Media e dintorni

Discussioni di vario genere riguardanti l'istruzione, la cultura, la letteratura o poesia.
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grazia
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Politici incapaci? Sono lo specchio di noi miserabili elettori
Politici incapaci? Sono lo specchio di noi miserabili elettori


di Omar Massaro

Quanto straripante è l’ignoranza individuale per carenza patologica di istruzione, nutrito il menefreghismo sociale, latitante il civismo, il disprezzo per il bene comune, la disonestà sistematica e patologico il familismo amorale, tanto maggiore è la putrescenza della comunità di cui si è parte. Virulente malattie sociali che degenerando oltre i limiti dell’eccezione divengono regolare cancrena, finendo parallelamente nelle istituzioni contagiandole attraverso i loro rappresentanti reclutati nello stesso terreno culturalmente infetto.

Giocoforza se la spregevolezza individuale, l’inettitudine mentale e il dilettantismo professionale diventano marchi di fabbrica, meriti orgogliosamente esibiti e spesso qualifiche di selezione servile, utili a discriminare e lievitare carriere, che non si arricchiscono in ragione di competenze, eccellenze o titoli dei candidati, bensì in ragione della loro adattabilità morale e ottusità intellettuale, allora oltre ogni ragionevole dubbio lo sfacelo di una democrazia è servito e inevitabile. Si può solo scavare tra le macerie per salvare il salvabile. La democrazia nasce dal basso; essa è il suo popolo. E lo stato di salute in cui versa è specularmente quello del corpo sociale che la caratterizza.


Essa prospera solo in virtù della qualità etiche dei propri cittadini, attraverso il loro impegno, per mezzo della loro partecipazione e grazie alle loro competenze alla luce della consapevolezza del valore della propria cittadinanza, della propria libertà in quanto Uomini e Cittadini e della responsabilità che tale ruolo richiede, dei propri diritti e degli speculari doveri, governanti anzitutto di se stessi con l’esempio e l’onestà. Ci si governa da sé con piccoli gesti quotidiani attraverso l’impegno nella formazione, la dedizione nel lavoro, il rispetto per il valore fondativo della Legge e dell’Altro; curando il territorio, denunciando il malaffare, ogni abuso di potere che minaccia la qualità del bene pubblico, stigmatizzando la corruzione, la vigliaccheria morale e la delinquenza di chi con il proprio agire minaccia ciò che è pubblico e comune con sdegno verso ogni forma di civiltà e giustizia.

Se in Italia siamo ancora affetti da gattopardismo non è certo principalmente a causa dei personaggi da cabaret che scegliamo come governanti, spesso palesemente miserabili nel loro più volgare squallore sia umano che istituzionale – comunemente indaffarati in patetiche esibizioni di melodrammatica nullità oltraggiosamente definita “politica”, orientata alla spartizione di incarichi e bottini o ad evitare galere a forza di legislazioni personalizzate – ma essenzialmente del popolo o almeno della sua parte culturalmente deviata. I veri governanti siamo noi. Chi ci “rappresenta” istituzionalmente altro non è nella fattispecie che l’immagine di noi stessi, quella di cui ci vergogniamo riflessa nello specchio delle nostra povertà intellettuale e morale. I miserabili siamo noi e dalla nostra miseria tiriamo fuori il peggio che servilmente quanto spudoratamente accettiamo e alimentiamo.

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grazia
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Re: Media e dintorni

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Scommetti che ti convinco? Come funziona la persuasione
Avere ragione non basta. Esibire prove scientifiche neanche. Per far cambiare idea a certe persone servono ascolto, intelligenza e... qualche strategia.

persuasione

Discussioni logoranti che portano a un nulla di fatto e a un grande senso di frustrazione: finiscono spesso in questo modo i tentativi di convincere qualcuno ad adottare il nostro punto di vista. Accade perfino quando a sostegno delle nostre tesi presentiamo prove scientifiche inconfutabili. Alcuni dei nostri interlocutori, anzi, sembrano totalmente impermeabili alla logica e alla razionalità: persone così, se dobbiamo averci a che fare tutti i giorni, in famiglia o sul lavoro, possono farci impazzire (Scopri quali sono). Prima di picchiare la testa contro il muro, però, meglio fare un respiro profondo, porsi qualche domanda e poi provare a mettere in atto la tattica più efficace.



«Quando qualcuno è particolarmente resistente, occorre chiederci: non è che per caso siamo noi, con il nostro tentativo di fargli cambiare idea, gli artefici del suo irrigidimento?», avverte Matteo Rampin, psichiatra e ipnoterapeuta, autore di Tecniche di controllo mentale (Aurelia). «Molte persone, infatti, si autopersuadono sempre di più della propria idea a mano a mano che qualcuno la mette in dubbio». Insomma, insistere troppo rischia di essere controproducente: occorre adottare strategie diverse.



Impresa ardua: far cambiare idea a una persona, anche la più conciliante, è sempre difficilissimo. L’uomo è infatti un “conservatore cognitivo”, cioè tende a mantenere le proprie idee anche di fronte a prove che dimostrano il contrario.



«Per fare cambiare idea a una persona è più utile usare, insieme alle argomentazioni razionali, anche l’arte della persuasione, cioè appellarsi alle emozioni, agli istinti, a ragionamenti che sembrano filare anche se in realtà non sono affatto logici», suggerisce Rampin. «Questo perché in realtà tutti noi, anche se non ce ne rendiamo conto, siamo restii a ragionare in modo logico». Ecco allora qualche trucco per riuscire a portare gli altri dalla nostra parte.



Ascoltate. Bisogna mostrare disponibilità verso l’interlocutore e dargli modo di esprimere le sue ragioni. Invece che fare affermazioni, all’inizio ponete domande, mostrandovi curiosi e rispettosi. Questo vi permette di stabilire una connessione emotiva. Non dimenticate che chi avvalora un’opinione irrazionale è mosso dalle emozioni più che dal ragionamento. Il che non deve però farvi pensare che la sua idea sia più debole della vostra: come ha osservato Antonio Damasio, neuroscienzato della University of Southern California a Los Angeles, ragione ed emozioni non sono in contrapposizione. Le emozioni sono anzi parte integrante di ogni processo decisionale, tant’è che se non ne proviamo non siamo in grado di prendere nessuna posizione. Quindi: vanno capite e rispettate. Molto spesso, per esempio, sotto certe affermazioni “estreme” ci sono rabbia e/o paura. Meglio sapere di che cosa si sta parlando veramente, prima di ribattere.



sincronizzatevi. Per favorire la connessione con l’interlocutore può essere utile assumere una postura a lui speculare, imitarne i gesti (senza esagerare!) e le espressioni. Serve a entrare in sintonia, è come dire: “sono simile a te”. Sintonizzate anche il linguaggio, riprendendo le stesse parole ed espressioni. Evitate invece di atteggiarvi a professori: aumenta le distanze, raffredda il rapporto e spinge l’altro ad affilare le armi. A nessuno piace essere trattato da stupido: se fate i saputelli, la battaglia è persa in partenza.



Identificate le radici. Cercate di capire da dove provengono le sue idee. Alcune opinioni, infatti, non sono neutre, ma dicono chi siamo e a quale gruppo apparteniamo: è il caso, per esempio, della fede politica o di quella religiosa. Cambiarle significa rinunciare a un pezzo della propria identità, e questo non è facile per nessuno. Perfino gli scienziati, pur in presenza di prove eclatanti, faticano a cambiare opinione se a quell’idea hanno dedicato la loro vita.



Secondo Thomas Kuhn, filosofo statunitense, la scienza procede per “salti”, e non in modo lineare, proprio perché gli studiosi più anziani, che detengono il maggior potere nell’ambiente scientifico, si oppongono alle idee che non si accordano ai loro paradigmi. Per imporre l’eliocentrismo è servita la rivoluzione copernicana. Perciò, se vi rendete conto che l’ostinazione dell’altro ha radici nel suo senso di appartenenza a una certa comunità (politica, religiosa, etnica, sportiva...), prima di proporre i vostri dubbi esprimete tutto il rispetto possibile per la sua “famiglia”. Dopo vi ascolterà più volentieri.


FATE ARGOMENTARE
. Date la possibilità al vostro interlocutore di fare un vero e proprio comizio, senza interromperlo e facendogli solo alcune domande per chiarire i punti oscuri del suo ragionamento. A volte si darà da solo la zappa sui piedi. Accade a causa di quella che i ricercatori americani Leonid Rozenblit e Frank Keil chiamano “illusione della conoscenza profonda”: si è convinti di saper molte cose, ma quando si è costretti ad andare a fondo (come avviene ai genitori incalzati dai continui “perché?” dei bambini) prima o poi ci si impantana.



DISCUTETE DI PERSONA. E non su Internet! Uno dei luoghi meno “civili” per dialogare sono i social network. È noto che la rete pullula di haters (“odiatori”), utenti che disprezzano e criticano distruttivamente gli altri. Inoltre nelle discussioni online manca il linguaggio corporeo, necessario per sintonizzarvi con l’altro e per correggere il tiro quando il discorso prende la piega sbagliata. Infine, scripta manent: chi si è espresso in un senso difficilmente ritornerà sulle sue idee, specie se la discussione avviene in una piattaforma pubblica. Ecco perché, come suggerisce Christie Aschwanden, blogger ed editorialista del Washington Post, piuttosto che discutere su Facebook è meglio farsi una birra al bar.



STIMOLATE L’AUTOSTIMA. Prima di ogni “affondo” è importante valorizzare i punti buoni dei ragionamenti dell’altro, mostrando stima e apprezzamento. Come ha dimostrato Brendan Nyhan, politologo e docente al Dartmouth College, negli Stati Uniti, se una persona si sente accettata e considerata, invece che sfidata, sarà più disposta a rivedere le sue posizioni e perfino ad accettare idee diverse dalle sue. Assecondare la visione dell’interlocutore non vuol dire sposare la sua tesi, ma sottolineare le sue “buone ragioni” e mostrare di comprenderle.
Leggi anche:
Quali le persone più difficili da convincere
(e con cui discutere è quasi impossibile)

NON ABBIATE FRETTA. Gutta cavat lapidem, dicevano gli antichi Romani, cioè la goccia scava la pietra: con pazienza, e a piccole dosi, si arriva a modificare anche le posizioni più rigide. Secondo Howard Gardner, docente di psicologia all’Università di Harvard, cambiare idea d’un botto è quasi impossibile. Tutti hanno bisogno di tempo per abituarsi a un’idea nuova, per raccogliere più elementi possibile e valutare i pro e i contro. «Napoleone diceva: ho fretta, quindi vado lentamente», ricorda Rampin. «Andare piano porta più rapidamente ai risultati perché si evita che l’interlocutore eriga barriere difensive rigide e insormontabili». Insinuare qualche dubbio, soprattutto in caso di idee fortemente identitarie (vedi al punto “identificate le radici”), è già un risultato di cui andare soddisfatti.

Focalizzatevi sui fatti. Più che sull’idea in sé, che chi è convinto fatica ad abbandonare, meglio concentrarsi sui fatti che la contraddicono, o sulle eccezioni che potrebbero rendere accettabile all’altro la propria tesi. «Persuadono più i fatti che le parole», puntualizza Rampin, «quindi si dovrebbe cercare di rendere concrete le nostre argomentazioni con immagini vivide o esempi tratti dall’esperienza». Se una persona rifiuta le teorie di Darwin perché contraddicono la Bibbia, può essere utile ricordare che molti cattolici (meglio fare nomi e cognomi di comuni conoscenze) credono nell’evoluzione e non per questo smettono di credere in Dio. Insistere sulla infondatezza di una convinzione, al contrario, ottiene solo di rinforzarla.



Usate i paradossi. Le affermazioni paradossali aiutano a sgretolare le certezze. Sono destabilizzanti, mandano l’altro in confusione, predisponendolo a lasciare spazio a idee diverse. Per questo ne faceva largo uso anche Milton Erickson, il fondatore dell’ipnosi moderna, con i pazienti più resistenti. Qualche esempio? “La sicurezza è la cosa più pericolosa del mondo” (Huge Walpole), o “Confessare una debolezza è un gesto di superiorità” (Dino Basili) o ancora “Ogni volta che la gente è d’accordo con me, ho la sensazione di avere torto” (Oscar Wilde, un vero maestro dei paradossi).



Ipotizzate di avere torto. Non date per scontato di avere ragione. È difficile ammetterlo, ma questa possibilità esiste, eccome. Si tratta anzi di un punto fondamentale, senza il quale i nove trucchi precedenti falliscono miseramente: se partite con la certezza che la vostra idea sia quella giusta, il vostro interlocutore si sentirà manipolato e preso in giro. È quindi importante essere sempre disposti a cambiare idea in presenza di elementi nuovi che mostrano la questione sotto una luce diversa. Per restare nel campo dei paradossi: è irrazionale anche perseguire la razionalità a tutti i costi.

MARTA ERBA per Focus

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""“Per manipolare efficacemente il popolo, è necessario convincere tutti che nessuno li sta manipolando.”
JOHN KENNETH GALBRAITH

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tratto da
LA POLITICA COME PROFESSIONE
Weber


[...]“Dobbiamo renderci chiaramente conto che ogni agire orientato in senso etico può oscillare tra due massime radicalmente diverse e inconciliabilmente opposte: può essere cioé orientato secondo l’«etica della convinzione» oppure secondo l’«etica della responsabilità». Non che l’etica della convinzione coincida con la mancanza di responsabilità e l’etica della responsabilità con la mancanza di convinzione. Non si vuole certo dir questo. Ma v’è una differenza incolmabile, tra l’agire secondo la massima dell’etica della convinzione, la quale – in termini religiosi – suona: ‘Il cristiano opera da giusto e rimette l’esito nelle mani di Dio’, e l’agire secondo la massima dell’etica della responsabilità, secondo la quale bisogna rispondere delle conseguenze (prevedibili) delle proprie azioni”.

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Ilservizio militare?
Inutile tornare al passato

risponde Luciano Fontana

Caro direttore,
l’educazione dei figli sembra che non sia più competenza della famiglia ma di strutture esterne (scuola, amici, locali notturni autorizzati e non). Credo che bisognerebbe ripristinare il servizio militare obbligatorio, validissimo strumento per acquisire senso di responsabilità, amore per la patria, rispetto del prossimo, delle leggi e delle istituzioni.
Ricardo Meloni

Caro signor Meloni,
Come sa si discute molto nella società, e nel governo, sulla possibilità di tornare al servizio militare obbligatorio per i giovani. Io le dico subito che ho molti dubbi. La leva per tutti (ma non per le donne) ha svolto certamente una funzione positiva di unificazione del Paese. A parte i soliti raccomandati, si ritrovavano per un anno nelle stesse caserme ragazzi del Nord e del Sud, istruiti e analfabeti, ricchi e poveri. In un’Italia in cui le occasioni di viaggio e di incontro tra gli abitanti delle diverse regioni erano così poche, quel periodo della vita rappresentava una straordinaria occasione per conoscersi e sentirsi tutti italiani.
C’era inoltre nel dopoguerra un timore di affidabilità democratica delle forze armate. Il servizio militare obbligatorio e di popolo sembrava un buon antidoto. Poi però le cose sono cambiate: le professionalità e, soprattutto le capacità tecnologiche, sono diventate i requisiti più importanti di una difesa moderna. Meno militari ma molto ben addestrati a tutte le moderne tecniche della sicurezza. Inoltre nessuno solleva più dubbi sulla piena affidabilità democratica delle forze armate. I nostri ragazzi viaggiano tantissimo, si scambiano esperienze, sono sempre connessi al resto del Paese e del mondo (anche troppo).
E allora il ritorno al passato forse non serve più. Ma credo che qualcosa di quell’esperienza potrebbe essere ancora utile: ad esempio prevedere la più ampia partecipazione, su base volontaria, a programmi civili e militari al servizio dell’Italia. Perché un periodo della nostra vita non può essere dedicato a mettere in sicurezza un territorio fragile e spesso devastato? Credo che tanti ragazzi e ragazze lo farebbero con passione.

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ALLA RICERCA DELLA PERDUTA AUTORITA' SUI FIGLI


Egr. dott. Augias, ho 38 anni faccio l' autista di bus, ho a che fare ogni giorno con i ragazzi, mi capita spesso di chiedermi se anch' io ero così alla loro età. Giocano col telefonino, se lo abbandonano è per urlarsi dei vaff, degli str, deficiente, testa di qua e di là. La noncuranza per chi li circonda è totale. Salgono e scendono da dove capita, fanno capannelli davanti alle porte, intralciano le altre persone, imbrattano le vetture, prenotano la fermata perché si divertono a schiacciare un pulsante ma quando devono scendere lo fanno con grande lentezza. Se qualcuno si azzarda a criticarli sono risolini di compatimento quando va bene, se sono in gruppo (li fa sentire fortissimi) torniamo agli epiteti di cui sopra al «critico» di turno. Sono ragazzi e forse, telefonino a parte, un po' ero così pure io alla loro età. Però il ricordo che ho dei miei 15 anni è che se ti comportavi in quella maniera, trovavi qualcuno che alzava la voce, l' autista il prof o l' anziano. Qualche volta volavano pure degli scapaccioni. Qualcuno dice che la colpa è dei genitori, altri della scuola. Ma cosa potrà mai fare la scuola se il permissivismo in famiglia è assoluto? Strani genitori moderni, quando sono in vena di sfogo ti confessano che non riescono a tenerli i figli, che la salvezza è l' aula della scuola. Poi se qualcuno si azzarda a toccarglieli perché fanno casino eccoli con i «come si permette», eccetera. Anticamera, quando cresceranno, delle lamentele sui voti bassi. Andrea Amaduzzi a-amaduzzi@hotmail. com Secondo un' indagine Ipsos (febbraio 2005), il 70 per cento di italiani ritiene che i genitori siano troppo permissivi, troppo disposti a proteggere i loro figli: contro un brutto voto a scuola, una qualche azione disciplinare promossa al di fuori della famiglia. L' indagine rivelava anche una diffusa nostalgia delle «punizioni», degli «schiaffi» che, secondo otto italiani su dieci, in alcuni casi «fanno bene». Il dato sorprendente dell' indagine era che questi sentimenti sarebbero diffusi non solo tra gli ' anziani' , genitori e nonni, ma nella stessa misura anche tra i giovani e i giovanissimi. Sono cioè le potenziali ' vittime' a rimpiangere più energiche azioni disciplinari. Dietro questi orientamenti, commentava Ilvo Diamanti: «Si coglie una nostalgia per l' autorità perduta da genitori che oggi appaiono «poco autorevoli», incapaci di proporre tanto meno di imporre modelli e valori. Anche se i figli «dipendono» da loro, più del passato». Qui infatti è il paradosso, ragazzi e ragazze restano più a lungo in casa con i genitori ma i genitori diventano spesso, fin dagli anni dell' adolescenza, degli ' albergatori' dei loro figli: pranzo e cena, biancheria lavata, qualche spicciolo per il cinema, ma nessuna autorità o sfoggio di minacce che suonano ridicole più che temibili. E' difficile essere autorevoli in una società dove ogni principio di autorità viene, sistematicamente, delegittimato, dove gli esempi che grondano dalla pubblicità e dalla televisione sono quelli che sono e la spinta più forte è verso i consumi. Ci vorrebbe nei genitori un' energia e una convinzione che spesso manca. Si preferisce ' dialogare' con i figli annullando così quella ' asimmetria di rapporto' che è alla base di ogni efficace pedagogia.

Da "La Repubblica"

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Il Palazzo delle parolacce nel Paese della volgarità
di Marcella Smocovich


Parolacce, gesti osceni e sessisti, in Parlamento, in autobus, a scuola, negli uffici. E gli italiani sembrano rassegnati ad un turpiloquio che ha sempre come oggetto la donna e che spesso viene scambiato come linguaggio di modernità e liberalizzazione. L’italiano, lingua nobile adatta alla poesia, rischia di diventare schiava di una modernità che è ignoranza e scurrilità e dimostra solo la propria volgarità
Il Senato sospende due senatori per gesti osceni, la tv trasmette Vittorio Sgarbi che s’infuria e spara parolacce, mentre Stefano Esposito, assessore (dimissionario) al Comune di Roma durante l’assemblea del Campidoglio bestemmia ed è costretto a scusarsi, e Beppe Grillo da politico e non da comico descrive oscenità omosessuali senza filtri. Il tutto spesso accompagnato da gesti osceni, da braccia ad ombrello, medio alzato, corna. La mimica italiana diventa oscena e si manifesta in strada come nelle istituzioni in tutta la sua volgarità, quasi a diventare linguaggio comune.
Parolacce, gesti osceni e sessisti che ormai, si possono ascoltare ovunque in Italia: in autobus, a scuola, negli uffici. E gli italiani sembrano rassegnati ad un turpiloquio che ha sempre come oggetto la donna e che spesso viene scambiato come linguaggio di modernità e liberalizzazione. E la parolaccia è spesso accompagnata da un gesto osceno. Ma se in passato anche Aristofane, commediografo dell’Antica Grecia accompagnava i discorsi con parolacce, e Dante Alighieri pure, rompere le convenzioni con parole e gesti scurrili è diventata una moda in Italia. E’ recente la sospensione di cinque giorni dei senatori verdiani : il capogruppo Lucio Barani, e il portavoce Vincenzo D’Anna per aver fatto gesti osceni verso una senatrice dei 5Stelle. Il primo ha mimato un rapporto orale, il secondo con ambedue le mani ha indicato i propri genitali. (vedi video Youtube Senatore d’Anna ). Poi ai giornalisti ha negato e spiegato che il suo gesto è stato frainteso e che lui voleva solo dire di ingoiare i fascicoli. Ma ai suoi gestacci, urlando, la senatrice del Movimento 5 Stelle ha gridato in risposta: “Sei un porco!!Maiale!Maiale!”. Una bagarre in pieno Senato. Maschilisti e volgari i senatori hanno fatto indignare non solo il presidente del Senato Grasso, ma anche altre senatrici, anche se non è la prima volta che le Camere d’Italia sono spettatrici di bagarre di questo tipo. Con le donne bersaglio preferito.
Famosissimi sono gli insulti di Sabina Guzzanti a Mara Carfagna, ex ministro delle Pari Opportunità del governo Berlusconi: “ Tu non puoi mettere lì una solo perché ha succhiato l’uc…” , disse in una piazza. Nessuno protestò a sinistra, ma la comica fu condannata a risarcire il ministro con 40 mila euro. Razzismo, sessismo a firma della scrittrice Lidia Ravera, anche per Condoleeza Rice, segretario di Stato Usa che sull’Unità scrisse: “Con quelle guancette da impunita è la lider maxima delle donne-scimmia”. Ancora una volta si colpisce una donna nel suo aspetto fisico, anche a firma di una scrittrice famosa in passato per i temi di libertà ed emancipazione. Prova ne è che la donna è sempre prostituta e puttana quando ricopre ruoli di potere. Donne insultate e additate come pervertite sessuali (accusata di essere lesbica la fidanzata di Berlusconi), ma anche auguri di essere stuprata in piazza all’atleta russa che aveva goffamente difeso le leggi anti-gay di Putin. Ma anche agli uomini tocca essere presi in giro per l’altezza, (Renato Brunetta) gli handicap (Bossi) o difetti fisici, malattie e colore della pelle. E non stiamo parlando di comici che per mestiere ridicolizzano tutti. Insomma un linguaggio che nonostante la paventata parità tra uomini e donne ancora non cambia. A tutti i livelli. Perché se in Senato si usano certi termini, in strada tutti sono autorizzati a fare altrettanto. Senza contare che solo recentemente Facebook ha limitato i commenti osceni, che però spesso continuano. Ma quelle scene in Senato sono uno spettacolo scurrile che indigna e trasforma le istituzioni in arene insopportabili e duelli che di politico non hanno nulla. E mentre l’Espresso stila una classifica per votare la peggiore volgarità, l’accademia della Crusca accoglie anche neologismi di dubbio gusto. Per esempio, il verbo “sfanculare” è diventano ormai sinonimo di evitare. Per non parlare dei romani in auto. Donne e uomini sono spesso protagonisti di risse incredibili alla guida, per un segnale non rispettato o un sorpasso. In auto, esasperati dal traffico gli automobilisti romani danno il meglio di sé verso pedoni, anziani o incerti guidatori. Urla, grida in auto non solo prerogativa dei tassisti o degli autisti dei bus, ma ho ascoltato con le mie orecchie una volta una distinta signora ingioiellata gridare: “Fatte una dieta”…ovvero cicciona che non sei altro, sbrigati a passare sulle strisce, perché ho fretta. Per non parlare del classico “cornuto” che è accompagno dal gesto della mano
Se negli anni 70 si veniva banditi dalla tv se scappava una parolaccia in diretta, oggi Sgarbi viene invitato anche perché è un rissoso che insulta con veemenza chiunque non sia d’accordo con lui e per questo alza gli ascolti; nella casa del grande Fratello sempre in diretta si assiste a liti con bestemmie e parolacce o gesti osceni, sesso più o meno velato, senza contare i programmi in cui si spiattellano corna, tradimenti e figli illegittimi come niente fosse. Sdoganando così il linguaggio scurrile che ormai in metropolitana o negli uffici è diventato comune. Mentre una volta solo l’espressione “miiii…” che evocava l’organo genitale maschile in siciliano suscitava indignazione, oggi l’esplica e volgarissima di “caxxo” è entrata nel lessico comune come intercalare. E la tv non la censura più.
Stiamo diventato un popolo di volgarissimi sessisti e bestemmiatori? Anche se un tribunale ha stabilito che bestemmiare non è reato, resta orribile ascoltare certe oscenità. L’italiano, una lingua nobile adatta alla poesia rischia di diventare schiava di una modernità che è ignoranza e scurrilità e dimostra solo la propria volgarità.
Ma perché di dicono le parolacce? Secondo certi psicologi della Keele School of Psychology inglese, il gesto volgare, la parolaccia deriverebbe dal livello di aggressività. Arrabbiarsi aumenterebbe la frequenza cardiaca, l’ adrenalina e innalzerebbe la soglia del dolore: imprecare sarebbe quindi un modo per sentirsi meglio. Insomma le parolacce farebbero bene alla salute. E si comincia a 3 anni, ascoltando gli adulti in casa. Ma non si finisce mai......

Marcella Smocovich, ispanista, viaggiatrice e appassionata lettrice. Ha lavorato 15 anni con lo scrittore Leonardo Sciascia con cui ha imparato a leggere; 35 anni al Messaggero come giornalista professionista. Ha collaborato a El Pais, El Mundo di Spagna, alla CBS di New York . E’ stata vice direttore del mensile Cina in Italia. Viaggia frequentemente a Cuba, su cui ha scritto due libri, un’opera teatrale e moltissimi articoli. Vive tra Tunisi, New York, Roma e La Habana. E’ laureata a Salamanca e a Chieti.

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Re: Media e dintorni

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La Buona educazione è fuori moda?


Gentilezza, cortesia, maniere, una volta venivano definite buona educazione, oggi sono in disuso?


""Ferma in colonna nel traffico ad aspettare il mio turno, involontariamente, ad un incrocio, ho bloccato il traffico dell'altra corsia. "Ma dove guardi?... Vai avanti!... E spostati! Imbranata!..." E via con parole e gesti certamente non di cortesia. Mi guardo attorno, un pò sorpresa e anche spaesata: in fondo sono imbottigliata a mia volta nella colonna. Non posso nè andare avanti, nè tornare indietro. All'incrocio ho imboccato la mia strada pensando di arrivare dall'altra parte della strada. Invece, tutto si è fermato. Pazienza. Devo prendere il bambino a scuola, farò tardi, ma la signora? Che vuole? Ma poi che modi? E' l'ora clou per tutti. Invece no. Giù con parolacce, gesti che, fatti da una donna, fanno senso. Certi gesti sono sempre stati attribuiti ai camionisti, poveracci, ci saranno pure camionisti gentili. Ma l'etichetta è attaccata. Comunque, oggi questi atteggiamenti sguaiati, sono di normale routine per strada, tra la gente comune, uomini, donne i ragazzi per non parlare delle ragazze.

Perdonate il mio sgomento, devo ammettere, a volte mi sento di un'altra epoca. Persino fuori luogo. Certo, sono nata il secolo scorso, ma è così lontano? E poi perché dovrebbero, le buone maniere, andare fuori moda? O è, piuttosto, un disuso nel nostro comportamento?

E non parlo di galateo, di come usare forchetta e coltello, ma di tutti quei comportamenti da assumere con decoro, altra parola in pensione, nei vari ambienti: da quello lavorativo, a quello domestico, a quello in pubblico e con gli amici. Il giusto tono di voce, spegnere il telefonino a tavola, i gesti, la gentilezza, il sorriso. Avere buone maniere significa rispettare il prossimo, accogliere la sua diversità, vederla e accettarla. La buona educazione significa creare un ambiente piacevole intorno a noi, gratificante per noi e per chi ci sta vicino. Al contrario, gli atteggiamenti scortesi e sgarbati creano frustrazione e aumentano lo stress in noi, negli altri e nell'aria che respiriamo.

La donna, un tempo, era portatrice di bellezza, di eleganza, dell'essere materno e, quindi, di dolcezza e di buone maniere. Non si usa più? La ricerca del bello sta anche nei gesti, semplici e discreti. La ricerca del bello porta allo stare bene. Se siamo veloci e superficiali, in questa ricerca o in questa esternazione, o, addirittura, non la ricerchiamo affatto, perdiamo attimi che possono darci serenità che ci fanno vedere la vita in modo non solo più positiva, ma più ricca e più fascinosa.

"Un aspetto garbato e piacevole, e gesti gentili e discreti (aggiungo io), sono una perenne lettera di raccomandazione" (Francis Bacon).

E un "sorriso", un "grazie", un "prego", "buongiorno" e "arrivederci", portano allegria, predispongono il prossimo in senso positivo, più disponibile all'ascolto e al guardare con occhi diversi chi gli sta di fronte.

Al contrario, parolacce, modi sgarbati, atteggiamenti sguaiati, prorompenti e persino arroganti, mettono distanza, ci indispettiscono e imbruttiscono e ci portano all'imbarbarimento.

Le regole della buona creanza, come ci dicevano i nonni, dobbiamo riportarli alla luce. L'eleganza e la sobrietà, renderle di moda.""

Rosamaria Perrotta

&&&&&&&

Io sono convinta che i media, e in particolar modo la Televisione,
hanno messo del loro per alzare il tasso di maleducazione che
oggigiorno, è inutile nasconderlo, puoi ritrovare a tutti i livelli,
dalla scuola alla famiglia, dai social network alla politica sino
arrivare addirittura nel parlamento. E come diceva mia nonna
buonanima "" L'esempio viene dall'alto""........


"Un Buongiorno con un sorriso ci fa vivere meglio, ci fa gustare
la vita e ci fa vivere in armonia con noi stessi e con il resto del
Mondo! Il saluto è salutare"….

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Re: Media e dintorni

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Le parole sono pietre...

"Coloro che sanno usare la parola giusta
non offendono nessuno.
Le loro espressioni sono chiare e mai violente.
Non si lasciano mai umiliare e non umiliano
mai nessuno"
(Buddha)

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Re: Media e dintorni

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La povertà è sempre in aumento e l'estrema disuguaglianza economica oggi
non è uno stimolo alla crescita, ma un ostacolo al benessere dei più.
"Finché i governi del mondo non agiranno per contrastarla, la spirale della
disuguaglianza continuerà a crescere, con effetti corrosivi sulle istituzioni
democratiche, sulle pari opportunità e sulla stabilità globale".

Estratto dal saggio di Salvatore Natoli

“Stare al mondo”



-Diritti non elemosine-

Il lessico recente della politica, specie di ispirazione conservatrice, ha messo in circolo
una formula ormai corrente: capitalismo compassionevole. Adam Smith che di sentimenti se ne intendeva, aveva colto con grande finezza, il carattere ambiguo della compassione, aveva mostrato come l’egoismo fosse una componente-o comunque un aspetto collaterale- del comune e pur autentico sentimento di pietà.
[..]A partire da qui, nel tempo, si è venuta formando l’idea – più che mai razionale - che fosse opportuno predisporre anticipatamente un’assistenza generalizzata, concepita come “bene sociale”, come un vantaggio “per tutti”. La “beneficenza” si è mostrata storicamente inadeguata per la soluzione dei problemi del bisogno. Tali problemi risultano al contrario meglio risolvibili se affrontati “in termini di giustizia”.
[..] La “beneficenza” è cosa buona se viene fatta ma non è un obbligo e non reca danno ad alcuno se non viene fatta. In ciò differisce chiaramente dalla “giustizia” la cui osservanza non viene lasciata alla nostra libera volontà che può essere estorta con la forza e la cui violazione espone al risentimento e di conseguenza alla punizione. La giustizia a differenza della beneficenza è dunque obbligatoria e chi trasgredisce le leggi di giustizia è suscettibile di punizione.[..] Di qui la legittimità di rivendicare nei confronti dello stato e delle amministrazioni un benessere sociale garantito in tutti quei casi in cui gli individui non sono in condizioni di assicurarselo con il solo reddito da lavoro. La più grande invenzione politica del novecento,” il Welfare”, ha perseguito esattamente questo.[..] E’ plausibile sostenere che una politica economica di questo tipo oggi non è più possibile o quantomeno è necessario introdurre correttivi strutturali per poterla ancora praticare; quel che, però, resta in ogni caso in piedi è la “filosofia politica” da cui il “welfare” ha tratto ispirazione e che a tutt’oggi lo motiva: i diritti sociali sono esigibili da tutti e non è pensabile che certi servizi siano limitati ad un privato e meno che mai siano discrezionali.
[..]Una democrazia è effettivamente tale solo se tende ad includere progressivamente gli esclusi o comunque coloro che non sono sufficientemente tutelati.
[..]Il welfare come filosofia politica è il meglio che la storia ha selezionato nel corso del novecento, oggi insostenibile, e data la complessità della società non consente più allo stato e all’amministrazione di governare i deficit sociali e di ridurre l’esclusione. Taluni economisti sostengono si debba passare da uno “stato del benessere” ad una “società del benessere”: sarà la società stessa che attraverso le autonomie, il privato sociale, le attività non profit, il volontariato ecc. riuscirà a trasformare gli esclusi in cittadini.
[..] Comunque la “solidarietà” non va confusa con l’assistenzialismo, ma si configura come un diritto per i cittadini e un obbligo per le istituzioni. Naturalmente bisogna per realizzare quanto detto evitare in tutti i modi il parassitismo e la burocrazia.
[..]Il problema vero, però, è quello non solo fronteggiare ma evitare che si producano quelle condizioni di degrado che formano le “nuove povertà”: poveri invisibili sono tutti coloro che perdono il lavoro e non riescono a ritrovarlo e non sono mai stati davvero poveri e sono ancora più disagiati ad esserlo e per vergogna cercano di dissimularlo.
E’ vero che queste nuove povertà possono essere eliminate con un incremento della ricchezza sociale media, non attraverso l’assistenza ma l’efficienza. Ma questa idea di per sé corretta è spesso maschera per altro. I poveri vengono facilmente ignorati e a volte sono” invisibili”…

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