Media e dintorni

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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 24/07/2018, 23:23

Cristiano Ronaldo non è un chirurgo ma guadagna di più di Davide Amerio



Cristiano Ronaldo è approdato a Torino grazie a un generoso contratto stipulato con la Juventus, quantificato in 30 milioni di euro in quattro anni. Molti di più i soldi sborsati dal Club per aggiudicarsi il giocatore portoghese, e un’infinità di altri soldi pioveranno nelle tasche di Ronaldo grazie agli sponsor che già si sono prenotati.

La notizia ha generato un bel po’ di sdegno sui Social. In molti di domandano se sia giusto che un giocatore guadagni cifre simili; altri fanno paragoni tra il lavoro di un chirurgo e quello di prendere a calci una palla: è possibile che chi salva vite guadagni cifre relativamente molto modeste rispetto a un tizio che corre dietro a un pallone?

In tempi di recessione, precarietà, incertezza, queste notizie suonano come un ceffone in faccia a quanti faticano a mettere insieme il pranzo con la cena; a mandare avanti un’impresa; a trovare un lavoro degnamente retribuito; a vivere una vita dignitosa con una pensione irrisoria rispetto al costo della vita.

Se vogliamo farci male sino in fondo, possiamo anche considerare che l’Italia, grazie alla legge di Stabilità del 2017 (per merito dei politici, quelli “esperti”), permetterà a Ronaldo di pagare tasse per una cifra forfettaria di 100mila euro, mentre in Portogallo il giocatore ha dovuto patteggiare una cifra milionaria ben consistente. Come spiegano su corriere.it:

Si tratta della nuova normativa fiscale introdotta dalla legge di Stabilità del 2017 che permette a chi si trasferisce nel nostro Paese (o comunque a tutti quelli che non hanno avuto la residenza fiscale in Italia in 9 delle ultime 10 annualità) di optare per il regime sostitutivo per i guadagni conseguiti all’estero. In pratica Ronaldo pagherà un forfait di 100mila euro annui sui redditi extra-italiani (la cifra quindi non riguarda l’ingaggio percepito dalla Juventus), mentre i suoi familiari pagherebbero un forfait di 25mila euro cadauno.

E se si calcola che secondo Forbes i suoi guadagni extrasalario sono stati pari nel 2017 a oltre 54 milioni di euro, è chiaro che lo sbarco in Italia per Cristiano Ronaldo è piuttosto conveniente.In Spagna del resto era stato condannato a due anni di carcere e a pagare 18,8 milioni di euro di multa per evasione fiscale. In Italia potrà stare molto più tranquillo.

Rendiamo grazie ai nostri politici “esperti”. Situazioni come queste sono quelle che spingono verso l’evasione fiscale e verso l’illegalità: come può sentirsi un libero professionista, o un imprenditore, tassato per 100mila euro, a fronte di un guadagno consistentemente inferiore ai milioni di euro di Ronaldo? E lavorando con responsabilità sociali, amministrative e penali non paragonabili?

Sorvoliamo sui cospicui flussi di denaro che viaggeranno tra diritti televisi, sponsor, e le società calcistiche. Questo diritto di straguadagnare è lecito? È moralmente accettabile? Ci sono, o ci dovrebbero essere, dei limiti imposti?

Queste domande ricorrono di fronte alle notizie di questi ingaggi. Non accade solo da noi; i casi più eclatanti provengono dagli Stati Uniti. Proprio qui, nell’ottica del libero mercato e del pensiero libertario, si possono trovare spiegazioni ragionevoli (il che non significa che siano accettabili o condivisibili) sull’orgine di questi meccanismi, e sul pensiero filosofico che li sostiene.

Prendo spunto dal filosofo Michel Sandel, docente all’Università di Harward, che da anni tiene un corso di introduzione alla filosofia denominato “Justice – What’s the right think to do?”, da cui deriva l’omonimo libro (in Italia con il titolo “Gustizia – il nostro bene comune”). In una parte del corso, quella che riguarda proprio la filosofia del Libertarismo, viene esaminato il pensiero di Robert Nozick, filoso e autore del libro “Anarchia, stato e utopia”.

Nozick è sostenitore dello “stato minimo”, ovvero uno stato nel quale gli unici compiti assegnati al governo riguardano la sicurezza del cittadino, proteggendolo dalla sopraffazione, dal furto e dalla frode. Tutto il resto viene regolato dalle leggi del mercato, e dalle relazioni contrattuali che si stabiliscono tra soggetti liberi. L’idea del pensiero libertario (che annovera tra le sue fila economisti come F. von Hayek e M. Friedman), esclude qualsiasi interferenza nella libertà individuale, a partire da quella economica.

Essa giunge a considerare illecita la redistribuzione delle ricchezze attraverso la tassazione, in quanto questa lederebbe la libertà degli individui di gestire in autonomia (e liberamente) i propri beni – e guadagni; tassare i redditi è paragonabile a rendere schiavi gli individui.

All’interno di questo tema (molto vasto, qui solo accennato per definire il perimetro del discorso), è presente la considerazione sulle ampie ricchezze acquisite grazie al mercato: il caso menzionato è riferito a Michael Jordan, ma vale per qualsiasi altro soggetto dell’attualità. Se la ricchezza acquisita da un giocatore pare sproporzionata, Nozick, per giustificare la teoria, mette in campo un esempio, non di poco conto:

− supponiamo che al giocatore (Jordan/Ronaldo) non venga corrisposto un reddito, ma, all’inizio della stagione, le persone che vogliono vederlo in campo, versino in una cassetta cinque euro per assistere alla partita. Il contenuto di questa cassetta verrà interamente devoluto al giocatore.
− Nel giro di breve tempo, il contenuto di quella cassetta, grazie all’elevato numero di persone disposte a pagare per vederlo giocare, avrà eguagliato proprio gli importi degli stipendi erogati dalle società a questi professionisti

Questo espediente è utile a Nozick per dare risalto allo scambio volontario che avviene tra tifosi e giocatori, nella realtà mediato dalle società sportive.

Ora poniamoci un’altra domanda: quante persone sarebbero disposte a pagare cinque euro per vedere un chirurgo operare? Pochine…direi.

La questione, allora, va posta all’interno della logica dei grandi numeri che vige nell’ambito del libero mercato. Può non piacere, ma di fatto è così. Non si può fare un paragone in termini assoluti.

Sarebbe oltremodo assurdo (nel raffronto tra Ronaldo e un chirurgo), pretendere che il secondo abbia una retribuzione superiore a quanto guadagna, sul mercato, il primo: quanto ci verrebbe a costare una semplice operazione di appendicite?

Per capire meglio la questione dei grandi numeri, facciamo un altro esempio semplice. Prendiamo in considerazione l’ipotesi di una App molto conosciuta e utilizzata: se il costo di installazione è basso, o irrisorio, tipo 99 centesimi (arrotondiamo ad 1 euro, una cifra alla portata di tutti), ma l’applicazione è molto amata e molto scaricata sui cellulari (per esempio 1 miliardo di volte), ecco che ottengo un ricavo – per l’azienda che la vende,- di 1 miliardo di euro. È un ricavo eccessivo? Ingiusto? Su quali basi lo possiamo criticare, se il download è volontario e libero, non obbligato da nessuno.

La questione, quindi, non si può dirimere paragonando Ronaldo a un chirurgo, perché se siamo, come siamo, nell’ambito di un libero mercato, la logica dei numeri, e l’interesse dei consumatori a compiere una libera scelta, è il comandamento primario.

Rimangono due possibili azioni.

La prima riguarda i singoli: o rinuncio a guardare lo sport, e quindi a pagare abbonamenti televisivi che finanziano questo circolo di denaro; oppure, se sono sdegnato, mi informo sulle aziende che sponsorizzano questo mercato ed evito magari di comprare i loro prodotti.

La seconda riguarda lo Stato: contrariamente a quanto è stato fatto (anche se riguarda i guadagni provenienti dall’estero), e considerando che siamo uno stato di economia mista, il giocatore dovrebbe essere costretto a pagare tasse in maniera proporzionale ai guadagni. Diversamente dalla logica libertaria, il nostro sistema prevede politiche di redistribuzione della ricchezza.

A me non resta che considerare alquanto bizzarra, e strana, la coincidenza della Legge di Stabilità promulgata nel 2017, e l’acquisto di Ronaldo, nel 2018. Valutando che un’operazione del genere non può essere stata pianificata dall’oggi al domani da parte del management. Come sul dirsi, a pensare male, si commette peccato (ma a volte ci si azzecca)… e confesso di essere un gran peccatore.

Davide Amerio

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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 25/07/2018, 9:11

"MONETA A DEBITO" E "MONETA POSITIVA"

La domanda che mi fanno tutti è sempre la stessa : che differenza c’è tra una “MONETA A DEBITO” ed una “MONETA POSITIVA” ?
Una domanda apparentemente banale, è in realtà la più importante di tutte.
Se le persone fossero consapevoli della diverse conseguenze che ha, nell’attuale sistema economico e più in generale nella nostra vita, la scelta di usare una moneta rispetto all’altra, non sarebbero così rassegnate e disponibili ad accettare sacrifici, ma farebbero la rivoluzione per pretendere l’adozione di una “moneta positiva”.
Abbiamo invece scelto di privilegiare la “moneta a debito”, che è la causa principale dell’aumento delle disuguaglianze e della disoccupazione, ma soprattutto il vero motivo del peggioramento della crisi economica e dell’instabilità del sistema finanziario e bancario.
La cosa che mi ha sempre lasciato perplesso, nello studiare i libri di economia universitari, è la totale assenza di una qualche spiegazione sulle differenze fondamentali tra questi due tipi di monete, ma soprattutto una analisi seria e scientifica delle diverse conseguenze che esse producono nel funzionamento e nello sviluppo dell’economia e della politica.
Un pò come voler studiare il funzionamento del corpo umano senza preoccuparsi se il sangue viene prodotto dall’organismo oppure viene “prestato” dall’esterno, dovendo essere restituito con gli interessi.
Nel primo caso il corpo vive, mentre nell’altro muore.
Questa verità pura e semplice è completamente ignorata dalla maggior parte delle persone. Soprattutto dai cosiddetti esperti economici, anche quelli che sono comunque critici nei confronti del sistema attuale.
“Moneta a Debito” contro “Moneta Positiva“
In realtà, chi conosce la storia dell’evoluzione della moneta nel corso dei secoli, riesce a leggere sotto la traccia degli avvenimenti politici, una lunga lotta per la prevalenza di uno di questi due “sistemi monetari”, che producono nell’economia e nella società, conseguenze e comportamenti completamente diversi:
• la prima è una moneta prestata da qualcuno con interessi, che genera debito e provoca automaticamente competizione tra gli individui;
• la seconda è una moneta di proprietà di chi la usa, che ha solo un costo iniziale per la sua creazione (più o meno alto a secondo del “materiale” usato) e produce collaborazione tra gli individui.
Visto che viviamo in una economia basata sulla competizione, vi lascio solo immaginare quali delle due ha preso il sopravvento !
Per capirlo basta fornire due percentuali :
• la “moneta a debito” costituisce il 99,7% di tutta la moneta che usiamo;
• la “moneta positiva” è ormai ridotta al rimanente 0,3% della moneta che usiamo.
Chi gestisce la “moneta a debito” ha un potere enorme perchè crea dal nulla una moneta con la quale è in grado di ricattare non solo aziende e cittadini, ma anche interi Stati.
Fino al 1993 la percentuale di “moneta a debito” era notevolmente più bassa rispetto alla “moneta positiva” creata dallo Stato, per effetto di una riserva obbligatoria variabile da un minimo del 17,5% ad un massimo del 22,5%, ma soprattutto per il fatto che buona parte della “moneta a debito” era generata dallo Stato con le sue banche pubbliche.
Dopo il 1993 lo Stato ha deciso di svendere ai privati il suo complesso sistema di banche pubbliche, per decisione di molti politici tra cui Giuliano Amato e Beniamino Andreatta, Mario Draghi come Direttore Generale del Ministero del Tesoro e Romano Prodi come Presidente dell’IRI, che era proprietaria delle banche pubbliche, determinando di fatto anche la privatizzazione delle loro quote di partecipazione in Banca d’Italia.
Conseguenze della “Moneta a Debito“
Vediamo ora quali sono le conseguenze principali dell’adozione di una moneta che viene “prestata” al sistema economico dalle banche :
• il prestito genera un debito pubblico per lo Stato e un debito privato per aziende e cittadini;
• il debito è matematicamente inestinguibile, perchè sempre più grande della moneta prestata;
• il debito cresce in modo esponenziale, per effetto degli interessi composti;
• l’uso di questa moneta genera un costo per la collettività a causa del pagamento continuo di interessi.
Per quanto riguarda le dimensioni del debito pubblico e privato in Italia, questi sono i numeri e non siamo neanche il paese peggiore, come risulta da questo articolo del Sole 24 ore >>>QUI :
• in Italia il debito pubblico è pari a circa 2.300 mld di euro, quello privato a 3.900 mld di euro, per un debito totale che raggiunge la cifra straordinaria di circa 6.200 mld di euro;
• tutta la moneta in circolazione, costituita da moneta metalliche, banconote e credito, compresi i conti correnti vincolati più di 2 anni e titoli bancari, arriva al massimo a circa 2.300 mld di euro.
Houston abbiamo un problema !
A causa di questo debito strutturale del sistema economico, in Italia paghiamo circa 70 mld di euro di interessi sul debito pubblico e probabilmente più di 130 mld di euro di interessi sul debito privato, per un totale di circa 200 mld di euro all’anno di interessi, pari a circa il 12% del nostro PIL.
Questa enorme cifra la paghiamo tutti noi, anche se sotto diverse forme :
• in modo diretto come interessi sul debito privato che abbiamo contratto (mutui, prestiti e finanziamenti);
• in modo indiretto come tasse richieste dallo Stato per pagare gli interessi sul debito pubblico;
• in modo occulto come “onere finanziario” inserito all’interno del costo di tutti i prodotti e servizi che acquistiamo (interessi pagati dall’azienda per finanziare il ciclo produttivo).
Vediamo quant’è il costo dell’uso di una “moneta a debito”, applicato al totale delle banconote che usiamo della BCE come quella da 5 euro.
Visto che i 150 mld di euro possono uscire nel sistema economico solo attraverso un “prestito”, supponendo un interesse medio del 3%, alla fine dell’anno il sistema economico dovrebbe restituire 155 mld di euro, ma non ci sono e soprattutto la moneta non può scomparire, altrimenti l’economia si ferma.
Quindi l’iniziale debito di 150 mld di euro, aumenta di anno in anno con una progressione esponenziale a causa dell’interesse composto :
• dopo 10 anni il debito diventa 202 mld di euro;
• dopo 50 anni il debito diventa 658 mld di euro;
• dopo 100 anni il debito diventa 2.883 mld di euro.
Inutile fare il calcolo per una durata superiore a 100 anni, perchè le cifre diventano astronomiche e assurde, “fortunatamente” in genere arriva una guerra a interrompere la crescita esponenziale.
Conseguenze della “Moneta Positiva”
Vediamo ora quali sono le conseguenze principali dell’adozione di una “moneta positiva” che fosse creata dallo Stato e semplicemente “spesa” nel sistema economico :
• lo Stato disporrebbe delle risorse economiche per ridurre le disuguaglianze, creare infrastrutture, fare investimenti, ecc…;
• avrebbe gli strumenti per mantenere nel sistema economico la giusta quantità di moneta in circolazione;
• il debito pubblico e privato sarebbe sempre inferiore alla quantità di moneta in circolazione;
• l’uso di questa moneta non genererebbe costi per la collettività.
Il debito pubblico può ancora esistere, ma solo legato all’eventuale emissione di Titoli di Stato a tutela del risparmio dei cittadini e per ridurre temporaneamente la moneta in circolazione, se necessario, in alternativa all’aumento della tassazione.
In questo modo lo Stato avrebbe a disposizione diversi strumenti per “regolare” la giusta quantità di moneta in circolazione per far funzionare correttamente l’economia :
• aumento con la spesa pubblica e/o con emissione di nuova “moneta positiva”;
• riduzione con la tassazione e/o con l’emissione di Titoli di Stato.
Se oggi noi usassimo anzichè le banconote come quella da 5 euro della BCE, monete come quella da 5 euro dello Stato, il sistema economico avrebbe ricevuto quelle monete attraverso la spesa pubblica e non dovremmo pagare alcun interesse per seguitare ad usarla.
Così non ci sarebbe bisogno di guerre per nascondere il problema.
Le monete nazionali superiori a 2 euro
Nel 2015 scopriamo che la Finlandia emette dal 2002 moneta metalliche da 5 euro, chiediamo informazione alla loro Banca Centrale e ci dicono che la moneta è a corso legale solo nel loro paese, a dimostrazione che l’euro non è una moneta unica, ma la somma di tante monete nazionali aventi la stessa unità di misura e lo stesso rapporto di cambio 1:1. >>>QUI
Sulla base di questa scoperta, abbiamo cerchiamo di capire come mai uno Stato può emettere una moneta valida solo sul suo territorio, nonostante abbia aderito all’Euro ed ai Trattati Europei.
Scopriamo che in realtà la proprietà dell’euro è ancora degli Stati, come ha ammesso Ollie Rehn nel 2011 quando Borghezio gli ha chiesto con una interrogazione di chi è la proprietà dell’euro. >>>QUI
Nel 2016, dopo il terremoto nelle Marche, facciamo la proposta di realizzare anche in Italia due monete
da 5 euro con la Cattedrale di Amatrice e da 10 euro con la Cattedrale di Norcia, con tirature tali da ricostruire tutte le zone terremotate senza gravare sul Bilancio dello Stato, senza emettere Titoli di Stato e senza pagare interessi. >>>QUI
La nostra proposta è stata poi scritta come proposta di legge ed inviata ai Sindaci di Amatrice, Accumuli ed Arquata del Tronto, oltre a diversi deputati e senatori del M5S, ultimamente è arrivata sul tavolo anche di Giuseppe Conte, e speriamo che la realizzino in modo integrale, perchè sarebbe un segnale forte e chiaro da parte del Governo italiano nei confronti dell’Unione Europea. Se volete scaricare il file >>>QUI.
La moneta da 5 euro su Amatrice
Oggi finalmente scopriamo che con Decreto del 5 dicembre 2017 è stato deciso di creare una moneta da 5 euro per commemorare proprio una Cattedrale di Amatrice http://www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/ ... 287/sg/pdf (a pag.7).
Nell’articolo 4 del Decreto, a pag.8, è espressamente scritto che “La moneta bimetallica da euro 5 celebrativa dei «Tesori artistici di Amatrice», in versione fior di conio, millesimo 2018, avente le caratteristiche di cui al presente decreto, ha corso legale dal 25 gennaio 2018“.
Quindi la moneta da 5 euro ha sicuramente corso legale e solo in Italia, ma purtroppo ha ancora due caratteristiche limitative :
• la tiratura è di soli 20.000 pezzi;
• viene emessa solo nella versione in appositi contenitori per collezionisti, al costo di 15 euro, superiore al suo valore nominale.
La Germania già da anni sta coniando anche lei monete da 5 euro, ed è già passata nelle ultime serie a tirature di 3.400.000 pezzi, dove la maggior parte delle monete viene emessa nella versione standard per essere venduta “alla pari”, cioè ad un costo pari al valore nominale di 5 euro. >>>QUI
Proposta al Governo
Quindi la piccola proposta che facciamo al Governo M5S e Lega è la seguente :
• coniare altre monete sul patrimonio artistico italiano, in modo regolare tutti gli anni, anche come la nostra da 10 euro con la Cattedrale di Norcia;
• aumentare le tirature chiedendo alla BCE l’approvazione del volume di conio come fa la Germania, che ha avuto approvati volume ben superiori ai nostri;
• vendere la maggior parte delle monete “alla pari”, cioè al valore nominale in modo che molte più persone siano interessate al loro acquisto ed utilizzo, anche i turisti come souvenir;
• utilizzare i soldi generati da questa attività di conio solo per ricostruire o ristrutturare il nostro patrimonio artistico.
Mi piacerebbe vedere il nostro Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, tagliare il nastro della prima chiesa ricostruita dopo il terremoto, non con i soldi prelevati con le tasse da cittadini ed aziende, ma creati dal nulla dallo Stato.
Riepilogo
La differenza tra una “moneta a debito” emessa dal sistema bancario ed una “moneta positiva” come quella da 5 euro emessa dallo Stato è evidente, indipendentemente dal materiale di cui sono costituite.
Una “moneta a debito” viene creata dal sistema bancario e viene solo “prestata“ al sistema economico, quindi genera automaticamente debito e comporta per la collettività il pagamento continuo di interessi. Sono moneta a debito sia le banconote della BCE, che la moneta elettronica creata con il Quantitative Easing o con i prestiti alle banche LTRO/TLTRO, ma anche e soprattutto la moneta elettronica creata dal nulla dalle banche con i prestiti e gli interessi (il cosiddetto credito bancario). Oggi tutte queste monete costituiscono il 99,7% di tutta la moneta che usiamo.
Una “moneta positiva” viene creata dallo Stato e viene solo “spesa“ nel sistema economico, quindi non genera debito e non comporta il pagamento di interessi. Sono “moneta positiva” sia le monete metalliche che i biglietti di stato emessi nel passato dalla Repubblica Italiana, e che sono ancora di sua esclusiva competenza e non sono vietati dai Trattati Europei. Ma è “moneta positiva” qualunque moneta a valenza fiscale emessa comunque dallo Stato. Oggi lo Stato emette solo le monete metalliche, che costituiscono solo lo 0,3% di tutta la moneta che usiamo.
Quando sentite qualcuno ripetere che lo Stato non ha soldi e che il debito deve essere ripagato, o è ignorante, nel senso che ignora, o è in malafede.
Cosa fare
La nostra campagna per una moneta di proprietà dei cittadini e libera dal debito è ad un punto di svolta.
Ma se vogliamo davvero cambiare le cose, abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti, bastano anche solo piccole cose per dare un contributo:
• divulgate le nostre proposte a tutti i livelli, tra aziende e cittadini, ma anche tra i nostri rappresentanti politici nelle istituzioni, sia di Governo che di opposizione;
• iscrivetevi e invitate amici a farlo, nel nostro Canale YouTube potete vedere e condividere tutti i video che pubblichiamo >>>QUI;
• mettere “Mi piace” alle pagine Facebook “Moneta Positiva” e “Fabio Conditi”, per leggere e condividere i post che facciamo tutti i giorni;
• leggete e condividere anche gli articoli su Comedonchisciotte, ma soprattutto l’ultimo “In TV la pura e semplice verità è rivoluzionaria” >>>QUI
Quando abbiamo cominciato eravamo solo un piccolo gruppo di cittadini consapevoli e risoluti che voleva cambiare il mondo. Poi siamo cresciuti, ieri eravamo centinaia, oggi siamo migliaia, domani saremo milioni, perchè la progressione delle idee è come quella dell’interesse composto, esponenziale. Ma il cambiamento finale dipende anche da te.
Fabio Conditi 24/7/2018
Presidente dell’associazione Moneta Positiva
Fonte: https://www.comedonchisciotte.org
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Re: Media e dintorni

Messaggioda heyoka » 25/07/2018, 10:23

LA PROSSIMA CRISI FINANZIARIA https://www.eugeniobenetazzo.com

pubblicato in data 19 Lug 2018 | Scarica in PDF | Stampa | Invia a un amico

Generalmente le crisi finanziarie sono originate da due fattori strutturali endogeni all’interno di ogni economia: un eccesso di indebitamento tanto nel settore privato quanto in quello pubblico oppure un eccesso di investimento concentrato in una singola asset class a fronte di una compiacenza irrazionale. La crisi finanziaria del 2008 di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze è scaturita dalla convergenza di entrambi questi scenari. Se avete visto The Big Short (il miglior film in assoluto sui mercati finanziari ed i rischi degli investimenti) ricorderete come uno dei protagonisti, Michael Burry, gestore dell’hedge fund Scion Capital (interpretato da Christian Bale) ricordi ad uno dei suoi assistenti come l’aumento della complessità ed esoticità dei prodotti finanziari rappresenti uno dei migliori indizi anticipatori di una imminente crisi finanziaria. La proliferazione eccessiva infatti di prodotti strutturati molto complessi correlati al mercato immobiliare ed al mercato dei mutui ipotecari permise il formarsi della bolla immobiliare che si trasformò successivamente nella più grande crisi finanziaria del dopoguerra. Spesso si dovrebbe guardarsi indietro per capire da dove arriviamo per meglio comprendere dove stiamo andando. Gli interventi di salvataggio che vennero predisposti nei confronti del sistema bancario fecero lievitare il debito pubblico dei paesi che erano già in osservazione finanziaria per la capacità di rendere sostenibile il proprio debito pubblico. Qualche anno dopo alcune di queste nazioni vennero colpite dalla crisi del debito sovrano riproponendo una recessione a distanza di pochi anni dal fallimento di Lehman Brothers.

Se ritorno indietro con la mente ricordo ancora quali erano le paure ataviche di quell’epoca, vi era una isteria collettiva nei confronti delle banche: la mia banca è sicura, questo investimento è sicuro, dove posso ripararmi dai vari rischi di cui sento parlare alla televisione, queste obbligazioni sono sicure. La paura si era impossessata di tutti e tutto sommato questo fa bene in quanto obbliga a restare vigili ed attenti. Innanzi ad una minaccia o un pericolo, la reazione umana è quella di essere minuziosi e calcolatori delle scelte di vita da intraprendersi: è una questione di sopravvivenza, e nel nostro caso si parlerebbe di sopravvivenza finanziaria. Cosa che oggi invece sembra sia andata nel dimenticatoio a causa dello stato di narcotizzazione che hanno indotto le autorità monetarie sovranazionali, della serie non ha senso preoccuparsi del proprio denaro, tanto ci sarà nuovamente Draghi che farà un nuovo discorso innanzi alla stampa mondiale e tutti si rincuoreranno nuovamente. Tornando indietro invece di vent’anni qualcuno immagino si ricorderà della crisi delle tigri asiatiche che colpì inizialmente la Thailandia la quale diffuse il contagio a Malesia, Indonesia e Filippine: la motivazione era sempre la stessa, troppo debito ma questa volta contratto in moneta forte (hard currency). Lo sboom della New Economy nel 2000 invece era correlato alla folle corsa all’acquisto di tutto quello che poteva essere presentato come dot.com in tal senso ora vi sono delle preoccupanti analogie con il mondo delle criptovalute e tutto quello che gira attorno alla blockchain (tema che sempre più spesso si dice essere iper inflazionato).

Pertanto la prossima crisi possiamo stare tranquilli che si manifesterà o per un nuovo eccesso di debito o per una nuova irrazionale mania collettiva: il peggio dei due mondi sarebbe la convergenza di entrambe queste due tematiche di investimento. Stando ad una recente analisi pubblicata dall’Economist questo tipo di scenario risulta piuttosto verosimile infatti da una parte abbiamo la folle corsa ad acquistare titoli azionari di aziende ad elevata capitalizzazione (soprattutto settore tecnologico) che vantano proiezioni di profitto costantemente in ascesa e per questo la moltitudine degli attori di mercato bramano nel detenerli (pensiamo solo al caso Netflix). Tale corsa all’acquisto frenetico viene anche alimentata pericolosamente dall’assenza di tradizionali investimenti a reddito fisso a quotazioni ragionevoli. Sempre queste grandi società detengono grandi disponibilità liquide che utilizzano non per effettuare investimenti sulle linee produttive o per lo sviluppo di nuovi prodotti, quanto piuttosto per l’acquisto delle loro medesime azioni quotate sul mercato al fine di aumentare il dividend yield (diminuendo il numero di azioni in circolazione infatti aumenta artificiosamente l’utile per azione). In taluni casi eclatanti si è arrivati persino a emettere obbligazioni che hanno fornito la liquidità per implementare i suddetti programmi di buyback azionario. Paradossalmente le piccole e medie imprese invece si trovano con livelli di indebitamento tra i più alti dal 2007 con un debito consolidato che arriva anche a tre volte l’EBITDA. Questo scenario è frutto dei bassi tassi di interesse di questi ultimi cinque anni che ha spinto a indebitarsi a tasso variabile con troppa disinvoltura.

Nel settore pubblico il quadro non è affatto più confortante: il debito mondiale rappresenta più del 200% del PIL mondiale e la metà si trova tra USA, Europa e China. Solo quest’ultima durante gli ultimi dieci anni ha contribuito all’aumento del debito privato mondiale per il 75%. La qualità di questo debito si sta deteriorando da tempo, sia nel settore privato che nel pubblico. Quasi tutti gli emittenti al mondo sia privati che pubblici stanno vedendo ridimensionati i loro rating di affidabilità. L’aspetto più allarmante rimane comunque il ritorno che si ottiene dall’investimento rapportato al livello di rischio: se potessimo fare una comparazione con il passato potremmo senza grandi distinzioni riconoscere che la maggior parte degli investitori accetta un rendimento decisamente inferiore rispetto al rischio che assunto in precedenza. Questo ha portato sostanzialmente tutti (dai fondi pensioni ai fondi speculativi) a posizionarsi sul reddito fisso di bassa qualità pur di ricavare alfa. La dottrina economica richiama al New Normal per giustificare questo fenomeno comportamentale, tuttavia anche in questo caso stiamo parlando di una ipotesi infatti i rendimenti obbligazionari complessivi sono tra i più bassi degli ultimi dieci anni pur in presenza di un livello di rischio fuori dai parametri di confidenza (la Lehman Brothers è fallita proprio per questo motivo). A questo scenario si affianca adesso la FED che porterà progressivamente i tassi al 3% entro il 2019 con l’ottica di normalizzare la politica monetaria. Tutti questi dati di portano ad acclarare che una nuova grave crisi finanziaria causata da un eccesso di bassa qualità è dietro l’angolo: l’unica incognita rimane il tempo. Sarà il 2020 oppure il 2019 quando anche per la BCE arriverà il cambio della guardia e delle forward guidance ?
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 27/07/2018, 7:49

DATE A CESARE, DATE A DIO

Se c’è una frase di Gesù citata quasi sempre a sproposito nel corso dei secoli, è la celeberrima « Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Essa non può non richiamare alla nostra memoria il famoso episodio evangelico sulla questione del tributo da pagare all’imperatore romano.

Di solito la si cita per suffragare evangelicamente la tesi della separazione fra il potere temporale e quello spirituale, fra Stato e Chiesa. Ma è proprio a questo che alludeva Gesù quando la pronunciò?

Leggiamo, nell’evangelo di Luca, che lo riporta con maggiore drammaticità ed espressività, il suddetto episodio del «tributo a Cesare», in una traduzione molto vicina all’originale greco:

«E messisi a osservarlo, mandarono degli uomini che, fingendosi persone giuste, fossero pronti a coglierlo in fallo nel parlare così da consegnarlo all’autorità e al potere del governatore. E costoro lo interrogarono dicendo: “Maestro, sappiamo che parli e insegni con rettitudine e non guardi in faccia a nessuno, ma insegni secondo verità la via di Dio. E’ lecito o no che noi paghiamo il tributo a Cesare?” Intuita la loro malizia, disse loro: “Mostratemi un denaro: di chi ha l’immagine e l’iscrizione?” Quelli risposero: “Di Cesare.” Ed egli disse loro: “Rendete dunque (una volta per tutte)[1] a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio.” Così non poterono coglierlo in fallo nelle sue parole davanti al popolo e, meravigliati della sua risposta, tacquero». (Lc 20, 20-26)

Il racconto che, con alcune varianti, si trova anche nei vangeli “canonici” di Matteo (Mt 22, 15-22) e Marco (Mc12, 13-17), è preceduto da alcuni episodi nei quali Gesù entra fortemente in polemica con i sommi sacerdoti, gli scribi, gli anziani e i notabili del popolo, ossia con i rappresentanti dell’aristocrazia sacerdotale e laica di Gerusalemme che detenevano i mezzi di governo e dell’economia. E sono proprio costoro, nel brano succitato, che tramano contro di lui, sperando, con la loro domanda, di tendergli una trappola, per poi consegnarlo al governatore romano: uno che metteva in discussione la legittimità dell’autorità religiosa non poteva infatti restare in libertà.

Se Gesù avesse risposto che non era lecito pagare le tasse, lo avrebbero denunciato all’autorità romana e sarebbe stato messo a morte per insubordinazione e attentato allo Stato; se avesse detto che bisognava pagare le tasse all’imperatore e al senato di Roma, lo avrebbero denunciato al popolo che aveva in odio i Romani e sarebbe stato accusato di stare dalla loro parte. Nell’un caso e nell’altro Gesù sarebbe comunque morto: la trappola sembrava perfetta.

«Intuita la loro malizia», egli riesce però a sventare abilmente il complotto ordito contro di lui, andando subito alla radice della questione: chiedendo retoricamente quale «immagine» reca la moneta d’argento che gli viene mostrata, pone il problema radicale di quale autorità governa su Israele. A questo punto giova ricordare che l’imperatore romano si considerava e veniva considerato «divino», cioè figlio di Giove e a lui bisognava prestare culto. Egli assommava in sé sia il potere politico sia il potere religioso, come mostrava la suddetta moneta che riportava, infatti, su una faccia l’effige dell’imperatore Tiberio con la scritta Tiberius Caesar Divi Augusti Filius (Tiberio Cesare Augusto figlio del divino Augusto) e sull’altra il ritratto della madre di Tiberio, Livia Drusilla, simbolo della pace celeste e la scritta Pontifex Maximus (sommo sacerdote) E’ bene poi anche ricordare che, avendo liberato Israele dalla schiavitù d’Egitto, Dio era diventato l’unico re e l’unica autorità che il popolo ebraico riconosceva. Non bisogna dimenticare, inoltre, che all’ebreo era proibito farsi immagini di idoli (Es 20, 4 – Dt 4, 16) dal momento che il popolo stesso rappresentava l’immagine di Dio. Israele ha quindi Dio come autorità e re di cui è «immagine». Portando invece con sé e trafficando negli affari con la moneta dell’imperatore, i capi dei sacerdoti, gli scribi e i notabili del popolo, cioè la gerarchia nel suo complesso, dichiarano pubblicamente di portare in sé non più «l’immagine» di Dio, ma quella del re pagano che pretende di essere di natura divina e opprime il popolo eletto. Ne consegue che i rappresentanti della religione ufficiale, i capi responsabili del popolo rinnegano Dio come loro Re e Signore e si piegano a essere schiavi di un tiranno. Utilizzare le monete coniate da un re straniero e invasore significa, infatti, legittimare l’invasione e dichiararsi suoi sudditi, usufruire dei suoi benefici e favorirne il potere. I capi religiosi, inoltre, usando il denaro di Cesare nei loro traffici abdicano al loro ruolo di guide del popolo: coloro che dovrebbero guidare il popolo, il cui re è il Dio d’Israele, lo inducono invece a peccare di apostasia e di idolatria, riconoscendo l’autorità ad un imperatore che non può godere di alcun diritto di governo su Israele. Essi dimostrano così di confondere Cesare e Dio, ponendoli sullo stesso piano e testimoniano che Israele si è allontanato da Dio e ha commesso sacrilegio.
Alla constatazione, ovvia, di scribi e sommi sacerdoti che la moneta reca l’immagine di Cesare, Gesù risponde che è giusto che la moneta, che è proprietà dell’imperatore, gli venga restituita, ma la risposta di Gesù non è una risposta pacifica e superficiale e tanto meno una pronuncia sulla legittimità del potere o dell’autorità. Non è un escamotage per sfuggire al dilemma. La sua risposta scava nel profondo. Richiamando i leader d’Israele alla coerenza, Gesù dice loro che, se accettano l’autorità di Cesare, pur essendo un usurpatore dei diritti di Dio e del popolo e se ne beneficiano perché trafficano con il suo denaro che utilizzano a loro vantaggio per i loro traffici, è loro obbligo pagare le tasse perché non fanno altro che restituire a Cesare ciò che gli appartiene, cioè ciò che egli ha imposto loro e che essi servilmente hanno accettato. Fare pagare le tasse è un suo diritto perché essi ne accettano i servizi. Ma, usando il suo denaro e quindi riconoscendo la sua autorità su di loro, si sono posti fuori dell’autorità di Dio. Se hanno accettato l’autorità di un «idolo», cioè di Cesare, significa che hanno rinnegato quella di Dio su di loro.

La risposta di Gesù, non estrapolata dal contesto in cui venne pronunciata, assume un significato completamente diverso. Egli in realtà non prende posizione sul tributo da pagare o meno all’occupante romano, ma ordina soltanto di smetterla una volta per tutte di collaborare al culto del divino Cesare, e il cessare questa collaborazione passa attraverso la restituzione di ciò che gli appartiene, vale a dire la sua moneta.

L’opposizione che Gesù pone tra Cesare e Dio è quindi, evidentemente, di natura prettamente religiosa, non politica: si tratta di scegliere tra Dio che regna in Israele e Cesare che occupa illegalmente Israele e ha preteso di usurpare la regalità di Dio. D’altra parte, anche i suoi interlocutori sembrano porre in questi termini la questione, tendendo a precisare, nella premessa alla loro domanda, che Gesù insegna «secondo verità la via di Dio». Gesù li richiama allora alla responsabilità di convertirsi, cioè di ritornare alla loro dignità di figli di Dio che non possono accettare di essere servi e conniventi di un’autorità illegittima.

Le sue parole sono quindi un’esortazione a rompere certi legami con il mondo, quando questo si rende responsabile di situazioni di ingiustizia, un’esortazione alla «disobbedienza civile» quando le leggi dello Stato risultano contrarie all’etica non violenta dell’evangelo.

Il senso religioso della risposta di Gesù risulta, a mio avviso, ancora più evidente in altri due testi evangelici che riportano l’episodio in questione: il vangelo “apocrifo” di Tommaso e il Vangelo Egerton.

Al detto 107 del Vangelo di Tommaso leggiamo infatti: « Mostrarono a Gesù una moneta d’oro e gli dissero: “Gli uomini di Cesare ci chiedono le tasse. Egli disse loro: “Date a Cesare ciò che è di Cesare, date a Dio ciò che è di Dio, e date a me ciò che è mio”».

Il Vangelo Egerton consta di un insieme di frammenti di papiro di un codice in lingua greca. Rinvenuto nel 1934 in Egitto, prese il nome dalla persona che finanziò l’acquisto del primo frammento. Questo vangelo, chiamato anche Vangelo sconosciuto, in quanto non noto da fonti antiche, è ritenuto essere uno dei frammenti più antichi di vangelo. I frammenti che lo compongono, custoditi alla British Library di Londra, sono stati datati paleograficamente alla seconda metà del II secolo, mentre il vangelo in essi contenuto fu probabilmente composto nel 50-100. Vi leggiamo: «Vennero da lui e lo interrogarono per metterlo alla prova. Chiesero: “Maestro, Gesù, noi sappiamo che tu sei [da Dio], in quanto le cose che fai ti mettono sopra tutti i profeti. Dicci, allora, va permesso di pagare ai governanti ciò che è loro dovuto? Dobbiamo pagarli o no?” Gesù sapeva cosa stavano facendo, e si indignò. Poi disse loro: “Perché mi chiamate maestro, ma non [fate] ciò che dico? Con quanta precisione Isaia profetizzò di voi dicendo «Questa gente mi onora con le labbra, ma i loro cuori restano molto lontani da me; la loro adorazione per me è vuota [in quanto insistono su insegnamenti che sono umani] comandamenti […]»” »

Come emerge da questi due brani, ciò che preme a Gesù è di ripristinare il giusto rapporto dei capi religiosi e del popolo d’Israele con Dio e di ridefinire il loro rapporto con se stesso, affinché riconoscano in lui l’inviato dal Padre.

Il brano evangelico del «tributo a Cesare» di per sé non pone dunque un’opposizione in senso politico tra «Cesare» e «Dio», non determina i confini tra le due sfere, né tanto meno dice che c’è una sfera d’influenza di Dio e una d’influenza di Cesare. Questo ragionamento è estraneo al pensiero di Gesù perché illogico, dal momento che, come affermerà davanti a Pilato che ribadisce il suo potere politico, il suo regno «non è di questo mondo» (Gv 18, 36), cioè non si assomma ai regni della terra e nello stesso tempo si estende a tutti i regni della terra, fino agli estremi confini dell’umanità. Gesù quindi non parla assolutamente di separazione tra «Stato e Chiesa», in quanto il suo Dio è per natura e per essenza un Dio laico che invita gli uomini a lasciare ogni potere per assumere la testimonianza dell’amore gratuito.

«Il mio regno non è di questo mondo» significa che non ha come obiettivo il dominio, ma la coscienza consapevole e libera delle persone che servono i propri simili con gli stessi sentimenti di Dio, avendo a cuore in primo luogo i destini dei poveri e degli esclusi alla luce della prospettiva delle Beatitudini (cfr. Mt 5, 1-10).

«Date a Cesare quello che già appartiene a Cesare» è l’invito a riprendere la nostra immagine di Dio che lui stesso ha impresso nei nostri cuori perché fossimo nel mondo la testimonianza della sua presenza, rendendolo credibile attraverso la credibilità delle nostre scelte e delle nostre azioni.


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Re: Media e dintorni

Messaggioda Rosanna » 27/07/2018, 18:07

grazia ha scritto:DATE A CESARE, DATE A DIO

Se c’è una frase di Gesù citata quasi sempre a sproposito nel corso dei secoli, è la celeberrima « Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Essa non può non richiamare alla nostra memoria il famoso episodio evangelico sulla questione del tributo da pagare all’imperatore romano.

Di solito la si cita per suffragare evangelicamente la tesi della separazione fra il potere temporale e quello spirituale, fra Stato e Chiesa. Ma è proprio a questo che alludeva Gesù quando la pronunciò?

Leggiamo, nell’evangelo di Luca, che lo riporta con maggiore drammaticità ed espressività, il suddetto episodio del «tributo a Cesare», in una traduzione molto vicina all’originale greco:

«E messisi a osservarlo, mandarono degli uomini che, fingendosi persone giuste, fossero pronti a coglierlo in fallo nel parlare così da consegnarlo all’autorità e al potere del governatore. E costoro lo interrogarono dicendo: “Maestro, sappiamo che parli e insegni con rettitudine e non guardi in faccia a nessuno, ma insegni secondo verità la via di Dio. E’ lecito o no che noi paghiamo il tributo a Cesare?” Intuita la loro malizia, disse loro: “Mostratemi un denaro: di chi ha l’immagine e l’iscrizione?” Quelli risposero: “Di Cesare.” Ed egli disse loro: “Rendete dunque (una volta per tutte)[1] a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio.” Così non poterono coglierlo in fallo nelle sue parole davanti al popolo e, meravigliati della sua risposta, tacquero». (Lc 20, 20-26)

Il racconto che, con alcune varianti, si trova anche nei vangeli “canonici” di Matteo (Mt 22, 15-22) e Marco (Mc12, 13-17), è preceduto da alcuni episodi nei quali Gesù entra fortemente in polemica con i sommi sacerdoti, gli scribi, gli anziani e i notabili del popolo, ossia con i rappresentanti dell’aristocrazia sacerdotale e laica di Gerusalemme che detenevano i mezzi di governo e dell’economia. E sono proprio costoro, nel brano succitato, che tramano contro di lui, sperando, con la loro domanda, di tendergli una trappola, per poi consegnarlo al governatore romano: uno che metteva in discussione la legittimità dell’autorità religiosa non poteva infatti restare in libertà.

Se Gesù avesse risposto che non era lecito pagare le tasse, lo avrebbero denunciato all’autorità romana e sarebbe stato messo a morte per insubordinazione e attentato allo Stato; se avesse detto che bisognava pagare le tasse all’imperatore e al senato di Roma, lo avrebbero denunciato al popolo che aveva in odio i Romani e sarebbe stato accusato di stare dalla loro parte. Nell’un caso e nell’altro Gesù sarebbe comunque morto: la trappola sembrava perfetta.

«Intuita la loro malizia», egli riesce però a sventare abilmente il complotto ordito contro di lui, andando subito alla radice della questione: chiedendo retoricamente quale «immagine» reca la moneta d’argento che gli viene mostrata, pone il problema radicale di quale autorità governa su Israele. A questo punto giova ricordare che l’imperatore romano si considerava e veniva considerato «divino», cioè figlio di Giove e a lui bisognava prestare culto. Egli assommava in sé sia il potere politico sia il potere religioso, come mostrava la suddetta moneta che riportava, infatti, su una faccia l’effige dell’imperatore Tiberio con la scritta Tiberius Caesar Divi Augusti Filius (Tiberio Cesare Augusto figlio del divino Augusto) e sull’altra il ritratto della madre di Tiberio, Livia Drusilla, simbolo della pace celeste e la scritta Pontifex Maximus (sommo sacerdote) E’ bene poi anche ricordare che, avendo liberato Israele dalla schiavitù d’Egitto, Dio era diventato l’unico re e l’unica autorità che il popolo ebraico riconosceva. Non bisogna dimenticare, inoltre, che all’ebreo era proibito farsi immagini di idoli (Es 20, 4 – Dt 4, 16) dal momento che il popolo stesso rappresentava l’immagine di Dio. Israele ha quindi Dio come autorità e re di cui è «immagine». Portando invece con sé e trafficando negli affari con la moneta dell’imperatore, i capi dei sacerdoti, gli scribi e i notabili del popolo, cioè la gerarchia nel suo complesso, dichiarano pubblicamente di portare in sé non più «l’immagine» di Dio, ma quella del re pagano che pretende di essere di natura divina e opprime il popolo eletto. Ne consegue che i rappresentanti della religione ufficiale, i capi responsabili del popolo rinnegano Dio come loro Re e Signore e si piegano a essere schiavi di un tiranno. Utilizzare le monete coniate da un re straniero e invasore significa, infatti, legittimare l’invasione e dichiararsi suoi sudditi, usufruire dei suoi benefici e favorirne il potere. I capi religiosi, inoltre, usando il denaro di Cesare nei loro traffici abdicano al loro ruolo di guide del popolo: coloro che dovrebbero guidare il popolo, il cui re è il Dio d’Israele, lo inducono invece a peccare di apostasia e di idolatria, riconoscendo l’autorità ad un imperatore che non può godere di alcun diritto di governo su Israele. Essi dimostrano così di confondere Cesare e Dio, ponendoli sullo stesso piano e testimoniano che Israele si è allontanato da Dio e ha commesso sacrilegio.
Alla constatazione, ovvia, di scribi e sommi sacerdoti che la moneta reca l’immagine di Cesare, Gesù risponde che è giusto che la moneta, che è proprietà dell’imperatore, gli venga restituita, ma la risposta di Gesù non è una risposta pacifica e superficiale e tanto meno una pronuncia sulla legittimità del potere o dell’autorità. Non è un escamotage per sfuggire al dilemma. La sua risposta scava nel profondo. Richiamando i leader d’Israele alla coerenza, Gesù dice loro che, se accettano l’autorità di Cesare, pur essendo un usurpatore dei diritti di Dio e del popolo e se ne beneficiano perché trafficano con il suo denaro che utilizzano a loro vantaggio per i loro traffici, è loro obbligo pagare le tasse perché non fanno altro che restituire a Cesare ciò che gli appartiene, cioè ciò che egli ha imposto loro e che essi servilmente hanno accettato. Fare pagare le tasse è un suo diritto perché essi ne accettano i servizi. Ma, usando il suo denaro e quindi riconoscendo la sua autorità su di loro, si sono posti fuori dell’autorità di Dio. Se hanno accettato l’autorità di un «idolo», cioè di Cesare, significa che hanno rinnegato quella di Dio su di loro.

La risposta di Gesù, non estrapolata dal contesto in cui venne pronunciata, assume un significato completamente diverso. Egli in realtà non prende posizione sul tributo da pagare o meno all’occupante romano, ma ordina soltanto di smetterla una volta per tutte di collaborare al culto del divino Cesare, e il cessare questa collaborazione passa attraverso la restituzione di ciò che gli appartiene, vale a dire la sua moneta.

L’opposizione che Gesù pone tra Cesare e Dio è quindi, evidentemente, di natura prettamente religiosa, non politica: si tratta di scegliere tra Dio che regna in Israele e Cesare che occupa illegalmente Israele e ha preteso di usurpare la regalità di Dio. D’altra parte, anche i suoi interlocutori sembrano porre in questi termini la questione, tendendo a precisare, nella premessa alla loro domanda, che Gesù insegna «secondo verità la via di Dio». Gesù li richiama allora alla responsabilità di convertirsi, cioè di ritornare alla loro dignità di figli di Dio che non possono accettare di essere servi e conniventi di un’autorità illegittima.

Le sue parole sono quindi un’esortazione a rompere certi legami con il mondo, quando questo si rende responsabile di situazioni di ingiustizia, un’esortazione alla «disobbedienza civile» quando le leggi dello Stato risultano contrarie all’etica non violenta dell’evangelo.

Il senso religioso della risposta di Gesù risulta, a mio avviso, ancora più evidente in altri due testi evangelici che riportano l’episodio in questione: il vangelo “apocrifo” di Tommaso e il Vangelo Egerton.

Al detto 107 del Vangelo di Tommaso leggiamo infatti: « Mostrarono a Gesù una moneta d’oro e gli dissero: “Gli uomini di Cesare ci chiedono le tasse. Egli disse loro: “Date a Cesare ciò che è di Cesare, date a Dio ciò che è di Dio, e date a me ciò che è mio”».

Il Vangelo Egerton consta di un insieme di frammenti di papiro di un codice in lingua greca. Rinvenuto nel 1934 in Egitto, prese il nome dalla persona che finanziò l’acquisto del primo frammento. Questo vangelo, chiamato anche Vangelo sconosciuto, in quanto non noto da fonti antiche, è ritenuto essere uno dei frammenti più antichi di vangelo. I frammenti che lo compongono, custoditi alla British Library di Londra, sono stati datati paleograficamente alla seconda metà del II secolo, mentre il vangelo in essi contenuto fu probabilmente composto nel 50-100. Vi leggiamo: «Vennero da lui e lo interrogarono per metterlo alla prova. Chiesero: “Maestro, Gesù, noi sappiamo che tu sei [da Dio], in quanto le cose che fai ti mettono sopra tutti i profeti. Dicci, allora, va permesso di pagare ai governanti ciò che è loro dovuto? Dobbiamo pagarli o no?” Gesù sapeva cosa stavano facendo, e si indignò. Poi disse loro: “Perché mi chiamate maestro, ma non [fate] ciò che dico? Con quanta precisione Isaia profetizzò di voi dicendo «Questa gente mi onora con le labbra, ma i loro cuori restano molto lontani da me; la loro adorazione per me è vuota [in quanto insistono su insegnamenti che sono umani] comandamenti […]»” »

Come emerge da questi due brani, ciò che preme a Gesù è di ripristinare il giusto rapporto dei capi religiosi e del popolo d’Israele con Dio e di ridefinire il loro rapporto con se stesso, affinché riconoscano in lui l’inviato dal Padre.

Il brano evangelico del «tributo a Cesare» di per sé non pone dunque un’opposizione in senso politico tra «Cesare» e «Dio», non determina i confini tra le due sfere, né tanto meno dice che c’è una sfera d’influenza di Dio e una d’influenza di Cesare. Questo ragionamento è estraneo al pensiero di Gesù perché illogico, dal momento che, come affermerà davanti a Pilato che ribadisce il suo potere politico, il suo regno «non è di questo mondo» (Gv 18, 36), cioè non si assomma ai regni della terra e nello stesso tempo si estende a tutti i regni della terra, fino agli estremi confini dell’umanità. Gesù quindi non parla assolutamente di separazione tra «Stato e Chiesa», in quanto il suo Dio è per natura e per essenza un Dio laico che invita gli uomini a lasciare ogni potere per assumere la testimonianza dell’amore gratuito.

«Il mio regno non è di questo mondo» significa che non ha come obiettivo il dominio, ma la coscienza consapevole e libera delle persone che servono i propri simili con gli stessi sentimenti di Dio, avendo a cuore in primo luogo i destini dei poveri e degli esclusi alla luce della prospettiva delle Beatitudini (cfr. Mt 5, 1-10).

«Date a Cesare quello che già appartiene a Cesare» è l’invito a riprendere la nostra immagine di Dio che lui stesso ha impresso nei nostri cuori perché fossimo nel mondo la testimonianza della sua presenza, rendendolo credibile attraverso la credibilità delle nostre scelte e delle nostre azioni.


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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 28/07/2018, 9:23

Quando Montanelli mi disse: “Caro Foa…” E gliene sono ancora grato


Il 22 luglio 2001 Montanelli ci lasciava e mi perdonerete se questa volta mi permetto un post personale e non di analisi politica. Indro fu l’idolo della mia adolescenza. C’era chi sognava il Che Guevara e chi solo calciatori, io divoravo i suoi libri, leggevo i suoi articoli su il Giornale, che egli fondò quando ero bambino e se sono diventato giornalista lo devo, verosimilmente, a lui, perché fu Montanelli a far nascere in me la passione per quella che resta la più bella professione del mondo.

Iniziai a Lugano, da studente lavoratore, alla Gazzetta Ticinese e poi al Giornale del Popolo. Non avevo tempo di andare all’università: studiavo a casa al mattino e al pomeriggio andavo in redazione, fino a tarda sera. Poi, quando avevo 26 anni, accadde il miracolo: fui assunto proprio al Giornale dal mio idolo e da subito con la carica di vice responsabile degli Esteri. Il primo giorno di lavoro bussai alla sua porta, per ringraziarlo, ancora una volta, per quella straordinaria opportunità. Indro usciva da una delle sue ricorrenti depressioni, era cordiale ma malinconico, mi guardò con i suoi occhi azzurri ancora velati dal male oscuro, fu cortese e alla fine mi disse: “Mi raccomando, non deludere”. Quegli occhi che con il passare delle settimane tornarono ad essere scintillanti.

Da subito, poco più che pivello, partecipavo alle riunioni di redazione e fu lui a Presto fui messo alla prova sul campo. Mi mandò a Mosca poco prima del crollo dell’Unione sovietica e a Berlino a seguire la riunificazione economica delle due Germanie. Quando rientravo mi riceveva nella sua stanza, pregandomi di raccontare gli aneddoti, gli imprevisti, le emozioni che avevo provato in quei viaggi. Lo faceva con tutti noi, soprattutto con i piu giovani, che erano i più entusiasti e per i quali dimostrava un’ affettuosa simpatia, come se volesse rivivere, tramite i nostri palpitanti racconti, quei momenti, lui che divenne direttore suo malgrado e che nell’animo continuò a sentirsi innanzitutto un inviato speciale, forse il più grande di tutti i tempi.

Poi, nel dicembre 1992, una sera pensai di scrivergli una lettera. Erano i tempi di Mani Pulite e l’Italia era attraversata da tensioni e trasformismi che mi turbavano e finita la lunga, nel cuore della notte, la vergai. Il giorno dopo gliela portai nel suo ufficio, che varcavo sempre in punta di piedi, in giovanile e ineludibile rispetto per il mio mito. Indro la prese e, senza leggerla, la ripose sulla scrivania, congedandomi. Non mi aspettavo nulla e nulla mi fece sapere. Dopo due giorni la pubblicò nella rubrica più letta, quella in cui dialogava con i lettori, titolandola “Sul carro degli onesti” e aggiungendo una sola riga di commento:

” Questa lettera, caro Foa, potrei averla scritta io”

Il giorno dopo scesi in tipografia e recuperai l’originale con la frase scritta a penna di suo pugno. Sono passati quasi 25 anni da quel giorno e questo resta il ricoscimento più bello e fino ad oggi più intimo, non avendone mai parlato pubblicamente.

Talvolta mi sorprendo a pensare cosa scriverebbe Montanelli di questa Italia se fosse ancora tra noi. Domanda sciocca: la storia non si fa con le ipotesi e Indro apparteneva al suo tempo. Però di una cosa sono certo: mai avrebbe approvato la violenza verbale di certa stampa e avrebbe denunciato con forza il conformismo intimidatorio, che ben conosceva avendolo subito per lunghi anni della sua carriera. Era un anarchico conservatore, ma soprattutto un uomo libero che riteneva doveroso per un giornalista pensare con la propria testa, soprattutto quando è scomodo e rischioso uscire dal coro, perché solo così si onora davvero la professione.

Questo insegnava a noi, suoi giovani allievi, e non l’ho mai dimenticato
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 28/07/2018, 9:30

Sul carro degli onesti. Foa: l’Italia e il branco dei gattopardi

Scritto il 23/7/18 • nella Categoria:
Caro direttore, ci risiamo. L’Italia opportunista, l’Italia che, come sempre è accaduto nella sua storia, è maestra nell’abbandonare i perdenti salendo sul carro dei vincenti, sta prevalendo ancora una volta, appropriandosi i risultati di quella che fino ad oggi era stata la battaglia della parte pulita del paese. Sembra un paradosso, eppure purtroppo non lo è. Ricorda com’era la situazione a febbraio, quando scoppiò lo scandalo della Baggina? Il regime era solido e potente, poteva ancora sperare di limitare i danni, di far apparire quella vicenda un episodio isolato attribuibile ai “mariuoli”, o addirittura di insabbiare tutto con la complicità di giudici compiacenti. Di Pietro non si lasciò intimidire e, se ha potuto proseguire arrivando dove tutti sappiamo, il merito in parte è anche nostro, di quella fetta dell’opinione pubblica che sin dall’inizio si è schierata con entusiasmo dalla parte del “giustiziere di Tangentopoli”. A febbraio eravamo in pochi a gioire e a combattere. Era l’Italia pulita, onesta, che non ama gli schiamazzi di piazza. Tra questi pochi c’erano in blocco i nostri lettori.
Per qualche giorno, Di Pietro ci ha fatto rivivere le emozioni degli anni ‘70: si tifava per lui come si tifava per Montanelli contro la tracotanza dei comunisti e le pallottole delle Brigate Rosse. Ma oggi a quale spettacolo assistiamo? Sul carro della denuncia di Tangentopoli sono saliti tutti gli onesti e le persone per bene, certo, ma anche i corrotti, i furbastri, gli opportunisti. Insomma, il peggio del paese. Ed è proprio la loro voce a tuonare sempre più forte, surclassando quella dell’Italia dal volto pulito. Sono questi maestri della propaganda e del conformismo ad aver ispirato alcune delle recenti spettacolari iniziative e a coniare gli slogan più incisivi a sostegno dei giudici di Milano, così brillanti da far apparire naif è un po’ patetiche le scritte sui muri “Forza Di Pietro” che ci entusiasmavano la primavera scorsa. C’è da preoccuparsi. Quelle centinaia di persone che oggi gareggiano a chi urla nelle piazze gli insulti più virulenti contro i potenti caduti in disgrazia sono le stesse che fino a pochi mesi fa bazzicavano nelle anticamere del potere, nella speranza di partecipare alla spartizione del malloppo. Portaborse, intellettuali alla moda, giornalisti di regime, arrampicatori e affaristi.
Il loro scopo è evidente: appropriarsi la bandiera dell’Italia onesta e introdursi nelle forze politiche emergenti (Lega, Rete, Msi, movimenti referendari) per continuare a fare quel che hanno sempre fatto ho sognato di fare: la dolce vita e le carriere facili a spese del paese. Ormai manca solo che anche mafiosi e camorristi esprimano solidarietà e appoggio a Di Pietro. Per questo, caro direttore, “Il Giornale” vada ancora una volta controcorrente, iniziando una di quelle battaglie per le quali i nostri lettori dal 1974 ci appoggiano con passione ed entusiasmo. Come nel 1988, quando svelammo lo scandalo dell’“Irpiniagate”. Come agli inizi degli anni 80, quando fummo i primi a denunciare la corruzione della partitocrazia e a invocare la riforma del sistema elettorale. Continuiamo a schierarci con Di Pietro, ma fuori del gregge dell’ormai gratuito “dipietrismo”. Lasciamo ad altri le chiassate di piazza e diamoci da fare per smascherare gli eterni furbi d’Italia.
(Marcello Foa, “Sul carro degli onesti”, lettera pubblicata sul “Giornale” del 21 dicembre 1992 dall’allora direttore Indro Montanelli, che in calce alla missiva aggiuse: «Questa lettera, caro Foa, potrei avrela scritta io». Lo rammenta lo stesso Foa, in un affettuoso ricordo che dedica a Montanelli sul blog “Il cuore del mondo”, pubblicato sul “Giornale” il 21 luglio 2018. Impegnato a denunciare le ipocrisie dei media mainstream con saggi di successo come “Gli stregoni della notizia”, oggi Foa condanna l’ostracismo moralistico del vecchio establishment, ostile a Salvini e al sovranismo democratico “gialloverde”).

Caro direttore, ci risiamo. L’Italia opportunista, l’Italia che, come sempre è accaduto nella sua storia, è maestra nell’abbandonare i perdenti salendo sul carro dei vincenti, sta prevalendo ancora una volta, appropriandosi i risultati di quella che fino ad oggi era stata la battaglia della parte pulita del paese. Sembra un paradosso, eppure purtroppo non lo è. Ricorda com’era la situazione a febbraio, quando scoppiò lo scandalo della Baggina? Il regime era solido e potente, poteva ancora sperare di limitare i danni, di far apparire quella vicenda un episodio isolato attribuibile ai “mariuoli”, o addirittura di insabbiare tutto con la complicità di giudici compiacenti. Di Pietro non si lasciò intimidire e, se ha potuto proseguire arrivando dove tutti sappiamo, il merito in parte è anche nostro, di quella fetta dell’opinione pubblica che sin dall’inizio si è schierata con entusiasmo dalla parte del “giustiziere di Tangentopoli”. A febbraio eravamo in pochi a gioire e a combattere. Era l’Italia pulita, onesta, che non ama gli schiamazzi di piazza. Tra questi pochi c’erano in blocco i nostri lettori.

Per qualche giorno, Di Pietro ci ha fatto rivivere le emozioni degli anni ‘70: si tifava per lui come si tifava per Montanelli contro la tracotanza dei comunisti e le pallottole delle Brigate Rosse. Ma oggi a quale spettacolo assistiamo? Sul carro della denuncia Marcello Foadi Tangentopoli sono saliti tutti gli onesti e le persone per bene, certo, ma anche i corrotti, i furbastri, gli opportunisti. Insomma, il peggio del paese. Ed è proprio la loro voce a tuonare sempre più forte, surclassando quella dell’Italia dal volto pulito. Sono questi maestri della propaganda e del conformismo ad aver ispirato alcune delle recenti spettacolari iniziative e a coniare gli slogan più incisivi a sostegno dei giudici di Milano, così brillanti da far apparire naif è un po’ patetiche le scritte sui muri “Forza Di Pietro” che ci entusiasmavano la primavera scorsa. C’è da preoccuparsi. Quelle centinaia di persone che oggi gareggiano a chi urla nelle piazze gli insulti più virulenti contro i potenti caduti in disgrazia sono le stesse che fino a pochi mesi fa bazzicavano nelle anticamere del potere, nella speranza di partecipare alla spartizione del malloppo. Portaborse, intellettuali alla moda, giornalisti di regime, arrampicatori e affaristi.

Il loro scopo è evidente: appropriarsi la bandiera dell’Italia onesta e introdursi nelle forze politiche emergenti (Lega, Rete, Msi, movimenti referendari) per continuare a fare quel che hanno sempre fatto ho sognato di fare: la dolce vita e le carriere facili a spese del paese. Ormai manca solo che anche mafiosi e camorristi esprimano solidarietà e appoggio a Di Pietro. Per questo, Montanellicaro direttore, “Il Giornale” vada ancora una volta controcorrente, iniziando una di quelle battaglie per le quali i nostri lettori dal 1974 ci appoggiano con passione ed entusiasmo. Come nel 1988, quando svelammo lo scandalo dell’“Irpiniagate”. Come agli inizi degli anni 80, quando fummo i primi a denunciare la corruzione della partitocrazia e a invocare la riforma del sistema elettorale. Continuiamo a schierarci con Di Pietro, ma fuori del gregge dell’ormai gratuito “dipietrismo”. Lasciamo ad altri le chiassate di piazza e diamoci da fare per smascherare gli eterni furbi d’Italia.

(Marcello Foa, “Sul carro degli onesti”, lettera pubblicata sul “Giornale” del 21 dicembre 1992 dall’allora direttore Indro Montanelli, che in calce alla missiva aggiunse: «Questa lettera, caro Foa, potrei avrela scritta io». Lo rammenta lo stesso Foa, in un affettuoso ricordo che dedica a Montanelli sul blog “Il cuore del mondo”, pubblicato sul “Giornale” il 21 luglio 2018. Impegnato a denunciare le ipocrisie dei media mainstream con saggi di successo come “Gli stregoni della notizia”, oggi Foa condanna l’ostracismo moralistico del vecchio establishment, ostile a Salvini e al sovranismo democratico “gialloverde”).
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Re: Media e dintorni

Messaggioda heyoka » 28/07/2018, 13:52

Alcuni pensieri e osservazioni sul DATE A CESARE...
postato da Grazia.
Prima di tutto occorre dire che il PRIMO a scrivere i Vangeli canonici non è Luca ma Marco.
Matteo prima e Lucamolti anni dopo prendono spunto da quello che scrive Marco ( dicono su dettatura di Pietro) e ne fanno una loro lettura, anche in virtù della tipologia di evangelizzandi cui intendono rivolgersi nello scrivere il LORO Vangelo.
Perciò se vogliamo avere una lettura il più strettamente fedele al redattore che ha vissuto e sentito in prima persona ( Pietro)le parole e i fatti di Gesù dobbiamo fare riferimento a MARCO e non certo a Luca.
Io ad esempio trovo STRANO che nel vangelo di Marco non si faccia alcune menzione degli eventi STREPITOSI avvenuti prima e durante la nascita fi Gesù.
Arcangeli che parlano alla Madonna turbata da un concepimento senza aver conosciuto Uomo, Pastori che accorrono alla grotta svegliati da Angeli e addirittura Magi che accorrono dai tre capi estremi del mondo seguendo una stella che la Scienza moderna dice NON esserci stata nel periodo del famoso censimento indetto da Augusto.
Tutti racconti inventati da Luca molti anni più tardi della uscita del PRIMO vangelo; quello di Marco.
Non dimentichiamoci che lo stesso Vangelo di Marco, essendo il Primo a raccontare la vita di Gesù, si dimentica addirittura di parlare della RESURREZIONE di Gesù e di tutte le apparizioni che invece vengono narrate dagli altri evangelisti.
Quegli evangelisti che Gesù manco lo hanno visto dato che loro scrivono molti anni dopo e si rifanno a quanto riportato e descritto nel Vangelo di Marco;
naturalmente mettendoci molto della loro FANTASIA in quanto necessaria per poter convertire al Cristianesimo molti Trotoni.
Un po come sempre accade quando gli Storici scrivono la Storia.
La scrivono in funzione di una CATECHIZZAZIONE

Precisato questo a me non sembra che alla fine quel Date a Cesare descritto nella narrazione di Luca dica cose tanto diverse dal messaggio che tutti hanno compreso normalmente.
Se Gesù dice che LUI non è venuto per Governare QUESTO MONDO a me pare chiarissimo che dei Governi di questo mondo se ne devono interessare i vari Cesare e i vari Salvini e LUI su quello che decidono non ci mette becco.
A Gesù interessano le anime e le coscienze.
Ed è di quel lato della vita di ogni Uomo che è interessato.
E quel lato non è GIUDICABILE da Nessun Uomo perché
USURPEREBBE il potere esclusivo di Dio.
Io fossi un redattore di FC starei bene attento ad arrogarmi diritti che non mi spettano.
A CESARE e a SALVINI quello che è loro competenza.
Della loro Coscienza non spetta certi a Famiglia Cristiana mettere sentenze .

.Anche perché se la Chiesa e Famiglia Cristiana hanmo la voglua di cercate TRAVI ne possono trovare abnondantemente nei loro occhi prima di cercarli neglu occhi altrui.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 29/07/2018, 7:51

GRILLO E LA DEMOCRAZIA: MA LUI SCEGLIE L'IDRAULICO CON IL SORTEGGIO?

Il Garante del Movimento ha detto a Ian Bremmer che «la democrazia è superata e va sostituita, magari con un’estrazione casuale». Ci sono tre punti sui quali dovrebbe riflettere: eccoli
di Sabino Cassese

Il Garante del M5S è sceso ancora una volta dal palco per salire sulla cattedra e spiegare a Ian Bremmer, per la trasmissione americana GZeroWorld, che il Movimento è un sistema dove la democrazia parte dal basso. Qualsiasi persona può iscriversi e votare una legge. Si può fare un referendum ogni settimana direttamente da casa, sul proprio pc o smartphone, su tutti gli argomenti. Per poi aggiungere che la democrazia è comunque superata e va sostituita con qualcos’altro, magari un’estrazione casuale.

Certo, non si può chiedere che un comico, improvvisato come ispiratore di un movimento politico, in una breve intervista, dimostri coerenza, decidendo se preferisce la democrazia diretta (referendaria) o il sorteggio, ma si può sperare che egli rifletta almeno su tre punti.

In primo luogo, quel sistema politico che chiamiamo democrazia non consiste solo di partecipazione popolare. Comporta anche rispetto delle libertà dei cittadini e dell’indipendenza giudiziaria (ne sanno qualcosa gli ungheresi, i polacchi e i turchi), controllo e bilanciamento dei poteri (noi italiani e i tedeschi dovremmo ricordare quello che è successo durante il fascismo e il nazismo), informazione, conoscenza, discussione (senza delle quali si prendono decisioni a occhi chiusi). Non basta, dunque, assicurare la partecipazione diretta alle decisioni per dire che c’è democrazia e che con il M5S ci sarebbe più democrazia di oggi.

Poi, le istituzioni democratiche debbono assicurare milioni di decisioni collettive di quella macchina complessa che è lo Stato (di gran lunga il più grande datore di lavoro, con più di tre milioni di addetti). Inoltre, c’è una dimensione nazionale, ma anche una dimensione regionale e comunale della democrazia. Se i 47 milioni di cittadini aventi diritto alla partecipazione politica attiva dovessero approvare da casa (articolo per articolo, come prevede la Costituzione), le circa cento leggi che il Parlamento approva ogni anno, dovrebbero prendere da otto a dieci decisioni al giorno, ogni giorno dell’anno, comprese le festività. Ma in questo modo lascerebbero nelle mani di incontrollati decisori tutte le norme secondarie nazionali che le leggi comportano (decreti, regolamenti, direttive), nonché tutte le leggi e decisioni regionali e locali.

Infine, l’estrazione a sorte dà certamente a ciascuno dei sorteggiabili eguali «chance», ma quali garanzie assicura alla collettività sulla bontà delle persone così individuate e sulla loro capacità di interessarsi delle sorti collettive? Se il rubinetto di casa perde o la gamba di un tavolo non regge, accetteremmo di chiamare in base a sorteggio idraulico o falegname? Ci farebbe piacere che il chirurgo che ci deve operare o il pilota dell’areo sul quale ci imbarchiamo venissero sorteggiati, invece di aver superato rigorosi esami? Perché non riconosciamo che il politico debba essere un professionista con requisiti e capacità almeno pari all’idraulico, al falegname, al chirurgo o al pilota, visto che gli affidiamo le sorti della società in cui viviamo e quelle delle scuole, delle strade, dei servizi di trasporto, del controllo dell’economia, della difesa delle frontiere, del salute pubblica, e così via?

27 luglio 2018
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 29/07/2018, 8:21

Rai, il candidato presidente Foa finito nella tempesta anche per i vaccini:
«Ora volterò pagina»


Il giornalista è diventato più prudente. Appena rientrato in Italia dalle vacanze con la famiglia su un’isola greca, l’ex inviato del Giornale misura i passi e le parole
di Dino Martirano


Pacato nei modi e ruvido nella sostanza, quando attacca l’euro e la Ue sul suo blog; garbato anche se arringa su YouTube contro l’efficacia dei vaccini sui bambini; aggressivo quando, all’esito delle consultazioni, denuncia su un network tv straniero non ostile alla Russia che il capo dello Stato avrebbe manipolato le parole del premier Conte sull’Europa.
Di sicuro — ora che mancano 72 ore alla seduta della commissione di Vigilanza che potrebbe incoronarlo come presidente della Rai in quota Lega, con il placet non disinteressato di Forza Italia — il giornalista Marcello Foa è diventato più prudente. Appena rientrato in Italia dalle vacanze con la famiglia su un’isola greca, l’ex inviato del Giornale misura i passi e le parole.
E per dire che intorno a lui si è formato «un consenso unanime» si è fatto intervistare da una redazione che conosce molto bene, quella del Corriere del Ticino, che da anni controlla come amministratore delegato dell’omonimo gruppo editoriale. Poi, per mettere una toppa sulla prematura autoproclamazione al seggio del settimo piano di viale Mazzini (la pratica deve passare ancora il vaglio del cda e della Vigilanza), Foa la mette così: «Giovedì sera sono stato contattato da Roma e mi è stata chiesta la disponibilità a ricoprire un incarico molto prestigioso in Rai, molto verosimilmente quello di presidente... Non era ancora la proposta ufficiale... pensavo che la cosa avrebbe ancora necessitato di tempo... invece venerdì mattina, con mio stupore, mi è giunta una telefonata».
Questo ha detto l’ad Marcello Foa ai suoi colleghi del Corriere del Ticino ma poi, nel corso della giornata, sono tornati a galla altri suoi interventi spigolosi. Oltre gli attacchi rivolti al presidente della Repubblica — le insinuazioni sulle manipolazioni attribuite al Colle alimentano il gelido silenzio del Quirinale anche perché a formularle è stato l’autore del saggio Come si fabbrica l’informazione al servizio dei governi — ora riemerge dalla memoria della Rete un intervento assai dubbioso del giornalista italo-svizzero sull’efficacia dei vaccini. Lo ha scovato il virologo Roberto Burioni che ha ripescato un'intervista concessa al sito Informarexresistere. In cui Foa ricorda che «in Svizzera i vaccini non sono obbligatori... La gente può scegliere di non vaccinarsi eppure la popolazione non è particolarmente malata».
Secondo Burioni, «il presidente della Rai Marcello Foa dice menzogne sui vaccini, quelle degli antivaccinisti cavernicoli, ignoranti ed egoisti. Sulla salute ci vuole corretta informazione, non la diffusione di balle mortali con i soldi del canone».Nella sua lunga carriera di giornalista e saggista, Foa si è dedicato soprattutto agli esteri rivendicando di non essersi mai occupato di politica interna. Eppure, da ultimo, durante le consultazioni al Quirinale per la formazione del governo giallo verde, il giornalista che gode della stima di Matteo Salvini si è molto speso su Twitter e sulle tv internazionali per perorare la causa del M5S e della Lega fino a lanciare ruvide provocazioni contro il Quirinale.
E adesso che è a un passo dal traguardo, c’è da immaginare che Foa sarà più avaro di commenti: «Ora volto pagina, con l’intento di rinnovare la Rai e di riportarla al vecchio splendore, non solo giornalistico ma di contenuti in generale... Ho fatto sempre il giornalista e d’ora in poi questa mia passione verrà esercitata ancora di più per permettere ai colleghi della Rai di lavorare nel migliore dei modi». Ancora 72 ore e poi si saprà se quella di Foa è una profezia azzeccata.
28 luglio 2018
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