto che nessuna idea nuova era venuta a sostituire le vecchie e che non restava altro che il capitale. Si può legittimamente pensarla come si vuole. In ogni caso, qualcosa è avvenuto e la sinistra oggi – quando non si è abbandonata a una rabbia caotica più revanscista che rivoltosa, e men che mai rivoluzionaria, poi intercettata da personaggi come Di Maio e Di Battista – si sovrappone in buona parte a ciò che un tempo era il centro o perfino la destra moderata. Non a caso una parte importante della leadership democratica è post democristiana più che ex comunista. Michele Serra, nel suo corsivo, ce lo racconta in prima persona, affermando nei fatti quanto il pensiero borghese, nonostante la propria crisi, sia ancora fortemente espansivo.

Ciò accade, però, non soltanto in virtù della forza di quel pensiero, quanto per la sopravvenuta debolezza, e perfino l’autoriduzione a irrilevanza, di un pensiero politico alternativo, e di una diversa visione del mondo. In Italia questa circostanza è da tempo particolarmente evidente. Lo è almeno dalla metà degli anni ottanta del novecento, ma all’epoca c’era un mondo che finiva, e si capisce che fosse impigliato nella propria crisi. Molto diverso è ciò che succede dopo, quando almeno in teoria c’era da costruire un mondo nuovo.

E in quegli anni nei quali nasce il Partito democratico e si avvia la discussione sulla fusione tra la cultura ex comunista e quella post democristiana, si ha davvero la sensazione che la voglia di costruire una struttura in grado di gestire il potere senza l’intralcio d’una idea purchessia sia stata persino una scelta programmatica. Quella scelta si è poi incarnata nella verticalizzazione del potere interno, lasciando una massa di militanti priva di ogni luogo intermedio di discussione, e nella prevalenza del marketing e della forma sulle idee, nella scelta di un linguaggio e di un agire sempre più simile a quello utilizzato da Silvio Berlusconi.

Il centrosinistra non si è mai posto davvero il problema di un disegno culturale alternativo

Non può stupire. Il Pd nasce per vivere in una Italia modellata dal Cavaliere il quale da tempo aveva imposto temi e agenda politica, ottenendo una vittoria che non è stata soltanto politica ma decisamente culturale. In questo contesto, il centrosinistra non si è mai posto davvero il problema di un disegno culturale alternativo, finendo quasi per delegare alla magistratura il compito di rimuovere dalla scena il proprio avversario, senza neppure il coraggio di affermarsi giustizialista e manettaro come invece altri avrebbero fatto di lì a poco, regalando comunque alla destra il tema delle garanzie. Ed è proprio qui – nella politica della giustizia – che sta la grande differenza tra centrodestra e centrosinistra negli ultimi venti anni. L’ultima differenza. L’unica rimasta tra due mondi sempre più simili.

Il terreno d’elezione di questa mimesi, di questo slittamento del centrosinistra nel perimetro ideale del centrodestra, è stato in prima battuta quello del lavoro e dello stato sociale. Sono stati adottati provvedimenti schiettamente non di sinistra anche quando al governo stava il centrosinistra. Si è avviata una delegittimazione delle organizzazioni sindacali, le quali poi ci hanno messo del loro nell’escludersi dalla società riducendosi sempre più alla difesa d’ufficio di alcune categorie, lasciando sostanzialmente sguarnito il fronte maggiormente significativo di una società che stava rapidamente cambiando: quello dei giovani e dell’entrata nel mondo del lavoro.

Ma anche in questo caso, al di là delle circostanze offerte dalla cronaca, è una questione culturale quella che decide la partita, con l’affermarsi dell’orizzonte ideale liberale come unico praticabile, come se al di là di quel perimetro nulla ci potesse essere. “Negli anni ottanta al capitalismo c’erano ancora delle alternative, almeno a parole”, scriveva Mark Fisher nel suo saggio Realismo capitalista. “Quello che invece stiamo affrontando adesso è un più profondo e pervasivo senso di esaurimento, di sterilità culturale e politica”. È proprio allora che a sinistra si cominciò a perdere la partita culturale. “Gli anni ottanta - sono ancora parole di Fisher - furono il periodo in cui per il realismo capitalista si lottò fino a riuscire a imporlo; anni in cui la dottrina tatcheriana del ‘there is no alternative’ si trasformò in una spietata profezia che si autoavvera”. Così, “in Europa e negli Stati Uniti, per la maggior parte delle persone sotto i vent’anni l’assenza di alternative al capitalismo non è nemmeno più un problema: il capitalismo semplicemente occupa tutto l’orizzonte del pensabile”. E ciò, ormai, è un fatto talmente accettato da non meritare più alcuna discussione.

In qualche modo, sembra l’esito del processo denunciato da Pasolini a proposito della fine della civiltà rurale e dell’affermazione in Italia della civiltà industriale. Gli Scritti corsari e le Lettere luterane questo raccontano, e Pasolini ci dice anche di come, in questo processo di assimilazione, si fosse portati a vergognarsi di sé fino alla rimozione e alla negazione della propria stessa storia, fino alla affermazione di un modello che “non si accontenta più di un ‘uomo che consuma’, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo”.

Ordine e sicurezza
Ebbene, questo meccanismo che ha prodotto questo genere di omologazione in più fasi, non si è più fermato e ha proseguito la propria azione anche in questi primi vent’anni del nuovo millennio. Se, come si diceva, lo slittamento del centrosinistra su valori propri della destra ha preso avvio in Italia soprattutto sul terreno del lavoro, quella mimesi ha poi investito anche il resto. È accaduto per esempio sul tema della sicurezza. Nel proprio vuoto ideale, al centrosinistra non è infatti rimasto che rincorrere la cronaca. E anche per questa strada il Pd si è trovato sempre più in sintonia con la destra persino nel solleticare la pancia del paese.

Forse qualcuno ancora ricorderà la sterzata securitaria che l’allora sindaco di Roma Walter Veltroni chiese a Romano Prodi, all’epoca presidente del consiglio, dopo alcuni bruttissimi fatti di cronaca nera avvenuti nella capitale. Ma, senza tornare così indietro, basterebbe ricordare il lavoro di Marco Minniti al Viminale. Basterebbe ricordare il dibattito del 2017 sul decreto sicurezza a sua firma e del quale si ebbe altrove l’occasione di scrivere: “Il decoro è stato promosso a categoria politica, spartiacque tra sommersi e salvati, criterio determinante in un processo senza tribunali del quale si fa giudice un potere che mostra di vedere nei poveri e negli emarginati soprattutto un problema di ordine pubblico”. Ma si potrebbe anche dire del contenuto del suo lavoro sull’immigrazione e degli accordi con la Libia. E, sempre sull’immigrazione, non vanno dimenticate certe parole di Matteo Renzi: “Vorrei che ci liberassimo da una sorta di senso di colpa. Noi non abbiamo il dovere morale di accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio. Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro”. Salvini non avrebbe saputo dirlo meglio.

Infine, anche sull’operato delle forze dell’ordine forse si dovrebbe ricordare che alcuni atteggiamenti e certe modalità operative delle quali raccontano le cronache recenti, e da molti considerate eccessive, non si affermano con l’arrivo di Matteo Salvini al Viminale. Anche in questo caso, senza tornare troppo indietro negli anni, basterà dire di quel questore di Roma che nel marzo del 2017, dando conto dei fogli di via a carico di alcuni manifestanti che intendevano raggiungere la capitale in occasione della manifestazione per i sessant’anni dei Trattati di Roma, spiegò: “Abbiamo verificato non soltanto i loro precedenti penali ma anche il loro orientamento ideologico”. E all’epoca, come è noto, al governo c’era il Pd.

La sinistra rinnega se stessa con un’operazione mimetica al termine della quale sarà difficile distinguerla dalla destra

Anche sulla sicurezza, però, al di là della cronaca, vale la pena riportare tutto a una questione culturale. Così, per esempio, quando prevale l’idea della tolleranza su quella della uguaglianza, quando si affermano argomenti politici come quello secondo cui i migranti vanno accolti poiché sono una risorsa che serve al paese (”Ci pagheranno le pensioni”) – mentre andrebbero considerati soltanto come persone, poiché quello sono, persone, prima d’ogni cosa! – ecco, quando avvengono slittamenti culturali di questo genere, è proprio allora che la sinistra rinnega se stessa per procedere spedita in quella operazione mimetica al termine della quale sarà difficile distinguerla dalla destra.

Tutto ciò è potuto accadere negli ultimi trent’anni in nome di un realismo politico che si è fondato sull’esistenza di un nemico il quale è sempre stato rappresentato come un pericolo per la tenuta democratica del paese. Ciò ha consentito di proclamare un’emergenza permanente e, così, di soprassedere sulla costruzione di una propria identità politica nuova. Allo stesso tempo, mancando un disegno politico alternativo, a quel nemico ci si è fatti però sempre più simili nella cultura politica, nel linguaggio, nell’organizzazione del proprio agire.

Pier Paolo Pasolini nelle Lettere luterane scriveva che “bisogna avere la forza della critica totale, del rifiuto, della denuncia disperata e inutile”. Non è andata così. E, anzi, si è diventati così simili al nemico che, di recente, la parlamentare del Pd Lia Quartapelle si è presentata sotto la sede della Lega in via Bellerio, a Milano, accompagnata da un gruppo di militanti, spiegando, rivolta alle finestre chiuse, d’essere lì per sapere se fosse vero che “qualcuno ha trattato per conto della Lega dei fondi russi per la campagna elettorale delle europee” e “come mai la sede della associazione Lombardia-Russia di Gianluca Savoini è nello stesso palazzo della Lega”. Nessuno, di fronte a quello spettacolo un po’ inquietante e di sapore giustizialista, ha avuto qualcosa da ridire. Eppure, quella circostanza ha mostrato un Pd oramai ridotto a un simulacro di M5s prima maniera perfino nel linguaggio. E infatti nel tweet affidato dalla parlamentare alla rete si poteva leggere: “Abbiamo trovato portoni sbarrati, citofoni muti e la sede dell’associazione di Savoini nello stesso edificio della Lega. Coincidenze?!”. Mancava soltanto il classico: “Condividi se sei indignato”.

Chi decide l’agenda politica
Questo modo di procedere è piuttosto mortificante per chi lo pratica, come appunto il centrosinistra, poiché tradisce l’esser da quelle parti ancora una volta incapaci d’altro che non sia arrangiare una tattica di stampo evidentemente difensivo, senza idee né strategia, sempre all’inseguimento di chi detta l’agenda degli eventi, per di più ancora tragicamente appollaiati nella trincea giudiziaria, come se tutti questi anni di Berlusconi e poi di berlusconismo non abbiano insegnato nulla.

In una recente e importante intervista rilasciata al Manifesto, lo storico Luciano Canfora ha affermato: “Serve una vera socialdemocrazia, solo così la sinistra tornerà rivoluzionaria”. Se sia o meno la strada giusta è difficile dirlo. Comunque sia, il centrosinistra pare invece sapersi limitare alla mera speculazione politica, proprio come gli avversari che vorrebbe sconfiggere i quali però detengono saldamente – e da trent’anni – l’agenda politica, dettano tempi e temi del dibattito, danno le carte, decidono persino quando il banco deve saltare.

Se tutto ciò è vero anche soltanto in minima parte, allora è evidente che agitare lo spettro del nuovo fascismo e continuare a costruire la propria identità politica soltanto in opposizione agli altri significa continuare a proclamare la propria insussistenza.

È esattamente questo ciò che è successo negli ultimi trent’anni. È esattamente questo che ha consentito alla destra di governare perfino quando al governo c’era il centrosinistra, avendo la destra fortemente affermato la propria vittoria culturale, avendo stabilito il paesaggio politico, il perimetro ideale, il sogno italiano. E adesso, con il M5s in piena crisi e un Pd che si dibatte in una crisi interna senza fine, e che sa parlare soltanto di Costituente delle idee – una cosa che sapeva di plastica vecchia già negli anni novanta figurarsi adesso – o di Rivoluzione della speranza, e che ripercorre ogni errore già commesso, ecco: adesso ogni rischio per questo paese si fa reale. E, certo, non soltanto perché il potere potrebbe presto essere tutto riunito nelle mani di un’unica persona, Matteo Salvini.

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L’intera destra che non vota la mozione Segre contro l’antisemitismo. Vergogna!


Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia si sono astenuti a Palazzo Madama sulla mozione di maggioranza a prima firma Liliana Segre, per l’istituzione di una Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza e razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza.

Il voto a favore di tutti gli altri è stato accolto con un lungo applauso da tutto l’emiciclo, che si è rivolto verso la senatrice a vita Segre.

Una vittoria numerica che purtroppo non cancella la vergogna di quelle astensioni che rappresentano un segnale davvero preoccupante: i partiti che formano la coalizione di opposizione e si preparano ad assumere il governo del Paese – anzi pretendono di farlo possibilmente subito sulla base di sondaggi nazionali e di un test certamente vinto ma numericamente troppo limitato come quello delle regionali umbre – hanno riserve in tema di antisemitismo. Non è una caduta di attenzione dei leader di cui si sono approfittati alcuni estremisti, come si sta dicendo della cena di Acquasanta Terme per celebrare la Marcia su Roma. No, è stata Giorgia Meloni stessa a spiegarlo: “la mozione Segre arriva da lontano, l’aveva presentata la Boldrini nella passata legislatura. Parte dall’antisemitismo, e va benissimo, e poi si allarga e comprende il nazionalismo, che non è illegale, e anche chi diffonde stereotipi. Che c’è di odio in questo? Voglio vivere in una nazione in cui chi non la pensa come questi signori di sinistra non viene segnalato all’autorità giudiziaria”, ha spiegato la leader di FdI aggiungendo: “Mi spiace che tutto questo sia inserito in un dibattito su un tema serissimo”.

Quanto alla Lega, nel suo intervento la senatrice del Carroccio Stefania Pucciarelli ha spiegato che “non aver voluto trovare punti di condivisione per far nascere la commissione col consenso di tutti è stata un’occasione persa. Non per togliere nulla alla senatrice Segre – ha aggiunto – cui va tutta la nostra solidarietà, ma con questi presupposti il gruppo della Lega si asterrà”.

In Forza Italia, alcuni esponenti storici come la affascinante Mara Carfagna, hanno preso posizione a favore di un voto positivo del provvedimento, ma ha prevalso la disciplina del gruppo, come si conviene ai fascisti, è il caso di sottolinearlo.

“La mia Forza Italia, la mia casa, non si sarebbe mai astenuta in un voto sull’antisemitismo. Stiamo tradendo i nostri valori e cambiando pelle. Intendo questo quando dico che nell’alleanza di centrodestra andiamo a rimorchio senza rivendicare la nostra identità. Se l’unità della coalizione in politica è un valore aggiunto, essa non può compromettere i valori veri, quelli che fanno parte della nostra storia”, ha protestato in una nota Mara Carfagna, vicepresidente della Camera e deputata di Forza Italia,

La mozione per l’istituzione di una Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza e razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, prevede che la Commissione sia composta da 25 membri eabbia compiti di osservazione, studio e iniziativa per l’indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza nei confronti di persone o gruppi sociali sulla base dell’etnia, la religione, la provenienza, l’orientamento sessuale, l’identità di genere o di altre particolari condizioni fisiche o psichiche.

La Commissione controlla e indirizza la concreta attuazione delle convenzioni e degli accordi sovranazionali e internazionali e della legislazione nazionale relativi ai fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e di istigazione all’odio e alla violenza, nelle loro diverse manifestazioni di tipo razziale, etnico-nazionale, religioso, politico e sessuale, e avrà anche una funzione propositiva, di stimolo e di impulso, nell’elaborazione e nell’attuazione delle proposte legislative, e promuoverà anche ogni altra iniziativa utile a livello nazionale, sovranazionale e internazionale.

Nel mirino ci saranno soprattutto i fenomeni di hate speech, i discorsi d’odio sempre più proliferanti nel web, forme di espressioni che diffondono, incitano, promuovono o giustificano l’odio razziale, la xenofobia, l’antisemitismo o più in generale l’intolleranza, ma anche i nazionalismi e gli etnocentrismi, gli abusi e le molestie, gli epiteti, i pregiudizi, gli stereotipi e le ingiurie che stigmatizzano e insultano.

Liliana Segre, reduce della Shoah, secondo il recente report dell’Osservatorio sull’antisemitismo, riceve una media di 200 insulti a sfondo antisemita al giorno.

Secondo la senatrice del Partito democratico Monica Cirinnà “la collega Segre è un faro di lucidità, equilibrio, passione per la libertà, l’eguaglianza e il rispetto reciproco. L’istituzione di una Commissione speciale è importante per cominciare a ricucire il tessuto sociale e civile di questo Paese, per ritornare ad un uso responsabile del linguaggio ad ogni livello e soprattutto per imparare a riconoscere la violenza e dunque ad individuare gli strumenti più adeguati a combatterla”.

Redazione
Faro di Roma

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Smartphone alla guida, aspettando una strage

Valerio Berruti

Esci da casa, prendi l’auto, lo scooter e ultimamente almeno a Roma anche l’autobus, e quando arrivi a destinazione pensi sempre la stessa cosa: sono vivo per miracolo. Il motivo è uno soltanto e purtroppo lo conoscono tutti. Si chiama smartphone. Tutti ma proprio tutti non riescono a fare a meno di usarlo, ovunque.
In macchina, mentre guidano, quasi tutti mandano messaggi e guardano i social. Al semaforo rimangono fermi perché stanno guardando lo schermo sbagliato fra i tanti che ci sono in auto. Te ne accorgi subito dalle traiettorie, lente, a zig zag. Imprevedibili. Pericolosi per loro stessi e per gli altri.
Lo smartphone impazza anche in scooter e non solo a passo d’uomo nel traffico o al semaforo ma incredibilmente anche in marcia, una mano sulla manopola del gas e l’altra sul telefonino. Per finire ci sono i ciclisti. Sì, anche loro che dovrebbero temere più di tutti l’incoscienza e la pericolosità di un tale uso. Guardatevi un po’ in giro e scoprirete che è così. Anche i ciclisti…
Siamo tutti vivi per miracolo dopo qualche chilometro percorso in strada. Proprio come i passeggeri del bus che nei giorni scorsi a Roma ha centrato un albero in via Cassia: bilancio 31 feriti ma come hanno detto in molti poteva essere una strage. Al conducente è stato sequestrato il cellulare per chiarire se al momento dell’incidente stava telefonando o inviando messaggi. Non sarebbe il primo né ultimo. Anche in questo caso guardatevi in giro e datevi voi stessi la risposta.
Insomma, l’uso incontrollato e incontrollabile del cellulare alla guida (di qualunque mezzo) è diventato il problema numero uno della sicurezza. Davanti agli occhi di tutti ma purtroppo da tutti ignorato. Come al solito ci vorrà una strage per affrontarlo seriamente. In Italia funziona così…

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Re: Media e dintorni

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Amicizia, giustizia e comunità politica

L’amicizia e la giustizia sono legate e solo chi è giusto può essere un vero amico. Si attribuisce il nome di amici ai compagni di navigazione e ai compagni d’armi e ugualmente anche a quelli che si trovano in tutti qualsiasi tipo di comunità. Tanto quanto si estende il rapporto di comunanza, nello stesso grado si amplia l’amicizia, e anche la giustizia comunitaria ne trae giovamento. E il proverbio “le cose degli amici sono comuni” è vero, perché l’amicizia consiste nella fratellanza. Tra fratelli e tra amici tutto è comune, tra gli altri uomini, invece, soltanto per convenienza. Ma anche i rapporti legali sono differenti; infatti, non sono gli stessi quelli dei genitori verso i figli, e quelli dei fratelli fra di loro, né i rapporti tra compagni né quelli tra cittadini, e così, allo stesso modo, neanche quelli tra gli amici. Per conseguenza, anche gli atti di ingiustizia hanno un differente peso a seconda del legame che hanno le persone tra di loro. Per esempio, è più grave spogliare dei suoi beni un compagno che non un concittadino, è più grave non prestare aiuto ad un fratello che ad uno straniero. È più grave picchiare il padre che non chiunque altro. Così anche commettere ingiustizia nei confronti degli amici è molto più grave. Gli uomini viaggiano insieme in vista di qualche vantaggio, cioè per procurarsi qualcosa che serve alla loro vita; anche la comunità politica si ritiene che si sia costituita fin da principio e perduri in vista dell’utilità: è a questa, infatti, che mirano anche i legislatori, e dicono che è giusto ciò che è di utilità generale. Le altre comunità hanno di mira l’interesse particolare: per esempio, i navigatori mirano all’utile che traggono dalla navigazione diretta ad un acquisto di beni, i soldati mirano all’utile che traggono dalla guerra, desiderando ricchezza e vittoria. Lo stesso fanno i membri di una stessa tribù o di uno stesso demo, quando svolgono sacrifici e cerimonie, rendendo i dovuti onori agli dei e procurando a se stessi piacevoli periodi di riposo. Infatti, i sacrifici e le cerimonie di origine antica hanno un tempo e un luogo. In particolare, dopo la raccolta dei frutti giacché è soprattutto in quei periodi dell’anno che gli uomini hanno tempo per lo svago. Dunque, tutte le comunità sono manifestamente parti di quella politica e le specie particolari di amicizia corrisponderanno alle specie particolari di comunità. Alcune comunità si ritiene che sorgano per un piacere, come quelle degli appartenenti ad un tiaso (associazione di carattere prevalentemente religioso) o ad una associazione conviviale: queste, infatti, hanno come scopo quello di offrire un sacrificio e quello di stare insieme. Tutte queste comunità sembrano essere subordinate alla comunità politica, giacché la comunità politica non mira soltanto al vantaggio presente, ma a ciò che è utile alla vita intera.

Analogia tra costituzioni politiche e strutture familiari

Ci sono tre specie di sistemi politici e altrettante deviazioni da questi sistemi base. Le costituzioni politiche sono la monarchia, l’aristocrazia e quella timocratica (che si basa sul censo). Di queste, la migliore è la monarchia, la peggiore è la timocrazia. La tirannide è una degenerazione della monarchia. Tra loro c’è una grandissima differenza, perché il tiranno mira al proprio interesse, il re a quello dei sudditi. Non è, infatti, un vero re colui che non è autosufficiente e che non è superiore ad ogni tipo di bene. Solo chi non ha bisogno di nulla avrà, dunque, di mira non il suo interesse personale, ma quello dei sudditi. La tirannide, invece, è il contrario di questa costituzione politica, giacché il tiranno persegue ciò che è bene per lui. D’altra parte, dal regno si può degenerare nella tirannide, giacché la tirannide è la perversione della monarchia. Il cattivo re diventa spesso un tiranno. Dall’aristocrazia corrotta, poi, si può passare all’oligarchia. I pessimi governanti distribuiscono ciò che appartiene alla città senza tener conto del merito e danno tutti (o la maggior parte dei beni) alla loro ristretta cerchia di alleati. Nella Timocrazia le cariche pubbliche sono sempre date alle stesse persone, tenendo nel massimo conto il fatto che siano ricche: per conseguenza, sono pochi e perversi quelli che comandano al posto dei più degni. Dalla timocrazia si passa alla democrazia, giacché queste due costituzioni hanno gli stessi confini: la timocrazia, infatti, vuol essere governo della maggioranza e equivalenti sono tutti quelli che hanno un determinato censo. Delle costituzioni corrotte, poi, la meno cattiva è la democrazia.
Le comunità familiari sono fatte ad immagine delle costituzioni politiche. Infatti, il legame che c’è tra padre e figli ha la struttura di un regno, giacché il padre ha cura dei figli. È per questo che anche Omero chiama Zeus “padre”: il regno vuol essere un’autorità paterna. Tra i Persiani, invece, l’autorità del padre è tirannica: trattano i figli come schiavi. Tirannica, poi, è anche l’autorità del padrone nei riguardi degli schiavi: in essa, infatti, si fa solo l’interesse del padrone. Ma mentre quest’ultima autorità è manifestamente corretta, quella dei Persiani, invece, è errata, giacché gli uomini vanno governati in maniera adatta alle loro specifiche particolarità. La comunità di marito e moglie è manifestamente di tipo aristocratico: il marito, infatti, esercita l’autorità conformemente al suo merito di competenza. Il marito, invece, che comanda su tutto trasforma la comunità matrimoniale in oligarchia, perché fa questo al di là del suo merito, cioè non per quanto è superiore in determinate mansioni. Talvolta, poi, comandano le mogli, quando sono delle ereditiere: la loro autorità non deriva dal valore personale, ma si fonda sulla ricchezza e sul potere, proprio come nelle oligarchie. La comunità dei fratelli assomiglia a quella timocratica: essi, infatti, sono uguali, tranne che nella misura in cui differiscono per età; perciò, se la differenza d’età è grande, non sorge più l’amicizia fraterna. La democrazia, infine, si trova soprattutto nelle case dove non c’è un padrone (giacché qui sono tutti su un piano di uguaglianza) e in quelle in cui chi comanda è debole e ciascuno può fare quello che vuole.

Costituzioni politiche, strutture familiari, e corrispondenti forme di amicizia

È manifesto che in ciascun tipo di comunità c’è giustizia nella misura in cui c’è anche amicizia. L’amicizia tra un buon re ed i suoi sudditi sta nel fatto che il re fa loro più benefici di quanti non ne riceva: egli, infatti, fa del bene ai sudditi perché si prende cura di loro per farli vivere bene, come un pastore si prende cura delle sue pecore; perciò anche Omero chiamò Agamennone “pastore di popoli”. Di tal natura è anche l’amicizia di un padre: differisce, però, per la grandezza dei benefici, giacché egli dona ai figli l’esistenza, che è ritenuta il più grande dei beni e dà loro anche nutrimento ed educazione. E questi benefici si attribuiscono anche ai progenitori. Inoltre, è per natura che il padre ha autorità sui figli, i progenitori sui discendenti, il re sui sudditi. Ma queste amicizie si fondano su una superiorità ed è perciò necessario che i genitori vengono anche onorati. La giustizia e l’amicizia in tali relazione dipende però anche dai singoli individui e dai loro meriti. L’amicizia tra marito e moglie è la stessa che c’è anche nel regime aristocratico, giacché è corrispondente al valore personale, e al migliore ne va di più, e a ciascuno quanto ne conviene: ma è così anche per la giustizia. L’amicizia tra fratelli, poi, assomiglia a quella tra commilitoni, perché sono simili e vicini d’età, e quelli che hanno queste qualità hanno per lo più passioni e caratteri simili. Assomiglia a questa anche l’amicizia corrispondente al sistema democratico, giacché in essa i cittadini vogliono essere uguali e virtuosi. Di conseguenza, il potere è esercitato a turno, e su basi egualitarie; così, quindi, si caratterizza anche l’amicizia corrispondente. Nelle deviazioni delle comunità, la giustizia e l’amicizia hanno poco valore. Nella tirannide, infatti, non c’è affatto amicizia o ce n’è poca. Quando non c’è nulla di comune tra chi governa e chi è governato, non c’è neppure amicizia e, di conseguenza, non c’è giustizia. Si ritiene che ogni uomo può avere un rapporto di giustizia con chiunque abbia la possibilità di avere in comune con lui una legge o un patto; e, per conseguenza, si potrà avere anche un rapporto d’amicizia con un uomo nella misura in cui questi non è uno schiavo. Quindi nelle tirannidi non non possono crescere l’amicizia e la giustizia, mentre nelle democrazie sono possibili in misura maggiore, perché tra coloro che sono uguali sono molte le cose in comune e gli uomini non sono in rapporto di schiavitù.

Tratto da: https://www.npensieri.it/index.php/afor ... -politica/

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grazia
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Re: Media e dintorni

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Il premier Conte faccia a faccia con i vertici di ArcelorMittal


È durato circa tre ore l’incontro a Palazzo Chigi tra il premier Giuseppe Conte e i vertici di ArcelorMittal. Al termine bocche cucite, nessuno ha voluto rilasciare dichiarazioni. Ma l’esecutivo ha convocato una conferenza stampa che si terrà in serata, dopo il Consiglio dei ministri previsto alle 17. Intanto l’azienda ha dato ufficialmente il via alla procedura di retrocessione dall’ex Ilva di Taranto e da altri sette impianti in Italia. Una mossa che mette a rischio 10.777 dipendenti. Nello stabilimento pugliese è scattato subito lo sciopero di una parte dei lavoratori, ma ci vorrà qualche giorno prima che la Sezione specializzata in imprese del Tribunale di Milano assegni a un giudice la causa intentata dalla multinazionale, che ha chiesto il recesso dal contratto d’affitto con obbligo d’acquisto firmato nel 2017.

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