Media e dintorni

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heyoka
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Cara Grazia, sul tema che hai proposto io credo che, vome diceva mia nonna,
bisogna usare Estremi rimedi per combattere Mali Estremi.
Perciò ci vuole una Legge Hitleriana che obbliga ogni donna ad essere VACCINATA contro la gravidanza nel momento in cui ha già partorito 2 figli.

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grazia
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Re: Media e dintorni

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heyoka ha scritto:
4 ott 2019, 15:11
Cara Grazia, sul tema che hai proposto io credo che, vome diceva mia nonna,
bisogna usare Estremi rimedi per combattere Mali Estremi.
Perciò ci vuole una Legge Hitleriana che obbliga ogni donna ad essere VACCINATA contro la gravidanza nel momento in cui ha già partorito 2 figli.
Carissimo anche a me la conclusione dello scritto non mi convince, la Cina lo dimostra.
Solo "l'obbligo del figlio unico" per legge durato 35 anni è servito ad evitare la sovrapopolazione.
la legge è stata sospesa e a presto abolita mano a mano che la povertà si riduce per merito
del significativo sviluppo economico. Una simile politica sarebbe necessaria soprattutto per l'Africa.
Buona giornata!
(Un salutone alla nonna!)

http://www.treccani.it/enciclopedia/lo- ... Secolo%29/

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grazia
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Destra e sinistra non sono sparite

Se si guarda superficialmente ai programmi dei partiti, il conflitto sembra solo tra cosmopoliti e localisti. In realtà progressisti e liberali cercano di difendere i rispettivi valori: l’eguaglianza sociale da una parte, l’apertura del mercato dall’altra.

di Michele Salvati


È una vecchia storia. Una trentina di anni fa, ai tempi del collasso del comunismo sovietico, la sinistra discuteva di «What is Left», che vuol dire sia «cos’è la sinistra», sia «cosa ne è rimasto». E discussioni simili si sono verificate tutte le volte in cui, per rispondere a forti cambiamenti nella situazione esterna, i partiti di sinistra sono stati indotti a mutare i loro obiettivi politici, spesso dividendosi tra coloro che sostenevano i vecchi obiettivi e quelli che volevano cambiarli. Come Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi oggi, per intenderci. Ma tra mutamento di obiettivi politici e mutamento negli orientamenti di fondo esiste una forte differenza. E se sinistra e destra sono state il principale asse della battaglia politica nei circa duecento anni in cui sono esistiti parlamenti moderni, non bisogna guardare agli obiettivi politici contingenti, che sono più volte mutati sia per la sinistra che per la destra, ma agli orientamenti di fondo.

Per gran parte dell’ottocento la sinistra è stata liberale e la destra tradizionalista e conservatrice. Poi la sinistra è diventata socialista, dividendosi tra riformisti e massimalisti, in seguito trasformatisi in comunisti e avversari della democrazia liberale. E simmetricamente la destra è diventata liberale con forti tratti conservatori, per identificarsi poi, in molti Paesi, con movimenti fascisti e abbandonando anch’essa la democrazia liberale. In questo dopoguerra, si sono sfidate una sinistra socialdemocratica e una destra liberale: negli Stati Uniti, nell’Europa occidentale, in Giappone un capitalismo regolato e un forte sviluppo economico crearono per la prima volta nella storia condizioni di vita favorevoli anche per i ceti meno abbienti. Dopo di allora, dopo Reagan e Thatcher, il regime economico internazionale ha subito una svolta e ora i più poveri se la passano assai meno bene. Di qui conflitti interni sia alla sinistra che alla destra, tra chi pensa sia necessario adattarsi alla situazione internazionale – sulla quale, isolati, i singoli Paesi europei non hanno influenza – e chi pensa sia necessario ribellarsi ad essa e perseguire obiettivi nazionali più radicali: tra europeisti e anti-europeisti, tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, tra Matteo Renzi e Pierluigi Bersani.

Di qui anche la fola che sinistra e destra sono scomparse e che il vero conflitto è oggi tra europeisti e antieuropeisti, tra cosmopoliti e localisti. è vero se si guarda superficialmente ai programmi dei partiti, agli obiettivi politici contingenti. è falso se si guarda agli orientamenti di fondo. Al tentativo della sinistra di governo, anche in condizioni internazionali difficili, di salvare quanto è salvabile dei suoi valori di eguaglianza. E al tentativo della destra liberale e moderata di salvare i propri, di apertura, libertà e concorrenza. Ma la sinistra europeista e moderata resta diversa dalla destra europeista e moderata, e la sinistra antieuropeista e radicale resta diversa dalla destra antieuropeista e radicale. In Italia ciò non si vede con chiarezza. Ma altrove, in Europa e negli Stati Uniti e in modalità nazionali diverse questi sono i termini dello scontro politico oggi. Ceti popolari insofferenti alle condizioni economico-sociali in cui sono precipitati a causa della grande svolta neo-liberista e globalizzatrice del capitalismo (e non solo per questo: in Italia ci abbiamo messo del nostro) se la prendono con le élite e con i governi nazionali, dato che la democrazia opera solo a questo livello.

E qui si innesta la questione europea. L’Unione è l’unico progetto in grado di fornire una massa critica capace di influire sulle tendenze neoliberiste della globalizzazione, di moderarle alla luce di un progetto sociale europeo. In questa speranza e in questa lotta sta la ragione per cui un partito di sinistra moderno dev’essere filo-europeo. Ma può esserlo solo se non perde le sue radici ideali, se resta fedele ai suoi orientamenti di fondo. Se combatte insieme agli altri partiti che compongono il gruppo del Partito Socialista Europeo.

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grazia
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Berlusconi. L’errore mortale di scendere in Piazza con Salvini e Meloni

Silvio Berlusconi ha annunciato ufficialmente che il 19 ottobre prossimo Forza Italia scenderà in piazza San Giovanni a Roma per partecipare alla manifestazione organizzata da Salvini contro il Governo M5S-PD, “per il bene del centrodestra”.

Secondo il parere di alcuni suoi fedeli sostenitori, invece, la sua partecipazione alla manifestazione rafforzerà solo la parte più a destra della coalizione di cui fa parte, un “assist” ai due suoi attuali e presunti “alleati sovranisti” Salvini e Meloni, i quali si fregheranno le mani per aver finalmente dimostrato ai propri sostenitori e agli italiani di essere i veri “padroni” del centrodestra, da cui Berlusconi, secondo il parere dei moderati, dovrebbe uscirne e subito.

Certo, non è cosa semplice rompere di colpo con la Lega e Fratelli d’Italia, soprattutto per gli equilibri politici stabiliti e consolidati nelle Regioni e nei Comuni in cui la coalizione di centrodestra è compatta e comanda unita, ma, certamente, non è il caso di avallare l’impeto sovranista, accettandone le scelte a testa bassa.

Non si può non riconoscere che Forza Italia, proprio in virtù degli equilibri politici stabiliti con i due partiti nelle Regioni e nei Comuni in cui governano insieme, vive sotto ricatto, imbrigliata dalla paura di muoversi, vittima silente della voce grossa dei suoi alleati, dei quali, per sottomissione, accetta decisioni e scelte.

L’aver deciso di scendere in Piazza con il duo sovranista, secondo il parere di coloro che costituiscono la parte moderata di Forza Italia, decreterà una scissione profonda nel partito azzurro, proprio in quanto vi sarà una fusione ideologica con i due partiti sovranisti che ne determinerà certamente l’annientamento della sua anima liberale e democratica.

Berlusconi, per protestare contro la politica economica del governo Conte, poteva scegliere un altro palcoscenico e non la piazza di Salvini, che sarà affollata, come in tanti prevedono, anche da molti militanti di estrema destra che hanno partecipato alla protesta organizzata da Fratelli d’Italia in Piazza Montecitorio un mese fa.

Non si esclude che qualcuno, come allora, farà il saluto romano. Forza Italia ricevuta con il saluto romano? Il rischio è alto e, certamente, metterebbe “fuori gioco” le recenti dichiarazioni di Berlusconi, il quale ha detto che i fascisti li ha legittimati lui. C’è da chiedersi quale voce potranno avere i rappresentati di Forza Italia sul palco allestito “ad hoc” per Salvini: saranno quasi muti di fronte ad un popolo, quello della Lega, che osanna come un messia il proprio leader.

La parte sovranista del partito Forza Italia sarà contenta di aver consegnato 25 anni di storia di un movimento liberale nelle mani della destra.

I moderati, quei pochi rimasti, fuggiranno da Forza Italia e da Berlusconi – è poco, ma è sicuro – con la conseguenza che il Partito azzurro sarà fagocitato, in un sol boccone, dai due alleati che, aiutati ad emergere da Berlusconi, gli serviranno il conto salato.

Caro Berlusconi, ascolta il nostro consiglio: rinuncia alla Piazza di sabato prossimo, fallo per te e per non consegnare il tuo partito definitivamente nelle mani della destra.

Biagio Maimone
13 ottobre 2019

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grazia
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Turchi e Curdi: un cauto ottimismo

Israel Shamir
15 ottobre 2019


Tra le solite urla isteriche di “imminente genocidio” e “brutale tradimento,” la da tempo attesa operazione turca nella Siria nord-orientale sta procedendo e le truppe turche, accompagnate dai ribelli siriani loro alleati, avanzano rapidamente nell’ex zona di occupazione degli Stati Uniti ad est del fiume Eufrate, respingendo le milizie nazionaliste curde lontano dal confine. I soldati americani si erano ritirati dalla zona su ordine del loro Comandante Supremo (salvo alcuni reparti delle Forze Speciali che si erano ritrovati sotto il fuoco [dei Turchi] ma che erano riusciti a ripiegare senza subire perdite).

I Curdi (o i loro consiglieri) sono molto bravi nelle PR e hanno creato una meravigliosa immagine della loro combattente, che rievoca il paradigma di una bellicosa Superwoman che si batte contro i maiali sciovinisti maschi. Almeno la metà dei film d’azione recenti ha [come protagonista] una ragazza del genere impegnata nella Guerra all’Uomo. Le femministe occidentali di sinistra le adorano, come avevano adorato il suo prototipo, Sabra, la soldatessa israeliana. I Siriani non condividono questo amore. Considerano i combattenti curdi brutali mercenari al soldo degli Stati Uniti, responsabili della pulizia etnica [della regione].

“Un solo Israele è più che sufficiente,” affermano i locali, che sono molto contenti della prossima sconfitta del “Nuovo Israele,” l’entità curda del “Rojava,” o “Kurdistan siriano.” La sua spina dorsale, i combattenti dello YPG, hanno fatto un bel tentativo, usando la guerra civile come opportunità per ritagliarsi un pezzo di Siria tutta per loro. Le loro spietate bande avevano prosperato “sotto l’ombrello degli F-18, mentre le truppe dello YPG si espandevano in una vasta fascia della Siria nord-orientale, nel ruolo di giannizzari curdi dell’America. I Curdi si erano impegnati nel compito di costruirsi una loro nazione sulle rovine dell’ISIS,” come si può leggere su Forbes.

Il presidente Obama, su suggerimento dei suoi consiglieri neoconservatori, li aveva scelti come mercenari per combattere sul campo l’ISIS, mentre rimuoveva la maggior parte dei soldati americani dalla Siria. Era stato un pessimo parere: lo YPG curdo è la consociata siriana di una sperimentata organizzazione terroristica curda operante in Turchia, che ha ucciso decine di migliaia di Turchi nei suoi quaranta anni di attività. I Turchi non erano stati contenti, quando combattenti ed armi avevano iniziato a fluire dalla Siria ai terroristi in Turchia.

“Allo YPG è stata data una mano e si è preso tutto il braccio, aggiungendo, lungo il confine turco, enormi estensioni [di territorio] alla sua terra natale in Siria,” secondo Forbes.

In ogni caso, il loro tentativo è fallito e ora devono ritirarsi nell’entroterra. Hanno minacciato di combattere i Turchi con le unghie e con i denti, ma il loro morso non è furioso come i loro latrati. Hanno dichiarato ad una giornalista della CNN che “vinceranno o moriranno,” ma, in realtà, i Curdi sono bravi a ritirarsi. Durante la precedente operazione turca, nel marzo 2018, incentrata sull’enclave di Afrin, si erano prontamente ritirati di fronte ad una forza superiore. I Curdi si erano ritirati ancora più velocemente da Kirkuk e da Mosul, in Iraq, nell’ottobre 2017, dopo un’analoga sceneggiata di rivendicazioni di indipendenza, minacce di “vincere o morire,” richieste americane di una moratoria e insistenze europee sul fatto che “l’azione militare deve essere fermata immediatamente.” Non hanno motivo di lottare fino alla morte: sanno che loro e le loro famiglie potranno continuare a vivere in pace dopo che gli agitatori in cerca di indipendenza se ne saranno andati. Il crollo delle nascenti entità curde non è stato accompagnato da massacri o da “genocidi,” come era stato previsto dai profeti di sventura: quelle chimere erano svanite in modo indolore, come nebbia all’alba.

I patrioti siriani sono ambivalenti riguardo all’invasione turca. È positivo che gli Americani si stiano ritirando e che la loro zona di occupazione si stia riducendo. Sarebbe ancora meglio se se ne andassero via tutti dalla Siria, ma anche questo parziale ritiro è un buon inizio. È positivo che i Turchi stiano facendo vedere i sorci verdi alle spietate bande di nazionalisti curdi. Non solo i Curdi hanno stretto una salda alleanza con Stati Uniti ed Israele, ma hanno anche portato a termine una drastica pulizia etnica della popolazione araba locale, cercando di creare un “Kurdistan siriano.” Ora gli Arabi siriani potranno tornare alle loro case.

E, se il territorio liberato dalle milizie curde venisse occupato permanentemente dalla Turchia e dai militanti islamisti suoi alleati? Qui si tratta di scegliere il male minore. I Turchi affermano che i loro piani sono limitati: respingere i combattenti curdi ad almeno 20 miglia dal confine, porre fine all’iniziativa del “Kurdistan siriano” e trasferire i rifugiati siriani dalla Turchia nella striscia di territorio così ricavata. Il presidente Erdogan sa che i suoi cittadini sono stufi di milioni di rifugiati siriani. Se non riesce a trovare il modo di riportarli in Siria i Turchi possono allontanarlo: questo scenario si è già visto ad Istanbul, dove i cittadini hanno recentemente votato per l’opposizione, che promette di fare pace con Assad e rimandare i Siriani a casa. Erdogan dice di riconoscere l’integrità e la sovranità della Siria, e questo è già un grande progresso, ma Damasco dubita della sua sincerità e condanna l’invasione.

C’è un modo molto semplice per affrontare il problema dei rifugiati: lasciarli tornare a casa, nelle loro città e nei loro villaggi. Il governo di Damasco lo vuole ed è disposto ad accettarli, concedendo l’amnistia e il perdono per i reati commessi. Ma Erdogan non è ancora pronto per una cosa del genere. Gli Americani non vogliono liberare la zona che occupano perché lì c’è il petrolio. Se Assad se la riprende, sarà in grado di ricostruire la Siria con i suoi soldi, senza l’assistenza dell’Occidente. L’Occidente vuole un governo siriano povero e in bancarotta, desideroso di capitali, che chieda prestiti e che invochi aiuto. Ecco perché non consentono all’esercito siriano di entrare nelle aree oltre l’Eufrate. I Siriani ci avevano provato quando le truppe americane si erano allontanate, ma erano state avvertite che sarebbero state bombardate senza pietà, se solo avessero tentato. Per la Siria è veramente troppo combattere Curdi, Turchi e Americani contemporaneamente.

I Curdi cercano di preservare ciò che possono. I loro sostenitori parlano di un’imminente “pulizia etnica,” sebbene, fino ad ora, siano i Curdi quelli che hanno portato a termine una pulizia etnica. I Curdi minacciano anche di resuscitare lo sconfitto Califfato Islamico, rilasciando decine di migliaia di combattenti islamisti catturati. Questo ricatto non è un bluff, ma bisognerà affrontarlo se e quando verrà il momento.

Gli Europei si oppongono all’offensiva turca. Questa è una violazione della sovranità siriana, dicono. Per qualche motivo, non si erano ricordati della sovranità della Siria quando era stata invasa dalle truppe americane e dai loro alleati curdi. A Bruxelles non piace il piano turco di riportare in Siria, nei territori lasciati liberi dalle milizie curde, milioni di rifugiati siriani. L’Unione Europea vuole che la guerra siriana continui fino alla scomparsa di Assad e alla sua sostituzione con un’amministrazione neo-coloniale.

Erdogan sa come rispondere agli Europei. Se condannate le mie azioni, ha detto, scatenerò contro l’Europa tre milioni e mezzo di rifugiati. Questa minaccia non spaventa i sostenitori dei Curdi in Europa: Antifa, le varie organizzazioni ebraiche e le ONG che operano a favore dell’immigrazione non sarebbero affatto contrarie ad una maggiore differenziazione etnica. Ma i governi sanno che potrebbe essere molto difficile fermare una simile ondata.

Israele è schierata dalla parte dei Curdi perché non sono Arabi. Le entità e i movimenti curdi avevano goduto del sostegno israeliano, avevano ricevuto armi ed istruttori israeliani perchè avrebbero dovuto creare un “Nuovo Israele” nei territori conquistati. La creazione di un Kurdistan siriano e, prima ancora, di un Kurdistan iracheno e, ad essre proprio fortunati, anche di un Kurdistan in Anatolia e in Iran, è da sempre un piano sionista. Le forze filoisraeliane in Europa e in America tifano per i Curdi, ripetendo il loro vecchio cliché: “Perché gli Arabi possono avere 22 stati e gli Ebrei/Curdi non possono?” Vorrebbero la creazione di un Kurdistan sotto protettorato israelo-americano, dopo averlo ritagliato da Turchia, Siria, Iran e Iraq. L’attuazione di un tale piano comporterebbe un’enorme pulizia etnica e potrebbe scatenare un’ondata di rifugiati di decine di milioni di persone, cosa che, ovviamente, non dispiacerebbe ad Israele: tanto non accetta rifugiati. A differenza di altre forze in campo, ad Israele basterebbe destabilizzare la regione. La sconfitta dei suoi pupilli curdi e il successo di Erdogan, questo nemico giurato dello stato ebraico, è un duro colpo per Israele.

Ciò che è molto peggio per Israele, è l’intenzione di Trump di abbandonare la regione. C’è una buona probabilità che non abbiate visto questi importanti tweet del presidente, perché i media mainstream hanno deciso di circondarli con un muro di silenzio. Questo è ciò che aveva detto il presidente ordinando il ritiro:

“Combattimenti tra vari gruppi che durano da centinaia di anni. Gli Stati Uniti non avrebbero mai dovuto essere in Medio Oriente. Le stupide guerre senza fine, per noi, stanno finendo! Gli Stati Uniti hanno speso OTTO TRILIONI DI DOLLARI per combattere e mantenere l’ordine in Medio Oriente. Migliaia di nostri valorosi soldati sono morti o sono rimasti gravemente feriti. Milioni di persone sono morte dalla parte avversa. ENTRARE NEL MEDIO ORIENTE È STATA LA PEGGIOR DECISIONE MAI PRESA … NELLA STORIA DEL NOSTRO PAESE! Ora stiamo lentamente e meticolosamente riportando a casa i nostri valorosi soldati e l’esercito. Il nostro obiettivo è il QUADRO GENERALE!”

Solo per questo riconoscimento “ENTRARE NEL MEDIO ORIENTE È STATA LA PEGGIOR DECISIONE MAI PRESA … NELLA STORIA DEL NOSTRO PAESE” e per questa promessa “Le stupide guerre senza fine, per noi, stanno finendo!” Trump merita di essere rieletto e ricordato come il più coraggioso e indipendente presidente degli Stati Uniti dopo Richard Nixon.

I suoi sforzi per ritirarsi dal Medio Oriente ricordano la dura lotta di Nixon per lasciare il Vietnam e fare pace con Russia e Cina. Se riuscirà in questo sforzo, sarà premiato dal popolo americano nel 2020, come Nixon nel 1972, quando aveva vinto per la seconda volta le elezioni presidenziali con un margine di vantaggio mai uguagliato nella storia degli Stati Uniti. Sì, alla fine Nixon era stato rimosso dal potere poiché era odiato dal Partito della Guerra e dagli Ebrei e, da allora fino ad oggi, la Casa Bianca è stata abitata da figure sottomesse agli Ebrei e al Partito della Guerra. (Noam Chomsky mi ha confermato in una conversazione privata che Nixon è stato l’ultimo presidente indipendente dalla lobby ebraica).

Anche il ritiro di Nixon dal Vietnam era stato accompagnato da accuse di “tradimento.” Dicevano che aveva “tradito” il governo corrotto di Saigon e l’esercito del Vietnam del Sud. Tuttavia, gli Stati Uniti non potevano rimanere in Vietnam per sempre, o uccidere tutti i miloni di nemici di Saigon solo per evitare questa accusa. I ritiri sono dolorosi per i mercenari e gli alleati locali, c’est la vie. Charles de Gaulle si era ritirato dall’Algeria, “tradendo” i coloni e i lealisti nativi. I Sovietici “avevano tradito” il loro protetto afgano ritirandosi dall’Afghanistan. Gli Israeliani si erano ritirati dal Sud del Libano dopo vent’anni di occupazione sotto la pressione della resistenza armata di Hezbollah e “avevano tradito” i loro quislings. Perfino i Romani avevano dovuto ritornare a casa dalla Gran Bretagna. La storia li ha giustificati.

Le persone che accusano Trump di “tradimento” vorrebbero che le truppe statunitensi rimanessero per sempre in Medio Oriente. Questo è l’obiettivo principale della lobby israeliana, come ha ben spiegato Thomas Friedman. Questo è il motivo per cui gli Israeliani avevano costituito milizie curde e consigliato ad Obama di affidare loro il compito di controllare la Siria. Ora non vogliono che gli Americani se ne vadano. Questo è particolarmente vero per gli Ebrei americani liberali: vorrebbero che Israele fosse una loro creatura e odiano Netanyahu, che preferisce un Israele completamente indipendente e molto potente. Netanyahu non ha accusato Trump di aver tradito i “valorosi Curdi,” ma ha promesso aiuti non letali alle milizie curde e ha detto che Israele può farcela senza il sostegno di nessuno.

Solo i media minori hanno rilanciato i tweet di Trump. Quelli principali li hanno oscurati e hanno completamente rimosso dal Web un altro suo tweet, nella loro sleale lotta contro il presidente.

La posizione della Russia è abbastanza chiara e netta: tutte le truppe straniere, se non invitate dal governo di Damasco, devono lasciare la Siria. I Curdi devono accettare il dominio di Damasco. Basta flirtare con gli Stati Uniti, ritornate fedeli cittadini della vostra patria, la Siria, e tutto andrà per il meglio. L’anno scorso, i militanti curdi avevano inviato una delegazione a Damasco e avevano discusso una possibile riconciliazione, ma poi avevano rilanciato troppo, chiedendo un’autonomia eccessivamente ampia. Non avevano voluto ammorbidire le loro richieste, facendo affidamento sul supporto americano. Ora la situazione è diversa e potrebbero cambiare punto di vista e giurare fedeltà alla Siria.

A differenza di Bruxelles, Mosca comprende le motivazioni di Ankara. La Turchia non è certamente contenta della formazione di un’enclave terroristica curda al suo confine! I terroristi curdi hanno ucciso decine di migliaia di cittadini turchi, compresi altri Curdi. Le relazioni russo-turche sono eccellenti, Erdogan parla con Putin (e con Trump) quasi ogni giorno. Allo stesso tempo, la Russia è tradizionalmente amichevole con i Curdi; in epoca sovietica, i loro leader nazionalisti, irriducibili marxisti fino all’ultimo, studiavano a Mosca, e [in Russia] c’è una grande diaspora curda. La Russia e gli Stati Uniti hanno unito le loro forze nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro la proposta europea di condanna della Turchia. Sembra che Trump sia preoccupato per qualche “atrocità turca,” reale o finta, di cui potrebbe essere poi incolpato. Putin è preoccupato per le decine di migliaia di islamisti che, probabilmente, verranno liberati dai Curdi.

Per quanto riguarda il “quadro generale,” nelle parole di Trump, il presidente americano vuole uscire dal Medio Oriente dove l’impero USA è sovraesposto. Gli Europei e i Democratici vogliono esportarvi il loro modello di “democrazia,” mentre Putin cerca di portare stabilità, legge e ordine nella regione.

Il Medio Oriente ha bisogno di riconciliazione, secondo Mosca. L’integrità della Siria sotto Damasco è la chiave della riconciliazione. Parallelamente, l’attuale processo di riforma costituzionale contribuirà a risolvere pacificamente le differenze tra le varie comunità. Le possibilità di attuare i piani di Mosca sono reali. Uno dei principali istigatori dell’imbroglio siriano, l’Arabia Saudita, è stata battuto nello Yemen e non ha più voglia di combattere, idem per Qatar ed Emirati Arabi Uniti. L’Europa è sempre meno entusiasta di rimuovere “dittatori sanguinari.” La CIA, la lobby ebraica e i Democratici clintoniani terrebbero la Siria sotto pressione, ma, fortunatamente, non hanno il pieno controllo di Washington. Potremmo essere cautamente ottimisti, anche se molte cose potrebbero andare storte.

AGGIORNAMENTO

Gli ottimi sviluppi in Siria dimostrano che non c’è niente di meglio di uno schiaffone per rimettere al suo posto un arrogante presuntuoso. Lo schiaffone lo hanno assestato i Turchi; le milizie curde sono ritornate al loro posto in men che non si dica. Hanno capito che Bashar al Assad non era un macellaio, ma il loro legittimo sovrano e protettore e sono corsi a Damasco a chiedere protezione. Questa era stata offerta loro più e più volte, ma avevano sempre rifiutato con arroganza e testardaggine. Fino ad ora, quando le truppe statunitensi sono partite, e sono arrivate quelle turche. Tuttavia, sono sempre figli (ribelli) di Madre Siria, e Assad ha prontamente accettato la loro supplica. Non è un tipo vendicativo ed è pronto a perdonare e a dimenticare. Lo stendardo della Repubblica Araba Siriana è tornato a sventolare sulle città della zona nord-orientale della Siria; l’esercito siriano ha iniziato il suo dispiegamento, assumendo il controllo delle basi americane. Il presidente Trump ha mantenuto la sua parola: ha continuato il ritiro delle sue truppe dalla zona, dando la possibilità ai Siriani di riportare la pace nella loro terra.

Le cose possono ancora andare male e non è chiaro come i Turchi reagiranno a questo nuovo sviluppo. Il loro principale obiettivo, l’eliminazione di un’entità terroristica curda semi-indipendente, è già stato raggiunto. Assad non permetterebbe mai ai Curdi di organizzare incursioni oltre il confine della Turchia. Ma gli alleati di Erdogan, i militanti siriani anti-Assad, potrebbero diventare un problema. L’aeronautica russa è però in grado di fornire alcune possibili risposte. La diplomazia russa ha un compito difficile ma non impossibile. Ancora più ragioni per un cauto ottimismo!



Israel Shamir
tradotto da Markus

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grazia
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Quella voglia di far grande l'Italia che manca ai nuovi politici

Nel Dopoguerra la dedizione vera al Paese fu un'energia trasmessa al popolo.
Oggi l'unico merito di molti è portare voti


Nel Parlamento del Dopoguerra sedeva una classe politica di altissimo livello. Tutti i politici di quell'epoca, da De Gasperi a Togliatti, da Andreotti a Moro e Nenni, avevano in comune una vera dedizione al nostro Paese, una instancabile volontà di farlo più forte, più ricco e più giusto. E questa loro energia l'hanno trasmessa al popolo, che ha lavorato in modo instancabile, ha creato nuove imprese ed ha fatto dell'Italia la settima potenza industriale del mondo. Essi avevano anche una grande cultura di livello europeo e una capacità di governo maturata in anni di opposizione e di esperienza nel partito e nelle amministrazioni.

Nell'attuale Parlamento, invece, ci sono molte persone che hanno come unico merito il portare voti. I grillini hanno addirittura sostenuto che tutti sono uguali, e perciò anche gli ignoranti e gli incapaci possono sedere in Parlamento. Il nostro è un piccolo Paese in un mondo travolto da bufere economiche e finanziarie, da trasformazioni tecnologiche rivoluzionarie. Abbiamo bisogno di politici di grande cultura e con approfondite conoscenze economiche e geopolitiche. Gente che conosce le dinamiche degli Stati Uniti, dell'Asia, dell'Africa e che è inserita culturalmente in Europa. Ma non basta essere un grande economista, un grande magistrato, per governare. Occorre mente aperta, ampia cultura e, inoltre, esperienza di vita, di comando, di responsabilità. Un buon governante deve prevedere tutti gli effetti delle sue decisioni e organizzare le cose in modo da rendere la vita dei cittadini più semplice e più serena. Il contrario di oggi, in cui il potere politico spara in continuazione leggi e leggine con cui la macchina burocratica schiavizza e vessa i cittadini, soprattutto i più deboli.

Francesco Alberoni

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heyoka
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Re: Media e dintorni

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Io proverei anche Francesco Alberoni vome PdC dei TROTONI d' Italia.
Magari trovate finalmente il MESSIA che riesce a governare gli Italiani Uniti.
🤔

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grazia
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Re: Media e dintorni

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non ci sono più... i politici di una volta
di Adelino Amistadi

Un vecchio democristiano con cui ho condiviso mille battaglie a livello locale mi fa una domanda interessante che mi ha fatto meditare sul passato politico di gran parte di noi: “Secondo te, Moro e Berlinguer, sarebbero entrati nel PD (Partito Democratico)?” e ancora: “Franceschini avrebbe fatto carriera nella DC di cui era dirigente giovanile?” La lettera in realtà è ben più articolata, venata di nostalgia per una storia gloriosa finita male, quella della Democrazia Cristiana, e per alcuni suoi illustri personaggi troppo presto dimenticati, ma la sintesi è riassunta nelle domande in questione.

Caro amico, non mi dispiace ripensare al passato, erano altri tempi, la politica era affidata a personaggi di altro spessore ed i meriti del primo periodo della Repubblica sono innegabili ancora oggi, qualcuno li rimpiange, (andava meglio quando andava peggio!), altri usano il passato come alibi e giustificazione ad ogni loro nefandezza.
Comunque non è possibile paragonare il passato al presente con facilità senza tener conto di tutto quanto è successo nel frattempo, nel bene e nel male. La vecchia Dc ed il vecchio PCI, così come gli altri partiti, erano tutt’altra cosa dai fatiscenti partiti, partitini di oggi. Così come è impossibile fare paragoni tra statisti a livello di Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Ugo La Malfa ed i politici attuali. Oggi abbiamo in circolazione nomi diversi: Franceschini, Di Pietro, Mastella, Bassolino, il che è tutto dire. E’ difficile oggi parlare di una DC e di un PCI che non ci sono più.
Il PD attuale a poco a che vedere con il PCI di Berlinguer che si confrontava e talvolta dialogava con la DC di Aldo Moro alla ricerca di un “compromesso storico” per il bene del Paese, oggi i metodi sono diversi ed il bene comune ed il senso civico e nazionale sembrano non interessare più di tanto gli uomini politici. Io, personalmente, non fui mai un seguace di Moro, l’ho incontrato un paio di volte, era un uomo severo, ma complicato, soprattutto per un istintivo come me, io ero, com’è notorio da sempre, un Donat-cattiniano, combattivo e ribelle, e poco avevo da spartire con le strategie complesse, seppur lungimiranti, della scuola morotea. Ciò nonostante avevo grande stima ed ammirazione per quell’uomo che sapeva tener testa a mezzo mondo, lo seguivo nei congressi e negli incontri pubblici, e partecipavo con calore alle discussioni che seguivano inevitabilmente ad ogni suo intervento. Così che posso affermare con tranquillità che Moro, convinto cattolico, mai sarebbe entrato nel PD, come oggi questo partito si presenta ed opera.
Con il tanto discusso “compromesso storico” Moro si proponeva di attirare Il Partito Comunista nell’orbita della DC, quello che sta avvenendo in questi giorni, converrai anche tu, è, invece, l’esatto contrario: i reduci della Dc e i protagonisti della Margherita son stati fagocitati nel PD e valgono ormai come il due di coppe, compresa la cultura cristiano-popolare finita nel cestino delle cose di scarso valore. Ecco, sì, forse Berlinguer ne sarebbe contento. In quanto a Franceschini è presto per dire fin dove arriverà la sua carriera, oggi è un po’ come l’Imperatore Romolo Augustolo messo sul trono di Roma quando l’impero romano stava per sgretolarsi, speriamo non faccia la stessa fine che fu ingloriosa e perfino cruenta. Non saprei proprio dire quel che avrebbe combinato nella vecchia Dc, non molto, considerando i primi passi da segretario del PD, incerti, confusi, tutto teso al ricupero dei “Sinistri” che Veltroni aveva avuto il coraggio di scaricare. In conclusione, credo sia fuori luogo pensare a paragoni ormai improponibili, l’Italia di oggi non tornerà più ad essere quella di ieri, così come, mi auguro, che l’Italia di domani, del futuro, non sia più quella di oggi.

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Vietato agli anziani

di Massimo Gramellini | 19 ottobre 2019

Grillo vuole togliere il voto agli anziani, dunque anche a sé stesso. Dopo una certa età, che si dimentica di precisare, le uniche urne concesse sarebbero quelle cinerarie. In Italia i veterani dell’esistenza si avviano a diventare il gruppo più numeroso. E in democrazia, se la maggioranza preferisce investire in dentiere anziché in biberon, occorre assecondarla, a costo di trasformarci in un immenso ospizio. Ma è davvero così? La provocazione di Grillo, che pure passa per un utopista, mi sembra di un cinismo spaventoso. Secondo lui ogni anziano vota sulla spinta delle convenienze personali immediate. Ne consegue che il destino dell’ambiente gli interessa meno di quello della badante. Ma ogni essere umano è un impasto di interessi e di passioni. E anche l’anziano, Grillo ne converrà, è un essere umano. Restringerlo al cliché del vecchietto passatista e borbottone non fa onore al capopopolo (anziano). Vada a spiegare le sue teorie ai congiunti della nonna di Iglesias investita da un Suv, che ha protetto la nipote col proprio corpo e con l’ultimo filo di voce ha detto ai soccorritori: «Pensate alla bambina». O all’ottantenne toscano che si fa 60 chilometri al giorno per portare a scuola un bimbo cieco che non è nemmeno suo parente. La crisi economica, costringendo tanti anziani a sostituirsi allo Stato, li ha già indotti a coniugare i verbi al futuro. Non bisognerebbe impedire loro di votare. Casomai di farsi votare, ma questo è un cattivo pensiero che mi attraversa solo quando vedo Trump.
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All'intelligenza Dio ha posto limiti, alla stupidità no.
Konrad Adenauer

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Una riflessione su politici e politicanti


La politica contemporanea appare sempre più dominata dalle strategie del marketing. È bene tuttavia non lasciarsi andare a previsioni apocalittiche: tutti i grandi politici sono stati in qualche modo grandi “piazzisti”. Il punto è che non erano solo quello. E allora: come possiamo distinguere la forma dalla sostanza?

di Emilio Carnevali

Che con i “se” e i “ma” non si faccia la storia può essere, a seconda della cornice di una discussione o del sottotesto di un'allusione, sia una scontata ovvietà che una ingannevole e totale falsità: è il caso, quest'ultimo, di quelle frettolose e disincantate stroncature del discorso in omaggio a un certo storicismo deteriore. Uno storicismo – talvolta accompagnato dal sorriso sardonico dell'osservatore che «la sa lunga» – in cui trovano spazio solo grandiosi scenari e ineluttabili processi, e di fronte al quale l'arbitrarietà del caso, la volontà dei singoli individui, l'“eccedenza” della circostanza frivola, risulterebbero in qualche modo annichiliti.

Seguendo con grande passione la politica americana mi è capitato a volte di pensare a cosa sarebbe successo se Barack Obama non fosse riuscito a ribaltare le sorti degli ultimi due duelli televisivi con Mitt Romney dopo la rovinosa sconfitta nel primo incontro di Denver.

Obama andò a rinchiudersi nel Kigsmill Resort di Williamsburg, in Virginia, con uno sparring partner d'eccezione che doveva simulare le “aggressioni” del suo avversario repubblicano: l'attuale segretario di Stato – ed ex candidato democratico alle presidenziali del 2004 – John Kerry. Con l'aiuto del suo staff Obama attinse a tutte le tecniche, i trucchi, le astuzie, il repertorio di “colpi bassi” che costituiscono l'addestramento standard per i dibattiti televisivi: doveva aver accumulato un bel po' di ruggine – era l'unanime parere degli esperti – per incorrere in errori da principiante come quelli commessi nel primo round, quando fu pizzicato ad abbassare ripetutamente lo sguardo di fronte ad attacchi particolarmente incalzanti, o si trovò a fissare il vuoto sopra la telecamera anziché puntare dritto agli occhi il suo brillante rivale.

I preoccupatissimi sostenitori del presidente capirono che ce l'avrebbe davvero fatta nel momento in cui, durante il terzo incontro, Romney lo accusò di aver fatto talmente tanti tagli alla difesa che la marina statunitense si era ridotta ad avere «meno navi di quante ne avesse nel 1917». La risposta di Obama fu folgorante: «Penso che il governatore Romney non abbia dedicato abbastanza attenzione a come funzionano le nostre forze armate... Bene, governatore: abbiamo anche meno cavalli e baionette perché la natura del nostro esercito è cambiata». Anche il pubblico presente, ingabbiato dentro severissime direttive disciplinari, non riuscì a trattenere le risate. Il generoso Romney era andato al tappeto e da lì non si sarebbe più rialzato.

Dunque i destini della maggiore superpotenza del pianeta sono stati decisi da alcuni episodi all'interno di un duello verbale che ben poco potrà mai dirci delle reali doti politiche – e figuriamoci di quelle “morali” – di un candidato? Se affrontata senza esagerazioni, e senza unilateralismi, la domanda è meno oziosa di quanto possa sembrare ad un primo sguardo. Rimanda infatti ad un tema al tempo stesso intrigante ed inquietante all'interno della più generale riflessione sulla democrazia: oggi lo definiremmo “marketing”, ma non è nulla di nuovo da ciò che una volta veniva chiamato retorica o sofistica o arte della persuasione.

La tradizione politica “progressista” ha da sempre coltivato una certa diffidenza verso questo tipo di tecniche. È una ritrosia sospinta da un nobilissimo pregiudizio di matrice illuminista, secondo il quale andrebbero banditi dalla sfera pubblica moderna quegli strumenti di manipolazione delle coscienze che fanno leva più sulle suggestioni emotive e irrazionali che sulla linearità dell'argomentazione logica.

Eppure la retorica è sorella della democrazia, tanto è vero che nasce insieme ad essa. È fra il V e il IV secolo avanti Cristo, nel periodo più florido della potenza ateniese seguito alla vittoria sui persiani, che si rende necessaria un'arte capace di far ottenere il successo all'interno di un ordinamento democratico. Gli imperatori, i re, i dittatori – almeno nel tempo antico – non avevano bisogno di essere buoni oratori: gli bastava essere buoni comandanti militari, o anche solo buoni “custodi” del sangue della propria stirpe.

Nel Teeteto di Platone, il sofista Protagora (parlando per bocca di Socrate) dice che «i sapienti e buoni retori fanno sì che alle città appaia giusto il bene anziché il male». E per fare questo devono possedere un'abilità, una competenza specialistica, come quella padroneggiata dal medico rispetto ai corpi o dall'agricoltore rispetto alle piante.
Ecco perché la retorica non è un feticcio da esorcizzare, ma un fatto della politica democratica con cui fare i conti serenamente, senza reazioni di preventivo rigetto.

Facendo un volo di duemilacinquecento anni dall'antica Grecia ad oggi, c'è un testo un po' “irregolare” che contiene tuttavia una riflessione estremamente penetrante ed acuta su questi stessi argomenti. Lo ha pubblicato la rivista americana Rolling Stone nel 2000: Forza, Simba (ora nella raccolta di saggi Considera l'aragosta, Einaudi).

In occasione delle primarie del partito repubblicano lo scrittore David Foster Wallace venne spedito a seguire una settimana di campagna elettorale di John McCain, il candidato che contese a George W. Bush la nomination per sfidare il democratico Al Gore alla successione di Bill Clinton.
McCain era l'outsider, il politico “antiapparato”, si potrebbe dire in omaggio a categorie familiari anche qui da noi. Era inoltre un uomo che suscitava un istintivo senso di simpatia e fiducia nella base repubblicana in virtù della sua storia personale: fatto prigioniero in Vietnam nel 1968, si rifiutò di essere liberato quando i nord vietnamiti volevano farlo in seguito alla nomina del padre a capo di tutte le forze navali del pacifico (e nell'ambito di più complesse trattative diplomatiche fra i due fronti): benché quasi agonizzante, McCain non volle venir meno al codice di condotta dell'esercito, secondo il quale i rilasci dei prigionieri devono avvenire nell'ordine di cattura. E così si fece altri quattro anni di “cella punitiva”.

Da quella settimana di campagna elettorale David Foster Wallace ricavò un racconto vivido, coinvolgente e terrorizzante, perennemente sospeso fra curiosità e diffidenza, attraversato dall'ansiosa ricerca di una possibilità di conciliazione fra “umanità” e “politica”, fra “scaltrezza” e “rispettabilità” (una cronaca – sia detto per inciso, perché è un particolare del tutto irrilevante – scritta da un elettore democratico, quale era appunto DFW).

Cosa rimane della spinta ideale anche del migliore fra gli uomini, quando questi è esposto ai riflettori delle telecamere e delle macchine fotografiche 14 ore al giorno, tutti i giorni della settimana? Quando le stesse frasi, le stesse battute, le stesse espressioni di vergogna, o indignazione, o rabbia, sono recitate sempre uguali a se stesse, in modo del tutto meccanico, dentro un serratissimo discorso di 22 minuti e mezzo che i giornalisti al seguito hanno ormai imparato tutti a memoria? Cosa rimane della genuinità di un impegno politico quando ogni volta che si apre bocca si deve calibrare perfettamente l'impatto che le proprie parole avranno sui media, su vari segmenti dell'elettorato, sulle complesse dinamiche di posizionamento e riposizionamento dei diversi candidati?

Ma sarebbe un'errore pensare che siamo di fronte a una rivoluzione recente: «Tutti i politici vendono qualcosa, lo hanno sempre fatto», scrive giustamente DFW. «Franklin Delano Roosevelt e John Fitzgerald Kennedy e Martin Luther King e Gandhi sono stati grandi piazzisti». Il punto è che «non erano solo quello. E la gente lo sentiva. Avevano quel qualcosa in più». Come qualcosa in più aveva Nelson Mandela, per riprendere un altro gigante del Novecento del quale abbiamo assistito alla scomparsa solo recentemente. Una domanda sorge quasi da sé dopo questi esempi: potranno ancora esistere persone del genere, figure in grado di incarnare con i loro atti e le loro parole le speranze di un intero popolo? Ma anche senza voler scomodare paragoni troppo impegnativi, come possiamo distinguere un buon politico da un volgare politicante? Come possiamo riconoscere quel “qualcosa in più” che differenzia il primo dal secondo, che separa una grande ambizione dal semplice amore per le folle, dal puro compiacimento per le proprie parole e la propria immagine riflessa negli occhi altrui? Come riuscire a scorgere la “verità” contenuta nell'involucro ben confezionato da astutissimi (e ben retribuiti) professionisti del settore?

DFW arrivò alla conclusione che quella verità non si scoprirà mai: «Piazzista o leader o tutte e due le cose o nessuna che sia, il paradosso finale – quello più minuscolo e centrale, perso nella profondità remote di tutte le altre scatole e riquadri rotanti che formano il puzzle della campagna elettorale e rivestono McCain – è che il fatto che lui sia davvero 'reale' dipende meno da ciò che c'è nel suo cuore che da ciò che c'è nel vostro».

Un grande leader è sempre lo strumento di qualcosa che lo trascende. Deve essere un “ariete” e un vessillo, oltre che un tattico e uno stratega. Deve dare gambe, braccia, voce e testa a delle idee, ad un progetto di cambiamento, ad una mobilitazione collettiva. E deve essere bravo a fare tutto ciò. Non deve fare meno di questo, ma non può fare di più. Non può estirpare quel grumo di sfiducia e sospetto che è ben radicato negli assuefatti della civiltà dell'immagine. Cioè in elettori/consumatori ben consapevoli di quanto possa essere ingannevole il luccichio tipico delle merci che occhieggiano dagli scaffali del supermercato. Ed in fondo potrebbe essere un bene che questa diffidenza sia ormai così diffusa, perché è dalla sua totale mancanza che nasce il pericoloso germe del fanatismo.
Sta a noi, tuttavia, non crogiolarci dentro il disincanto fino a pensare che non possa mai esserci nulla di più che brama di potere dietro l'appello ad una speranza. Quella speranza è anche e sopratutto nostra. Non lasciamocela portare via.

P.S. Nel corso delle primarie repubblicane del 2000 John McCain insisteva molto sul fatto che lui, in quanto candidato antiestablishment, diversamente da Bush non accettava Bundled money né Soft money (finanziamenti privati a pioggia che aggirano – ai limiti della legalità – i limiti della Federal Election Commission). Qui da noi più i politici si dichiarano antiestablishment (da Grillo fino a Renzi, cioè fino a colui del quale questo articolo ha preso indirettamente le difese rispetto ad alcune accuse superficiali che gli vengono mosse), più si dichiarano antiestablishment – si diceva – e più tuonano contro i finanziamenti pubblici ai partiti e a favore di quelli privati. Cioè a favore di una sfera pubblica dove la retorica democratica, come avviene negli Usa, è tanto più efficace quanti più sono i milioni di dollari che i candidati riescono ad attirare dai grandi poteri economici e finanziari. Strani paradossi del nostro strano paese.

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