Media e dintorni

Discussioni di vario genere riguardanti l'istruzione, la cultura, la letteratura o poesia.
Avatar utente
grazia
Messaggi: 576
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53
Has thanked: 16 times
Ti Piace: 10 times

Re: Media e dintorni

Messaggio da leggere da grazia »

La famiglia di oggi non è più quella di una volta purtroppo dico io che la mia non ha mai trovato
problemi di sorta .Sono convinta, dal mio punto di vista, che il matrimonio è una cosa seria, che mette
sulle spalle di una coppia delle responsabilità verso la prole che la leggerezza del "divorzio" ha cancellato
e quelli che ne pagheranno e ne pagano maggiormente le conseguenze sono e saranno le nuove generazioni purtroppo....



LA FAMIGLIA IERI E OGGI


“ La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio“. Ma è davvero così? Che cosa si intende oggi con il termine “famiglia”? È risaputo che tutto con il trascorrere del tempo sia soggetto al cambiamento, ma su questo tema sono tanti gli argomenti di cui discutere.
Pochi decenni fa la famiglia era patriarcale ed estesa, cioè in una stessa casa vivevano genitori, figli (non meno di tre), nonni e zii. Gli uomini erano addetti al lavoro, alla gestione del denaro e alle decisioni da prendere, le donne dovevano occuparsi della casa e dei figli. C’era una collaborazione maggiore e, a mio parere, i veri valori erano tenuti più in considerazione, non a caso sono i nostri nonni che oggi ci rimproverano per la superficialità con cui noi giovani affrontiamo la vita. Con il trascorrere del tempo, sono cambiate molte, troppe cose: oggi è considerata “famiglia” anche un nucleo composto da una sola persona; ma quale gruppo può costituire un single o un divorziato? Anche in questo caso è ben nota l’assurdità che caratterizza i giorni nostri, di crisi sia economica che sociale.
Oggi le famiglie si possono classificare in più categorie:
-La famiglia tradizionale costituita da genitori e mediamente uno o due figli. Questi sono casi generalmente molto rari e vengono considerati un modello da seguire. I membri di questa tipologia familiare sicuramente sono stati educati tradizionalmente quindi hanno sviluppato la consapevolezza della sicurezza che trasmette (o dovrebbe trasmettere) la vera famiglia. Conoscere una famiglia tradizionale comporta stupore: spesso ci si chiede come sia possibile che queste esistano ancora; sappiamo bene però che oggi è solito sorprendersi per quelle cose compiute con un giusto criterio, perché la società ci impone esattamente il contrario.
-Le famiglie lunghe cioè con figli in età adulta ancora alle dipendenze dei genitori. I figli di queste famiglie sono spesso disoccupati per assenza di lavoro o per assenza di volontà di lavorare… Per i genitori costituiscono quasi un peso, perché spesso la pensione non è sufficiente per una vita dignitosa.
-Le famiglie “allargate” composte dall’unione di due genitori divorziati con figli comuni e non. È la famiglia più diffusa: il divorzio è un fenomeno all’ordine del giorno. Mentre prima una coppia divorziata era vista con occhi dispregiativi, oggi non comporta più stupore.
Il divorzio può essere la conseguenza sia della superficialità con cui viene intrapreso il matrimonio, sia il risultato di una coppia instabile, situazione che si verificava anche nel passato ma che oggi viene denunciata.
Anche se ormai il divorzio fa parte della normalità, i figli di questa realtà sono sempre quelli che subiscono di più: non ci sono stabilità e sicurezza a cui rifarsi e, soprattutto nell’adolescenza quando il ragazzo incomincia ad avere le prime esperienze (anche negative), non si ha quel rifugio in cui sentirsi protetti e capiti. Partendo dal presupposto che i figli sono il “biglietto da visita” dei genitori, se già a monte vi è confusione si avrà un’espressione di certo negativa; i figli delle coppie divorziate spesso sono costretti a subire le colpe dei genitori ma anche ad accettare il nuovo partner della madre o del padre ed i suoi figli con cui devono subito instaurare un buon rapporto, anche senza volerlo, altrimenti saranno nuovamente vittime di nuove discussioni. Per esperienza personale mi sento in dovere di mettere in evidenza quello che ho vissuto e che vivo, che di certo non è positivo, ma so che non tutte le famiglie allargate sono come la mia. Inoltre credo che i genitori abbiano il ruolo più importante e più difficile: sarebbe perfetto se non trasferissero le loro frustrazioni sui figli, ma mi rendo conto che essere imperfetti fa parte della natura umana e che quindi non sia giusto condannarli completamente.
Anche i rapporti tra i membri delle famiglie sono cambiati; ciò dipende sia dalla tipologia familiare, sia dalla società ed il contesto in cui ci si trova. Nelle famiglie del passato era riconosciuta l’autorità dei genitori ed una regola basilare era il rispetto e l’educazione per le persone. Oggi queste parole non si concretizzano più: noi figli abbiamo troppa libertà!
I rapporti tra genitori e figli di sicuro hanno subito variazioni, sia positive che negative. Oggi molti argomenti e situazioni non sono più considerate dei tabù e questo è un bene, perché parlarne implica l’educazione ed un consiglio in più può redimere. Inoltre il ricevere un “no” è sempre accompagnato da una motivazione, che prima mancava, e che aiuta a riflettere. Però molto spesso il “no” non si riceve mai, la libertà aumenta e ci si ritrova in situazioni sfavorevoli che avranno un peso notevole per tutta la vita; oppure sono i genitori stessi che indicano strade sbagliate. I rapporti con gli altri membri della famiglia, quali zii, nonni, cugini, ecc.. sono pressoché gli stessi: i nonni viziano i propri nipoti, soprattutto se sono piccoli, accontentando i loro desideri. Quello che è cambiato è il legame tra fratelli. Nel passato erano complici e pronti a difendersi e proteggersi l’uno con l’altro, probabilmente perché il contesto era diverso e in famiglia si era in tanti. Oggi tra fratelli si litiga più duramente e spesso non ci si rivolge più la parola per molto tempo, la complicità è minore e ognuno agisce per i propri interessi. Quando però si vivono situazioni negative, la solidarietà non manca mai e probabilmente è anche più forte di quella del passato.
In ogni campo, con il trascorrere del tempo, si verificano dei cambiamenti; questo fa parte della storia dell’umanità ed è sano che sia così. Spesso però questi non sono positivi, infatti ancora oggi per tanti motivi si lotta per difendere i propri ideali. Noi, piccoli, giovani, adulti, anziani viviamo in una società difficile, ricca di controsensi, ingiustizia, diritti negati e corruzione. Non è certo un contesto che si rifà ai valori veri e per i quali, soprattutto, i nostri nonni e quelli prima di loro, hanno combattuto per garantire un buon futuro alle generazioni successive. Spesso ce ne dimentichiamo. Per migliorare la nostra vita abbiamo bisogno di sicurezze: sono poche le istituzioni a nostra disposizione, perciò cerchiamo di mantenere salde quelle più intime come la famiglia. La maggior parte dell’educazione e della formazione di un individuo dipende, prima di tutto, dalla famiglia e questa va tutelata. Non deve essere chiusa allo sviluppo, ma deve accoglierlo nel modo giusto. Il ruolo dei membri della famiglia deve essere ben definito, non come se fosse la rappresentazione di una gerarchia per cui c’è qualcuno che comanda e qualcuno che obbedisce, ma perché riconoscendo l’autorità di un padre e di una madre che GUIDANO i propri figli verso un sentiero giusto la crescita di un uomo avverrà nel modo corretto.
E se tutti gli uomini fossero corretti, lo sarebbe anche il mondo.

Avatar utente
grazia
Messaggi: 576
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53
Has thanked: 16 times
Ti Piace: 10 times

Re: Media e dintorni

Messaggio da leggere da grazia »

Sovranisti individuali

di Pierluigi Fagan - 18/06/2019


""LIBBRA""

Tempo fa, mi sono imbattuto in un lungo articolo di indagine del the Guardian, quindi non esattamente un media complottista. Per altro, alcune notizie riportate nell’articolo erano oggetto di un divertito contro-articolo del Financial Times, quindi siamo nell’ambito della stampa regolare, seria e responsabile. L’indagine verteva su questo strano fenomeno che vedrebbe le élite della Silicon Valley, comprare a man bassa pezzi di terra in Nuova Zelanda.

Eroe del movimento “fatti anche tu il tuo paradiso privato per
quando verrà giù tutto” è Peter Thiel, co-fondatore di PayPal, aperto teorizzatore dell’incompatibilità tra libertà e democrazia che si è spinto anche a teorizzare la necessità di prelevare sangue dai giovani poveri per darlo ai ricchi anziani. Ma si sa, questi nerd miliardari sono bizzarri. Ma perché i giovani miliardari californiani temono una “fine di tutte le cose” con tale convinzione? C’è chi dice di previsioni molto ben argomentate sul certo conflitto nucleare con la Cina, ma anche previsioni altrettanto certe e per nulla rassicuranti sul cataclisma climatico. Quindi la terra dei kiwi è il piano B. Ma tranquilli, c’è anche in piano A.

Il piano A dovrebbe assomigliare alle tesi di un libro del 1996 “The Sovereign Individual” di Davidson - Rees Mogg. Il libro muoveva dal fare previsioni sulla terza Rivoluzione industriale con fondali neo-medioevali che piacciono molto a questi seguaci del Signore degli Anelli ed altri potenti miti. Riporto le quattro tesi cardine del libro secondo il giornalista inglese (ma ho controllato altrove e pare siano proprio queste) che è anche un condensato di una forma di pensiero molto in voga in America, l’anarco-capitalismo (miniarchismo, ultra-individualismo etc.):

1) Lo stato-nazione democratico funziona fondamentalmente come un cartello criminale, costringendo i cittadini onesti a cedere ampie porzioni della loro ricchezza per pagare cose come strade, ospedali e scuole.

2) L'ascesa di internet e l'avvento delle criptovalute, renderanno impossibile ai governi di intervenire nelle transazioni private e di tassare redditi, liberando così gli individui dal racket della democrazia di protezione politica.

3) Lo stato diventerà quindi obsoleto come entità politica e verrà sostituito da network di città-Stato o province difese da eserciti privati a cui si accede per censo, tesi questa anche di P.Khanna quando era invaghito dall'idea di diventare aedo di corte dell'élite californiana.

4) Da questo relitto emergerà una nuova forma globale, in cui una "élite cognitiva" salirà al potere politico e intellettuale, come una classe di individui sovrani "che comandano risorse enormemente maggiori" che non saranno più soggetti al potere degli stati-nazione di cui ridisegneranno i governi per adattarli ai loro fini.

L’élite in questione definita in altro articolo “la sopravvivenza dei più ricchi”, avrebbe esercitato il suo potere appunto dall’ultima Thule, la Nuova Zelanda. Tutto cose note, come vedete.

Sennonché, giusti ieri, il proprietario di questo media ha annunciato Libra, la prima criptovaluta borderless emessa da un pool di aziende private, che si potrà anche tesaurizzare in opportuni portafogli digitali (come un servizio bancario in pratica), con un valore agganciato ad un paniere di valute reali (immagino dollari ed euro). Inizialmente valida nell’on line, avrà sicuramente una successiva vita off line, altro che mini-bot. Inizialmente sponsorizzata da Facebook, Visa-Mastercard-Uber-Booking ed ovviamente la PayPal del bizzarro Thiel, che hanno messo la prima fiche da 10 milioni di dollari ciascuno per finanziare la start up che sarà operativa nella prima metà dell’anno prossimo. "Borderless" significa irrintracciabile quindi non tassabile, punto 2) del programmino.

Il pm del progetto (ex PayPal), pare abbia argomentato la scelta del nome Libra (libbra peso romano che deriva da libra = bilancia), con un mito d’accompagno alla felice iniziativa compendiato da “Libertà, giustizia, denaro”.

La faccenda forse vi ricorderà Brenno, il gallo che sottopose Roma ad un sacco nel IV secolo a.C.. Quello che poiché aveva chiesto mille libbre d’oro per liberare la città e per ribadire il punto di potere vi aggiunse pure la spada accompagnandolo con il famoso “guai ai vinti”. Ne conseguì Furio Camillo che ai tempi non era una fermata (rotta) della metropolitana ma un generale che tornò in gran fretta a Roma, giunse sul luogo in cui si compiva la trattativa e posò anche lui la spada sull’altro piatto della bilancia accompagnandola con “Non con l'oro si riscatta la Patria, ma con il ferro”. Altri tempi.

Avatar utente
grazia
Messaggi: 576
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53
Has thanked: 16 times
Ti Piace: 10 times

Re: Media e dintorni

Messaggio da leggere da grazia »

Attenzione, ci sono due Vladimir Putin
Il primo è ragionevole e seducente, il secondo è il legittimo erede di un impero


Era previsto che la visita di Vladimir Putin in Italia confermasse una amicizia tra Roma e Mosca che da decenni sopravvive alla nostra fedeltà atlantica e ai conseguenti disaccordi. E così è stato. Nei colloqui con il presidente Mattarella al Quirinale, ma anche più tardi negli scambi di idee con il premier Conte e con i suoi vice Salvini e Di Maio, il capo del Cremlino e i dirigenti italiani si sono scambiati, in un clima di grande cordialità, auspici comuni e consolidati dissensi. Da un lato la volontà di far crescere l’interscambio e i reciproci investimenti, e una serie di convergenze a mezza voce per non farle apparire anti-Trump: l’Iran resista alle sanzioni Usa e non esca dall’accordo nucleare come ha minacciato di fare tra pochi giorni, i dazi commerciali provocano squilibri pericolosi, l’Europa è fortemente critica verso la scomparsa del trattato contro gli euromissili (ormai scontata, con Usa e Russia che si accusano reciprocamente di violazioni) ma spera, dopo la mezza intesa al G-20 di Osaka, che almeno l’intesa New Start sui missili nucleari intercontinentali possa essere prolungata e dunque salvata. Della Libia si è parlato senza che alcuna delle parti avesse una ricetta che andasse oltre la cessazione delle ostilità, che peraltro Mosca, vicina al generale Haftar, ha rifiutato di sottoscrivere all’Onu esattamente come gli Usa.

Poi dalla richiesta italiana per la liberazione dei marinai ucraini ancora detenuti in Russia dopo l’intercettazione dello Stretto di Kerch nel novembre scorso, e dalla vaghezza di Putin su quel che potrà accadere nel Donbass dopo l’elezione a presidente dell’ex comico Zelensky, si è quasi inevitabilmente passati al tema spinoso delle sanzioni anti-russe, decise appunto dopo l’annessione della Crimea nel 2014. E qui Putin, come aveva già fatto nell’intervista concessa al Corriere, ha dato prova del suo ben noto spirito pratico. Pieno rispetto per la partecipazione italiana alle sanzioni europee, rammarico per aver dovuto varare contro-sanzioni che colpiscono l’Italia forse più di altri Paesi pronti a rimproverarci di essere filo-russi, e grande apprezzamento nei confronti di Matteo Salvini, come se lo stesso Salvini non avesse promesso, l’estate scorsa, di far scomparire le sanzioni «entro la fine del 2018» e «con qualsiasi mezzo». Le sanzioni sono state invece rinnovate due volte, alla fine dell’anno passato e il mese scorso. Putin finge di non ricordare, l’amico è comunque amico e chi ha esperienza sa che la politica non è sempre coerente.

Un successo tra vecchi amici, scontato e quasi inevitabile. Ma è rimasta fuori dalla breve permanenza di Vladimir Putin sulla scena italiana, dopo l’altrettanto positiva visita in Vaticano, la necessità di comprendere l’ennesimo e più insidioso enigma russo, come avrebbe detto Winston Churchill. È del tutto normale che il capo del Cremlino riceva con piacere i doni che gli vengono offerti dai disaccordi euro-americani, anche se apprezza di sicuro molto meno il fatto di essere stato spinto nelle braccia della Cina da raffiche di sanzioni occidentali. Ma cosa intende Putin quando dichiara «obsoleta» la democrazia liberale e nel contempo esalta la «modernità» di populisti e sovranisti? Davvero la Russia orfana di ogni ideologia ne ha adottata una nuova? E perché le simpatie di Putin vanno ai Farage, alle Le Pen, al Afd tedesco, a Viktor Orbán, al nostro Salvini che continua a sparare sull’Europa, e vanno persino a Donald Trump?

Per tutto l’Occidente capire è cruciale. E le risposte a noi non paiono misteriose. Putin ha compreso da tempo che in Europa nessuno ha nostalgia della guerra fredda, nemmeno quegli eroi del «cambiamento» che si richiamano a Trump e da lui si fanno benedire. Bene, deve dirsi Putin, incassiamo intanto quel che c’è da incassare in termini di dissensi transatlantici. Ma se i nazional-populisti che capiscono così bene le masse vincessero, come peraltro non hanno ancora fatto in Europa, allora la Ue esploderebbe davvero, sull’Atlantico scenderebbe il caos, e tornerebbero quei «rapporti bilaterali» che favoriscono sempre il più forte. Rapporti desiderati dall’incombente Putin non meno che da un Trump in odore di rielezione. Attenti, i Vladimir Putin sono due: il primo è ragionevole e seducente, il secondo è il legittimo erede di un impero.

Post Scriptum. Per favore Occidente, quando celebri la Vittoria o il Giorno più Lungo, ogni tre, ogni cinque oppure ogni dieci anni, in Gran Bretagna o in Normandia, non ti scordare di invitare la Russia. Perché senza i suoi venti e oltre milioni di morti, non ci sarebbe stata Vittoria.

F. Venturini

Avatar utente
heyoka
Messaggi: 2051
Iscritto il: 10 giu 2019, 11:41
Has thanked: 128 times
Ti Piace: 46 times

Re: Media e dintorni

Messaggio da leggere da heyoka »

Bentornata!
Non è come nasci, ma come muori, che rivela a quale popolo appartieni.
(Alce Nero)

Avatar utente
grazia
Messaggi: 576
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53
Has thanked: 16 times
Ti Piace: 10 times

Re: Media e dintorni

Messaggio da leggere da grazia »

Ciao grazie. Ci vedo un pochino meno di prima ma spero che passi presto....
Che di


Buona serata!

Avatar utente
grazia
Messaggi: 576
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53
Has thanked: 16 times
Ti Piace: 10 times

Re: Media e dintorni

Messaggio da leggere da grazia »

Elettrico addio: entro il 2030 in vendita solo auto a idrogeno
Il capo della comunicazione di Continental prevede un pessimo futuro per le auto elettriche, presto soppiantate da quelle a celle combustibili

L’elettrico non sembra attraversare esattamente un ottimo periodo. E non tanto a livello di vendite, visti gli ultimi risultati Tesla (tanto per citare un esempio).

Anche se molti ritengono che l’alimentazione elettrica sia il futuro del settore automotive, negli ultimi giorni si sono levate diverse voci fuori dal coro. Qualche giorno fa Klaus Froelich, direttore del dipartimento ricerca e sviluppo di BMW, ha dichiarato che gli automobilisti europei ancora non sono totalmente convinti dei motori elettrici e preferiscono acquistare veicoli con “normali” motori a scoppio. Di senso totalmente opposto, invece, le dichiarazioni di Felix Gress. Il direttore del reparto comunicazioni e affari pubblici di Continental ritiene l’elettrico una tecnologia destinata ad avere una vita non troppo lunga.

Secondo Gress, ritenuto da più parti un vero e proprio guru del settore automobilistico, le auto totalmente elettriche vendute dalle varie Tesla, Bollinger e Rivian non riusciranno mai a fare realmente breccia nel mercato. Come si legge in un’intervista rilasciata alla rivista online Teslarati, Gress non è andato troppo per il sottile “Per i clienti accettare veicoli come questi è molto difficile – paghi un prezzo più alto ma hai prestazioni inferiori a quelle di un’automobile con motore a scoppio”. In particolare, la tecnologia elettrica imporrebbe limiti troppo stringenti per una categoria particolare di utenti. “Secondo le nostre previsioni (di Continental n.d.r.) la tecnologia delle batterie ha dei limiti evidenti. Per alcuni utenti, l’autonomia che garantisce è ancora troppo limitata”.

Il futuro dell’elettrico, dunque, sarebbe tutt’altro che roseo. Discorso completamente differente, invece, per l’idrogeno. “Anche se adesso non è ancora arrivato il momento, entro il 2030 la tecnologia a celle combustibili sarà la grande protagonista del mercato automobilistico” sostiene Gress. La domanda di auto a idrogeno dovrebbe essere favorita da chi compie lunghi spostamenti in auto. Corrieri, rappresentanti e camionisti dovrebbero quindi preferire auto a celle combustibili anziché quelle alimentate da batterie, così da non doversi fermare troppo frequentemente per ricaricare le batterie dei loro mezzi.

Insomma, nonostante in passato Continental avesse speso parole entusiaste per Tesla, oggi la situazione sembra essere profondamente mutata. La tecnologia elettrica non sarebbe altro che un breve intermezzo tra l’era dei motori a scoppio e quello che è il futuro del settore automotive: l’idrogeno.

-__________________________________________________

Che serà serà
what ever will be will be.
......
...

Avatar utente
grazia
Messaggi: 576
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53
Has thanked: 16 times
Ti Piace: 10 times

Re: Media e dintorni

Messaggio da leggere da grazia »

Troppa tecnologia fa male
alla mente e ai rapporti


Sul New York Times i pareri di una serie di scienziati ed esperti: esperienze sempre più frammentarie, stimoli eccessivi per il nostro cervello, spersonalizzazione, stress

La tecnologia ha invaso la nostra quotidianità. Siamo bombardati continuamente da diversi flussi di informazione - dal telefono al computer alla tv - e siamo in grado di fare sempre più cose contemporaneamente. In media ricorrriamo ai mezzi di comunicazione tre volte di più rispetto agli anni Sessanta e visitiamo circa 40 siti web al giorno cambiando finestra o programma almeno 37 volte in un'ora. Prendendo in prestito un termine dal linguaggio informatico, siamo sempre più "multitasker". Ma a quale prezzo? Se state leggendo questo articolo lanciando ogni tanto uno sguardo al cellulare o alla tv, controllando occasionalmente la casella di posta elettronica o i tweet dei vostri amici, chattando con loro su msn o ascoltando il vostro iPod, probabilmente - sostengono sempre più ricerche - la tecnologia vi sta chiedendo un "costo" mentale e sociale molto alto. Sì, perché non solo interferisce con le vostre vite quotidiane, sottraendovi tempo da dedicare ad amici e parenti nella vita reale, ma sta persino cambiando la vostra capacità di memorizzare e ridisegnando il vostro cervello. "Stiamo esponendo i nostri cervelli a nuovi ambienti e chiedendo loro di fare cose per le quali non sono necessariamente evoluti. Sappiamo che ci sono delle conseguenze", ha detto al New York Times Adam Gazzaley, direttore del Centro immagini per la neuroscienza presso l'Università della California.

"Quando hai 500 foto delle tue vacanze sul tuo account Flikr contro cinque veramente significative, cambia la tua capacità di ricordare i momenti che davvero vuoi ricordare?", chiede retoricamente lo psichiatra Elias Aboujaoude, direttore della Impulse Control Disorders Clinic di Stanford e autore del libro Virtually you: the Internet and the fracturing of the self (Virtualmente tu: Internet e la frattura del sé). Grazie agli spazi di archiviazione su Internet pressoché illimitati, siamo incoraggiati a serbare tutto, comprese le informazioni più insignificanti a scapito di quelle nuove: inevitabilmente - sostiene Aboujaoude - ciò cambia "la nostra capacità di archiviare nuove memorie e di ricordare le cose che dovremmo davvero ricordare".

Un team di ricercatori della Stanford University è andato oltre sfatando il mito del "multitasker" iperproduttivo: ha dimostrato che se il cervello di chi sa usare un computer è più abile a trovare informazioni mentre quello di chi gioca ai videogame sviluppa una migliore attività visiva, quello del multitasker ha invece più difficoltà a concentrarsi, non riesce a distinguere le informazioni irrilevanti da quelle rivelanti e, come se non bastasse, è anche più stressato. Una porzione del cervello agisce infatti come torre di controllo e ci aiuta a concentrarci e a stabilire delle priorità, mentre parti più primitive, le stesse che elaborano visioni e suoni, le chiedono di distogliere l'attenzione ogni volta che vengono stimolate, bombardandola incessantemente.

"La parte più spaventosa è che non ci si riesce a sbarazzare delle proprie tendenze multitasking neppure quando non si fa multitasking", ha spiegato Clifford Nass, il neuroscienziato che ha guidato la ricerca. In altre parole, l'incapacità di concentrarsi persiste anche a computer spento. Solo i cosiddetti supertasker riescono a giostrare indenni molteplici flussi d'informazione. Rappresentano però meno del 3 per cento della popolazione. "Siamo a un punto di flesso: le esperienze di una significativa frazione di gente sono sempre più frammentate", avverte Nass. Non resta, suggerisce concordando con altri esperti, che cercare di limitare drasticamente il tempo che trascorriamo online: obbligarci a lasciare il cellulare a casa occasionalmente, stabilire quanto tempo trascorrere quotidianamente sui social network o un limite al numero di volte in cui ci colleghiamo per controllare la nostra casella di posta elettronica". Perché è solo staccando la spina e "prestandoci attenzione l'un l'altro che - sostiene Nass - diventiamo più umani".

Rosalba Castelletti

Avatar utente
grazia
Messaggi: 576
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53
Has thanked: 16 times
Ti Piace: 10 times

Re: Media e dintorni

Messaggio da leggere da grazia »

Il problema della nostra scuola è che troppo spesso impedisce di studiare
Un sistema immiserito. Ancora sul libro di Galli della Loggia

di Alfonso Berardinelli



Dedicato alla memoria di Cesare De Michelis, editore, intellettuale, critico letterario che ha dato contributi da non dimenticare all’autocoscienza della sua e nostra generazione, nata con la fine del fascismo, ora Ernesto Galli della Loggia pubblica un libro che dovrebbe dare una scossa (me lo auguro) all’anestetizzata opinione pubblica nazionale: L’aula vuota. Come l’Italia ha distrutto la sua scuola (Marsilio, 239 pp., 18 euro). Si tratta di un pamphlet appassionatamente morale e civile, ed è un bene che a scriverlo sia stato uno storico e analista politico come lui e non un retore psico-pedagogico o uno specialista di burocrazie riformiste.

Oggi come ieri, oggi più di ieri, parlare di scuola significa infatti parlare di tutto: di infanzia, adolescenza e giovinezza, di lavoro, di coscienza civile, di democrazia, di forme e contenuti culturali, di comportamenti e di mode ideologiche, di senso del passato e del futuro, di nuove tecnologie e del loro dispotismo, di rapporto fra scienze esatte e scienze umane, o studi umanistici.
Un paese come l’Italia, il cui sistema scolastico è immiserito, delegittimato, malgovernato o non governato da decenni, sta diventando un paese senza futuro e senza speranza, che dissipa criminosamente gli anni giovanili dei suoi futuri cittadini.

In Italia parliamo troppo di politica e di politici. Parliamo invece pochissimo o quasi mai di scuola, formazione degli insegnanti, mentalità dei dirigenti scolastici, programmi di studio, situazione e condizioni quotidiane della vita scolastica. In verità, niente come la scuola rispecchia la società e niente è più strettamente connesso con la politica, lo stile della comunicazione fra generazioni e il rapporto fra creatività e normatività. Ormai da anni, quando si parla dell’Italia, i primi termini che vengono in mente, i più desolatamente usati, sono “tramonto” e “declino”: termini riferibili sia alla classe politica che alle istituzioni culturali, sia alla sottocultura diffusa che allo svuotamento culturale delle stesse élite e alla viltà con cui accettano senza vere reazioni critiche ogni cosiddetto progresso innovativo, ogni prodotto tecnologico, ogni moda concettuale, estetica, linguistica.

Il nostro è un paese che dopo essere arrivato tardi alla modernità, intorno al 1960, raggiungendo con rapidità sorprendente i livelli più avanzati di sviluppo industriale e di vivacità culturale, si è poi gradualmente paralizzato. Non solo la sua modernizzazione non ha retto alla prova del tempo e della continuità; a questo si è aggiunta una endemica tendenza oscuramente autodistruttiva, dovuta soprattutto a un debolissimo senso della propria dignità e identità storica. Tutti questi temi (particolarmente cari a Galli della Loggia) non si sono mai imposti all’attenzione pubblica, né
hanno influenzato i processi politici. Retorica e approssimazione hanno sempre avuto la meglio e credo che ormai sia troppo tardi per rimediare a difetti storici e a danni compiuti. Siamo una società in apparenza piena di energie, ma in realtà depressa e corrotta dalla mancanza di regole certe e da una incorreggibile latitanza dello stato, a sua volta corrotto da mancanza di regole accettate e rispettate.

Ma i discorsi sulla scuola è difficile riassumerli decentemente in un articolo di giornale. Per non diventare noiosi, hanno bisogno anche di aneddoti (l’aneddoto è un bel genere letterario, ingiustamente trascurato nella prosa degli storiografi modernamente “scientifici”). Il primo aneddoto lo devo a un amico, ottimo maestro di scuola elementare. Nei corridoi del suo istituto (ancora non c’era il divieto di fumare nei locali pubblici) era affisso più di un cartello con la scritta “Vietato fumare”, ma gli insegnanti fumavano e i bambini vedevano gli insegnanti fumare davanti a quei divieti. Allora lui propose: cari colleghi, se non volete smettere di fumare, dovete togliere quei cartelli, perché non c’è niente di più diseducativo della regola proclamata e dell’infrazione pubblicamente reiterata. Ovviamente vennero tolti i cartelli e gli insegnanti continuarono a fumare con la coscienza a posto. Pensate: se nel primo articolo della Costituzione fosse scritto “L’Italia è una Repubblica fondata sulla corruzione”, il problema sarebbe risolto, la corruzione sparirebbe da un giorno all’altro. Come dicono infatti i moderni linguisti antinormativi, a fare la regola è l’uso. Quando un’azione socialmente prevale, si “grammaticalizza” e il difetto diventa norma.

Il secondo aneddoto riguarda gli anni in cui mio figlio frequentava il liceo Visconti. Il suo professore di Storia dell’arte era un brillante chiacchierone che parlava continuamente di Sgarbi e di estetica televisiva, ma li lasciava ignari del fatto che a cinquanta metri dal portone della scuola c’era la Galleria Doria Pamphili contenente almeno una decina di indimenticabili capolavori. Un tale professore, per non complicarsi la vita, aveva evitato di prescrivere l’acquisto di un libro di testo. Dopo un po’, stufo di quelle genericità modernizzanti, comprai un bel manuale in tre volumi, magnificamente illustrato e lo diedi a mio figlio. Aveva sedici anni e sfogliando lentamente e con grande attenzione il libro, gli uscì spontanea questa frase: “Certo sarebbe bello studiare!”.
Non credo che mio figlio fosse un’eccezione. Gli studenti vogliono, vorrebbero studiare. Il fatto è che non si fa capire loro che cosa questo significa. Troppo spesso la scuola impedisce di studiare.

C’è un punto in cui concordo particolarmente con Galli della Loggia. E’ l’idea secondo cui la scuola non deve adeguarsi, adattarsi alla società. Deve contenere qualcosa come un suo “utopismo”, che le permetta di resistere a una società sempre più “unidimensionale”. Questi termini li usa Ernesto, ma sembrano venire direttamente da Marcuse e dalla scuola di Francoforte. Non so se se n’è accorto.

Avatar utente
grazia
Messaggi: 576
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53
Has thanked: 16 times
Ti Piace: 10 times

Re: Media e dintorni

Messaggio da leggere da grazia »

La scuola non ha il coraggio della libertà

di Ernesto Galli della Loggia |

A parole, l’obiettivo dell’istituzione scolastica è l’istruzione. Nei fatti, le tracce del tema di maturità provano il contrario

Le tracce per la prima prova scritta all’esame di maturità — la composizione d’italiano a tema libero — sono uno specchio fedele (e del resto avrebbe mai potuto esser diversamente?) dello spirito che non da oggi domina la scuola italiana. Dirò meglio: dell’obiettivo principale che essa si prefigge e quindi dell’ideologia che la nutre.

A parole l’obiettivo dell’istituzione scolastica è naturalmente l’istruzione. Vale a dire accrescere «il sapere», e per questa via favorire l’autonomia di giudizio degli studenti (chiedo scusa: «delle studentesse e degli studenti», per obbedire al canone della correttezza linguistica dei documenti del Miur), e così dunque sviluppare il loro spirito critico.

Ma questo a parole. Nelle intenzioni e nei fatti, invece, l’obiettivo vero della scuola — proclamato in ogni suo documento ufficiale — è un altro: è l’«educazione». È l’obiettivo cioè che consiste nel fare di ogni allievo innanzi tutto un buon cittadino, una persona devota ai principi e agli ideali della Costituzione, formata alle regole del civismo democratico, pronta ai doveri di ogni socialità benevola e solidale. Infatti che cos’altro facevano le tracce date l’altro giorno se non invitare obbligatoriamente a fare proprio con la necessaria compunzione questo orizzonte di «buona educazione»? A che cos’altro potevano mirare se non a sentir tessere l’ovvio elogio di ogni sano sentimento nella figura del generale dalla Chiesa, di Gino Bartali, della lotta contro la mafia, nella difesa del nostro patrimonio artistico, nella deprecazione dei biechi totalitarismi del Novecento? O qualcuno al Miur pensava davvero che potesse esserci uno studente kamikaze voglioso di mettersi a polemizzare, chessò, sul 41 bis o sul reato di associazione mafiosa? O magari che potesse presentarsi, vedi mai, una studentessa emula di Giovanna d’Arco disposta a sostenere che Gino Bartali salvò sì decine di ebrei dallo sterminio ma perché mosso dalla torbida ambizione di essere ricordato un giorno nel Giardino dei Giusti? Ed ecco infine giovedì, inevitabile ciliegina sulla torta a conferma di quanto sto dicendo, il tema su don Milani al liceo di Scienze sociali. Assente giustificato, come si vede, solo Garibaldi.

Ma perché, mi chiedo, la scuola italiana ha deciso — sia pure con le migliori intenzioni: che peraltro è noto quali vie servano a lastricare — perché ha deciso diventare una scuola di conformismo? Perché invece di chiedere agli studenti, nel momento conclusivo della loro carriera scolastica, di servirsi di quanto hanno imparato negli anni precedenti per organizzare un loro autonomo, personale, ragionare su qualcosa, per esprimere un qualche argomentato giudizio su uomini e vicende del mondo, perché invece di tutto ciò essa decide di chiedere loro solo grigi imparaticci, frasi fatte, rancidi rimasticature di già detto? Perché insomma la scuola italiana ha paura della libertà e insegna che è meglio farne a meno?

Avatar utente
grazia
Messaggi: 576
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53
Has thanked: 16 times
Ti Piace: 10 times

Re: Media e dintorni

Messaggio da leggere da grazia »

Lo sanno e da anni (lo dicono) quasi tutti:

la Scuola italiana è peggiorata, è stata abbandonata; al pari della società che (la Scuola) dovrebbe “educare”.
Ma da chi e perché siamo stati (via via) e sempre di più abbandonati ? Chi ci ha guadagnato, e continua a guadagnarci ?

Nell’età feudale l’unica vera fonte di ricchezza era rappresentata dall’agricoltura, e poiché ogni feudo rappresentava una comunità chiusa e concentrata intorno al castello del signore, ciò dava origine ad un’economia detta “a circolo chiuso” .

Pochissimi erano “alfabetizzati”; o molto ricchi e/o “religiosi”.

La Scuola elementare italiana nasceva con la legge Casati, nel 1859, poi estesa al Regno d’Italia nel 1861; vi fu l’obbligo.

di frequenza delle prime tre classi e si prefiggeva di assicurare a tutti gli italiani le conoscenze elementari del “leggere, scrivere e far di conto”.

L’analfabetismo nel 1861 investiva il 74% dei cittadini.

Poi venne la Scuola… quella della Costituzione (della Costituzione Repubblicana e anti-fascista), la Scuola media divenne unica, triennale, gratuita e obbligatoria con la fine della segregazione di classe iniziata col fascismo e lo sforzo più importante per la costruzione dell’ uguaglianza sociale.

Dopo alterne vicende (più o meno “sessantottine” e/o positivistiche, ma “di marca” piuttosto “democristianiche”),

vennero gli anni 90 e fummo “calati” nel venticinquennio di “discesa in Campo” del Berlusconismo:

guai ai c.d. “comunisti”, evviva il “Dio Danaro”, tutti ricchi, tutti famosi, tutti imprenditori, tutti Vip… il Paese dei balocchi!

Ed ecco “servita” la c.d. “autonomia scolastica ”… all’italiana!!

Tale autonomia obbliga le scuole a costruire la propria identità educativa e a darsi un regolamento nel quale indica la tipologia dei servizi erogati, sottoponendoli al giudizio di qualità dei cittadini: un supermercato dell’ educazione!

E’ chiara la provenienza economico-commerciale di questa struttura, che configura un problema di “colonizzazione aziendale” ai danni della Scuola; o almeno della Scuola istituita e delineata dalla vigente Costituzione.

La Scuola, i Docenti, e la Comunità educante perdono identità per colpa del sistema “aziendalistico colonizzante”.

Da allora in poi ogni c.d. “riforma” (la Moratti, la Gelmini, la “Buona” Scuola) ha realizzato soltanto:

tagli, perdita di diritti, liquidità delle “competenze”, il passaggio da una scuola reale ad una (parallela) società virtuale.

Dopo la seconda Guerra mondiale i PADRONI del MONDO erano le “sette sorelle del petrolio”,

al contempo ci padroneggiavano (pure) le Televisioni.

Da 10 anni ci padroneggiano (pure) i c.d. social, WhatsApp, Amazon, Samsung, etc. etc.

Cioè siamo “schiavizzati” (pure) da altri “padroni”!

Da circa 25 anni, all’opera di alfabetizzazione compiuta dalla Scuola italiana del dopoguerra, non vi è stato nessun intervento per riavvicinare la scuola alla Costituzione e per contrastare l’enorme piaga dell’ analfabetismo di ritorno:

cioè di quell’ analfabetismo provocato dal fatto che per stare sempre connessi, nessuno più legge testi “normali” .

Lo rileva (pure) la ricerca internazionale Piaac “Programme for the International Assessment of Adult Competencies”:

“… Sette italiani su dieci non capiscono bene l’italiano. Il 70 per cento della popolazione risulta al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà. Soltanto meno di un terzo degli italiani è in grado di dimostrare, attraverso piccoli test linguistici e matematici, di capire effettivamente che cosa legge e di saper compiere un’operazione aritmetica elementare. Persiste, inoltre, un 5 per cento di analfabeti in senso stretto. Negli anni Cinquanta del secolo scorso l’analfabetismo in Italia toccava, addirittura, la quota del 30 per cento: nel Dopoguerra l’espansione senza precedenti dell’istruzione scolastica ha migliorato sensibilmente la situazione. In età adulta, d’altra parte, si deteriorano le competenze faticosamente costruite sui banchi di scuola :

leggere, scrivere e anche far di conto … ” . Cala il livello dei rendimenti scolastici, ma divampano i conflitti !!!

Non bisognerebbe mai dimenticare che la conoscenza della lingua madre è il fondamento per lo studio delle altre discipline scolastiche,

così come (tale Competenza) è alla base della capacità di districarsi nella società e di farsi valere nel mondo del Lavoro.

Invece, oggi, la lingua italiana (e la Scuola) subiscono una continua (e distruttiva) umiliazione da parte di una diffusa anglofilia, da una considerazione che (una Società consumistica) ha per i Docenti rasente allo “zero”,

nonchè da parte del c.d. mondo digitale, cioè della (perenne) iper-connessione… al mondo virtuale .

Persino la lettura è nettamente sacrificata a vantaggio della (dipendenza visiva e tecnologica),

con conseguenze a livello psichico e cognitivo che sono sotto gli occhi di tutti noi (e scientificamente comprovati) .

A tal punto, ecco chi ci guadagna:

pochissimi mega-ricchi, ai danni di milioni di cittadini-lavoratori (e di alunni) .

Chi ci ha abbandonati? I sindacati? I Partiti? Ditemelo voi lettori !!!

Vincenzo Rossi

Rispondi