SPIGOLANDO......

Tutto quello che non riguarda la politica.
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grazia
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Re: SPIGOLANDO......

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LA PALIZZATA

Raccontino di saggezza


C’era una volta un ragazzo con un pessimo carattere.

Suo padre gli diede un sacchetto pieno di chiodi e gli disse di piantarne uno nella palizzata del giardino ogni volta che bisticciava con qualcuno.

Il primo giorno ne piantò 37 di chiodi nella palizzata del giardino.

Le settimane seguenti, imparò a controllarsi e i numeri dei chiodi piantati nella palizzata diminuirono di giorno in giorno: scoprì che era più facile imparare a controllarsi che piantare i chiodi.

Finalmente, arrivò il giorno in cui il ragazzo non piantò nessun chiodo nella palizzata.

Allora andò dal padre e gli disse che oggi non aveva avuto bisogno di piantare nessun chiodo.

Suo padre allora gli disse di levare un chiodo dalla palizzata per ogni giorno che riusciva a non perdere la pazienza.

I giorni passarono e finalmente il ragazzo disse al padre che aveva levato tutti i chiodi dalla palizzata.

Il padre lo condusse davanti alla palizzata e gli disse:
” Figliolo, bravo, ti sei comportato bene, ma guarda quanti buchi hai lasciato nella palizzata.

Non sarà mai come prima.

Quando litighi con qualcuno e gli dici delle cose cattive, gli lasci delle ferite come queste.

Poco importa quante volte ti scuserai, la ferita rimarrà.

Una ferita verbale spesso fa più male di una fisica.

Una ferita fisica può guarire completamente senza lasciare traccia, quella verbale invece ti segna molto profondamente portando la tristezza nel cuore.

Ricordati che ci vuole un attimo per dire una cosa cattiva ad una persona, ma una volta detta non è più possibile cancellarla, anche se non si pensava veramente ed era solo la rabbia di un momento, quelle parole segneranno il suo cuore di tristezza per sempre.”
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grazia
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Dal libro di Salvatore Natoli

“STARE AL MONDO”

Escursioni nel tempo presente

[..]La globalizzazione ha messo in circolo danaro, risorse materiali e umane, ma
non ha distribuito uguaglianza , parità di diritti. Al contrario, l’accresciuta libertà
degli scambi, avvicinando uomini e civiltà ha fatto misurare più direttamente
l’enorme sproporzione nella distribuzione delle ricchezze, lo scarto che separa chi
ha potere da chi non lo ha, chi è collocato negli scalini alti della scala sociale da chi
è collocato in quelli bassi. [..]Per la verità la società non ha mai smesso di essere
piramidale; le procedure democratiche la piramide l’hanno ridotta, ma non
abbattuta. Certamente però, delegittimata. In nome della democrazia gli esclusi
hanno il coraggio di rivendicare i diritti, ma molti sono collocati troppo in basso
per ergersi, hanno poca voce per farsi ascoltare. E allora applaudono coloro che le
Torri le fanno saltare: un simbolo di potenza di cui non vi era pari e che crolla.
Questo però è uno dei motivi per cui taluni quelle Torri le vogliono di nuovo
velocemente in piedi e non tanto perché “la vita continua” ma per significare
che le gerarchie del potere stanno salde dove sono, non vengono mai intaccate.
Evidentemente sbagliano ambedue.
Per l’emancipazione non c’è altra via che “la pazienza democratica”. Non tutto il
bene subito, ma un lavoro assiduo per ridurre il male, soprattutto per evitare che
gli uomini nel ricercare ognuno per proprio conto il loro vantaggio si nuocciano
reciprocamente. Una fatica questa di lunga lena , assidua, che non ha fine e non
solo perché nel mondo non vi è nulla di definitivo, ma perché gli errori che facciamo
ci fanno rischiare ad ogni momento di arretrare, di perdere perfino quello che si è
guadagnato. Ai terroristi bisogna ricordare che il sangue degli innocenti grida
vendetta e non produce giustizia. La giustizia esige reciproca dedizione, il lavoro di
tutti a vantaggio di tutti. Non esiste un male assoluto da debellare: al contrario il
male più grande è quello di identificarsi con il bene incondizionato, di parlare in
nome di Dio. E’ un parlare delirante: Dio – si diceva prima che morisse – “fa impazzire
coloro che vuole dannare”. Viviamo in un mondo da sottoporre costantemente a
revisione. Ciò esige buona volontà, non presunzione ma perseveranza.[..]
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Re: SPIGOLANDO......

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SE È VERO CHE LA GUERRA...

Trilussa (Carlo Alberto Salustri)


Se è vero che la guerra
purifica la terra,
come diventerà
bona l'umanità!

Non più l'odio de razza,
non più l'odio de classe
che avvelenò le masse,
che insanguinò la piazza:
ma er povero e er signore
saranno pappa e cacio:
sopra ogni bocca un bacio,
sotto ogni bacio un core.
Lavoreremo senza
nessuna difidenza.

Nun sarà più permesso
ch'er Popolo Sovrano
se scortichi, le mano
pe' fa' la scala a un fesso.
Se quarche chiacchierone
volesse fa' er tribbuno
nun ce sarà più uno
che je darà raggione.
Faremo un ripulisti
de tutti l'arrivisti.

L'Onore e la Morale
ritorneranno a galla
e giocheranno a palla
cór Codice Penale.
Chi sfrutta li cristiani
nun farà più quattrini.
Addio, vecchi strozzini!
Addio, vecchi ruffiani!
Addio per sempre, addio,
padron de casa mio!

Quarche signora prima
faceva un po' la matta,
ma doppo, a pace fatta,
se rifarà la stima:
nun guarderà più un cane,
meno er marito suo...
(Eh, Nina! quello tuo
chissà come rimane!
Era così contento
der vecchio adattamento!)

Saremo tutti boni,
saremo tutti onesti
come li manifesti
ner tempo d'elezzioni.
Qualunque vizzio c'era
sarà purificato...
Che Popolo educato!
Che Borghesia sincera!
Che Società pulita
ciavrà la nova vita!

Ma se la guerra, in fonno,
doppo 'sti fatti brutti,
nun ce rinnova a tutti,
nun ripulisce er monno,
li pronipoti nostri
ner ripassà la Storia
direbbero: — Accicoria!
Ammazzeli che mostri!
Scannaveno la gente
pe' nun concrude gnente!
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Stupenda!!!

Ci saranno sempre degli Eschimesi pronti a dettar norme su come devono comportarsi gli abitanti del Congo durante la calura.
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Re: SPIGOLANDO......

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POLITICA E DIPROMAZZIA: LE COSCIENZE ALL'ASTA

Trilussa (Carlo Alberto Salustri)


Chi volesse comprà quarche coscenza
ne troverà de tutti li colori:
avanti, favorischino, signori,
prezzi da non temere concorrenza!...
Robba d'un fallimento!... — E er ciarlatano
aprì er fagotto che ciaveva in mano.

— Chi non prova non crede! Pe' chi cerca
le coscenze politiche ne trova
una de poco prezzo, quasi nova,
confezzionata in vera guttaperca,
co' l'ideali forti e garantiti
adattabbili a tutti li partiti.

Abbiamo una coscenza in cartapista
resistente a lo scrupolo e ar rimorso,
cucita co' li fili der discorso
d'un membro der partito socialista,
tutto a vantaggio der proletariato
che rimane contento e minchionato.

Sotto a chi tocca! A li repubblicani
je la do cór fonografo, in maniera
ch'er giorno sona l'Inno e verso sera
rimanda la repubblica a domani:
come sistema è er mejo che ce sia
pe' fa' tranquillizzà la monarchia.

C'è pronta una coscenza nazzionale
inverniciata co' la malafede,
con un tirante elastico che cede
dar Vaticano fino ar Quirinale;
è l'urtima che ciò: 'sta settimana
ce n'è stata una vendita *******! —

E er ciarlatano seguitò a annà avanti
a fa' l'eloggi de la mercanzia;
però la gente se n'annava via
come volesse dije: nun m'incanti...
«Eppoi,» pensava «in fatto de coscenza,
male che vada, se ne pô fa' senza!»
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Re: SPIGOLANDO......

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I NUMMERI *

Trilussa

- Conterò poco, è vero:

- - diceva l’Uno ar Zero -

- ma tu che vali! Gnente: proprio gnente!

- Sia ne l’azzione come ner pensiero

- Rimani un coso voto e incorcrudente.

- Io invece se me metto a capofila

- De cinque zeri tale e quale a te,

- lo sai quanto divento? Centomila.

- E’ questione de nummeri. A un dipresso

- è quello che succede ar dittatore

- che cresce de potenza e de valore

- più so’ li zeri che je vanno appresso
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Re: SPIGOLANDO......

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Prima la libertà. Sempre.

E attenti a non anteporne il lato oscuro
Non si può parlare di libertà e di tanti altri concetti astratti che per metafore, e sono sempre positive. Ma poi anche nella libertà troviamo bene e male, come nel caso delle democrazie — quella ateniense e quella degli Usa — nate dalla schiavitù
di Francesca Rigotti


Come del tempo, non si può parlare di libertà e di tanti altri concetti astratti che per metafore. Con metafore del viaggio, per esempio, dove la libertà è intesa come raggiungimento di una meta ambita («non è facile il cammino verso la libertà...»; Mandela); oppure con metafore del premio («la libertà è un dono prezioso»; Obama), e qui la libertà è intesa come conseguimento di un oggetto desiderato; o anche con metafore della realizzazione, dove la libertà è intesa come compimento di un’azione auspicata («la libertà è un trionfo che ci attende»; ancora Mandela). La libertà è anche, metaforicamente, luce, fuoco, fiaccola, giacché illumina e riscalda (G. W. Bush); è un bimbo che nasce dopo faticoso travaglio (Nehru); è una stella pur se coperta da nuvole (Gandhi); è una piantina che cresce anche nell’oscurità (Reagan).

Un termine valutativo per eccellenza

Che cosa fanno capire sulla libertà queste immagini, sempre positive benché provenienti da autori di variegata impostazione politica? Che libertà è termine valutativo per eccellenza, tant’è che ci fu chi sui cancelli di Auschwitz fece scrivere, paradossalmente, Arbeit macht frei (Il lavoro rende liberi). Continuiamo dunque a lodare la libertà, perché che cos’altro possiamo fare? Senza dimenticare però che anche in libertà troviamo la stessa contraddizione presente in termini quali sacro (divino, quindi venerabile, e insieme maledetto) o farmaco (veleno come pure rimedio): anche nella libertà troviamo bene e male, guarigione e infermità, creazione e distruzione.

La democrazia ad Atene e negli Usa, nata con la schiavitù

È un fenomeno visibile in alcuni momenti importanti per la nascita della libertà politica, in particolare nell’esperimento della democrazia ateniese e della democrazia degli Stati Uniti d’America per l’età moderna: entrambe nate in presenza della schiavitù che è la negazione più terribile della libertà; oppure nella Rivoluzione francese e nel suo parto gemellare da cui nacquero insieme libertà e negazione della libertà. Vediamo oggi qualcosa di simile nello pseudoconflitto tra libertà e sicurezza, dove la seconda viene anteposta alla prima. E invece no: prima viene la meta, il premio, il conseguimento della libertà.

(Francesca Rigotti, 67anni, filosofa e saggista, insegna all’Università della Svizzera italiana di Lugano)
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Re: SPIGOLANDO......

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Misurare le parole


Che il linguaggio contribuisca a forgiare ciò che pensiamo, sentiamo e addirittura percepiamo è qualcosa che la ricerca scientifica sa da tempo: schiere di psicologi, filosofi, sociologi e semiologi hanno ripetuto per tutto il Novecento che gli esseri umani sono fatti di parole e segni, oltre che di carne e ossa. È con le parole che costruiamo la nostra capacità di pensare, è di parole che sono fatti gran parte dei nostri pensieri, ed è dalle parole che dipende pure il mondo esterno, o almeno quella fetta che rientra nei limiti della nostra comprensione. Questa consapevolezza è ormai talmente diffusa da essere entrata nel senso comune: capita a tutti di sentir ripetere nei contesti più disparati, dai talk show ai supermercati, frasi come «Le parole sono pietre», che era il titolo di un libro di Carlo Levi, o «Le parole sono importanti», che fu urlata da Nanni Moretti nel film Palombella Rossa, per dar voce alla rabbia che il personaggio Michele Apicella provava contro i luoghi comuni sciorinati dalla giornalista che lo stava intervistando.
Le parole siamo noi insomma, e lo sappiamo. Inoltre sono pietre, nel senso che possono fare male, e molto. Se non si scelgono con ponderazione e non si usano con tatto. Anche di questa ponderazione ci riempiamo la bocca da anni, con il linguaggio politically correct: non diciamo più «handicappati» ma «disabili», non più «spazzini» ma «operatori ecologici», non più «negri» ma «neri» o «persone di colore». Per non parlare delle acrobazie linguistico-simboliche con cui cerchiamo di consolare le donne della loro discriminazione sociale ed economica, particolarmente più grave in Italia che in altri paesi sviluppati: «care colleghe e cari colleghi», «care/i colleghe/i», «car* collegh*» e via dicendo. Ma se da un lato ci esercitiamo in circonlocuzioni «politicamente corrette», dall’altro siamo pronti, oggi più di ieri, a usare la lingua in modo sbracato: turpiloquio, espressioni colorite, colloquiali e gergali hanno ormai invaso anche gli ambienti più colti ed elitari – dall’università all’azienda, dalla politica alle istituzioni – nell’idea che «parlare come si mangia» implichi maggiore autenticità ed efficacia del parlar forbito. Un’idea confermata tutti i giorni dai media, specie dalla televisione, dove l’aggressività linguistica è diventata per molti (giornalisti, star, ospiti) un vezzo, un fatto di stile. E in quanto tale fa tendenza e si riproduce ovunque, dai salotti chic ai flaming su internet.
Non è facile trovare un equilibrio fra questi due poli: da una parte, infatti, le formule politicamente corrette non bastano a costruire il rispetto che pretenderebbero di esprimere, ma restano spesso una semplice facciata, dietro alla quale si possono camuffare le peggiori tendenze razziste, omofobe e sessiste; d’altra parte è vero anche che la sciatteria linguistica può implicare sciatteria esistenziale e relazionale: «Chi parla male pensa male e vive male», diceva ancora Nanni Moretti/Michele Apicella. Ma se gli eccessi eufemistici possono cadere nell’ipocrisia, pure la posizione di Moretti corre i suoi rischi, che sono quelli dello snobismo: il mondo è pieno di persone che non hanno potuto dotarsi degli strumenti culturali necessari a raffinare il modo in cui parlano, ma sono ugualmente capaci di pensare e vivere benissimo, vale a dire con autenticità e rispetto per gli altri. Molto più di quanto non facciano certi sapientoni, la cui arroganza – verbale e non – vediamo all’opera tutti i giorni.
E allora, come se ne esce? Come si trova la misura giusta? Purtroppo non c’è una soluzione generale, perché l’attenzione, il senso di opportunità, il rispetto sono sempre relativi al contesto e al momento in cui si esercitano, ma soprattutto alla persona (o persone) a cui sono indirizzati. E oltre che con le parole possono essere trasmessi con l’espressione del volto, il tono della voce e gli atteggiamenti del corpo, con i quali si può confermare ciò che abbiamo detto, ma anche sconfessarlo. Perciò bisogna cercare la misura caso per caso, sempre ricordando che siamo ciò che diciamo e diciamo quel che siamo, ma lo diciamo con un mare di segni, sintomi e indizi ben più vasto delle parole, e lo diciamo anche con l’insieme dei nostri comportamenti e il tessuto delle nostre relazioni. Lo diciamo con tutta la nostra vita.

G.Cosenza
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Re: SPIGOLANDO......

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LA MEDIOCRITA'

Per i latini la “aurea mediocritas” aveva una connotazione positiva, significava stare in una posizione intermedia tra l’ottimo e il pessimo, tra il massimo e il minimo, ed esaltava il rifiuto di ogni eccesso, invitando a rispettare il “giusto mezzo”. Nella contemporaneità la mediocrità è invece diventata il peccato più grande (Martha Graham), simbolo di ignoranza, meschinità, impossibilità di pensare e sentire, vuoto che invade ogni sfera della vita sociale. A tal proposito è stato persino coniato il termine di “mediocrazia”.

Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella “zona grigia” in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva.
(Rita Levi-Montalcini)

La cosa più miserabile è la mediocrità, la perdizione più profonda è la mediocrità! Oh, piuttosto tutti i crimini che non questa fatua, sorridente, soddisfatta, felice e contenta demoralizzazione, ch’è la mediocrità.
(Søren Kierkegaard)

La persona media guarda senza vedere, sente senza ascoltare, tocca senza sentire, respira senza percepire i profumi, mangia senza gustare, parla senza pensare.
(Beppe Severgnini)

La mediocrità è l’indifferenza al bene e al male.
(Amélie Nothomb)

E’ una malattia. La gente ha smesso di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose; nessuno che si appassioni o creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità.
(Richard Yates)

Preferisco essere primo qui, in un piccolissimo villaggio delle Alpi, che secondo a Roma.
(Giulio Cesare, citato in Plutarco)

Contano solo i punti massimi e i punti minimi. Tutto ciò che sta nel mezzo è inutile.
(Jim Morrison)

Vi sono cose la cui la mediocrità è insopportabile: la poesia, la musica, la pittura, l’eloquenza.
(Jean de La Bruyère)

Si sappia che le menti mediocri sono la regola, le buone l’eccezione, le eminenti rarissime e il genio un miracolo.
(Arthur Schopenhauer)

Non è il male che corre sulla terra, ma la mediocrità. Il crimine non è Nerone che suonava la lira mentre Roma bruciava, ma il fatto che suonava male.
(Ned Rorem)

Ciò che fa il successo di un bel po’ di opere è il rapporto accertato tra la mediocrità delle idee dell’autore e la mediocrità delle idee del pubblico.
(Nicolas de Chamfort)
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albatros
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Re: SPIGOLANDO......

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Un filosofo si recò un giorno da un maestro zen e gli dichiarò:
“Sono venuto a informarmi sullo Zen, su quali siano i suoi principi ed i suoi scopi”.
“Posso offrirti una tazza di tè?” gli domandò il maestro. E incominciò a versare il tè da una teiera.
Quando la tazza fu colma, il maestro continuò a versare il liquido, che traboccò.
“Ma che cosa fai?” sbottò il filosofo. “Non vedi che la tazza é piena?”
“Come questa tazza” disse il maestro “anche la tua mente è troppo piena di opinioni e di congetture perché le si possa versare dentro qualco’altro..
Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?”
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