Media e dintorni

Discussioni di vario genere riguardanti l'istruzione, la cultura, la letteratura o poesia.
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grazia
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Re: Media e dintorni

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Incipit del primo capitolo
LA DEMOCRAZIA E I SUOI LIMITI
Sabino Cassese


“Ad Atene era appena stata restaurata la Democrazia quando, con decisione popolare, fu messo a morte Socrate. E’ possibile che dietro le accuse ufficiali si celasse l’accusa politica di essere nemico della democrazia e simpatizzare per l’oligarchia. Diogene Laerzio, nelle “Vite e dottrine dei più celebri filosofi, racconta che, subito dopo, gli ateniesi se ne pentirono, tanto da chiudere palestre e ginnasi in segno di lutto, da esiliare due degli accusatori e condannare a morte il terzo,Meleto. Onorarono poi Socrate con una statua di bronzo lavorata da Lisippo che posero nel “Pompeion”. Quando Anito, uno degli accusatori, andò ad Eraclea, il giorno stesso i suoi abitanti lo bandirono. Dunque, il popolo può sbagliarsi e in nome della democrazia possono prendersi decisioni pericolose per la vita dei cittadini. Più tardi, i francesi distingueranno tra “peuple” e “populace”, tra il popolo, soggetto collettivo nobile, e il popolo-massa plebea, non istruita,grossolana che agisce senza ragione. “

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grazia
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Re: Media e dintorni

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Il popolo elettore

di Francesco Torchia


Sono ormai alcuni decenni che le classi tradizionalmente intese si sono liquefatte. Le classiche distinzioni così come l’espressione di voto corrispondente alla classe di appartenenza si sono sfaldate. Un fenomeno certamente determinato dai cambiamenti dell’economia reale nonché del mondo del lavoro, ma principalmente frutto di un cambiamento culturale e di una mutazione antropologica in atto da troppo tempo. Qualcuno ai suoi esordi, già nella metà degli anni Settanta, la chiamò “omologazione”, ma da allora siamo andati molto avanti. Ciò che è andato affermandosi è una cultura di massa, liquida e mobile (nel senso che può mutare direzione e orientamenti molto velocemente) che ha pervaso di sé ogni residuo ceto sociale in corrispondenza con l’uniformarsi in basso di quelle che una volta erano la classe operaia, il ceto medio (basso e alto), il sottoproletariato, lasciando da parte solo un esiguo numero di privilegiati, caratterizzati da un censo elevato e capaci di costruirsi un universo di valori autonomo, talvolta più ricco ed elaborato, spesso più volgare di quello del cosiddetto “popolino”. È l’effetto incarnato di una cultura di massa che mescola tutto e l’incontrario di tutto in mancanza di un universo di valori di riferimento, (meglio di una mescolanza gassossa di tutti i valori), una cultura che rimpinza le pance del popolo e che si fa summa nei suoi massimi esponenti: i capipopolo.

Di fatto a sfuggire al complesso ordine culturale che domina il nostro mondo, sono davvero in pochi e non necessariamente appartenenti ad un gruppo sociale coeso e definito.

Il ritorno in auge della parola “popolo”, con tutta la sua genericità e anche pericolosità, si deve in buona parte a questa trasformazione che è insieme economica, culturale e antropologica: benestante o poveraccio, ricco o nullatenente, sei comunque parte di un popolo, forse soltanto perché sei la popolazione di una determinata nazione.

Il cielo culturale sotto il quale vivono i popoli e a cui credono i popoli è un complesso modello di comportamenti, valori, desideri, aspirazioni, bisogni, consumi che, non sembri semplicistico sottolinearlo, è stato generato, nutrito, alimentato, reso universale e, pur nella sua apparente contraddittorietà, reso compatto, come una seconda pelle di cui tutti siamo rivestiti, da decenni di medium che sono messaggi ( o meglio “massaggi”), di consumi indotti, di un universo di oggetti-simulacro che riempiono la nostra vita, la stravolgono, ne prendono possesso, fino a sostituirsi a noi stessi. L’uomo medio, per lo più ignaro, vive proiettato in questo cielo culturale, non distingue più terra e cielo, fluttua apparentemente libero, ma intimamente coatto, prigioniero di sentimenti, relazioni e comportamenti dettati, con persuasione sottile e occulta dai nuovi padroni del mondo.
pensiero-unico
Se si aggiunge l’apporto delle nuove tecnologie: la possibilità di essere altro da sé, nascondendosi dietro avatar o attribuendosi un nickname o al contrario esponendosi in una sorta di banale pornografia dei sentimenti (modello trasmissioni di Maria De Filippi) tra i profili di Facebook o peggio ancora rifugiandosi nell’onanistica frequentazione dei siti porno, il gioco è fatto: il popolo elettore è una massa d’individui che ha perso ogni sembianza umana, è un ingranaggio di un sistema che lo domina e lo macina, in mano a cinque multinazionali del web (Amazon, Google, Apple, Facebook, Microsoft) che poco alla volta si stanno comprando il mondo intero uniformandolo ai propri interessi. Così il mondo reale scompare e al suo posto s’insinua un mondo digitale, una realtà che promette facilità di scambi, velocità, immediatezza e anonimia (solo dichiarata perché nulla di quello che fai sul web sfugge all’occhio del grande fratello né, volendo, agli occhi maligni dei malintenzionati).

Ci sono generazioni che sono state a lungo allenate: gli alienati dell’era delle lucciole delle tv commerciali che oggi hanno superato i sessant’anni, i quarantenni e i trentenni che sono stati adolescenti o infanti negli anni Ottanta del glamour, dei cartoni animati, dell’ottimismo prepotente e del rampantismo cinico e opportunista, e hanno assorbito, anzi si sono costruiti (o meglio sono stati costruiti da quei modelli/valori). E infine i millenials che nati nel nuovo mondo, non ne conoscono nessun altro, che di ciò che è venuto prima di loro non sanno e non vogliono sapere niente, che un libro di carta non sanno cosa sia, che il massimo che riescono a le leggere sono le 280 parole di un tweet.
Specie umane nuove, differenti, ma solidali, unite dal piacere dell’ignoranza, dal desiderio del denaro facile e dall’ammirazione per la prepotenza, capaci di allontanare da sé come arrogante chiunque in nome di un passato obsoleto e sconosciuto osa richiamarli a principi di solidarietà, di beni comuni, di socialità.
Ora è vero che l’arroganza al potere ha caratterizzato l’élite politiche che li hanno governati fino a ieri, ma ciò non basta a giustificare la rabbia, l’odio, la violenza non solo verbale con cui la nuova specie si scaglia in modo generico, contro tutti e contro tutto altro da sé. Vivono nei sobborghi delle grandi città, nelle periferie, non necessariamente degradate, non sono necessariamente poveri, anzi sanno nascondere dietro ISEE falsificati proprietà e beni che sfuggono al fisco, non si sentono cittadini se non per rivendicare diritti su tutto, se a loro dire le banche li hanno defraudati, se la loro categoria è ignorata, se presenze straniere (rom o neri che siano) vengono accolte nei loro quartieri bunker. In nome del “prima gli italiani” sono pronti anche alla guerriglia e ai gesti più estremi.
Una volta erano la maggioranza silenziosa, benpensante, (piccola borghesia spaventata e menefreghista) che votava Dc o in minoranza MSI, in cuor suo nostalgica del si stava meglio quando si stava peggio, oggi è una massa vociante urlante, l’evidenza di una specie mutata, pronta a votare il primo tribuno della plebe di turno che sia l’androide di turno in tutto e per tutto uno di loro, o il prossimo purché parli il loro stesso linguaggio, li blandisca promettendogli paradisi mirabolanti, li assuma come un dato di fatto non necessitante di alcuna pedagogia.


Non ha importanza la loro provenienza di classe, oggi costituiscono davvero un popolo (nel senso promiscuo e confuso del termine (niente a che fare con il popolo del populismo dostojevskiano). Un popolo che per metafora definiamo androide (a segnare la differenza da noi sapiens miseri residuali e in via d’estinzione).

Un popolo elettore androide (dai tratti ancora umani, ma dai sentimenti completamente mutati), che si nutre di nutella (magari contraffatta e acquistata su Amazon) così come i suoi leader.

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heyoka
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Re: Media e dintorni

Messaggio da leggere da heyoka »

grazia ha scritto:
12 ago 2019, 9:43
Incipit del primo capitolo
LA DEMOCRAZIA E I SUOI LIMITI
Sabino Cassese


“Ad Atene era appena stata restaurata la Democrazia quando, con decisione popolare, fu messo a morte Socrate. E’ possibile che dietro le accuse ufficiali si celasse l’accusa politica di essere nemico della democrazia e simpatizzare per l’oligarchia. Diogene Laerzio, nelle “Vite e dottrine dei più celebri filosofi, racconta che, subito dopo, gli ateniesi se ne pentirono, tanto da chiudere palestre e ginnasi in segno di lutto, da esiliare due degli accusatori e condannare a morte il terzo,Meleto. Onorarono poi Socrate con una statua di bronzo lavorata da Lisippo che posero nel “Pompeion”. Quando Anito, uno degli accusatori, andò ad Eraclea, il giorno stesso i suoi abitanti lo bandirono. Dunque, il popolo può sbagliarsi e in nome della democrazia possono prendersi decisioni pericolose per la vita dei cittadini. Più tardi, i francesi distingueranno tra “peuple” e “populace”, tra il popolo, soggetto collettivo nobile, e il popolo-massa plebea, non istruita,grossolana che agisce senza ragione. “
Non so CHI tra Socrate o Aristotele o Platone disse che una Repubblica per essere efficiente e VERA deve avere i confini territoriali delimitati da poterli Vedere ad occhio nudo, stando sulla cima più alta di quel territorio.
Una delle rare volte che sono salito, con la mia bici, sulla Cima Grappa, senza che ci fosse la nebbia ad impedirmi lo sguardo, ho potuto scorgere appena appena i contorni di Venezia e di Verona. :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen:

Può essere che Cassese si sia dimenticato di questo DETTAGLIO?
Non è come nasci, ma come muori, che rivela a quale popolo appartieni.
(Alce Nero)

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grazia
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Ci si prepara al voto in Italia in un’epoca in cui è tornato di moda demonizzare sia la democrazia rappresentativa che il professionismo politico. In nome della «vera democrazia», la democrazia diretta, e dei «diritti» del cittadino comune, conculcati dagli intrighi dei professionisti
di Angelo Panebianco


COMPETENZE E DEMOCRAZIA-I POLITICI E LA CUOCA DI LENIN


L’incompetenza del votante è l’inevitabile tributo da pagare per avere la democrazia e godere dei suoi vantaggi. L’incompetenza del votato, invece, è una iattura. Ci si prepara al voto in Italia in un’epoca in cui è tornato di moda demonizzare sia la democrazia rappresentativa che il professionismo politico. In nome della «vera democrazia», la democrazia diretta, e dei «diritti» del cittadino comune, conculcati dagli intrighi dei professionisti.
Nulla di nuovo: è come un fiume di fango sotterraneo che di tanto in tanto trova uno sbocco in superficie e dilaga rovinando i raccolti, è un insieme di pulsioni che accompagnano la democrazia fin dal suo esordio. La sostanza è sempre la stessa: bisogna abbattere la democrazia rappresentativa e spazzare via i professionisti che fungono da rappresentanti. Per dare il potere al popolo, ai cittadini comuni. Naturalmente, essendo la democrazia rappresentativa l’unica possibile democrazia, «superarla» significa sostituirla con un regime autoritario, nel quale per giunta gli incompetenti occuperebbero le leve del potere. Fortunatamente, (al momento), in nessun Paese europeo, il suddetto movimento sembra avere la forza per mettere fuori gioco la democrazia rappresentativa. Ma ciò non significa che non possa combinare vari disastri.

Per capirlo occorre considerare quale sia, nelle democrazie rappresentative, la composizione delle classi politiche parlamentari e che cosa essa abbia a che fare con la questione della competenza. Per lo più, nelle classi politiche rappresentative (parlamentari) sono presenti tre tipi di politici: i professionisti politici in senso stretto, i professionisti extrapolitici (persone che avendo avuto successo nelle rispettive professioni, vengono cooptate entro la classe politica) e, infine, i politici senz’arte né parte, i veri «uomini nuovi», proiettati sulla scena nazionale da gruppi di recente formazione (di solito, movimenti di protesta). Queste tre componenti sono spesso presenti contemporaneamente nei vari Parlamenti ma le differenze riguardano proporzioni e dosi.
Ci sono casi in cui i professionisti politici occupano quasi tutta la scena. Così in Italia all’epoca della Prima repubblica. Ciò era dovuto alla forza dei partiti. A quel tempo si diventava parlamentari e uomini di governo dopo una lunga gavetta, dopo periodi di permanenza nelle cariche elettive locali e in altri incarichi. Un faticoso apprendistato consentiva di acquisire la necessaria competenza: la capacità di rappresentare interessi e la conoscenza della macchina amministrativa. Tali classi politiche corrono sempre il rischio della chiusura oligarchica. Accadde in Italia dagli anni settanta in poi. Senza rinnovamento né apporti dall’esterno le classi politiche così composte prima o poi decadono. La parola «partitocrazia» indicava questa involuzione. Finita l’epoca dei forti partiti non per questo è scomparso il professionismo politico. Non più allevato dalle burocrazie di partito è oggi appannaggio di notabili che fanno politica a tempo pieno.
La seconda componente è quella dei professionisti extrapolitici: persone che si sono formate e hanno avuto successo fuori dalla politica. Possono arricchirla riversandovi le proprie conoscenze. Ma solo a condizione che si coordinino con i professionisti politici. Almeno fin quando, accumulando esperienze, non lo diventeranno essi stessi. È sempre una questione di proporzioni. Nel 1994 Berlusconi mise in piedi un partito composto, in gran parte, di professionisti, non solo uomini di Publitalia ma anche imprenditori, esponenti delle professioni liberali, eccetera. Ma non c’erano abbastanza professionisti politici per compensare l’inesperienza di quei neo-parlamentari.
L’assenza di certe professionalità dalla scena pubblica è comunque un danno. Il fatto che in Italia vengano cooptati pochissimi scienziati rende da sempre la politica poco attenta alle necessità della ricerca scientifica. Ci sono anche professioni che possono generare inconvenienti. I militari, per la loro particolare professionalità, sono poco adatti a gestire la cosa pubblica. La loro formazione li rende impazienti di fronte ai bizantinismi della politica. Lo stesso dicasi per certe categorie di magistrati. Essere addestrati a interpretare il mondo usando il codice penale non aiuta a fronteggiare la complessità del governare. In ogni caso, perché il sistema funzioni discretamente, è necessario che i due tipi di professionisti (politici e extrapolitici) agiscano di conserva.
La terza categoria è composta da coloro che entrano in politica sull’onda del successo di un movimento di protesta. Molti non hanno alcuna professionalità alle spalle. Sono portatori di una doppia incompetenza: politica ed extrapolitica. Tolti alcuni, particolarmente dotati, non ne acquisteranno mai molta. Sono come quegli attori arrivati al successo troppo giovani. Non avranno l’umiltà necessaria per riconoscere le proprie deficienze. Per giunta, sono figli di un’ideologia per la quale anche la «cuoca» (di cui parlava Lenin) sa governare. Se solo pochi di loro entrano in Parlamento non possono fare danni. Ma se — come avviene nelle fasi rivoluzionarie — dilagheranno mettendo fuori gioco le altre due categorie di politici, saranno dolori per tutti. Ad esempio, se i politici di tal fatta, con le prossime elezioni, diventassero troppo numerosi in Italia, riuscirebbero a compromettere la ripresa economica.
Fatta la rivoluzione a Cuba, Fidel Castro doveva assegnare le cariche di governo. Chiese ai suoi se fra loro ci fosse un economista. Che Guevara, avendo capito fischi per fiaschi, avendo capito «comunista» anziché economista, rispose «io lo sono». Fidel lo nominò ministro dell’economia. E fu un disastro

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Re: Media e dintorni

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PROVERBI SICILIANI - CU NESCI ARRINESCI

«Essere siciliani è una condanna e un privilegio. È un destino. Io mi sento terribilmente siciliano, ma anche italiano. Basta che io sia in Francia, per scoprire di essere siciliano e italiano contemporaneamente. A Milano, a chi pretende di considerarmi diverso perché sono siciliano, rispondo che mi sento non meno milanese di Stendhal, che questa sua patria spirituale volle addirittura fosse scritta sulla sua tomba.
Non so che cosa significhi esattamente essere europei, se non per il fatto che quando sono in India so di essere europeo perché paradossalmente in oriente, e soprattutto in Giappone, ho scoperto che l’enorme distanza culturale che divide un siciliano da un danese, per dire, diventa vicinanza se la si paragona a quella che mi divide da un giapponese. Quindi ecco che le nostre appartenenze si allargano.
L’essere siciliano è una vicenda che riguarda il caso e la storia. Ci sono situazioni storiche in cui da certi posti, per fuggire la miseria, o quando si vogliono fare certe cose, purtroppo si è costretti ad andare via. Ho sentito un’intervista a un direttore di orchestra siciliano, credo Mannino. Da ragazzino suonava il pianoforte, era una sorta di enfant prodige.
Raccontava che una volta, a 14 anni, aveva fatto un concerto e che fra gli ascoltatori c’era Luigi Pirandello. Alla fine del concerto Pirandello andò a complimentarsi con lui e gli disse “Naturalmente anche tu andrai via dalla Sicilia. Cerca di conservarne il profumo”. In quel “naturalmente” c’era la sanzione di un destino. Essere siciliani e andare via dalla Sicilia è stato per secoli quasi un sinonimo.
Nell’andarsene si vive l’esperienza dolorosa dello sradicamento, della nostalgia ingannatrice e la scoperta del fatto che dopo un po’ non puoi tornare più. Perché quando torni non sei più a casa tua, Itaca è scomparsa, sei in un altrove che è quello della tua memoria devastata. Quando ho fatto a Milano la mia prima mostra antologica, nel 1978, l’ho intitolata “Sicilia e dintorni” e c’erano anche fotografie del Giappone. Atteggiamento allo stesso tempo ironico e arrogante.
Arrogante perché tutto il mondo è, per un siciliano, dintorni della Sicilia, ed ironico perché dovunque tu vada, ti porti dietro il siciliano che sei, e continui a guardare il mondo con lo sguardo che hai costruito negli anni determinanti dell’infanzia».

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grazia
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Susanna Tamaro, il nuovo libro Scuola, boomerang promuovere tutti
Esce il 5 settembre «Alzare lo sguardo» (Solferino), pamphlet in forma di lettera a una professoressa. Non bocciare i negligenti è solo un rinvio: la resa dei conti arriverà
di SUSANNA TAMARO

Gentile professoressa,

grazie per la sua lunga lettera, così ricca di intelligenza e profondità. Il primo sentimento che ho avuto, leggendola, è stato quello di una sottile invidia per i suoi allievi. Ricordando la mia penosa — e per lo più catastrofica — carriera scolastica, non ho potuto fare a meno di pensare a come avrebbe potuto essere diversa se avessi incontrato sul mio cammino una persona come lei. Nel corso di una vita, avere avuto un professore piuttosto che un altro, un maestro piuttosto che un altro può fare una grande differenza. E la può fare soprattutto per i fragili, per i deboli, per quelli che non hanno alle spalle qualcuno in grado di sostenerli.
Che cos’è l’insegnamento infatti, se non un improvviso «vedersi» tra esseri umani? Il più grande vede il più piccolo e intuisce quale sia la strada da indicargli per permettergli di sviluppare la parte migliore di sé.

Un insegnante che ama il suo lavoro ha un compito molto importante: quello di trasmettere la sua passione. Può decidere di esporre il programma pedissequamente o può, percorrendo vie insolite, riuscire ad accendere di luce lo sguardo di chi lo sta ascoltando, ad aprire una piccola porta nella sua mente, e forse anche nel suo cuore, permettendo a quel ragazzo o a quella ragazza, un giorno, di salvarsi. Insegnare nozioni o suscitare passioni, è questo il grande discrimine. Accontentarsi di far ripetere a pappagallo le pagine dei libri di testo o far capire, invece, che lo studio della letteratura non è una scatola piena di dettagli noiosi ma qualcosa che parla alla profondità della nostra inquietudine e alle domande che ne scaturiscono. Letteratura come natura morta o letteratura come parte irrinunciabile della nostra vita.
Essendo cresciuta nel Nordest dove, all’epoca, i legumi mediterranei erano degli assoluti sconosciuti, mi sono interrogata a lungo sulla ragione per cui padron ’Ntoni ci tenesse tanto a un carico di lupini, cioè, per me, di piccoli lupi. Che cosa doveva farsene di quei cuccioli? Voleva introdurli in Sicilia? E per quale ragione? A parte questo enigma, che si è risolto soltanto quando, ormai maggiorenne, mi sono trasferita a vivere a Roma e ho scoperto che i lupini erano dei legumi gialli, della mia preparazione scolastica di letteratura non mi è rimasto praticamente nulla se non l’idea, radicatissima, che si trattasse di qualcosa di antiquato che non avesse nulla a che fare con la mia vita. Per riaccostarmi al Leopardi e nutrirmi della sua grandezza ho dovuto aspettare i trent’anni; per osare riprendere in mano I promessi sposi, e apprezzarli come meritano, ho atteso i quaranta.
Sono convinta che la ragione per cui il nostro Paese viene considerato la Cenerentola europea negli indici di lettura sia da ascrivere soprattutto alla diseducazione letteraria attuata nel percorso scolastico. Quante persone una volta terminate le scuole superiori, magari con ottimi voti, non si sognano più di aprire un libro, così come una buona parte dei laureati, una volta ottenuto l’ambito titolo, vengono colti da perpetua e inguaribile «papirofobia»?
Questa invincibile allergia alla carta stampata, quali che siano i suoi contenuti, non è forse dovuta — oltre che alla tendenza delle famiglie a non leggere e dunque a non stimolare i loro figli a farlo — anche al cronico fallimento della scuola che, in tanti anni di insegnamento, non ha saputo lasciare ai bambini e ai ragazzi, una volta diventati adulti, un solo germe di curiosità?
È la curiosità infatti la molla che spinge ad aprire i libri. Curiosità, voglia di saperne di più. Il discorso non è limitato alla letteratura. Si può essere curiosi di storia, di biologia, di matematica, di geografia, di filosofia. Una persona curiosa ha un grande pregio: non si farà mai ingabbiare dalle spire del fanatismo. La curiosità infatti è il principale antidoto all’indottrinamento.
Lei regala, così mi scrive, a ognuno dei suoi alunni all’inizio di ogni anno scolastico una copia delle Lettere a un giovane poeta di Rainer Maria Rilke. E la regala anche se i suoi ragazzi non sono studenti di un liceo ma di un istituto tecnico, suscitando ironia e critiche dei colleghi, vittime del solito snobismo provinciale per cui la cultura dovrebbe essere appannaggio solo di chi frequenta il più nobile liceo, mentre le lande desolate degli istituti tecnici dovrebbero servire solo a traghettare i ragazzi al mitico foglio di carta, offrendo una preparazione che già in partenza viene considerata di serie B.
Perché mai, si chiede e mi chiedo, chi frequenta un istituto turistico, un alberghiero, un professionale non dovrebbe essere messo in grado di leggere e apprezzare un poeta, di capire che cosa sia la poesia? Saper percepire la bellezza deve essere forse il privilegio di un’élite?
Tra le molte piaghe della scuola italiana, forse una delle più gravi è proprio quella dell’inossidabile mito del liceo. Si ingannano le famiglie facendo loro credere che esistano scuole di prima e di seconda scelta. Il liceo — scientifico, classico, linguistico — viene considerato automaticamente più nobile, in grado di aprire le porte dell’università.
Nel nostro Paese ci sono migliaia e migliaia di posti di lavoro vacanti per mancanza di persone tecnicamente preparate, a causa della carenza di veri percorsi professionali e formativi, e altrettante migliaia di liceali che camminano verso il nulla con il loro bel pezzo di carta in mano. Né agli uni né agli altri, a meno che non abbiano avuto la fortuna di incontrare un’insegnante entusiasta e coraggiosa come lei, è stata data la possibilità di accedere davvero alla cultura; dove cultura vuol dire curiosità, capacità di appassionarsi, di ragionare, mantenendo sempre la mente in una condizione di apertura.
Ho diversi amici che insegnano, come lei, negli istituti tecnici e i racconti che mi fanno sono per lo più desolanti. Malgrado l’impegno e l’amore che mettono nel loro lavoro, si sentono spesso circondati da un clima di fatale disfattismo. Una mia amica, scoprendo che gli studenti dell’ultimo anno giocavano a carte durante le sue lezioni, è andata a parlare col preside per capire come comportarsi. «Li lasci fare» si è sentita rispondere «tanto sono abituati così. E poi sono in quinta, quest’anno se ne andranno...». La solita tecnica dello scaricabarile: foglio di carta in mano e via. Non mi riguarda più.
Ma i ragazzi-peso, una volta scomparsi dall’orizzonte, dove vanno? Diventano per lo più ragazzi-zavorra. Zavorra buttata a mare. O meglio, ragazzi-risacca: si fanno trasportare dalla corrente perché nessuno ha mai dato loro importanza, e questa assenza di importanza — e dunque di peso — li rende incredibilmente leggeri. È una leggerezza ingannevole, la leggerezza del nulla saper fare, del nulla sperare, del nulla desiderare. Una leggerezza che, in breve, si trasformerà in una inesorabile pesantezza. Pesantezza sociale, pesantezza individuale.
Che cosa faranno, una volta diventati adulti, questi ragazzi da cui nessuno ha preteso niente, che nessuno ha mai davvero visto? A quali povertà li condanna la scuola del non-impegno e della promozione perpetua? La scuola che non ha mai messo davanti a loro gradini, ostacoli, asticelle da superare? Alla povertà economica, probabilmente, a quella sociale anche ma, più di ogni altra cosa, li condanna alla povertà umana, cioè alla totale sfiducia in loro stessi e nella propria capacità di affrontare e risolvere i problemi.
I dieci anni di scuola obbligatoria rimarranno, nella memoria dei più, come un lungo e grigio inverno di cui non aspettavano altro che la fine. Avranno messo crocette per anni, si saranno arrabattati confusamente tra le prove Invalsi, avranno imparato qualche data a memoria, per dimenticarla a interrogazione conclusa e, navigando con i motori al minimo, saranno andati avanti così, di anno in anno.

Certo, non si può ignorare l’irrompere tumultuoso della tecnologia nella vita delle nuove generazioni e nella nostra. Un irrompere che ha creato un mondo parallelo a quello reale, un mondo segnato dalla facilità e dall’immediatezza, dalla superficialità e da una fallace onniscienza. Nei primi anni di questa rivoluzione, mi è capitato di leggere tesine delle scuole medie o delle superiori e di restare ammirata per la quantità di nozioni esibite e per la complessità dello svolgimento. Nella mia ingenuità analogica, mi sperticavo in complimenti con chi le aveva scritte ma il mio stupore ammirato era sempre destinato a essere di breve durata. Parlando, infatti, dell’argomento che avevano esposto, mi rendevo presto conto che quello che c’era scritto non corrispondeva a quello che lo studente davvero aveva appreso. Era iniziata l’era del «copia e incolla» e io non me ne ero accorta.
È vero che la tecnologia porta una grande ricchezza nelle nostre vite ma, perché ricchezza davvero sia, bisogna imparare a usarla. Usarla e non esserne usati. Consentire gli smartphone in classe è pura follia, così come sostituire i libri di testo con l’uso del tablet. In molti Paesi europei, dove l’innamoramento per le tecnologie a scuola è arrivato prima che da noi, si stanno rivalutando la scrittura a mano e lo studio sui libri, anche come antidoto alle gravi dipendenze da schermo e da social che le nuove generazioni sviluppano in modo allarmante. Secondo una ricerca molto dettagliata del Miur basata sui test Pisa del 2015, gli studenti italiani con i migliori punteggi nella lettura digitale sono quelli bravi anche nella lettura cartacea e, viceversa, quelli con difficoltà nella lettura cartacea non capiscono nemmeno i testi digitali. Il nostro ministero, che in controtendenza si è lanciato con sventata allegria nella rincorsa alla modernità, senza approfondire i molti studi sulla negatività di certe scelte, non ha considerato che al limite le due vie — tecnologica e umanistica, diciamo — possono procedere parallele, arricchendosi una con l’altra. Ma così non è stato. Dato che il suo compito, da ormai troppo tempo, è quello di rendere le cose sempre più facili, di non creare ostacoli, di permettere a tutti di raggiungere l’agognato pezzo di carta — perché questa è la più alta e più perversa forma di democrazia — non poteva fare diversamente.
Non creare problemi, questa sembra l’unica preoccupazione della scuola-azienda, della scuola-centro commerciale, con vetrine sempre più sfavillanti per attirare i clienti. «Avremmo dovuto bocciare molti in quella classe, non ammetterli nemmeno alla maturità» mi ha confessato un giorno un’amica «ma non abbiamo potuto farlo. Siamo un piccolo istituto tecnico di provincia. Ogni allievo è prezioso per non chiudere e, se chiudiamo, perdiamo tutti il posto».
È questo il fine della scuola statale?
Rendere?
Ma promuovere gli ignoranti e i negligenti, le persone che si preparano per un mestiere per cui non avranno la minima competenza è davvero un rendimento, o è piuttosto un fallimento? Un rimandare la resa dei conti offrendo una colossale presa in giro dei ragazzi e delle loro famiglie? A quale efficienza mira questo sistema? Direi soltanto a quella delle statistiche. Tot iscritti, tot promossi. La scuola funziona!
Se si risvegliasse don Milani, che cosa direbbe della scuola di oggi? I «Gianni» che all’epoca venivano ripetutamente bocciati ora non incorrono più in quell’onta, in quello stigma sociale. Tutti promossi, ma con una promozione che ha l’effetto di un boomerang. Colpisce e torna indietro lasciando a terra il corpo inerte. La parte importante del suo metodo — il lavorare insieme creando un sapere che nasce dalle domande, dunque maieutico — è stata rapidamente archiviata. Travisato e manipolato, è rimasto soltanto il diktat: non bocciare i Gianni! Senza che nessuno abbia mai alzato la mano per dire che in questo sistema le vittime sono proprio loro, i Gianni, costretti a rimanere tali per sempre, mentre gli odiati «Pierini», i ricchi, i privilegiati, continuano imperterriti per la loro strada. Una strada fatta di sezioni migliori, di possibilità di ripetizioni, di scuole private, di soggiorni all’estero, di famiglie capaci di stimolarli, sottraendoli al giogo omogeneizzante imposto dai media.
Forse a questo punto si stupirà di sentirmi parlare con tanto fervore di scuola e di educazione, in fondo non dovrei occuparmi di letteratura? In realtà, prima di scrivere, per una parte importante della mia vita ho pensato che la mia vocazione fosse proprio l’insegnamento. Ho frequentato l’istituto magistrale — quello che ha formato le maestre che hanno alfabetizzato l’Italia — e, negli anni dei miei studi pedagogici, mi sono infiammata per Pestalozzi e Fröbel, per don Milani e Rousseau, per la Montessori e per tutte le teorie che, a quel tempo, aprivano nuovi orizzonti nel campo educativo.
Alla base della mia passione c’erano due forze che si completavano a vicenda: le grandi sofferenze patite sui banchi e la convinzione che occuparsi dell’ottimale sviluppo delle persone fosse il punto cardine di una società che vuole continuare a crescere nella luce della civiltà. Non avevo — e non ho — alcun dubbio sul fatto che abbandonare l’idea della centralità dell’educazione voglia dire spalancare la porta alle barbarie.

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grazia
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UNA TELEFONATA A DRAGHI CI ALLUNGHEREBBE LA VITA

Alessandro Sallusti - Mar, 20/08/2019

Sarà anche vero che oggi si apre ufficialmente la crisi di governo; sarà vero che Matteo Salvini è a un passo dallo schiantarsi contro il muro avendo scambiato - per qualche misterioso motivo - la maggioranza del consenso popolare con la maggioranza parlamentare; sarà vero che molto probabilmente non si andrà a votare perché legittimamente nessun partito vuole suicidarsi e fare resuscitare Salvini nelle urne; sarà anche vero tutto questo, ma perché rinunciare a pensare in grande, a trasformare una tragedia in un'opportunità, o - per dirla alla De Andrè - a ricordarsi che «dal letame può nascere un fior»?

Se, come pare, la legislatura continuerà con un altro governo ci sono diverse varianti più o meno da incubo ma tutte appaiono appiccicate con lo scotch. Anche perché non si capisce chi potrebbe essere il nuovo (o confermato, nel caso di Conte) leader. Senza un leader forte non c'è governo che tenga e un'ammucchiata di mezzi leader non farà mai un leader, così come nessuno dei pochi leader in circolazione è proponibile, per ovvi veti incrociati tra le forze che andranno a comporre questo eventuale nuovo governo-ammucchiata.
E allora? Non voglio dare consigli - non ne ho neppure l'autorevolezza - ma se mi è permesso di giocare per un attimo a fare Mattarella io una telefonatina a Mario Draghi la farei. Così, tanto per non lasciare nulla di intentato.
Ad alcuni - soprattutto ai filosovranisti - il nome di Draghi provoca l'orticaria perché associato all'euro alta burocrazia. Ma si tratta di un pregiudizio, di una falsa vulgata, cioè erronea traduzione della verità. Mario Draghi è in realtà un arci italiano, europeista convinto e intelligente che da presidente della Banca centrale europea ha tenuto testa agli egoismi e alle spinte franco-tedesche. Non l'ha fatto urlando e insultando ma facendo valere con autorevolezza la ragione, le regole e la sua autonomia di governatore sancita dai trattati.
Mario Draghi ha appena terminato il suo mandato alla Bce, il mondo lo corteggia e lo stesso Trump lo vorrebbe tutto per sé. Se fosse così folle da accettare di tornare a casa (a proposito di cervelli in fuga) per salvare il suo paese credo che ben pochi dei rissosi protagonisti della politica italiana potrebbero stupidamente dire «no, con lui no». Non penso a un governo tecnico, ma politico e soprattutto finalmente autorevole e rispettato. Chi ha salvato l'Europa dal default certamente saprebbe salvare l'Italia dal pasticcio in cui si è infilata.
Presidente Mattarella, almeno ci provi. Quella a Draghi può essere la telefonata che ci allunga la vita. Il numero penso lo abbia in agenda.

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PERCHE’ ABBIAMO BISOGNO DI DRAGHI

Eugenio scalfari15 settembre


(..)…Debbo dire che io ho un’amicizia e una stima profonda nei confronti di Mario Draghi. Vorrei che addirittura che tornasse in Italia ma non vedo quale sia l’incarico che già abbia ricoperto a suo tempo. L’Italia tuttavia è un paese che in questa fase è molto turbato economicamente e socialmente. Abbiamo un meccanismo che si chiama cuneo fiscale e che a mio avviso andrebbe abolito.Esso dovrebbe essere sostituito da una scala dei redditi e dei patrimoni che, secondo la loro importanza dovrebbero beneficare i redditi bassi, lasciare intatta l’entrata e l’uscita dei redditi medi e penalizzare relativamente e sulla base della loro crescita i redditi medio alti fino a raggiungere i ricchi e i ricchissimi i quali dovrebbero essere tassati utilizzando questa tassazione a favore delle fasce più basse del reddito. Questa gestione è della massima importanza e deve essere continuamente sorvegliata, modificata, costituendo di fatto la politica economica d’un Paese.
A mio avviso questa politica dei redditi e dei patrimoni dovrebbe essere affidata a un ministro con poteri molto elevati. Draghi? Perché no?
Infine nel 2022 il Presidente della Repubblica scade e naturalmente deve essere sostituito. E Draghi? Se qualcuno lo presentasse al Quirinale credo che sarebbe votato con una stragrande maggioranza e credo anche che non farebbe rimpiangere la bravura di Sergio Mattarella.

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Secondo i sondaggi Italia Viva di Matteo Renzi è al 4,4%


Non è passata nemmeno una settimana dall’addio di Matteo Renzi al Pd. Italia Viva, così si chiama il nuovo partito dell’ex premier, nel frattempo conta 41 parlamentari alle Camere, in attesa di un vero e proprio programma, la cui presentazione alla Leopolda è in programma per ottobre 2019. Sul Corriere della Sera Nando Pagnoncelli ha provato ad analizzare la reazione degli elettori italiani alla nascita di questa nuova forza politica. Quanti, così a botta calda, voterebbero oggi per Italia viva? Il sondaggio pubblicato il 21 settembre parla di 4,4% dei voti validi, corrispondenti al 2,8% degli elettori totali, cioè circa 1,4 milioni di italiani.

IL 64% DEI VOTI ARRIVANO DAL PD

Secondo i dati raccolti da Pagnoncelli due terzi dei voti (il 64%) provengono dal Pd, il 12% da partiti di centrodestra, 12% da altre forze politiche e il 12% da astensionisti attratti dal nuovo soggetto politico.
POCHI GLI ELETTORI CHE PROMUOVONO L’INIZIATIVA DI RENZI
Quello che è certo è che l’uscita dal Partito democratico è piaciuta a pochi. Solo il 28% degli intervistati l’ha giudicata positivamente. Il 52% invece ha bocciato l’iniziativa. Un 52% eterogeneo a livello di elettorato. Solo chi vota Forza Italia è diviso: il 48% infatti promuove infatti l’idea di Renzi, il 50% invece la stronca. Inoltre l’opinione pubblica non sembra molto convinta della realizzabilità del sogno di Renzi di raccogliere consenso in un bacino elettorale più ampio rispetto al centrosinistra. Il 67% degli intervistati è convinto che Italia viva non sia in grado di raccogliere molti consensi e che sia condannata a restare marginale nella politica del nostro Paese. Solo il 16% prevede che possa diventare un punto di riferimento importante per riformisti, moderati ed europeisti con punte più elevate tra i dem (24%) e gli elettori di Forza Italia (32%).

I DUBBI SUL TARGET DA CONQUISTARE

E i consensi da dove arriveranno? Anche qui le opinioni sono abbastanza varie. Per il 35% degli intervistati soprattutto dall’area del centrosinistra, il 25% immagina che Renzi possa conquistare tanti voti nella sua area di provenienza quanti nel centrodestra. Il 13%, infine, ritiene che il target sia di centro o centrodestra.


L’EFFETTO CHE ITALIA VIVA POTREBBE AVERE SUL GOVERNO

Pagnoncelli ha poi chiesto quali potrebbero essere i riflessi della decisione di Renzi sul nuovo governo e, soprattutto, sul Pd. Riguardo all’Esecutivo, il 38% prevede che possa uscirne indebolito, solo il 7% il contrario. Per il 35% non dovrebbe cambiare nulla. Riguardo alle conseguenze per il Partito democratico, il 40% pronostica una significativa perdita di consensi, il 32% ritiene invece che possa essere un’occasione positiva per il Pd, per diventare un partito più omogeneo e coeso. D’altronde una larga maggioranza di elettori del Pd (il 62%) ha accolto con favore l’addio dell’ex segretario che si sentiva un intruso vittima di un continuo «fuoco amico».

Lettera 43

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grazia
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Re: Media e dintorni

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«Web diseducativo per i ragazzi»

a Camogli, 122 ospiti per 100 incontri gratuiti daranno vita alla terza edizione del Festival della Comunicazione. Scrittori del calibro di Claudio Magris, Donato Carrisi, Andrea De Carlo e Jay Mc Inerney. Ma anche Claudio Bisio e Michele Serra. Lo Youtuber Daniele Doesn’t Matter, James Bradburne direttore della Pinacoteca di Brera e la presidente Rai Monica Maggioni. Dal Cern arriverà il fisico Marco Delmastro, ma ci sarà anche l’astronauta Samantha Cristoforetti. E ancora Piero Angela, Mario Calabresi, Aldo Cazzullo, Ferruccio De Bortoli, Massimo Gramellini, Aldo Grasso, Roberto Cotroneo e Marco Travaglio e Roberto Benigni designato vincitore del primo Premio Comunicazione. Quattro giorni per muoversi intorno a web e dintorni (30.000 presenze nell’edizione 2015 in un borgo marinaro di 5.000 abitanti). Il Festival più amato da Umberto Eco si snoderà in 15 suggestive location dove dal mondo culturale, della scienza e dei media si tenterà di rispondere ad alcune domande della contemporaneità: com’è l’amore al tempo dei social? Come si tutela la rispettabilità delle persone in un flusso costante d’informazioni e dichiarazioni? Quali sono le implicazioni culturali, politiche, educative che la rivoluzione digitale ha prodotto?

E’ chiamato a rispondere anche Pier Paolo Eramo. Il preside «stufo»: 50 anni, di cui oltre 20 passati dietro la cattedra, dirigente scolastico della Sanvitale-Fra Salimbene, Eramo, in dicembre, sulla pagina facebook del suo istituto, ha postato i messaggi crudeli intercettati in una chat di suoi alunni undicenni. Frasi che, quotidianamente, raccolgono le espressioni spietate degli adolescenti 2.0. Quelle parole sono rimbalzate sui media cittadini e sulla stampa nazionale. L’ha fatto perché “non si possono lasciare da soli dei ragazzini a dirsi tu devi morire. L’ho fatto, perché un semplice invito a fare attenzione a quello che i ragazzi scrivono sui social non sarebbe stato abbastanza. Volevo che i genitori si rendessero conto della gravità di un fenomeno che riguarda i loro figli, le classi e le famiglie”. Il suo invito ad un uso responsabile delle parole ed ad una presenza più accorta degli adulti nella costruzione dell’identità sociale dei ragazzi riguarda uno dei temi più delicati della comunicazione digitale. Il suo “Siamo stufi di questo assurdo mondo parallelo che ci inquina” verrà proposto anche in un incontro, in dialogo con Paolo Crepet, dal titolo Social network, vita quotidiana di un preside domenica 11 settembre alle 9,30 dalla Terrazza delle Idee. “Crepet è piuttosto duro nei confronti dei genitori. Spesso “sculaccia” padri e madri. Dice che non sono più capaci di fare questo mestiere antico. Io vorrei spezzare una lancia nei confronti di un lavoro difficile, oggi, forse, più di ieri. Le famiglie sono compresse tra le incombenze lavorative e gli equilibri emotivi di famiglie monogenitoriali o allargate. I rapporti affettivi sono rovesciati: è spesso il genitore a cercare l’approvazione del figlio. Non bisogna essere contro, bisogna cercare una soluzione”. Eramo, tutti i giorni lavora a stretto contatto con gli adolescenti di un istituto comprensivo. “Il primo passo è quello di prendere coscienza di un problema che è grave e che riguarda tutti. I dirigenti scolastici gestiscono spesso situazioni che implicano prese di posizione di un certo tipo, alcune possono sfociare in denunce o segnalazioni ai servizi sociali, per questo credo di poter parlare di questo fenomeno. Ci sono alunni che fanno outing da dipendenza da videogioco. Ragazzi che non riescono a seguire le lezioni perché continuano a pensare al mondo che manovrano con la consolle e passano le notti a combattere giocatori di altri fusi orari. Hikikomori in fuga da un mondo che a loro fa schifo. Alunni che vengono perseguitati perché hanno postato foto o filmati provocanti. O altri che dormono con il cellulare sotto il cuscino per rispondere in tempo reali ai messaggi. Spesso lo strumento sfugge di mano. Purtroppo, l’atteggiamento di molti genitori, è quello di enfatizzare le competenze informatiche dei loro figli. Io li chiamo “smanettoni” più che nativi digitali, perché il rischio è quello di perdere l’orizzonte di una vita che abbia uno sviluppo armonioso. Gli insegnanti possono fare tanto, ma non tutto. Gli adulti non devono nascondersi dietro l’alibi che non conoscono la tecnologia. I ragazzi possono autoregolarsi stabilendo regole adeguate all’utilizzo dei social. Ne usciremo solo tutti insieme e ristabilendo una regola antica. Gli adulti devono trasmettere gli “anticorpi”, favorire la costruzione di una coscienza che stabilisca cosa è bene e cosa è male.” Ha le idee chiare e molto buonsenso questo preside che ha lavorato in Francia prima di Parma e che porterà a Camogli anche i frutti dell’esperienza del progetto “Cittadinanza digitale” (progetto di 15 scuole del primo ciclo che ha fornito a ragazzi, docenti e genitori consapevolezze e competenze nell’utilizzo di internet social network). “Bisogna creare un livello di allerta nel quotidiano. Intervenire prima che si crei il problema grave. Eccessi verbali, segnali premonitori servono ad allertare le famiglie prima che il ragazzo si isoli in casa o si butti dal balcone. Quello che emerge dai telefonini dei ragazzi in merito alla questione di genere è, poi, particolarmente allarmante. L’inciviltà con cui viene usato il corpo della donna è il risultato di un processo che non abbiamo fermato. Una ragazza è accettata se è bella e se è “utilizzabile” dal maschio. L’Italia è arrivata ad un grado di inciviltà mai visto prima e noi adulti abbiamo permesso che avanzasse il fenomeno della mercificazione del corpo femminile dalla tv ai cartelloni pubblicitari. Il Sindaco, di Londra, Sadiq Kahn, padre di due figlie adolescenti, per fare un esempio, tra i suoi primi provvedimenti ha previsto la rimozione di pubblicità sessiste nella rete della metropolitana e dei trasporti pubblici”. Il rapporto web e nuove generazioni, cresciute e socializzate attraverso il telefonino, ragazzi più soli in uno spazio psicologico filtrato dai tasti, ci ha già proiettati al di là di una rivoluzione epocale. “Ho deciso di raccogliere l’invito di Danco Singer perché il suo Festival ha il pregio di mettere al centro un tema che è il tema dei nostri tempi. La rassegna è molto varia e può far cogliere sia gli aspetti positivi che quelli negativi della rete. Non ci servono crociate, ci serve esplorare le possibilità. Saranno presenti esperti di campi molto diversi, persone molto diverse. Nessuno ha l’esclusiva, tutti ne abbiamo la responsabilità”.

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Re: Media e dintorni

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Il pianeta Terra? Lo salveranno i contraccettivi


Presto sulla Terra saremo 10 miliardi di persone, troppe per quello che il pianeta può sostenere. La sfida del sovrappopolamento è quindi ridurre il tasso di natalità (soprattutto in Africa). La soluzione? Gli anticoncezionali. Il che non vuol dire non fare più figli, ma poter scegliere
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Alexandria Ocasio-Cortez è nella cucina di quella che presumibilmente è casa sua, davanti a sé ha un tagliere e mentre cucina guarda nella fotocamera del suo cellulare, parlando ai suoi follower in una diretta Instagram. Sembra quella che in inglese si chiamerebbe “small talk”, una chiacchierata, simile a quella che si farebbe in un bar. L’argomento è il cambiamento climatico, il futuro del pianeta e la necessità immediata di agire per cambiare le cose. Mentre butta via le bucce di una patata dolce, senza badare ai commenti che scorrono sullo sfondo, dice: "La comunità scientifica è concorde sul fatto che la vita dei bambini di domani sarà molto difficile. Questo porta i giovani a porsi una domanda legittima: è giusto avere ancora figli?".
Ecco. Il punto del cambiamento climatico, per quanto buttato lì, tra un ortaggio e l’altro, è quello: su questo pianeta siamo troppi. La popolazione mondiale sta crescendo a ritmi inusitati, oggi siamo oltre 7,5 miliardi di persone e ben presto (gli esperti dicono entro il 2050) arriveremo ad essere 10 miliardi. Ma già oggi consumiamo risorse in maniera eccessiva rispetto alla loro disponibilità, tanto che ci servirebbero 2,5 pianeti Terra per vivere in maniera sostenibile. Cresciamo molto più in fretta delle risorse che consumiamo e inquiniamo, molte delle quali si sono formate nel corso di centinaia di migliaia di anni. Presto esauriremo le fonti di energia non rinnovabili e ancora non abbiamo implementato su larga scala metodi sostenibili di produzione energetica. L’impatto dell’uomo sull’ambiente è insostenibile, ma non solo perché consumiamo troppo. È Il fatto stesso di essere al mondo a costituire un problema.
La soluzione è una sola: dobbiamo ridurre il numero di persone sul pianeta. E a meno di ipotizzare soluzioni naziste (e tutto sommato poco praticabili), l’unico modo per farlo è limitare le nascite. Ad occuparsi proprio di questo è una delle più sconosciute (eppure importantissime) agenzie Onu: l’Unfpa, l’agenzia Onu per la salute sessuale e riproduttiva, fondata nel 1969. La strategia di questa istituzione è articolata in numerose azioni: family planning, cura materna, educazione sessuale, contrasto del fenomeno delle spose bambine, delle mutilazioni genitali femminili e della violenza di genere, tra le altre cose.

Ma c’è un aspetto che in tema di controllo demografico conta più di tutti gli altri: la contraccezione. «Oggi ci sono 215 milioni di donne al mondo che ogni anno rimangono incinte senza volerlo e che magari conoscono la contraccezione ma non la usano perché troppo costosa o non facilmente accessibile», spiega a Linkiesta Michele Usuelli, neonatologo impegnato per anni con Emergency in alcuni dei paesi più poveri del mondo e oggi consigliere regionale in Lombardia con Più Europa. «In Malawi, per esempio, fino a non molto tempo fa i contraccettivi a lunga durata d’azione [spirale, iniezioni, confetti sottocute, ndr] li distribuivano solo i medici, e quindi erano reperibili soltanto in ospedale. Ma in Malawi ci sono 100 medici iscritti all’ordine in un paese di 15 milioni di abitanti».
Il problema della cosiddetta provision of services, quindi, è prioritario. Nel caso del Malawi, spiega Usuelli, per fortuna sono state implementate politiche che hanno azzerato il costo dei contraccettivi o li hanno inseriti nei sistemi di mutua e di assicurazione; in combinazione con i training alle infermiere, ora gli anticoncezionali sono disponibili anche nei centri di salute (che sono uno ogni 20mila abitanti, contro gli ospedali che rimangono fermi a uno ogni 500mila abitanti). Insieme al Ruanda, l’Etiopia e il Ghana, il Malawi è una best practice in tema di prevenzione delle nascite. Ma non dappertutto è così: «nel mondo ci sono 39 Paesi con un tasso di natalità di oltre 4 figli per donna; di questi, 35 sono africani», specifica Usuelli. «Basti pensare che in Niger la media è di 7,3 figli per donna».
Come si sarà intuito, il problema è soprattutto africano. E in effetti basta guardare le statistiche di penetrazione della contraccezione della stessa Unfpa per rendersene conto.

In un continente che nel 1960 conteneva il 7% della popolazione mondiale e che nel 2030 arriverà al 17 (giusto per fare il confronto, l’Europa nello stesso periodo passerà dal 20 al 9), operare politiche di controllo delle nascite è essenziale. Anche perché lo squilibrio demografico ha conseguenze su tutti i livelli, non solo in termini ambientali, ma anche economici. «Tanti paesi africani hanno un Pil che cresce molto bene. Ma se la popolazione cresce più velocemente dell'economia, la qualità della vita diminuisce. Si tratta di paesi con tantissimi bambini, tanta forza lavoro, pochi anziani. Se si riuscisse a ridurre il tasso di natalità si garantirebbe uno sviluppo armonico e quindi sostenibile», spiega Usuelli.
In Africa (come nel resto del mondo), quindi, aumentare la copertura contraccettiva significa non solo contenere le nascite, ma anche garantire migliori possibilità di sviluppo economico, con conseguente riduzione delle migrazioni. E non sarà un caso, infatti, se la mozione recentemente presentata da Usuelli per lo stanziamento di 1 milione di euro per la contraccezione in Africa ha riscosso un grande successo, ricevendo supporto all’unanimità in regione Lombardia (che pure è a guida leghista). «Si tratta di una buona pratica politica replicabile su ogni scala; per questo invito tutti i consiglieri comunali, regionali e parlamentari a chiederci le nostre mozioni. Credo che quando si mette di fronte ad una destra anche estrema, il fatto che l’accesso alla contraccezione è un problema cruciale, si può evidentemente trovare un terreno comune». Anche al di là della religione: «non esiste alcun paese al mondo, cristiano o musulmano, che nel proprio ministero della sanità abbia scritto protocolli contro la contraccezione».
Concedere alle donne la possibilità di scegliere se avere figli o meno, in fondo, non è che parte di una strategia che mette al centro i diritti umani: dando maggiori opportunità di emancipazione, è efficace quanto qualsiasi altra politica di tutela della donna, dall’educazione sessuale al servizio di assistenza al parto, la lotta contro il child marriage e il diritto delle bambine di andare a scuola. «Tutte le determinanti su cui è bene lavorare per la riduzione della popolazione mondiale sono a partire dal rispetto dei diritti fondamentali. Questo contribuisce a togliere la donna dall’angolo e ha quindi conseguenze positive sulla sovrappopolazione», conclude Usuelli. «Al netto del problema dell’ambiente, la famiglia che vuole e può avere 12 figli deve continuare a poterlo fare, mentre chi non vuole avere figli deve continuare a poterlo fare. L’obiettivo deve essere offrire a tutti gli strumenti nel rispetto dei diritti per scegliere liberamente la propria family size».
Cosa replicare, quindi, alla parlamentare americana? La risposta più sensata, grosso modo, potrebbe essere questa: è vero che non possiamo permetterci di arrivare ad essere 10 miliardi sul pianeta, ed è vero che è imperativo ridurre il tasso di natalità mondiale. Ma forse, più che smettere di avere figli, dovremmo assicurarci che questi figli vengano al mondo nelle giuste condizioni: in fondo, se il miglioramento dei diritti della donna, dell’istruzione e dell’emancipazione portano già di per sé a tassi di natalità più contenuti, non sarebbe meglio agire su quei fattori, piuttosto che cercare di persuadere le persone a non diventare mai genitori?

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