Re: Media e dintorni

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grazia
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Re: Media e dintorni

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Almeno cinque barattoli di vernice di colore rosso. Vernice utilizzata per cospargere la statua di Indro Montanelli e farla colare sulla testa, sul busto, sugli arti come sangue. E due bombolette di spray di colore nero. Spray utilizzato per scrivere alla base del monumento, nei giardini tra le vie Palestro e Manin intitolati proprio al giornalista e scrittore, due parole che, nei piani degli esecutori, sintetizzano e spiegano l’agguato: «Razzista stupratore».


Il vandalismo è avvenuto nel pomeriggio di ieri. Del caso si occupa la Digos. Un blitz che potrebbe avere avuto numerosi testimoni ed esser stato ripreso dalle telecamere. Ci sono sì impianti, nelle strade adiacenti il parco e all’interno della stessa area verde, ma è anche vero che esistono percorsi di avvicinamento e allontanamento verso la statua «scoperti». L’indagine potrebbe non essere fulminea. Come invece sembra essere stata l’azione. Quantomeno, un’azione studiata, preparata. C’erano più persone, e magari altri complici a far da palo lungo il perimetro dei giardini e in prossimità dei cancelli. A ieri sera, nessuno ha rivendicato il blitz, eseguito dopo intensi giorni di dibattito in seguito alla richiesta dei Sentinelli, che sostengono di battersi per i diritti, di rimuovere il monumento in relazione al passato colonialista di Montanelli, quando in Abissinia (era un giovane sottotenente) sposò e convisse con una minorenne.


Nei giorni scorsi i Sentinelli avevano scritto una lettera al sindaco Beppe Sala e al consiglio comunale tutto. Più che una lettera, era stato un appello. Ancor di più, un’esplicita richiesta da soddisfare nel breve volgere. Ovvero rimuovere la statua ed erigerne altre dedicate a personalità più «degne». E come una sequenza di voci contrarie s’era subito messa in moto, così le reazioni nell’apprendere il vandalismo sono state immediate. Fra i primi a intervenire, il governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana: «Proprio non ci siamo. L’odio, la cattiveria e l’astio sono sempre più dominanti sul confronto civile e democratico. C’è da preoccuparsi seriamente». Roberto Cenati guida l’associazione milanese dell’Anpi. E rimane fermo sulla posizione già espressa, un invito ad analizzare l’intera vita e la professione del giornalista: «Nessuno vuole difendere quel passato. Ma ricordo che il monumento a Montanelli è stato costruito a pochi passi da dove fu gambizzato dai brigatisti. Ha un significato particolare, questa statua. Quei terroristi avevano voluto colpire la libertà di stampa. Sono preoccupato per questa deriva iconoclasta che vuole emendare la storia». Non è la prima volta — e a registrare i fatti il timore è che non sia l’ultima — che il giornalista diventa un bersaglio. Scelto e colpito. Un simbolo eletto a rappresentazione del male e meritevole di essere cancellato nella sua memoria. Le mosse dei Sentinelli avevano seguito le «diramazioni» dell’assassinio negli Stati Uniti di George Floyd. Era stata per esempio abbattuta la statua di Edward Colston, un mercante di schiavi, e allo stesso tempo aveva subìto oltraggi il monumento a Winston Churchill. Attaccare ovunque, attaccare in ordine sparso. Qui in Italia, per appunto, ecco Indro Montanelli, inviato, scrittore, storico, narratore del mondo. Difficile che nessuno abbia visto il blitz: era sabato, e di sabato i giardini sono affollati. Sulla statua i vandali hanno dovuto arrampicarsi e sostare, per versare la vernice; dopodiché, plausibilmente, hanno dovuto scappare. Non sono passati inosservati.

Corriere della Sera
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grazia
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Indro Montanelli, pedofilo e razzista

La statua di Indro Montanelli imbrattata


E’ quanto sostengono alcuni gruppi antirazzisti e femministi, che a Milano vorrebbero rimuovere la statua del grande giornalista dai giardini pubblici a lui intitolati. E che vorrebbero, naturalmente, intitolare i giardini a qualcun altro. Più degno di lui.
La colpa di Montanelli? Arrivato all’Asmara nel 1935, reporter ventiseienne, viene nominato comandante di compagnia nel XX Battaglione Eritreo, formato a ascari, mercenari locali. Era tradizione che gli italiani trasferiti laggiù, a migliaia di chilometri da casa, si prendessero come compagna una donna africana. Al giovane Indro venne proposta una minorenne locale, e lui non si sottrasse.
Si vollero bene. Ma per fortuna Montanelli capì che quel legame era sbagliato. Quando la relazione terminò, la ragazza sposò un attendente eritreo. Con lui fece tre figli, il primo lo chiamarono Indro.

Eccola qui, la grande colpa del grande scrittore. Ecco perché era razzista: perché si era messo insieme ad una ragazza di colore (dovrebbe semmai essere il contrario: un bianco che va con una nera dimostra che il colore della pelle non conta). Ed ecco perché era pedofilo: perché lei non era ancora maggiorenne.
Che dire, allora, di Maometto, che ebbe la bellezza di 13 mogli, tra cui una schiava copta (pure schiavista, oltre a razzista!), e addirittura 16 concubine? La sua moglie più importante, Aisha, venne sposata formalmente quando aveva 6 anni. E il rapporto venne consumato quando ne aveva 9.
Oggi ci scandalizziamo per certe cose. Aggiungo: per fortuna. Un maggiorenne che fa sesso con una minorenne finisce in gattabuia; se la ragazzina è una bambina, buttano via la chiave. Ed è giusto che sia così. Oggi. Ma allora le tradizioni, la cultura, la mentalità erano completamente diverse. Si viveva meno, si moriva prima e si doveva prolificare prima. A 13 anni Gandhi sposò una tredicenne ed ebbero cinque figli. Sbagliato, sbagliatissimo. Come i matrimoni combinati. Ma allora era la regola. E se provavi a ribellarti venivi condannato, come eretico e nemico dei valori familiari.

Ci sono istanze giuste, giustissime. Che però, portate all’estremo, diventano ridicole. Da quando, negli Usa e in tutto il mondo, il movimento Black lives matter ha ripreso vigore dopo la tragica uccisione di George Floyd, la piaga del razzismo è tornata all’ordine del giorno. Era ora, visto anche che Trump si è permesso di mettere sullo stesso piano i suprematisti bianchi e gli antirazzisti. Dopo i disordini di Charlotteville nell’agosto 2017, in cui una giovane antifascista venne uccisa da un estremista di destra, il Presidente disse qualcosa che fa ancora accapponare la pelle: “There were very fine people on both sides”, “C’erano ottime persone da entrambe le parti”. Come dire che anche gli scagnozzi del Ku Klux Klan sono ottime persone.

Ben venga il rigurgito antirazzista. Ma evitando che, oltre al razzismo, prenda di mira anche il buon senso. E’ ridicolo abbattere le statue di Cristoforo Colombo, colpevole di avere scoperto il Nuovo Mondo, e quindi di avere dato il via al genocidio degli indiani. Così come è ridicolo voler tirare giù i monumenti a Winston Churchill, l’eroe della lotta a Hitler, perché credeva che i bianchi fossero più intelligenti dei neri e degli orientali. Idiozie, che però nell’epoca dell’imperialismo europeo andavano per la maggiore. E c’è chi, in nome dell’antirazzismo, vorrebbe mettere al bando Shakespeare. Perché antisemita nel Mercante di Venezia.

Leonardo da Vinci, animalista e vegano ante litteram, scrisse: “Fin dalla più tenera età, ho rifiutato di mangiare carne. E verrà il giorno in cui gli uomini guarderanno all’uccisione degli animali così come oggi si guarda all’uccisione degli uomini”. Se il tempo dimostrerà che aveva ragione, tra uno o due secoli, chissà, i posteri inorridiranno al pensiero che ancora nel ventunesimo secolo si mangiavano gli animali. Guardando i video-choc degli allevamenti intensivi, in cui mucche, maiali e pulcini sono (mal)trattati come oggetti, resteranno a bocca aperta. E abbatteranno le statue di tutti quanti, prima di loro, non sono stati vegetariani: razzisti, anzi specisti, perché teorizzavano la superiorità di una specie sull’altra. E perché giustificavano, in questo modo, le peggiori violenze su creature inermi.

Quando, nel lontano 1983, sostenni l’esame di Maturità, scelsi il tema dal titolo “Cosa significa essere figli del proprio tempo”. Spiegai che vuol dire ritrovarsi nelle idee e nelle usanze, giuste o sbagliate, della propria epoca e del luogo in cui si abita. Ci vuole coraggio a non essere figli del proprio tempo: si finisce incompresi. O emarginati. O incarcerati. O uccisi. La cultura cambia, la morale cambia, e ciò che allora era giusto oggi è sbagliato. E viceversa.
L’antirazzismo è un dovere morale. Il politically correct è, invece, moralismo. Ossia il tentativo di impancarsi ad eticamente superiori. E’ facile, e gratificante: io mi sento moralmente superiore a te, perché tu hai fatto questo e quest’altro di sbagliato. Visto che siamo uomini, quindi peccatori, trovare qualcosa di sbagliato in qualcuno è facilissimo. E di questo passo dovremmo abbattere tutte le statue, e cambiare in nome a tutte le strade. Non si salverebbero nemmeno i santi: anche loro avevano difetti.

Come disse Andreotti, uno che di peccati se ne intendeva, “ distinguerei le persone morali dai moralisti. Perché molti di coloro che parlano di etica, a forza di discuterne, non hanno poi il tempo di praticarla.”

MARIO FURLAN il Giornale
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Sgarbi espulso alla Camera e portato via di peso

Sgarbi portato via di peso
Sgarbi è stato portato via letteralmente di peso fuori dall'Aula della Camera dopo che, espulso dalla vicepresidente Carfagna, si ostinava a non uscire dall'Emiciclo e, anzi, si produceva in improperi nei confronti di lei e della deputata di Fi Giusi Bartolozzi, come «Vaffanculo», «stronza», «troia» ed altre parole incomprensibili dalle tribune. Carfagna lo ha più volte invitato a uscire. Sgarbi si è invece seduto negli scranni di Fratelli d'Italia prima e poi della Lega. A quel punto quattro commessi lo hanno sollevato di peso, due per le gambe e due per le braccia, e lo hanno portato fuori.

Meno male. Era ora !
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STUDENTE REPORTER
Le parolacce e i giovani: di chi è la colpa?
di leopaz (Medie Superiori) scritto il 10.11.15


Come ben sappiamo, i giovani di oggi sono facilmente influenzabili, primo strumento che effettua questa azione su di essi è rappresentato dai media: TV, radio, forum ecc. Sempre più spesso, ai giorni nostri, viene utilizzato un linguaggio scurrile: è diventata ormai un abitudine quotidiana di cui non si riesce più fare a meno. Ma la causa di tale problema va ricercata alla fonte, cioè agli educatori delle nuove generazioni, i quali possono essere i genitori o i media che, evidentemente, impartiscono inconsapevolmente un'educazione sbagliata. Nella società odierna è divenuto normale ascoltare o dire "parolacce" perchè vi è l'errata concezione che, per integrarsi o anche per sentirsi o apparire come persone degne di attenzione, si debba ricorrere all'uso di determinati termini che talvolta potrebbero risultare fastidiosi per alcuni che non ritengono necessario avere un particolare "slang". Questi ultimi sono i veri esempi da seguire in quanto dotati di una propria personalità. Quindi si può asserire che le "parolacce" non sono proibite anzi sono anche tollerate in un momento di collera o in altri contesti del genere, però non si devono considerare termini che fanno parte della nostra lingua e dato che è doveroso comprendere che il linguaggio periferico non è un motivo di cui essere fieri ma il segno di un'evidente debolezza. Concludo dicendo che l'utilizzo di determinate espressioni non è assolutamente essenziale nella quotidianità di ognuno poichè la comunicazione è un'arte molto importante all'interno della società globale in quanto senza quest'ultima si è in una situazione di grande fragilità paragonabile a quella di una pecora in mezzo ai lupi.
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""''Chi ‘parla come mangia’ spesso viene avvertito come genuino, naturale, senza costruzioni – – per questo arriva in modo diverso all'attenzione dell’ascoltatore. In parte è legato al fatto che l’irriverenza comunicativa prende sempre in contropiede e ‘buca’ la nostra attenzione, in parte è anche vero che si rivolge alla nostra parte più grezza""

Luca Mazzucchelli
vicepresidente dell’Ordine degli psicologi della Lombardia
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grazia ha scritto: 28 giu 2020, 9:00 ""''Chi ‘parla come mangia’ spesso viene avvertito come genuino, naturale, senza costruzioni – – per questo arriva in modo diverso all'attenzione dell’ascoltatore. In parte è legato al fatto che l’irriverenza comunicativa prende sempre in contropiede e ‘buca’ la nostra attenzione, in parte è anche vero che si rivolge alla nostra parte più grezza""

Luca Mazzucchelli
vicepresidente dell’Ordine degli psicologi della Lombardia
In linea di principio hai assolutamente ragione, amica mia. Io però rimango della opinione che se UNO ha tutte le intenzioni di mettertelo in quel posto, di certo non parla come mangia ed in modo grezzo o addirittura volgare, come ad esempio fa Sgarbi.
Tu prova a chiedere a tutte le persone che sono state truffate dalle Banche, da qualche agenzia immobiliare o anche da qualche spasimante pieno/a di attenzioni e parole forbite ed accattivanti. NESSUNO di certo ha convinto io suoi POLLI presentandosi in modo volgare, irriverente e trasandato.
Se nella mia vita ho preso, un paio di INCULONI ( scusami per la volgarità) è perchè sono stato lusigato dai modi forbiti e pacati di colui che voleva mettermelo in quel posto.
La vita è come un ponte, puoi attraversarla ma non costruirci una casa sopra.
(Proverbio dei Sioux)
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Strage di Bologna, le carte segrete di Licio Gelli

di Paolo Biondani
22 luglio 2020

I soldi sporchi di Licio Gelli: cinque milioni di dollari rubati al Banco Ambrosiano e distribuiti nei giorni cruciali della strage. I conti esteri segreti della super-spia Federico Umberto D'Amato. Le manovre per far sparire i documenti che collegano il capo della P2 all'eccidio di Bologna. I legami inconfessabili tra i terroristi dei Nar e il killer fascio-mafioso Paolo Bellini. E i ricatti allo Stato. Documentati da appunti «riservatissimi» dell'allora capo della polizia Vincenzo Parisi, trafugati dal Viminale e nascosti in un deposito clandestino, insieme a pezzi di ordigni esplosivi sottratti alle indagini sulle prime bombe nere.

Sono gli ultimi tasselli del mosaico criminale della strage di Bologna, il più grave attentato nella storia dell'Italia repubblicana. Quarant'anni dopo la bomba nera che il 2 agosto 1980 ha ucciso 85 innocenti nella stazione dei treni, le nuove indagini della procura generale hanno identificato, per la prima volta, i presunti mandanti, finanziatori e organizzatori. L'Espresso, nel prossimo numero in edicola da domenica 26 luglio e già online per i nostri abbonati, pubblica un'inchiesta con i nuovi documenti, intercettazioni e testimonianze che chiamano in causa personalmente il capo della loggia P2, Licio Gelli , morto nel 2015, già condannato per tutti i depistaggi successivi alla strage, il suo tesoriere e braccio destro Umberto Ortolani e il capo dell'Ufficio affari riservati del Viminale, Federico Umberto D'Amato.Al centro delle nuove accuse ci sono carte segrete di Licio Gelli, scritte di suo pugno, che erano state fatte sparire dagli atti del processo per la bancarotta dell'Ambrosiano e ora si possono finalmente rendere pubbliche.


Questo primo documento è stato sequestrato al capo della P2 nel giorno del suo arresto in Svizzera, il 13 settembre 1982: c'è il numero di un conto di Ginevra, dove Gelli custodiva milioni di dollari sottratti al Banco Ambrosiano, preceduto da un'indicazione: Bologna. Questo «documento Bologna» era stato fatto sparire dagli atti giudiziari.

Nel prospetto allegato, Gelli ha annotato di suo pugno le cifre e i nomi in codice dei beneficiari dell'operazione Bologna e di altri bonifici collegati: almeno cinque milioni di dollari usciti dal suo conto svizzero in date che coincidono con i giorni cruciali della pianificazione, esecuzione e successivi depistaggi della strage del 2 agosto 1980. La sigla «Zafferano» nasconde lo storico capo dell'Ufficio affari riservati, Federico Umberto D'Amato, iscritto alla P2, che ha incassato 850 mila dollari, secondo l'accusa, come presunto «organizzatore» della strage.

Questo terzo documento è un «appunto manoscritto» sequestrato a Castiglion Fibocchi il 17 marzo 1981, con la stessa perquisizione che portò a scoprire la lista segreta degli oltre 900 affiliati alla loggia massonica P2: Gelli riassume di aver distribuito, attraverso un fiduciario (M.C.), un milione di dollari in contanti tra il 20 e 30 luglio 1980, alla vigilia della strage, e altri quattro milioni il primo settembre 1980, quando iniziano i depistaggi. Altri documenti e testimonianze collegano questi soldi ai terroristi dei Nar, già condannati come esecutori della strage, e alle false «piste estere» create dagli ufficiali piduisti dei servizi per ostacolare le indagini sui neofascisti.

Come esecutori della strage di Bologna sono stati condannati, con diverse sentenze definitive, i terroristi dei Nar Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e, in primo grado, il killer nero Gilberto Cavallini. Le nuove indagini ora identificano il quinto presunto complice, anche lui neofascista, sospettato di aver portato a Bologna l'esplosivo: Paolo Bellini, ex pilota d'aereo e killer della 'ndrangheta, misterioso personaggio collegato a militari dei servizi segreti, magistrati massoni, boss di Cosa Nostra e terroristi neri, compresi gli stragisti dei Nar.

https://espresso.repubblica.it/attualit ... i-1.351225
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La Costituzione americana: debolezza di un modello,

di Sabino Cassese
04/11/2020


La Carta che ha disegnato un sistema considerato un riferimento in tutto il mondo ormai mostra tutti i suoi anni. Ed emergono numerose storture…
La Costituzione americana: debolezza di un modello, di Sabino Cassese
Il 2 aprile del 1831 un magistrato ventiseienne francese si imbarcava a Le Havre, in compagnia di un amico, per New York, raggiunta dopo trentotto giorni di traversata. Si trattava di un viaggio di inchiesta, formalmente sul sistema penitenziario americano, di fatto sulla giovane democrazia di quel Paese. Dalle conversazioni e letture quel giovane aristocratico, Alexis de Tocqueville, trarrà, quattro anni dopo, la prima parte di un libro famoso e ancora oggi un classico, intitolato De la démocratie en Amérique.

Fino ad allora, la cultura europea e mondiale aveva glorificato la rivoluzione inglese del 1688 come esempio di democrazia. Tocqueville girerà lo sguardo del mondo verso l’altro modello, quello americano del 1776-1789. Da allora in poi il mondo ha guardato con ammirazione alla Costituzione americana del 1787. L’ammirazione è cresciuta con la crescita in estensione e potenza degli Stati Uniti. Questi, all’epoca del viaggio del nobiluomo francese, avevano 13 milioni di abitanti e 2 milioni di schiavi. Ora quel Paese è 25 volte più popoloso ed ha aumentato enormemente la sua estensione e potenza. Se un merito ha avuto la presidenza Trump è stato quello d’aver messo ora sotto gli occhi di tutti le debolezze di quel modello tanto ammirato.

La Costituzione americana ha 233 anni di vita. È la più longeva al mondo. Ha avuto in tanti anni solo 27 emendamenti, nonostante ne siano stati proposti più di diecimila. È anche una delle più difficilmente emendabili (ambedue le procedure di cambiamento previste sono troppo complicate e farraginose). Questo ha nutrito le strane idee degli «originalisti» (lo era il giudice costituzionale Antonin Scalia e lo è la nuova giudice Amy Coney Barrett, sua seguace), per cui i giudici debbono sempre rispettare l’originaria volontà di chi scrisse una Costituzione antica di quasi due secoli e mezzo. Un modello tanto lontano nel tempo, pur pieno di tanti acuti accorgimenti per evitare il prevalere della «tirannide della maggioranza», temuta da John Adams, James Madison e Alexis de Tocqueville, non è sempre in grado di reggere il peso dell’età.

Alcune Costituzioni contemporanee contengono principi che i tedeschi definisco eterni perché non modificabili, ma si tratta di singole norme. La più grave conseguenza della sostanziale immodificabilità costituzionale americana è quella di squilibrare completamente il sistema, dando un potere enorme alla Corte Suprema, l’unico organo in grado di adeguare i principi costituzionali alla realtà di oggi. Così la Corte Suprema detta legge. Non si spiega altrimenti che anche la morte di un giudice abbia il rilievo della scomparsa di un sovrano.

Il secondo segno di debolezza del sistema costituzionale sta nell’aver consentito la crescita a dismisura dei poteri del presidente. In origine, il presidente non aveva un ruolo tanto importante: all’inizio del secolo scorso, William Howard Taft lasciò con piacere la carica per insegnare e poi divenire Chief Justice; alla fine della sua vita dichiarò che non ricordava neppure di essere stato presidente. Il presidente americano è il Commander-in-Chief delle forze armate, il capo del partito che l’ha candidato, il capo dello Stato e del governo, può porre il veto alle leggi, emanare executive orders, nominare at will, a sua discrezione, da 6 a 8 mila alti funzionari federali e, con l’assenso del Senato, tutti i giudici federali, compresi quelli della Corte Suprema. Il peso acquisito dagli Stati Uniti nella politica mondiale nel corso del 1900 ha ulteriormente accentuato ruolo e poteri del presidente. Lo storico Arthur Schlesinger, che fu anche consigliere di ben tre Kennedy, la chiamò «presidenza imperiale». Gli ha fatto eco Bruce Ackerman (Tutti i poteri del presidente, Bologna, il Mulino, 2012) con una analisi di questa straordinaria concentrazione di poteri.

Terzo punto debole: il presidente americano parla a nome della nazione, ma non è eletto dal popolo. Il 3 novembre vengono eletti gli elettori di uno dei candidati, e per esser eletti occorre assicurarsi la maggioranza degli Stati, non la maggioranza dei voti popolari (nelle votazioni del 2016 la signora Clinton ebbe quasi 3 milioni di voti in più di Trump e perdette). Questa contraddizione è accentuata dalla spinta estremistica di un presidente come Trump, che ha polarizzato tutta la sua politica ed è giunto a minacciare di non riconoscere il risultato elettorale.

Quarto: il motto americano è e pluribus unum (da molti, uno). Ma, se gli Stati sono uniti nel patto federale, non è unita la popolazione, considerato che il 14 per cento (i 45 milioni di afroamericani) non ha ancora ottenuto un pieno riconoscimento dei propri diritti. Ha ragione il grande giurista Guido Calabresi nel riconoscere che l’Unione Europea (che per motto ha più saggiamente scelto in varietate concordia, cioè unità nella diversità) è più unita degli Stati Uniti d’America, tante volte presi ad esempio dei futuri sviluppi dell’Europa. Quel Paese che si vanta di essere un melting pot (crogiolo) ha al suo interno divari che sono più forti di quelli territoriali, che noi abbiamo in Europa.

Un altro punto debole riguarda la Corte Suprema (e le altre corti federali), i cui membri sono messi sullo stesso piede di un re o del Papa, perché titolari della carica a vita. Questo non è solo un inconveniente in sé, perché assicura ricambi lentissimi, ma anche la fonte di un’altra stortura, perché permette, a caso, al presidente che debba nominare più di un giudice di lasciare una impronta della sua politica molto al di là del proprio mandato (limitato dal 1951 a quattro anni, rinnovabili una sola volta).

In conclusione, la Costituzione che ha disegnato un sistema politico preso a modello in tutto il mondo mostra tutti i suoi anni ed è ben poco esemplare. E Trump non si è rivelato un problema solo per il suo Paese, ma anche per la democrazia.

https://www.corriere.it/editoriali/20_n ... debolezza-


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La democrazia sotto scacco

Il nuovo libro di Sabino Cassese (Mondadori) mette in luce le contraddizioni dei regimi rappresentativi e i meriti di Bruxelles: violenza e fanatismo religioso le peggiori minacce

di SERGIO ROMANO



In un «lessico di frequenza» (lo studio sull’uso quantitativo delle parole) è probabile che «democrazia», insieme a «Dio», sia una di quelle maggiormente utilizzate dagli esseri umani e, per di più, nella convinzione che abbia ovunque lo stesso significato. L’ultimo libro di Sabino Cassese (La democrazia e i suoi limiti, edito da Mondadori) dimostra invece che la democrazia è nella migliore delle ipotesi una formula generica dietro la quale si nascondono realtà alquanto diverse e molto spesso poco democratiche.


È democratico un regime in cui vige la regola del consenso e basta il dissenso di pochi a impedire l’approvazione di una regola desiderata dalla maggioranza? È democratico uno Stato in cui il Parlamento non è eletto dalla maggioranza dei cittadini elettori, ma dalla minoranza più forte? È democratico uno Stato che ricorre frequentemente ai referendum, quando è ormai evidente che la consultazione è molto spesso soltanto un plebiscito sulla persona che ne è promotrice? È democratico un movimento politico che affida alla Rete e ai suoi umori la soluzione di questioni che richiedono il contributo di persone esperte e competenti? Non è tutto. È più democratico eleggere i giudici, reclutarli per concorso, come accade nella maggior parte delle democrazie europee, o affidarne la nomina al capo dello Stato? La prima e la terza formula sono quelle adottate nella grande democrazia americana. Ma questa stessa democrazia, per molto tempo considerata un modello da studiare e imitare ha eletto alla presidenza Donald Trump; un discusso e contestato presidente degli Stati Uniti che avrà il diritto, dopo il giuramento, di nominare circa mille giudici federali.


Cassese conosce i limiti della democrazia. Ha assistito a fenomeni che hanno dato risultati alquanto diversi da quelli previsti e auspicati. La proliferazione delle sedi in cui si fanno regole e leggi ha ridotto notevolmente i poteri del governo e dell’amministrazione. La democrazia, nelle sue manifestazioni più rivendicative, ha creato una crescente domanda di giustizia che ha avuto l’effetto di aumentare, a scapito dell’esecutivo, governo, i poteri dei procuratori, dei tribunali amministrativi e della stessa Corte costituzionale. Come ricorda Cassese, un grande studioso inglese, Walter Bagehot, ha scritto che la principale prerogativa della Camera dei Comuni era la elezione del premier. L’Italia repubblicana non ha mai avuto un premier e, a giudicare dall’esito dell’ultimo referendum, sembra decisa a non averlo.

Oggi la democrazia, in tutti i Paesi occidentali, è alle prese con nuovi problemi o, piuttosto, con la nuova configurazione di problemi che aveva già affrontato nel corso della sua storia. Esiste anzitutto quello del suo rapporto con la religione. Dopo avere faticosamente costruito una relazione di reciproco rispetto con le Chiese cristiane, le democrazie devono accogliere popolazioni musulmane per cui esiste soltanto una legge: quella del Corano. «Fino a che punto — si chiede a tal proposito Cassese — il rispetto delle diversità può convivere con l’unità degli ordini giuridici nazionali? Se si rispettano regole diverse in relazione alla diversità delle religioni, non si corre il rischio di tornare a ordinamenti di tipo medievale, con diritti personali o di categorie? Si può arrivare al punto che ciascuno scelga il tipo di regole e di giurisdizioni che preferisce?». Credo che nell’Islam vi sia spazio per atteggiamenti più concilianti e pragmatici; e credo che anche le democrazie possano essere non meno pragmatiche. Nove anni fa Robin Williams, arcivescovo di Canterbury e leader religioso della Chiesa anglicana, pronunciò una conferenza in cui sostenne che vi erano casi in cui la magistratura britannica avrebbe potuto applicare le regole della sharia. Pensava naturalmente, in primo luogo, alle vertenze matrimoniali. Ma anche il pragmatismo, purtroppo, smette di essere una virtù nel momento in cui una minoranza radicale brandisce l’Islam come un’arma da usare con spietata ferocia.

Il secondo problema con cui la democrazia deve fare i conti è il terrorismo. Sino a che punto uno Stato democratico può continuare ad applicare le regole liberali della sua costituzione quando è minacciato da eventi come quelli di Parigi, Nizza, Bruxelles e Berlino? Quando François Hollande ha proposto l’approvazione di una legge che avrebbe privato i militanti islamisti della cittadinanza francese, l’opinione pubblica del suo Paese glielo ha impedito. Ma sappiamo, come ricorda Cassese, che altri Stati si sono comportati ancora meno democraticamente. Gli Stati Uniti hanno creato un mostro giuridico (l’espressione è mia) quando hanno collocato la prigione di Guantanamo al di fuori del sistema giuridico americano e privato i prigionieri del ricorso alla giustizia

La questione che maggiormente ci concerne è quella della democrazia nell’Unione Europea in un momento in cui è minacciata non soltanto da un nemico esterno (il terrorismo), ma anche da nemici interni (i populismi nazionalisti di alcuni Paesi mitteleuropei). Su questo punto Cassese mi sembra ottimista e incoraggiante. Anziché denunciare il «deficit democratico» della commissione di Bruxelles, come va di moda negli ambienti euroscettici, l’autore di La democrazia e i suoi limiti constata che stiamo costruendo, pur fra molte esitazioni e contraddizioni, una Europa sempre più interdipendente, in cui la sovranità dei singoli Stati è progressivamente limitata dagli obblighi reciproci dei suoi membri e da una crescente legislazione comune. Esiste ormai un «obbligo reciproco orizzontale» — dice Cassese — che, per esempio, «consente all’Unione Europea di mandare alla Polonia un “avviso sullo Stato di diritto”, per chiedere spiegazioni sulle riforme varate da quel Paese, che pongono in dubbio — tra l’altro — l’indipendenza della Corte costituzionale polacca». Non abbiamo risolto il problema, ma abbiamo conferito legittimità ai polacchi che hanno pacificamente manifestato il loro dissenso. Sono i nostri concittadini.
20 gennaio 2017
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Salvini si crede Donald, io l’unico Trump italiano

Alessandro Franzi
9 Novembre 2016

Il segretario della Lega è stato il solo a spendersi per il nuovo presidente Usa sin dall'inizio. Ora vuole cavalcare l'onda per rivendicare la leadership del centrodestra contro Parisi. Ma è Grillo che ha il grosso dei voti anti-sistema, e ha già elogiato il successore di Obama

Matteo Salvini ci aveva messo il cappello molto tempo fa, bisogna ammetterlo. Il segretario della Lega, insieme a pochi altri, ha tifato Donald Trump fin dalle prime battute della campagna elettorale per le presidenziali Usa. Ha scommesso sul magnate di New York quando la stampa americana lo trattava ancora come una macchietta. Questione di posizionamento politico da leader anti-sistema, forse. Ma anche simpatia personale per un personaggio che in questi mesi si è permesso di dire e fare quasi tutto quello che ha voluto. Anche ammettere di non conoscere lo stesso Salvini, che si era presentato al suo fianco per una photo-opportunity durante la campagna elettorale a Filadelfia.
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Non stupisce dunque che dopo la vittoria di Trump su Hillary Clinton, il leader della Lega passi subito all’incasso. Di primo mattino The Donald deve ancora pronunciare il suo primo discorso da presidente e Salvini è già a Radio Padania. Una fretta giustificata dall’imprevisto (per gli altri, dirà lui) risultato d’Oltreoceano. “Questa è stata la rivincita del popolo contro il sistema – racconta in radio -. Ora per la Lega è il momento di osare, di andare oltre i vecchi partiti. Non è più il tempo dei tentennamenti, chi ci ama ci segua”. Con un po’ di presunzione e parecchio ottimismo, Salvini vuole accreditarsi come il Trump italiano. Non solo per la Lega, ovviamente, ma anche per la leaderhsip del centrodestra che verrà.

Appeso il telefono con Radio Padania, alle 11.30 di mattina il leader leghista arriva a Montecitorio. Il suo staff ha organizzato un incontro con i giornalisti per celebrare la vittoria del nuovo inquilino della Casa Bianca. In platea ci sono diversi deputati padani, al suo fianco siede il volto istituzionale del Carroccio, il vice-segretario Giancarlo Giorgetti, che è uno che parla solo quando serve. “Adesso sarà difficile ridicolizzare le idee della Lega”, attaccano. “Noi stiamo già lavorando alla squadra di governo”, insiste Salvini.

E’ un messaggio per gli alleati del centrodestra – il capogruppo forzista Renato Brunetta è lì in sala stampa ad assistere – e per gli scontenti del suo partito. Soprattutto, il leader leghista si rivolge al Movimento 5 Stelle e al suo elettorato (e qui sta la nuova scommessa di Salvini). Non è un caso se nella corsa a salire sul carro del vincitore americano ci sia anche Beppe Grillo. In mattinata l’ex comico genovese si affida al solito blog. Racconta le evidenti similitudini tra la corsa del neopresidente Usa e il MoVimento. “E’ la delflagrazione di un’epoca – scrive – è un vaffanculo generale, Trump ha fatto un VDay pazzesco”. Dichiarazioni che fanno discutere, anche perché per tutta la campagna elettorale i grillini si erano ben guardati dal prendere posizione tra Hillary e Trump. Il risultato è a tratti grottesco. Nel giro di qualche minuto parte una gara per stabilire chi è il trumpista più puro. Quasi un derby tra populisti. “Grillo sale sul carro del vincitore dopo aver sputato il giorno prima su Trump – attacca Salvini – Troppo facile così. Questa non è coerenza.

Inevitabilmente l’attenzione si sposta sulla scena italiana. E’ sempre un po’ provinciale sbirciare le vicende internazionali dal cortile di casa, però è evidente che il fattore Trump rischia di influenzare l’ultimo scampolo della campagna referendaria, una campagna che più mediatica non si può. Sul fronte del No alla riforma costituzionale è già partita la competizione per rappresentare il trumpismo di casa nostra, usando il No per far cadere Matteo Renzi. Ma nel frattempo Salvini è impegnato anche nella difficile partita nel campo del centrodestra. Il leader del Carroccio si immagina infatti alla guida di uno schieramento totalmente diverso da quello che sogna Stefano Parisi: uno schieramento antisistema, un po’ bossiano, un po’ lepenista, un po’ trumpista, La prova generale sarà già sabato, a Firenze, la città di Renzi. E’ lì che Salvini ha convocato la sua manifestazione nazionale a sostegno del No. E tra i possibili alleati chi non ci sarà, ha detto, “si autoesclude”.

La sfida non è facile. Che cosa farà per esempio Silvio Berlusconi, che molti associano alla figura di Trump ma che resta lontano dalla scena? In mattinata, molti esponenti del centrodestra si sono affrettati a elogiare il prossimo presidente americano – da Giorgia Meloni a diversi berlusconiani -, ma non è così scontato che Salvini conquisti il fattore Trump. Anzitutto perché il grosso del consenso anti-sistema, in Italia, resta ben saldo nelle mani di Grillo e dei grillini. Senza dimenticare che tra il leader leghista e il magnate americano restano enormi differenze. Salvini non è un outsider come il successore di Obama, ma un politico di professione dal 1993. Trump è stato in parte disconosciuto dal partito Repubblicano. Salvini è il leader di un partito che difficilmente potrà accreditarsi come alternativo all’establishment. Sognare però costa poco. E qualche volta ci si azzecca pure.

9 Novembre 2016

Meditate gente meditate!
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