SPIGOLANDO......

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grazia
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Tratto da

UNA PARTITA A SCACCHI

di Giuseppe Giacosa



""Che sai tu della vita, fanciul, chi te l'apprese?
Perché la guancia hai bella e le pupille accese,
Perché il vigor degli anni ai perigli t'indura,
Perché tutta al tuo sguardo sorride la natura,
Perché fissando intrepido il destin che s'avanza,
Senti un nervo nel braccio, nel cuore una speranza,
Perché non ha che stelle la tua notte serena.
Perché se il labbro ha sete sempre la coppa hai piena,
Perfin contro il futuro spingi il folle ardimento?
E gridi alla tua sorte: Io voglio e non pavento?
Ma non lo sai, fanciullo, non te l'han detto ancora
Che assai lungo è il cammino, che la vita è di un'ora?
E che prima di giungere al culmine agognato
Avrai le mani lacere e il viso insanguinato?
Che dovrai divorarti il sopruso e l'affronto?
Che oggi ti chiami aurora, e domani tramonto?""
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grazia
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Re: SPIGOLANDO......

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L'angolino del sorriso

In clinica psichiatrica

Due matte vivono in una casa
di cura psichiatrica sul lago e mentre
passeggiano a bordo piscina, una si
butta dentro a cola a picco.
L'altra si tuffa subito e la salva
riportandola in superficie. Il direttore,
venuto a conoscenza dell'episodio,
decide di dimettere la paziente in
quanto l'atto eroico dimostra che è
mentalmente ristabilita.
Cosi va dalla paziente e gli dice: devo
darti una bella e una cattiva notizia, la
bella che puoi uscire il tuo atto
eroico dimostra che hai ritrovato il
tuo equilibrio mentale, la cattiva
che la tua amica si impiccata nel
bagno con la cintura della vestaglia.
La paziente incuriosita guarda il
direttore e gli dice: non si è impiccata
l'ho appesa io per farla
asciugare...!!!!!!
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La vita non è breve, viene inutilmente sprecata. –

Sulla brevità della vita, Seneca.

È opinione diffusa che la vita sia breve. È una frase che si sente risuonare un po’ ovunque. L’uomo, assettato di vita, in generale ritiene che siano pochi i decenni che trascorre sulla terra e che pertanto non bastino per portare a termine nulla, o quasi. La maggior parte degli individui desidera molto più tempo, o quantomeno sogna che il tempo trascorra molto più lentamente. Secondo Seneca la vita non è affatto breve, perché “in realtà non è che di tempo ne abbiamo poco, ne sprechiamo tanto e la vita che ci è data è lunga a sufficienza per compiere grandi imprese”.

È molto interessante, se ci si ferma un attimo a riflettere, il concetto per cui la vita non l’abbiamo ricevuta breve ma ci adoperiamo a renderla tale, sprecando il tempo, perché è la perdita di tempo in faccende inutili ad accorciare automaticamente la percezione che abbiamo della vita.

Il De brevitate vitae, tradotto sia col titolo La brevità della vita (Editore ET classici), che col titolo Sulla brevità della vita, di Lucio Anneo Seneca (4 a.C. – 65 d. C.) è un breve ma pregevole trattato filosofico morale, suddiviso in brevi capitoli, tratto dalla raccolta Dialoghi Morali, attraverso il quale l’autore argomenta sul fatto che è solo la nostra idea sbagliata di vita, a farcela intendere breve, quando breve non è. Si tratta di uno dei testi più famosi di Seneca, insieme a La vita felice.

Egli enuncia una serie di sentimenti dannosi ed espone le minacce che incombono sulla nostra esistenza, che definisce esperienza unica è irripetibile, mettendoci in guardia dalle azioni atte a sprecare inutilmente i giorni. Svariati vizi e diverse virtù trovano spazio nella trattazione del filosofo romano ma anche consigli, esortazioni, raccomandazioni, utilissimi all’uomo, poiché se la lotta contro il tempo è impari almeno si deve cercare di rendere ricco questo convivere col tempo.

Lucio Anneo Seneca è stato un retore romano, senatore e questore e visse nel I secolo a.C., un epoca che non era di sicuro caratterizzata dalla longevità della vita, (le aspettative di vita erano di gran lunga inferiori a quelle della nostra età) e il fatto che questo concetto di negazione della fugacità della vita provenga proprio da uno studioso che ha vissuto in quell’epoca, diventa oggetto di grande riflessione.

Seneca spirò non ancora settantenne ma questo trattato lo scrisse diversi anni prima. C’è da dire che fu dedito solo in parte alla filosofia. È apprezzato per i suoi testi morali, oratori e scientifici. Scrisse in molti generi letterali ed è noto soprattutto per essere un grandissimo fustigatore dei vizi.

Parafrasando Virgilio, che per Seneca era il più grande poeta, ritroviamo questa frase: “viviamo solo una breve parte della vita; tutto il resto non è vita ma tempo”. La portata di questo concetto è rilevante perché mette l’accento sul fatto che la vita reale, quella autentica, è vissuta dall’uomo solo in piccola parte e questo genera non solo la percezione della sua brevità ma alimenta anche quel sentimento più inquietante che è la noia.

Per il filosofo romano la sensazione di brevità della vita è figlia delle svariate attività che non offrono all’uomo nessuna gratificazione e che egli continua comunque a fare. Faccende inutili che accentuano di gran lunga il senso di precarietà della vita. Dopo le prime pagine la sua critica inizia a farsi concreta:

“può esserci al mondo qualcosa di più sciocco dei ragionamenti di coloro che si dichiarano previdenti? Sono indaffarati più degli altri e per poter vivere meglio si preparano la vita futura sacrificando quella presente” e ancora “è questo continuo rimandare che brucia i giorni uno dopo l’altro […] il maggior ostacolo alla vita è proprio l’attesa: fa dipendere tutto dal domani e intanto sciupa l’oggi”.



L’attesa, l’interiorizzazione della morte e la sapienza.

Seneca si scaglia, giustamente a mio avviso, con coloro che attendono. L’attesa è un male perché non porta a nulla e perché elimina i giorni con rapidità inaudita, senza che essi siano in nessun modo utili all’economia della persona.

Egli divide la vita dell’uomo in tre periodi: passato, presente e futuro e analizzando questi diversi momenti temporali con un linguaggio molto colto ma allo stesso tempo semplice, offre una chiara lettura dello scorrere del tempo.

A questo punto ci viene da chiedersi qual è il modo migliore per vivere una vita serena?

Seneca, forte di un pessimismo rigoroso, offre una prima risposta esortando l’uomo innanzitutto a non temere la morte, in quanto è risaputo che ogni cosa ha una fine, “nessuna cosa è eterna”, dice “poche sono durevoli e tutto ciò che ha avuto inizio finisce”, poi mette l’accento sulla natura tragica della vita affermando che è inutile ribellarsi al destino della natura e a supporto di questo dirà infatti, rivolgendosi a Polibio, una frase diventata poi celebre: “non vedi che razza di vita ci ha promesso la natura, che ha voluto che l’uomo inaugurasse la sua esistenza con un pianto”.

Tuttavia questo sguardo pessimistico di Seneca non è né disperato né malinconico. È invece sereno perché guarda con animo fermo e con grande tranquillità alla morte, interiorizzandola.

La sua risposta alla domanda sopra esposta viene completata in modo più che esauriente nel corso del trattato.

I saggi; solo coloro che si dedicano alla sapienza, riescono a vivere serenamente e in maniera autentica la vita. La sapienza è la vera fonte di felicità. Egli aggiungerà che la sapienza è anche di gran lunga l’unico espediente utile per allungare la vita e chi più del filosofo ha questa capacità di farsi saggio e quindi di alzare l’asticella della propria esistenza? “Egli solo è libero dalle leggi dell’umanità”, aggiungerà Seneca, “tutte le epoche sono al suo servizio; […] il passato lo abbraccia col ricordo; il presente lo mette a frutto e il futuro lo pregusta. Questa capacità di unificare il flusso del tempo gli allunga l’orizzonte della vita”.

Vivere il presente con saggezza dunque, divenendo filosofi della propria vita, mantenendo uno spirito libero, il solo capace di tendere alla felicità, abolendo il timore e l’attesa, percorrendo la strada dell’onestà, allontanandosi da vizi ignobili ed eliminando tutto quel “vile ammasso di cose inutili” che accorciano inevitabilmente la vita.

Carlo Carena
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ELEZZIONI: L'ELEZZIONE
Trilussa (Carlo Alberto Salustri)


Se nun pagava sprofumatamente
te pensi che votava quarchiduno?
Nu' j'è tornato conto a fa' er tribbuno,
povero amico! Adesso se la sente!

E spenni e spanni, nu' lo sa nessuno
li voti ch'ha comprato! Solamente
quelli der Commitato Indipendente
je so' costati trenta lire l'uno!

Fra pranzi, sbruffi e spese elettorali,
c'è Pietro lo strozzino che cià in mano
quarantamila lire de cambiali!

Un'antra de 'ste sbiosse, bona notte!
La volontà der popolo sovrano
je costa cara quanto una coccotte!
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Re: SPIGOLANDO......

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Perchè la donna va rispettata.


Al giorno d'oggi, basta accendere la tv per sentire a ripetizione le parole "femminicidio , molestie, omicidio, stupro."
Quand'ero piccolo , mio padre tante volte mi portava a "comprare dei regalini a mamma". Ricordo sempre che in macchina mi diceva " ricorda che le donne, che siano amiche ,compagne, mogli , vanno rispettate , essere donna è un arte."
Essere donna è un arte. Fissate bene queste parole.
La donna è arte in ogni sua manifestazione. Dall'abbigliamento, al trucco, al modo di pensare, alla filosofia che c'è dietro l'essere donna. Nella storia antica, salvo qualche rara eccezione , la donna era una figura "inferiore" rispetto all'uomo, o comunque di " importanza meno rilevante" . Ad Atene la vita della donna era una costrizione, una situazione di claustrofobica "Incarcerazione" che la rinchiudeva nel gineceo, la parte della casa riservata alle donne.
La cultura occidentale odierna ci insegna però che la donna dev'essere rispettata , amata , onorata. La donna soffre , la donna porta nel grembo un bambino per nove mesi, diventando madre, la donna è la madre. E nelle culture precedenti a quelle che la storia definisce "civiltà democratiche" , la donna era venerata proprio come madre, dea della fertilità , dea dell'amore, "madre terra".
Sentir parlare di molestie nei confronti delle donne mi fa pensare veramente a quanto la cultura , gli insegnamenti e il rispetto nei paesi del mondo , civilizzati e non , siano argomenti presi molto sottogamba.
Sentir parlare di molestie nei paesi che io definisco obbiettivamente non civilizzati è una cosa che mi fa imbestialire, esattamente come mi fa imbestialire il fatto che mi venga richiesto di accettare delle culture che prevedono la lapidazione o "punizioni" corporali per le donne che non rispettano i propri padri, mariti. Mi fa imbestialire, e non per razzismo, ma per il rispetto che mio padre , quei giorni in cui mi portava a comprare dei regali per la donna che amava, ama e amerà , mi ha insegnato. Un rispetto che dovrebbe essere insegnato a tutti. Un rispetto che sta alla base di tutto. Un rispetto che poche persone comprendono. Ecco perchè si sente tanto parlare di questo " femminicidio" . Ed ecco perchè il ddl Scalfarotto, tanto demonizzato perchè contro l'omofobia, ma mai realmente letto da coloro che le vanno contro, prevede un aggravante nei confronti di chi molesta e/o uccide una donna. Perchè checchè se ne dica , una donna , dinnanzi ad un uomo tre volte più alto , forte e robusto di lei , si trova indifesa. E perchè proprio quell'uomo tre volte più grosso alto e forte di lei , dovrebbe dimostrare rispetto, amore , nei confronti del sesso che universalmente rappresenta da sempre arte,vita,amore, in tutte le sue manifestazioni. Perchè il rispetto è alla base di tutto. E forse, sono proprio le basi a mancare in tanti paesi, tanti posti, tra cui quello che noi chiamiamo "casa".
IVANOVIC H.
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Re: SPIGOLANDO......

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DONNA

Eliomar De Souza

Nel tuo esserci l'incanto dell'essere,
La vita, tua storia,
segnata dal desiderio d'essere
semplicemente donna!
Nel tuo corpo ti porti,
come nessun altro,
il segreto della vita!
Nella tua storia
la macchia dell'indifferenza,
della discriminazione, dell'oppressione…
in te l'amore più bello,
la bellezza più trasparente,
l'affetto più puro
che mi fa uomo!
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Re: SPIGOLANDO......

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"Maschi si nasce Uomini si diventa"

UOMINI SI DIVENTA. Uomini NON SI NASCE. Ed è chiaro che intendo qui non l’appartenenza ad un genere o alla specie umana, ma la sua realizzazione piena. L’appartenenza alla specie è qualcosa di cui godiamo in forza della genetica, del DNA che identifica la nostra specie e che definisce la compatibilità sessuale intraspecifica, quella compatibilità che è presupposto imprescindibile del nostro concepimento e della nostra nascita, a prescindere dal fatto che coloro che ci hanno concepiti si amassero o ci amassero (e potremmo discutere dell’atto sessuale come atto comunicativo in cui sono in gioco PAROLE e FIDUCIA/AFFIDABILITÀ). Se siamo al mondo però, è perché c’è stata una parola accogliente, una decisione per la vita e non per la morte, una scommessa sul futuro senza eludere il passato, a prescindere dal fatto che i genitori biologici abbiano deciso di garantire o meno la propria presenza al fianco del nascituro., accettando o rinunciando ad essere “affidabili”. Anche questo è un ambito in cui si vive di fiducia, di fiducia reciproca: “atti di fede” quotidiana che altrettanto sistematicamente ignoriamo, che passano inosservato. Quanta fiducia è altresì in gioco nei rapporti genitori-figli.

Sin dalla nascita ciò che siamo e il fatto stesso che siamo, non dipendono da noi. Invece, DIVENTARE uomini, , pro-vocala nostra responsabilità: come rispondiamo alla chiamata ad esistere, la prima VOCATIO di cui facciamo esperienza? L’esistenza ci chiama: come rispondiamo a questa chiamata che la vita rappresenta? Ciascun maschio della nostra specie deve scegliere, decidere di diventare uomo e magari “uomo di parola”.
È forse così che inizia il dramma dell’esistere. Alla PROVOCATIO che l’esistenza ci rivolge dobbiamo cor-rispondere. Sull’impegno che questo diventare uomini e postula, c’è un’intera letteratura, , ma permettetemi di recuperare almeno una prospettiva filosofica, perché c’è qualcosa di profondamente divino nella DECISIONE di diventare uomini , qualcosa di filosoficamente divino. Pico della Mirandola (1463-1494) raggiunge il vertice nella descrizione del processo di umanizzazione dell’uomo in quelle pagine tremendamente belle e irritanti per l’uomo d’oggi, consegnateci nel “Discorso sulla dignità dell’uomo”. Non accontentandosi della allora per lui già inflazionata e scarsamente convincente descrizione dell’uomo come MICROCOSMO e COPULA MUNDI (definizioni che di per sé farebbero impallidire la stragrande maggioranza degli esemplari della nostra specie), Pico della Mirandola fece un altro passo oltre l’idea dell’HOMO FABER FORTUNAE SUAE, dell’uomo artefice del proprio destino nella vita che gli è data da vivere. Pico non si accontentò di registrar che nel mutato contesto storico, sociale ed economico, l’uomo poteva rivendicare la propria soggettività nel decidere che cosa fare NELLA vita: ad esempio fare il mercante piuttosto che il contadino, sottraendosi così ai capricci del tempo atmosferico, quando poteva solo affidarsi ala preghiera per invocare un buon raccolto, supplicando Dio quale unico arbitro della propria sorte. Pico introduce la prospettiva dell’HOMO FABER SUI, dell’uomo artefice di se stesso. Artefice su un piano che dovremmo definire ontologico o, forse – arrischiando la parola – deontologico, dove l’eco del dover essere è meglio percepibile (ma non in senso assiomatico). Per spiegare la dignità dell’uomo, Pico torna a leggere il racconto genesiaco in termini sorprendenti. Dio, dopo aver portato a termine la creazione di tutte le specie, decise di creare l’uomo, ma ebbe un attimo di incertezza, un’esitazione, perché non poteva più ispirarsi a nulla. Dio non aveva nulla a cui ispirarsi che non avesse già utilizzato per dar vita alle precedenti creature, nulla di originale e specifico. Dio decise allora di creare l’uomo “dandogli tutto ciò che singolarmente aveva assegnato agli altri” (ecco l’idea dell’uomo come microcosmo) e lo creò quindi “di natura indefinita”, spiegandogli la propria scelta con queste parole che Pico attribuisce a Dio: “Non ti ho dato Adamo, né un posto determinato, né un aspetto tuo proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto appunto, secondo il tuo voto e il tuo consiglio, ottenga e conservi. La natura determinata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai, da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. […] perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che tu avessi prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori, che sono i bruti; tu potrai rigenerarti, secondo il tuo volere, nelle cose superiori,che sono divine.”
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Re: SPIGOLANDO......

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L'OMO

"Omo qualunque" spesso fa er tribbuno

pe diventà quarcuno

ma quanno semo ar dunque

è un tribbuno qualunque

Trilussa
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Re: SPIGOLANDO......

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L'Omo finto
Trilussa

Dice che un giorno un Passero innocente
giranno intorno a un vecchio Spauracchio
lo prese per un Omo veramente;
e disse: - Finarmente
potrò conosce a fonno
er padrone der monno! -
Je beccò la capoccia, ma s'accorse
ch'era piena de stracci e de giornali.
Questi - pensò - saranno l'ideali,
le convinzioni, forse:
o li ricordi de le cose vecchie
che se ficca nell'occhi e ne l'orecchie.

Vedemo un po' che diavolo cià in core...
Uh! quanta paja! Apposta pija foco
per così poco, quanno fa l'amore!
E indove sta la fede?
e indove sta l'onore?
e questo è un omo? Nun ce posso crede...
Certe vorte, però, lo rappresento,
disse lo Spauracchio - e nun permetto
che un ucello me manchi de rispetto
cór criticamme quello che ciò drento.
Devi considerà che se domani
ognuno se mettesse a fa' un'inchiesta
su quello che cià in core e che cià in testa,
resteno più pupazzi che cristiani.
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Re: SPIGOLANDO......

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Variazioni sul tema di proverbi famosi:


Chi va con lo zoppo, arriva tardi
Gallina vecchia, muore presto
Nella botte piccola, ci sta meno vino
Occhio per occhio, occhio al quadrato
Can che abbaia, rompe i co.glioni
Chi fa da sé, fatica il doppio
Una mela al giorno, 365 mele all'anno
Errare humanum est, perseverare ovest
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