SPIGOLANDO......

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grazia
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Re: SPIGOLANDO......

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l'angolino del sorriso


Un tizio entra in un ristorante, al momento
dell'ordinazione chiede patatine, insalata ed un pollo,
alla fine del pranzo chiama il cameriere per chiedere
il conto, giunto dal cliente il cameriere chiede se il
pranzo era stato di suo gradimento, il cliente dice al
cameriere, non è mia abitudine lamentarmi pero', a
questo punto il cameriere interrompendo il cliente
dice: lo so, lo so, le patatine erano senza sale, ed
il cliente: si erano un po’ insipide ma veramente
non era per questo che volevo lamentarmi, ma
il cameriere interrompendolo nuovamente dice: lo so,
lo so, il pollo forse era un pochetto crudo?... allora il
cliente esclama: un pochetto crudo... si è mangiato l'insalata!!
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Re: SPIGOLANDO......

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La Libertà


nella tradizione e nell'immaginario artistico-letterario



In ogni uomo vi è una spontanea tendenza a difendere la propria libertà, e a rifuggire qualsiasi forma di oppressione e costrizione. La dignità dell’esistenza è inscindibile dalla possibilità di optare tra il bene e il male, quale si esprime anche nelle più piccole e apparentemente insignificanti decisioni che delineano il tessuto della nostra esperienza quotidiana. Oltre a ciò, quando incontriamo il nostro prossimo facciamo esperienza della sua nobile alterità e – come mirabilmente afferma l’Ettore omerico – l’animo è turbato dalla riduzione in schiavitù di un altro uomo: tanto più se è una persona che amiamo e per la quale vorremmo un futuro di felicità.

Vivere è agire, e tale azione implica la libertà: la piena facoltà a disporre di sé, della propria vita e del proprio tempo, dei beni legittimamente detenuti. Proprio in questo senso un grande scienziato sociale del ventesimo secolo, Ludwig von Mises, ha evidenziato che la riflessione sulla società deve muovere dall’esperienza dell’iniziativa individuale. Ogni singolo è un homo agens e per tale motivo vi è un qualcosa di profondamente naturale nella resistenza di fronte a quanti vorrebbero normare tutto, organizzando e regolamentando perfino nei minimi dettagli l’esistenza altrui.

Questa aspirazione “spontanea” alla libertà si declina però in forme assai diverse entro i contesti culturali più disparati e non è detto che sia sempre premiata dalle istituzioni. Tanto più che gli uomini di potere trovano nella libertà dei singoli un ostacolo, capace d’intralciare la loro volontà di potenza e la loro aspirazione ad essere i padroni del mondo. Per questa ragione, succede spesso che la comprensione della natura autentica della libertà sia alterata da ideologie al servizio di questo o questo sistema di dominio: e il declino dell’autonomia personale è accompagnato da una crescente incomprensione di ciò che è davvero la libertà stessa.

In particolare, gli ultimi secoli della storia di tradizione europea – con la nascita dello Stato moderno e la sua crescita impetuosa – hanno visto progressivamente ridursi gli spazi di libertà del singolo e delle istituzioni a lui più vicine: dalla famiglia alle comunità religiose, alle istituzioni educative. L’espansione dei poteri pubblici e, correlativamente, la compressione della libertà individuale si sono realizzate con il quasi generale consenso degli intellettuali, dei letterati, degli artisti.

D’altro canto, ogni ordine oppressivo non potrebbe imporsi né durare senza il sostegno di formule legittimanti e senza la creazione di apparati ideologici che ne consolidino le posizioni. Nel corso del tempo, le classi politiche impostesi sulla società (dall’ancien régime fino ai totalitarismi) hanno avuto bisogno di circondarsi di giuristi, economisti e filosofi, ma sempre più anche di letterati ed artisti.

Gli intellettuali dell’età moderna non hanno apertamente celebrato la schiavitù (un’eccezione in tal senso è Friedrich Nietzsche, a cui va almeno riconosciuta una non comune onestà intellettuale), né hanno avversato l’autonomia individuale in quanto tale. Piuttosto, non di rado essi si sono sforzati di esaltare una concezione della libertà che fosse funzionale all’epoca in cui vivevano, che sposasse gli interessi e la cultura prevalenti all’interno del ceto politico, che valicasse gli spazi – giudicati “angusti” – delle nostre piccole esistenze, per creare un pathos collettivo ed epocale facilmente incanalabile dai regimi vigenti.

È per questo motivo che, specie nell’Ottocento e nel Novecento, gli uomini di cultura quasi mai hanno servito le ragioni della libertà. Quello che è stato chiamato il “tradimento degli intellettuali” si è espresso in primo luogo in una progressiva presa di distanza dai diritti di una società chiamata a resistere di fronte al potere e alla sua violenza distruttiva.

Al fine di cogliere tutto ciò può essere utile rifarsi alla distinzione, ormai classica, introdotta da uno studioso di grandissimo valore come Benjamin Constant nel suo scritto sulla libertà degli antichi (quale partecipazione alla collettività) e sulla libertà dei moderni (che è piuttosto la piena autonomia di un singolo, il quale si sottrae ad ogni dominio). Per Constant, prima dell’età cristiana gli uomini non avevano un’autentica concezione della libertà individuale, dato che – nel mondo greco, ad esempio – la libertà era prevalentemente intesa in termini comunitari. L’uomo si compiva quale cittadino della polis: egli era nulla, e la città era tutto. Ma a seguito dell’annuncio cristiano quel quadro viene sconvolto e le istituzioni sono divenute semplici strumenti al servizio della persona e della sua dignità infinita.

Constant definì “moderna” questa visione della libertà (in contrapposizione con l’antichità greco-romana), ma è pur vero che gli ultimi secoli – a partire dal Rinascimento, e passando per i maggiori teorici della politica: da Machiavelli a Rousseau – sono stati dominati da un continuo ritorno alle logiche della classicità pagana. Sotto vari punti di vista, il collettivismo novecentesco affonda le proprie radici nella riproposizione della libertà degli antichi e del suo disprezzo per quanto è individuale. L’uomo concreto, in carne ed ossa, declina proprio mentre la scena pubblica viene occupata da astrazioni variamente collettive.

Questo spiega per quale motivo l’immaginario artistico-letterario – specie tra Otto e Novecento – sia dominato da concezione anti-liberali.

Il noto quadro di Eugène Delacroix (La libertà che guida il popolo) ci mostra un dato su tutti. Impersonificata dalla donna a **** nudo, la Libertà tiene alta la bandiera nazionale, e quindi finisce per essere una cosa stessa con la Francia e la sua storia. Quella che ci viene proposta dall’artista è una concezione della libertà di tipo nazionalista (à la Rousseau): gli individui diventano cittadini di una nuova Sparta, semplici cellule di un organismo a più teste che è pronto a diventare Nazione, Classe, Collettività. La bandiera tricolore guida una massa in armi e pare già pronta a condurla nelle trincee di conflitti sanguinari ed inutili stragi.

Negli anni in cui Delacroix dipinge quell’opera, la cultura politica dell’Europa sta conoscendo trasformazioni profonde. È significativo che i vari moti rivoluzionari, anche quelli che interessano l’area italiana, dapprima si propongano di strappare statuti e carte costituzionali ai regimi vigenti (con l’obiettivo di estendere le libertà individuali), ma presto assumano connotazioni nazionaliste. A questo punto, al centro della contesa non vi sono più le garanzie per gli individui e le loro effettive libertà, ma la costruzione di unità politiche su base etnica o ideologica.

L’Europa di un tempo, in cui un cardinale italiano come Mazzarino poteva essere primo ministro a Parigi e lo stesso poteva in seguito accadere al banchiere svizzero Necker, scompare travolta da un’ideologia che oppone le diverse nazioni, prima, e le classi sociali, in seguito: si tratta di un nuovo modo d’intendere la società che mina l’universalismo dapprima cristiano e poi illuminista per elevare alte barriere tra quanti parlano lingue differenti e hanno distinte bandiere, o tra quanti hanno ruoli e redditi ineguali.

A seguito dell’esperienza romantica, la letteratura europea testimonia ampiamente tutto ciò nel momento in cui è investita dal riproporsi della libertà degli antichi che assume sempre più una connotazione “collettiva” della libertà. Questo spiega perché Alessandro Manzoni denunci “il peso de’ barbari piè”, la “faccia d’estranei signori”, la “forza straniera”, gli “oppressori” delle itale genti. E non è troppo distante Salvatore Quasimodo in Giorno dopo giorno nel momento in cui recupera un salmo per descrivere l’impossibilità a fare poesia quando vi è un “piede straniero sopra il cuore”.

I barbari di cui ci parla Manzoni in Marzo 1821, vale la pena di ricordarlo, erano austriaci, sloveni o ungheresi, e quindi sarebbero oggi nostri concittadini all’interno delle istituzioni europee. Per giunta, erano soldati e funzionari di un Impero sovranazionale destinato a diventare – per tanti aspetti – un modello di civiltà e pluralismo culturale in mezzo all’Europa travolta dai veleni del nazionalismo. Fu un’istituzione che ebbe molti limiti, ma che va giudicata non sulla base di criteri viziati da inammissibili sciovinismi, ma sul grado di libertà individuale che seppe o non seppe assicurare a quanti vivevano entro quei confini.

Anche i celebri versi del poeta francese Paul Éluard vanno intesi in un contesto storico ben preciso. Per usare il titolo di un libro scritto molti decenni fa dal filosofo marxista Galvano della Volpe, quella che Éluard canta è la “libertà comunista”. La poesia è del 1942 e la libertà a cui il poeta francese sta pensando è quella che era al centro della propaganda sovietica del tempo.

Un paio di anni prima, nella Parigi occupata dai nazisti si poteva acquistare in edicola il quotidiano L’Humanité (organo del partito comunista francese), e questo in virtù del patto Hitler-Stalin. Ma il tradimento della Germania – che ha attaccato l’Unione Sovietica e in tal modo ha rotto l’alleanza con Mosca – ha portato gli intellettuali comunisti francesi a dar vita a forze di opposizione e resistenza. Ancora una volta, però, non è la libertà dal potere che sta veramente a cuore ai letterati e agli artisti, ma una sua parodia posta al servizio di un partito, di uno Stato e di un sistema ideologico chiamati ad inaugurare – subito e con mezzi tutti umani – cieli e terra nuovi.

Purtroppo, solo in situazioni eccezionali la cultura letteraria e artistica della tradizione europea ha saputo resistere allo spirito del tempo e allo gnosticismo che ha pervaso la cultura politica moderna. Più spesso, e con un’intensità crescente negli ultimi due secoli, essa si è schierata dalla parte di quella Storia che nel corso del ventesimo secolo – come ha mostrato Rudolph J. Rummel in Death by Government (recentemente tradotto in lingua italiana) – ha sacrificato ben 170 milioni di vite umane, sterminate a sangue freddo: vittime innocenti di una violenza ideologica che mai, nel passato, era giunta a tali livelli di barbarie.

In una storia prevalentemente tragica quale è quella che ha segnato l’Europa nel corso del Novecento la parola “libertà” è stata quindi posta al servizio, in troppi casi, di ideologie illiberali e oppressive. All’ingresso dei Lager nazisti campeggiava quell’Arbeit macht frei (il lavoro rende liberi) che violentava il senso autentico delle parole “lavoro” e “libertà”, e che introduceva quella povera gente in autentici inferni terreni in cui ogni diritto e ogni libertà venivano sistematicamente negati.

(Educazione e scuola - traccia per tema)
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Re: SPIGOLANDO......

Messaggio da leggere da grazia »

La libbertà

Trilussa

La Libbertà, sicura e persuasa
d’esse’ stata capita veramente,
una matina se n’uscì da casa:
ma se trovò con un fottìo de gente
maligna, dispettosa e ficcanasa
che j’impedì d’annà’ libberamente.

E tutti je chiedeveno: - Che fai? -
E tutti je chiedeveno: - Chi sei?
Esci sola? a quest’ora? e come mai?...
- Io so’ la Libbertà! - rispose lei -
Per esse’ vostra ciò sudato assai,
e mò che je l’ho fatta spererei...

- Dunque potemo fa’ quer che ce pare... -
fece allora un ometto: e ner di’ questo
volle attastalla in un particolare...
Però la Libbertà che vidde er gesto
scappò strillanno: - Ancora nun è affare,
se vede che so’ uscita troppo presto!
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Re: SPIGOLANDO......

Messaggio da leggere da grazia »

IL PARADOSSO DELLA NOSTRA EPOCA
(da: "Words Aptly Spoken" di Bob Moorehead )


Il paradosso della nostra epoca storica è che abbiamo edifici più alti ma temperamenti più corti, strade più larghe ma punti di vista più ristretti.
Spendiamo di più, ma abbiamo di meno; compriamo di più, ma gustiamo di meno. Abbiamo case più grandi ma famiglie piccole, più comodità, ma meno tempo; abbiamo più lauree e poco buon senso. Abbiamo più conoscenze, ma meno criterio; più specialisti, ma ancora più problemi, più medicine, ma meno benessere. Beviamo troppo, fumiamo troppo, spendiamo troppo incautamente, ridiamo troppo poco, guidiamo in maniera spericolata, ci arrabbiamo troppo, rimaniamo alzati fino a tardi, ci svegliamo troppo stanchi, leggiamo troppo poco, guardiamo troppo la TV e preghiamo raramente.

Abbiamo moltiplicato le nostre proprietà, ma ridotto i nostri valori.
Parliamo troppo, amiamo troppo poco, e odiamo troppo spesso.
Abbiamo imparato a condurre un'esistenza, non una vita, abbiamo aggiunto anni alla vita, non vita agli anni. Abbiamo raggiunto la luna e ne siamo tornati, ma abbiamo problemi ad attraversare la strada per incontrare un nuovo vicino.

Abbiamo conquistato lo spazio esterno, ma non quello interiore.
Abbiamo fatto cose più eclatanti, ma non cose migliori.
Abbiamo pulito l'aria, ma inquinato l'anima.
Abbiamo conquistato l'atomo, ma non il nostro pregiudizio.
Scriviamo di più, ma impariamo di meno.
Progettiamo di più, ma completiamo di meno.
Abbiamo imparato ad affrettarci, ma non ad aspettare.
Costruiamo più computer per contenere più informazioni e produrre più copie che mai, ma comunichiamo sempre meno.

Questi sono i tempi dei fast food e della digestione lenta; grandi uomini con deboli caratteri; profitti esorbitanti e relazioni poco profonde.
Questi sono i giorni in cui nelle case entrano due stipendi, ma aumentano i divorzi.

(...) Ricordati di passare un po' di tempo con i tuoi cari, perché non ci saranno per sempre.
Ricordati di dare un caloroso abbraccio a chi ti sta accanto, perché è l'unico tesoro che puoi dare con il tuo cuore e non costa un centesimo.
Ricordati di dire "Ti Amo" al tuo partner e ai tuoi cari, ma soprattutto sentilo. Un bacio e un abbraccio sanano una ferita se provengono dal profondo del cuore.
Ricordati di stringere le mani e conservare nell'anima ogni istante, perché un giorno quella persona non sarà lì ancora.
Dai tempo all'Amore, dai tempo al parlare, dai tempo al condividere i preziosi pensieri che nutri nella tua mente.



(traduzione dall'inglese di G. Carro ©
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Re: SPIGOLANDO......

Messaggio da leggere da grazia »

L'angolino del Sorriso


Caffè con biliardo

Sull’insegna di un bar c’è scritto "Caffè con biliardo".
Un uomo entra e si rivolge al barista:
"Un caffè con biliardo".
Il barista un po’ imbarazzato:
"Ma … guardi, signore, veramente …
c’è un’equivoco!"
E l’uomo:
"E va bè, ok… ho capito, ci metta anche quello!"


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Re: SPIGOLANDO......

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Dell'"AMICIZIA"

***

EPAMINONDA E PELOPIDA , FULGIDI AMICI
(Da Vite Parallele di Plutar
co)


Pelopida figlio di Ippoclo nacque da famiglia di buona reputazione a tebe,
come Epaminonda. Allevato in grande agiatezza e avendo ancor giovane ereditato un cospiquo patrimonio, si dette a soccorrere quanti tra i bisognosi e gli amici lo meritavano per mostrare che era veramente padrone delle proprie ricchezze e non schiavo. Infatti come dice Aristotele della maggior parte degli uomini, alcuni non ne fanno uso per spilorceria, altri ne abusano per intemperanza, ed in tal modo questi vivono sempre schiavi dei piaceri, quegli degli interessi. Gli altri approfittano con riconoscenza della generosità e della bontà di Pelopida nei loro confronti: tra gli amici
soltanto Epaminonda non riuscì a persuadere perché condividesse la sua ricchezza; fu invece lui ad essere partecipe della povertà dell’altro, compiacendosi della semplicità delle sue vesti, della frugalità della sua mensa e della sua prontezza a sobbarcarsi le fatiche durante le spedizioni militari e si sarebbe vergognato se avesse mostrato di spendere per la sua persona più di quanto spendeva il più povero dei tebani. Perciò Epaminonda che era abituato alla povertà, se la rese ancor più facilmente sopportabile e più leggera con lo studio della filosofia e scegliendosi una vita da celibe. Pelopida fece invece uno splendido matrimonio ed ebbe pure dei figli ma nondimeno trascurò i suoi affari e dedicandosi continuamente al servizio della città diminuì’ il patrimonio. Poiché gli amici lo biasimavano dicendogli che teneva in poco conto una cosa necessaria, rispondeva:<Per Zeus certo è cosa necessaria per uno come questo qui>, e indicava loro un tale che era zoppo e cieco.
A Pelopida piacevano gli esercizi fisici , a Epaminonda invece lo studio.
Ma delle molte e belle qualità che ebbero entrambi per acquistar gloria, chi ha senno non considera nessuna di tanto valore quanto l’affetto e l’amicizia reciproca che, attraverso così numerose lotte, campagne militari e azioni politiche mantennero sempre intatti dall’inizio alla fine . Se infatti considerando la carriera politica di Aristide e di Temistocle, di Cimone e di Pericle,di Nicia e di Alcibiade, si guarda di quali dissidi furono piene e di quali invidie e rivalità reciproche, e poi si volge di nuovo lo sguardo all’affetto e alla stima di Pelopida nei confronti di Epaminonda, giustamente e a buon diritto si potranno chiamare questi ultimi colleghi nel governo e nel comando anziché quegli altri che continuarono a lottare per avere la meglio l’uno sull’altro piuttosto che sui nemici. E la causa vera de l loro legame era la virtù, per la quale non inseguirono come risultato delle loro azioni né gloria né ricchezza, bensi fin dall’inizio si accesero entrambi di un desiderio divino di vedere la loro patria divenire, tramite loro, la più illustre e la più grande; e per questo ciascuno considerava i successi dell’altro come se fossero propri successi personali. Tuttavia la maggior parte ritiene che questa straordinaria amicizia sia iniziata durante la campagna militare di Mantinea, che condussero insieme coi Lacedemoni ancora amici e alleati dei Tebani, i quali avevano mandato loro degli aiuti. Infatti erano schierati tra gli Oppliti uno accanto all’altro e combattevano contro gli Arcadi; quando l’ala dei Lacedemoni in cui si trovavano cedette e i più volsero in fuga, essi unirono i loro scudi e respinsero i nemici che si lanciavano all’attacco. Pelopida ricevette sette ferite infertegli di fronte, cadde su un gran mucchio di cadaveri di amici e nemici insieme; Epaminonda, sebbene lo credesse ormai privo di vita, si piazzò davanti a lui a difenderne il corpo e le armi e si espose al pericolo da solo contro molti, deciso a morire piuttosto che a lasciare Pelopida caduto a terra. E ormai era anche lui ridotto a mal partito, ferito al petto da un colpo di lancia e al braccio da un colpo di spada, quando dall’altra ala venne in aiuto Agesipoli, il re degli Spartiati, e li salvò insperatamente entrambi.

Tratto dal “Piccolo Libro dell’Amicizia
Di Guido Davico Bonino
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"Er Porco e er Somaro" di Trilussa


Una matina un povero Somaro
Ner vede un Porco amico annà ar macello,
Sbottò in un pianto e disse: - Addio, fratello,
Nun ce vedremo più nun c'è riparo!

- Bisogna esse' filosofo,bisogna:
- Je disse er Porco - via nun fa' lo scemo,
Chè forse un giorno ce ritroveremo
In quarche mortatella de Bologna!

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Re: SPIGOLANDO......

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Essere o avere

Il professor Grammaticus, viaggiando in treno, ascoltava la conversazione dei suoi compagni di scompartimento. erano operai meridionali, emigrati all'estero in cerca di lavoro: erano tornati in Italia per le elezioni, poi avevano ripreso la strada del loro esilio.
- Io ho andato in Germania nel 1958, - diceva uno di loro.
- Io ho andato prima in Belgio, nelle miniere di carbone. Ma era una vita troppo dura.
Per un poco il professor Grammaticus li stette ad ascoltare in silenzio. A guardarlo bene, però, pareva una pentola in ebollizione. Finalmente il coperchio saltò, e il professor Grammaticus esclamò, guardando severamente i suoi compagni:
- Ho andato! Ho andato! Ecco di nuovo il benedetto vizio di tanti italiani di usare il verbo avere al posto del verbo essere. Non vi hanno insegnato a scuola che si dice: "Sono andato"?
Gli emigranti tacquero, pieni di rispetto per quel signore tanto perbene, con i capelli bianchi che gli uscivano di sotto il cappello nero.
- Il verbo andare, - continuò il professor Grammaticus,- è un verbo intransitivo, e come tale vuole l'ausiliare essere.
Gli emigranti sospirarono. Poi uno di loro tossì per farsi coraggio e disse:
- Sarà come lei dice, signore. Lei deve aver studiato molto. Io ho fatto la seconda elementare, ma già allora dovevo guardare più alle pecore che ai libri. Il verbo andare sarà anche quella cosa che dice lei.
- Un verbo intransitivo.
Ecco, sarà un verbo intransitivo, una cosa importantissima, non discuto. ma a me sembra un verbo triste, molto triste. Andare a cercar lavoro in casa d'altri... lasciare la famiglia, i bambini.
Il professor Grammaticus cominciò a balbettare.
- Certo... veramente... insomma, però... comunque si dice sono andato, non ho andato. Ci vuole il verbo "essere": io sono, tu sei, egli è...
- Eh,- disse l'emigrante, sorridendo con gentilezza,- io sono, noi siamo!... Lo sa dove siamo noi, con tutto il verbo essere e con tutto il cuore? Siamo sempre al paese, anche se abbiamo andato in Germania e in Francia. siamo sempre là, è là che vorremmo restare, e avere belle fabbriche per lavorare, e belle case per abitare.
E guardava il professor Grammaticus con i suoi occhi buoni e puliti. e il professor Grammaticus aveva una gran voglia di darsi dei pugni in testa. e intanto borbottava tra sé: - Stupido! Stupido che non sono altro. vado a cercare gli errori nei verbi... ma gli errori più grossi sono nelle cose!
Rodari
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Re: SPIGOLANDO......

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Er leone riconoscente

Trilussa

Ner deserto dell’Africa, un Leone
che j’ era entrato un ago drento ar piede,
chiamò un Tenente pè l’operazzione.
– Bravo! – je disse doppo – lo t’aringrazzio:
vedrai che sarò riconoscente
d’avemme libberato da ‘ sto strazio;
qual è er pensiere tuo? D’esse promosso?
Embè, s’io posso te darò ‘ na mano… –

E in quella notte istessa
mantenne la promessa
più mejo d’un cristiano;
ritornò dar Tenente e disse: – Amico,
la promozzione è certa, e te lo dico
perché me sò magnato er Capitano.
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Re: SPIGOLANDO......

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Morale zen

Un cavallo depresso si sdraia e non vuole più saperne di rialzarsi.
Il fattore disperato, dopo aver provato di tutto, chiama il veterinario.
Questi, arrivato in loco, visita l'animale e dice al fattore:

"Casi così sono gravi; l'unica è provare per un paio di giorni a dargli queste pillole:
Se non reagisce sarà necessario abbatterlo".

Il maiale ha sentito tutto e corre dal cavallo:

"Alzati, alzati, altrimenti butta male!!!"

Ma il cavallo non reagisce e gira la testa di lato.
Il secondo giorno il veterinario torna e somministra nuovamente le pillole, dicendo poi al fattore:

"Non reagisce: aspettiamo ancora un po', ma credo non ci sia alcunchè da fare."

Il maiale ha sentito tutto e corre ancora dal cavallo

"Devi ASSOLUTAMENTE reagire: guarda che altrimenti sono guai!!!".

Ma il cavallo niente.
Il terzo giorno il veterinario verifica l'assenza di progressi e, rivolto al fattore:

"Dammi la carabina: è ora di abbattere quella povera bestia."

Il maiale corre disperato dal cavallo:

"Devi reagire, è l'ultima occasione, ti prego, stanno per ammazzarti!!!"

Il cavallo allora si alza di scatto e comincia a correre, saltare gli ostacoli ed accennare passi di danza.
Il fattore è felicissimo e rivolto al veterinario gli dice:

"Grazie... Grazie!!! Lei è un medico meraviglioso, ha fatto un miracolo!
Dobbiamo assolutamente fare una grande festa: Su, presto, ammazziamo il maiale!!!"


Morale Zen:

FATTI SEMPRE GLI AFFATI TUOI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
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