Media e dintorni

Questo spazio ospiterà tutto ciò che riguarda il mondo della scuola, la cultura in genere, la letteratura, la poesia.

Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 13/05/2018, 13:27

Berlusconi, Gaia Tortora vs d’Esposito: “La parola ‘delinquente’ mi fa orrore”. “È il giudizio della magistratura

Botta e risposta a Omnibus (La7) tra la sua conduttrice, Gaia Tortora, e il giornalista de Il Fatto Quotidiano, Fabrizio d’Esposito. Tortora manifesta la sua disapprovazione sul termine ‘delinquente’ attribuito a Berlusconi e ribadito nel titolo del pezzo odierno del giornalista sul Fatto. D’Esposito puntualizza che non è una invenzione del quotidiano, ma si tratta di una definizione coniata dalla magistratura (Berlusconi nella sentenza Mediaset è stato descritto come una persona che “ha una naturale capacità a delinquere”). La conduttrice, dieci minuti dopo, mentre d’Esposito spiega il coup de théâtre inscenato ieri da Berlusconi, ribadisce il suo dissenso sulla parola ‘delinquente’: “Posso dire che è un brutto termine? E’ una cosa che mi fa proprio orrore. E’ una questione personale, proprio non mi piace, ma voi avete diritto di scriverlo”. “Lo comprendo” – risponde d’Esposito – “però la magistratura ha detto che Berlusconi è un delinquente abituale”. “Vabbè” – commenta Tortora – “però, insomma, non è sufficiente. Ma è una questione di opinione personale”

____________________________________________
indipendentemente dalla mia antipatia per il berlu
io la penso come la Tortora sul titolo del giornale
a caratteri cubitali.
...
"Maschi si nasce, Uomini si diventa"
Avatar utente
grazia
politico
 
Messaggi: 2338
Iscritto il: 14/01/2014, 13:50

Re: Media e dintorni

Messaggioda nerorosso » 13/05/2018, 14:54

grazia ha scritto:Berlusconi, Gaia Tortora vs d’Esposito: “La parola ‘delinquente’ mi fa orrore”. “È il giudizio della magistratura

Botta e risposta a Omnibus (La7) tra la sua conduttrice, Gaia Tortora, e il giornalista de Il Fatto Quotidiano, Fabrizio d’Esposito. Tortora manifesta la sua disapprovazione sul termine ‘delinquente’ attribuito a Berlusconi e ribadito nel titolo del pezzo odierno del giornalista sul Fatto. D’Esposito puntualizza che non è una invenzione del quotidiano, ma si tratta di una definizione coniata dalla magistratura (Berlusconi nella sentenza Mediaset è stato descritto come una persona che “ha una naturale capacità a delinquere”). La conduttrice, dieci minuti dopo, mentre d’Esposito spiega il coup de théâtre inscenato ieri da Berlusconi, ribadisce il suo dissenso sulla parola ‘delinquente’: “Posso dire che è un brutto termine? E’ una cosa che mi fa proprio orrore. E’ una questione personale, proprio non mi piace, ma voi avete diritto di scriverlo”. “Lo comprendo” – risponde d’Esposito – “però la magistratura ha detto che Berlusconi è un delinquente abituale”. “Vabbè” – commenta Tortora – “però, insomma, non è sufficiente. Ma è una questione di opinione personale”

____________________________________________
indipendentemente dalla mia antipatia per il berlu
io la penso come la Tortora sul titolo del giornale
a caratteri cubitali.
...


Si, in effetti quella di "delinquente naturale" è una definizione che non viene affibbiata nemmeno a criminali conclamati, per i quali anzi valgono attenuanti, giustificazioni e mitigazioni della pena di vario tipo.
Cioè, per quanto ritenga il Berlusca politicamente pericoloso, al pari del PD, la definizione di cui sopra mi pare francamente eccessiva.

PATRIA O MUERTE!

Avatar utente
nerorosso
Amministrazione
 
Messaggi: 5106
Iscritto il: 24/03/2012, 0:36

Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 15/05/2018, 9:49

VERSO IL GOVERNO/ Il vero piano M5s-Lega: smontare la Ue per rifarla
Lega e M5s dovrebbero arrivare entro domenica all'accordo definitivo sul governo. Le sfide principali sono la crescita, il lavoro e la partita sui trattati europei
,

spiega GIULIO SAPELLI 12 maggio 2018

LaPresse

Il nuovo governo che si delinea in Italia sarà un governo elettorale ovvero un governo rappresentativo. Un governo fondato sul principio di maggioranza, su cui un grande maestro, Francesco Ruffini, scrisse un testo fondamentale che un altro grande maestro dell'università torinese, Alessandro Passerin d'Entreves, ci leggeva e ci commentava con quell'ispirazione immensa che non poteva non avere colui che dall'esilio antifascista di Cambridge scrisse un capolavoro sul pensiero politico di Dante. Del resto Francesco Ruffini, cattolico e liberale era stato uno dei soli undici professori universitari che avevano rifiutato di giurare fedeltà al regime fascista. Una grande tradizione, quella del parlamentarismo italiano, da tenere a mente, ora che un governo eletto si profila all'orizzonte, oggi, in un ecosistema politico in cui via via al voto popolare non ci si pensa più.
Dall'Europa di oggi del resto non promanano leggi ma direttive, ossia una serie infinita e costituzionalmente indefinita di droits acquis, come li definiva Alberto Predieri, droits acquis che via via invadono e ostruiscono le procedure della vita parlamentare nazionale che in una libido ossessiva troppo spesso si limita a trasformarle in leggi dei parlamenti nazionali. Ma basta questa legiferazione indotta e convulsa a fondare una nuova legittimità? L'Europa a funzionalità né federale né confederale a sovranità sottratta e non condivisa è una sorta di biblico Behemoth che sguazza in un fango tecnocratico ordoliberista. Ora la patria di Dante dà vita — tra mille pressioni, giochi di specchi, cadute di borsa artefatte, spread minacciati e non esplosi — dà vita a un governo a cui gli italiani non sono più abituati: un governo che nasce dal voto pur con tutte le debolezze di una legge elettorale alchemica e anemica, portatrice di caos.
Ma tant'è! Governare con la legittimità popolare può essere una forza immensa enorme. Di qui una grande responsabilità dei giovani capi politici che saranno chiamati a formare un governo.
L'Europa tecnocratica e delegittimata si sentirà ferita da questo italico ritorno alla democrazia parlamentare. Siano pronti alla battaglia.
Ma anche alla battaglia per salvare ciò che rimane del suo significato. I due giovani leader dei due partiti più votati devono impegnarsi affinché l'Europa, insensatamente preoccupata di un "populismo" che lei stessa ha provocato, non incrini i suoi rapporti e la sua interdipendenza con gli Stati Uniti. Se la Germania romperà con gli Usa, subendo l'attrazione magnetica della Russia, proprio mentre la Gran Bretagna pensa di sostituire gli Stati Uniti con la Cina, i paesi più avveduti, nel gruppo dei quali il nuovo governo dovrà schierare l'Italia, non possono e non devono seguirla. L'Europa, al di là della soluzione funzionalista e di spoliazione di sovranità che si è realizzata con questa Unione Europea, non può sussistere né come entità economica né come entità geopolitica senza un saldo rapporto atlantico con Washington. Chi coltiva questa illusione non va ascoltato. L'Italia ha bisogno del mondo americano, non solo perché non può fare a meno di quel mercato, ma perché ha bisogno degli Usa come esportatore di sicurezza in Medio oriente e nell'Heartland, baricentro strategico del mondo intero, la cui importanza aumenta ancora oggi in proporzione alla cecità politica con cui sedicenti analisti lo nascondono all'attenzione mondiale. Va da sé che la Russia può avere un ruolo positivo per l'Italia solo in un rapporto di entente cordiale con gli Stati Uniti, non nell'assecondare una unilaterale fascinazione buona solo a produrre squilibri e isterismo politico.
I finanziamenti degli obiettivi riformatori — e preferisco chiamarli così, perché finalizzati alla crescita, all'opposto di come li ha intesi il Fmi —, a cui si deve rimproverare di nascondere dietro nomi inadeguati due vere necessità del paese, un sistema di politiche attive del lavoro e una riforma del sistema pensionistico, comprensiva di una restituzione di dignità ai lavoratori se non vogliamo eliminarli, costringendoli a lavorare fino a 70 anni, è vero, sono un problema dirimente. Ma è altrettanto vero che non ha senso parlare di una nuova politica economica se prima non si rinegozia integralmente il fiscal compact, come più volte è stato detto su queste pagine. Bisogna continuare a stare nell'Europa e nell'euro, ma se si vuol fermare il molecolare processo di desertificazione europea imposto dalle insensate, ragionieristiche politiche di austerity, ed evitare che i paesi meno forti la seguano in questo destino, occorre abolire il fiscal compact e togliere quella follia che, su mandato di Bruxelles, i nostri parlamentari — eccetto, va detto, quelli della Lega — nel triste 2012 vollero inserire nell'articolo 81 della nostra Carta, ossia il pareggio di bilancio.
Dunque, M5s e Lega sappiano rendersi interpreti del bene del paese, assumendosi il compito di uscire dal fiscal compact e poi di rinegoziare i trattati europei. Non è vero, come si legge su giornali interessati, che questo sia impossibile o vietato. Un assunto, strategicamente interessato, che contraddice la secolare storia delle relazioni internazionali. I trattati si rinegoziano, non per fare le guerre, ma per impedirle, o per evitare ai popoli di ridursi in miseria.
L'Italia dunque, finalmente forte di un mandato popolare, può diventare campione dell'alleanza internazionale con gli Stati Uniti e campione nella ridefinizione dei trattati europei. Le due cose non sono affatto incompatibili.
Resta, ai giovani leader, la difesa del Parlamento e del sistema parlamentare. Figli di un sistema maggioritario e di un bipolarismo spuri, durati un quarto di secolo, non avvezzi alla trattativa complicata che avviene tra le forze elette con sistema proporzionale, devono comprendere che la politica non è esclusione ma rapporto tra generazioni, tutela delle relazioni sociali. Non denigrino il Parlamento: fare campagne contro i vitalizi è un atto di lesa maestà. Se vogliono, come dicono, che tutti facciano politica, tutelino il diritto dei poveri e non solo dei ricchi a fare politica. Ma per questo occorre una grande conversione intellettuale, disconoscendo il ventennale, capillare lavoro di chi per vent'anni ha spiegato agli italiani che la casta sono i politici. No. Le vere caste stanno altrove.
"Maschi si nasce, Uomini si diventa"
Avatar utente
grazia
politico
 
Messaggi: 2338
Iscritto il: 14/01/2014, 13:50

Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 15/05/2018, 12:25

Marco Adriano,

Furbizia e intelligenza non sono sinonimi
28 febbraio 2018


Una persona furba cerca sempre di fare il proprio interesse, ma spesso è incapace di guardare alle conseguenze.
La persona furba è sempre attenta a ottenere il proprio tornaconto. Non è necessario essere intelligenti per essere furbi.
Una persona intelligente è colei che ha particolari capacità intellettuali. Una persona furba è colei che sa sempre sfruttare ogni situazione per ricavarne un vantaggio personale.
La persona furba alla fine non è intelligente per niente, perché mancando della visione d’insieme, sgomita per accaparrarsi qualcosa nel presente ma finisce per perdere tutto in futuro, quando quelli intelligenti davvero capiscono il suo gioco e non ci stanno più.
La persona furba è ignorante nel vero senso della parola. Ignora cioè le conseguenze delle proprie azioni e, sempre concentrata su come può fregare gli altri nell’immediato, è incapace di pensare a quando gli altri si accorgeranno delle sue manovre stupide e capiranno benissimo con chi hanno a che fare, scoprendo il suo misero gioco.
La persona che agisce pensando solo al proprio tornaconto si può definire furba; purtroppo, manca dell’intelligenza necessaria a capire che chi le sta intorno, una volta compresi i suoi comportamenti tesi solo ad acchiappare tutto senza curarsi degli altri, la tratta per ciò che è realmente: approfittatrice, meschina, incapace, debole e stupida.
La persona furba può vincere molte insignificanti battaglie, ma non possedendo l’arma dell’intelligenza, non potrà mai vincere la guerra.

_________________________________

Salvini è solo furbo o anche intelligente? mah!
ai posteri l'ardua sentenza....!
"Maschi si nasce, Uomini si diventa"
Avatar utente
grazia
politico
 
Messaggi: 2338
Iscritto il: 14/01/2014, 13:50

Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 15/05/2018, 12:39

La non sottile differenza tra furbizia e intelligenza

Michele Serra nella sua spassosissima Amaca si chiede l’altro giorno: “Quanto costa agli italiani, in termini di mancato sviluppo economico la disonestà? Quanto ci costano i furbi, gli imbroglioni, gli evasori fiscali, i mafiosi, quelli che su piccola o grande scala scardinano il sistema delle regole per ingoiare un profitto illecito?”
Personalmente ho apprezzato la sortita dell’amministratore delegato di Sky Italia Tom Mockridge – Ora pulizia o saltano i diritti tv - contro il calcio scommesse – vedi post la cloaca del calcio-scommesse - che mina il patto di fiducia che lega il tifoso alla sua squadra, che rischia di rendere non autentiche le emozioni straordinarie che regala una partita di calcio.
Alla ricerca di spiegazioni sui banditi e sugli imbroglioni, mi sono arrampicato nella mia biblioteca e ho trovato la risposta. Carlo M. Cipolla – il nostro più grande storico dell’economia – ci ha lasciato uno spassosissimo saggio, Allegro ma non troppo (Il Mulino, 1988), che comprende Le leggi fondamentali della stupidità umana.

Io credo che uno dei grandi e irrisolti problemi italiani sia il fatto che la maggioranza dei cittadini non sa distinguere tra furbizia e intelligenza. Allora riprendiamo in mano Cipolla così facciamo un passo in avanti nel lungo e tortuoso cammino della consapevolezza.
“La Prima Legge della stupidità umana asserisce senza ambiguità di sorta che: Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione".
La Seconda Legge Fondamentale dice che: "La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona".
La terza legge fondamentale presuppone che gli esseri umani rientrino in una di quattro categorie fondamentali: gli sprovveduti, gli intelligenti, i banditi e gli stupidi.

La Terza Legge Fondamentale chiarisce esplicitamente che: "Una persona stupida è una persona che causa danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza il contempo realizzare alcun vantaggio per sè o addirittura una perdita".

Cipolla definisce bandito il comunemente denominato furbo. “Le azioni del bandito seguono un modello di razionalità, perversa, ma sempre razionalità. Il bandito vuole un “più” sul suo conto. Dato che non è abbastanza intelligente per escogitare metodi con cui ottenere un “più” per sé procurando allo stesso tempo un “più” anche agli altri, egliotterrà il suo “più” causando un “meno” al prossimo”.
Anni fa Luciano De Crescenzo fece la descrizione dello scugnizzo napoletano, eponimo della furbizia nazionale. Ma l’intelligenza, come ci spiega Cipolla, è diversa dalla furbizia. Purtroppo in Italia il furbo ha la meglio.
Peccato perchè le leggi e le regole non sono solo giuste, ma anche convenienti. Rispettarle e farle rispettare – enforcement- produce maggior benessere e maggiore certezza del diritto e quindi minori incertezze che ostacolano fare impresa.

Paolo Sylos Labini in Un Paese a Civiltà limitata (Laterza, 2001) scrisse: “In Inghilterra è tenuto in gran considerazione il carattere, da noi invece l’astuzia. Da quando ho l’età della ragione dico che, se fossimo un po’ più grulli, vivremmo tutti meglio. E’ ben difficile immaginare un paese veramente civile in cui gran parte delle persone di rilievo sono furbe e in cui chi si fida degli altri è considerato un ingenuo, ossia uno sciocco”.
Chiudo con una riflessione del mio amato Gianni Brera, che nel suo L’Arcimatto (1960-66, Baldini e Castoldi, 1993, p. 158) ci lascia scritto: “La forma di furberia più efficace in Italia è l’onestà. E poiché i furbi velleitari sono millanta, ne deriva che i veri furbi sono pochi".

• michele serra
"Maschi si nasce, Uomini si diventa"
Avatar utente
grazia
politico
 
Messaggi: 2338
Iscritto il: 14/01/2014, 13:50

Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 15/05/2018, 12:44

La furbizia non è sinonimo di intelligenza

Cari Italians,
è veramente la furbizia un indicatore di intelligenza? E' veramente il rispetto delle regole un segno di vuoto siderale dove un tempo c'era il cervello come Paolo Patrizi (lettera del 12 maggio) vuole farci credere? O il rispettare le regole non è che un assestamento di rischio? E' facile fare i furbi quando ci sono un milione di regole e nessuno che ne controlla l'applicazione. Cosa rischio se non pago l'abbonamento Tv in Italia? Che la Rai mi spedisca ogni anno una lettera ricordandomi che non sono nell'elenco degli abbonati. Cosa rischio in Inghilterra? Che l'autobus che passa davanti a casa un giorno abbia un bel cartello con scritto "In questa via tre case sono senza l'abbonamento alla Tv" e che il mese dopo mi arrivi una multa di qualche migliaio di sterline. Cosa rischio se passo col rosso in Italia? Che qualcuno strombazzi e mi faccia qualche gesto. Cosa rischio in Inghilterra? Una bella foto spedita a casa, qualche punto sulla patente, un possibile ritiro della stessa, un aumento della polizza assicurativa. Se persone di uguale intelligenza hanno simili assestamenti di rischio, allora in Italia ci saranno più infrazioni di regole, perché è meno rischioso infrangerle. E quando il numero di infrazioni supera un certo livello, il regolatore inizia a pensare che tutti sono colpevoli. La presunzione di innocenza va a farsi friggere, e bisogna dimostrare di non essere colpevoli. E servono nuove regole che regolino questa dimostrazione, fotografie autenticate, dichiarazioni giurate, certificati in bollo. Così a lungo andare in alcuni Paesi la gente si abitua al fatto che ci sono regole che vanno rispettate, in altri al fatto che ci sono regole che non val la pena rispettare. Nei primi vale la presunzione di innocenza, nei secondi la presunzione di colpevolezza. Cosa è meglio? C'è poi il dibattito se essere furbi è bene o male. In Italia c'è chi pensa che la furbizia sia lodevole e un pregio degli italiani. C'è anche chi pensa il contrario. In Inghilterra, Paese del fair play, essere furbi significa imbrogliare, ed è visto come un difetto. Sempre. Un esempio? Il giocatore di calcio più odiato in Inghilterra? Maradona, per quel suo gol segnato di mano a Messico '86. Tutto ciò per dire a Paolo : credi davvero che gli inglesi rispettino le regole perché hanno perso il cervello e che gli italiani siano intelligenti perché sono furbi?
Beppe Severgnini
"Maschi si nasce, Uomini si diventa"
Avatar utente
grazia
politico
 
Messaggi: 2338
Iscritto il: 14/01/2014, 13:50

Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 16/05/2018, 11:06

“Senza se e senza ma”
resta solo stupidità


Giancarlo Livraghi



Come già detto in varie cose che ho scritto, benché alcuni me lo chiedano, non saprei come fare un elenco dei manierismi, dei luoghi comuni e delle sciocchezze che infestano il mondo giornalistico (e non solo). Perché ce ne sono già troppi (un elenco sarebbe interminabile) e ogni giorno qualcuno ne inventa uno nuovo – poi diffusamente copiato, ripetuto e distorto da una schiera infinita di intenzionali o inconsapevoli imitatori.

Ma forse può valer la pena, talvolta, di sceglierne uno per valutarne le conseguenze. Per esempio “senza se e senza ma” è ricorrente nel mondo della politica – e non solo. Proclamato (anche quando non è così definito) in ogni sorta di situazioni, con “certezze” tanto granitiche quanto insostenibili.

Lo diceva Bertrand Russell. «Il problema del mondo è che gli stupidi sono troppo sicuri e gli intelligenti sono pieni di dubbi». E tre millenni prima il faraone Akhenaton. «Il saggio dubita spesso e cambia idea. Lo stupido è ostinato, non ha dubbi. Conosce tutto fuorché la sua ignoranza».

Quando un politico dice “senza se e senza ma” vuole affermare la sua adesione a un principio. Che sia sincero, è improbabile. Ma, anche se lo fosse, la sua posizione non potrebbe essere inderogabile. La politica, anche la più onesta, è inevitabilmente (almeno in parte) l’arte del compromesso.

Comunque, in tutte le cose, le affermazioni “assolute” o sono bugiarde o sono sciocche – spesso le due cose insieme. In realtà è inevitabile che ci sia qualche “se” e qualche “ma”. È enormemente più utile e interessante capirli che trincerarsi in ostinati preconcetti.

Il più fondamentale e universale dei princìpi, “non ammazzare”, sembra semplice – ma uccidere è di fatto accettato, talvolta esaltato come gloriosa impresa, per esempio (ma non solo) in guerra. E anche i più severi sistemi giuridici possono assolvere un omicidio se è “per legittima difesa”.

Ognuno ha il diritto di credere in ciò che vuole – ma non di imporlo ad altri. Ogni “fede”, religiosa o ideologica, individuale o di gruppo, diventa atroce oppressione se è una violenza, una costrizione, una faida o un pretesto per tenere la gente in servitù e ignoranza.

La libertà è un supremo diritto – se non interferisce nella libertà altrui. Il concetto è, in teoria, diffusamente accettato, ma in pratica non è sempre facile capire dove si colloca la linea di separazione fra diritto individuale e responsabilità sociale. Su “grandi” temi o apparentemente “piccole” cose.

La cortesia è una risorsa importante, un elemento fondamentale della convivenza umana – ma diventa velenosa ipocrisia se è solo manierismo di superficie, che spesso maschera indifferenza o anche nascosta malignità.

Un bel sorriso, sincero e affettuoso, è un dono più prezioso di tanti salamelecchi – ma diventa stucchevole e bugiardo se, come accade troppo spesso, lo vediamo stampato come una maschera di cera sul volto di chi è del tutto indifferente o ha sentimenti e intenzioni poco amichevoli.

Dire “no” può sembrare scortese e può essere imbarazzante – ma è molto più corretto (e sostanzialmente gentile) che dire “si” se non abbiamo l’intenzione (o la possibilità) di fare davvero ciò che ci è chiesto. O almeno, se non vogliamo essere così sinceri, rifugiarci in un significativo silenzio (come si fa in Giappone, dove la parola “no” è vietata dalle buone maniere).

Vedi “Pluf” come si perdono le buone idee

Comunque, nel caso che qualcuno ci dica “si”, è meglio pensarci bene prima di convincerci che la promessa sarà mantenuta. Non si tratta di essere “pessimisti”, ma del fatto che se non farà ciò che chiediamo non saremo troppo delusi – e, se invece lo farà, sarà una “lieta sorpresa”.

Gli esempi potrebbero continuare all’infinito. Ma credo che questi pochi siano sufficienti per inquadrare il problema.

Vorrei solo aggiungere che se qualcuno “promette ma non mantiene” non sempre vuol dire che sia in malafede. Può accadere che si accorga di non essere in grado di farlo (e si vergogni, o si dimentichi, di informarci). O che sia preso da altri e improvvisi impegni. O che, passato il momento in cui ci stava a sentire, se ne sia semplicemente dimenticato.

La distratta scortesia può anche essere in senso inverso. È piuttosto irritante, dopo esserci seriamente impegnati per aiutare qualcuno, scoprire che il suo problema non c’era – o era stato risolto – e chi ci aveva chiesto di occuparcene si era dimenticato di dircelo.

Tutto questo può sembrare – forse è – ovvio e banale. Ma il fatto è che continuano a imperversare i boriosi “senza se e senza ma” (anche quando i preconcetti non sono definiti con quelle parole). Perciò è davvero importante diffidare delle dichiarate o presunte “certezze”. In senso positivo o negativo.

Credere in ciò di cui è meglio dubitare può avere (molte volte ha avuto) conseguenze variabili da minuscole comicità a enormi catastrofi. Ma può essere altrettanto dannoso avere paura di pericoli che in realtà non ci sono – o sono molto meno devastanti di come qualcuno li descrive.

Come diceva Dante Alighieri. «Non meno che saper, dubbiar m’aggrada».
"Maschi si nasce, Uomini si diventa"
Avatar utente
grazia
politico
 
Messaggi: 2338
Iscritto il: 14/01/2014, 13:50

Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 19/05/2018, 9:34

Orario di lavoro: la lezione della Germania

Vincenzo Ferrante - Professore ordinario di diritto del lavoro presso l’Università Cattolica di Milano

Ottenere, a salario invariato, una riduzione del tempo di lavoro da 35 a 28 ore settimanali per un periodo massimo di 2 anni (rinnovabili per ulteriori 2) per assicurare cure domestiche a familiari anziani o a bambini. Un’utopia? No. E’ quanto ha stabilito l’accordo collettivo sottoscritto per le imprese meccaniche dell’area regionale tedesca del Baden-Württemberg. Anche se ricorda molto i contratti sottoscritti in Italia alla fine del secolo scorso, l’impressione è che gli accordi d’oltralpe conoscano un più diffuso legame di solidarietà in seno alle organizzazioni dei lavoratori. Ed allora, perché non replicare l’esperienza nel nostro Paese?
Ha destato grande scalpore in Italia l’accordo collettivo recentemente sottoscritto per le imprese meccaniche dell’area regionale del Baden-Württemberg che, accanto ad aumenti salariali, prevede una riduzione transitoria dell’orario a richiesta del lavoratore.
Da quanto si è appreso, viene riconosciuto un diritto individuale ad ottenere, a salario invariato, una riduzione del tempo di lavoro da 35 fino a 28 ore settimanali, da un minimo di 6 ad un massimo di 24 mesi (rinnovabili per ulteriori 24 mesi), nel caso in cui il lavoratore abbia la necessità di assicurare la cura domestica di familiari anziani o di bambini. Non più del 10% delle domande, sul totale dei dipendenti, può essere accolta e sono stati concordati anche adeguati strumenti di flessibilità oraria per compensare la riduzione complessiva della prestazione di lavoro conseguente a questa misura.
L’accordo ora sottoscritto promette di costituire un modello anche per le altre regioni, chiamate a breve a rinnovare i contratti di categoria (che in Germania raramente riguardano l’intero territorio nazionale, essendo invece dimensionati su ambiti territoriali minori).
Vari sono stati i commenti che hanno accompagnato l’accordo e molte riflessioni si possono fare in effetti sull’argomento.
La prima riguarda il fatto che la disciplina dell’orario in Germania, pur fondandosi sugli stessi standard minimi europei previsti dalla direttiva 88 del 2003 (e già della direttiva n. 104 del 1993), è per molti versi assai più rigida che in Italia, posto che la durata massima della giornata lavorativa è fissata a 10 ore (in Italia, 12 ore e 50 minuti) e che il lavoro è organizzato ancora su basi standard, come avveniva anche al di qua delle Alpi prima che il D. Lgs. n. 66 dell’aprile 2003 utilizzasse valori annuali medi come limite massimo, di fatto abolendo la domenica come giornata di riposo settimanale collettivo.
Da questo punto di vista, l’accordo ricorda quelli sottoscritti in Italia alla fine del secolo scorso, quando, prima ancora che la direttiva europea fosse stata recepita, si realizzò uno scambio fra flessibilità e incremento della retribuzione. Nel Baden-Württemberg l’accordo ha però un contenuto più ampio, perché, accanto ad aumenti retributivi per tutti, alcuni lavoratori potranno godere di una sorta di congedo temporaneo per ragioni di famiglia, riducendo provvisoriamente la durata della loro prestazione settimanale.
L’impressione è quindi che, a parità di condizioni normative, gli accordi d’oltralpe conoscano un più diffuso legame di solidarietà in seno alle organizzazioni dei lavoratori, poiché i benefici pattuiti vanno, per quanto attiene alla riduzione oraria, a vantaggio di alcuni solamente (quanti hanno figli e genitori da accudire) e non di tutta la popolazione operaia ed impiegatizia.
Sarebbe bello quindi se l’esempio tedesco si propagasse per iniziativa delle parti sociali anche in Italia, dove, al contrario, gli stessi accordi collettivi di solidarietà sottoscritti per difendere l’occupazione sono stati assai rari negli ultimi trent’anni.
In secondo luogo, si deve rilevare come la vicenda dell’orario dimostra a luce meridiana come le debolezze del sistema industriale italiano non risiedono sempre e soltanto nella disciplina del rapporto di lavoro: a parità di regolazione (anzi la disciplina tedesca dell’orario è senz’altro più rigida di quella italiana, come si è detto), la Germania ha un tasso di produttività assolutamente superiore a quello italiano. Questo dimostra che una parte importante della vicenda si deve rintracciare nella volontà degli industriali tedeschi di non turbare la “pace sociale” con i sindacati (in un clima politico, peraltro, quale quello attuale, che vede il partito socialdemocratico prossimo a ritornare al governo sotto la guida della Cancelliera Merkel, ma da posizioni rafforzate rispetto a quelle occupate nel precedente governo di coalizione).
La ragione che muove le imprese è semplice: nella produzione industriale, una buona parte dell’incremento di produttività si ottiene da una ottimizzazione dei tempi di lavoro. A tal fine, la collaborazione dei lavoratori è importante per assicurare che non vi siano assenze troppo elevate e che le squadre possano lavorare secondo i turni prestabiliti, poiché il lavoro “sulla linea” comporta la necessità che tutte le aree seguano lo stesso ritmo (di modo che basta che solo un settore sia rallentato perché la produzione abbia a soffrire una riduzione, anche notevole).
È chiaro che a fronte di condizioni di questo tipo, le imprese siano ben attente a concedere vantaggi sicuramente di grande richiamo “mediatico”, ma che, se riferiti all’intero comparto, vengono ad incidere in maniera tutto sommato contenuta sui costi complessivi. È ovvio, d’altro canto, che la misura viene apprezzata dai singoli lavoratori, sia per le evidenti difficoltà (che ognuno ha sperimentato o può immaginare) a conciliare gli impegni lavorativi con quelli familiari, sia perché in Germania il trattamento per la malattia è stato in un recente passato notevolmente ridimensionato rispetto al passato, rendendo così più onerosa per il lavoratore l’eventuale assenza individuale, (impropriamente) dettata da altre ragioni.
Insomma, ancora una volta, la lezione che ci viene dall’estero non sarebbe così difficile da replicare (ma, come si dice, il peggior sordo è chi non vuol sentire!).
"Maschi si nasce, Uomini si diventa"
Avatar utente
grazia
politico
 
Messaggi: 2338
Iscritto il: 14/01/2014, 13:50

Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 21/05/2018, 11:57

Impreparati, incompetenti, immaturi: il ceto politico non è mai stato così ignorante
Non si è mai visto un ceto politico così ignorante. Laureati compresi. Colpa della scuola? O di una selezione al contrario? La democrazia rischia di non funzionare se conferisce responsabilità di comando a persone palesemente impreparate


DI RAFFAELE SIMONE


[..]Nel governo Gentiloni più di un ministero è presidiato da non laureati e non laureate: istruzione e salute, lavoro e giustizia. Se questa non è forse la “prevalenza del cretino” preconizzata da Fruttero e Lucentini, è di certo la prevalenza dell’ignorante.

Infatti la legislatura attuale ha una percentuale di laureati tra le più basse della storia: di poco sopra il 68 per cento, un dato che mette tristezza a confronto col 91 per cento del primo Parlamento repubblicano… Qualche settimana fa la Repubblica ha offerto lo sfondo a questo spettacolo, mostrando con tanto di tabelle che la riforma universitaria detta “del 3+2”, testardamente voluta nel 2000 dai non rimpianti ministri Berlinguer e Zecchino al grido di “l’Europa ce lo chiede!”, è stata un fiasco. I laureati sono pochi, non solo nel ceto politico ma nel paese, in calo perfino rispetto a quelli del 2000, ultimo anno prima della riforma. L’età media del laureato italiano è superiore ai 27 anni e la laurea triennale non serve (salvo che per gli infermieri) a nulla. I giovani che concludono il ciclo di 5 anni (il “3 + 2”) sono addirittura meno del totale di quelli che vent’anni fa si laureavano coi vecchi ordinamenti (durata degli studi 4, 5 o 6 anni). Per giunta, per completare la laurea triennale ci vogliono 4,9 anni, per quella quinquennale più di 7,4! Quindi, l’obiettivo principale della riforma, che era quello di aumentare il tasso di laureati, è mancato.

Le cause? Certamente non sono quelle che ha suggerito, nel suo intervento a Cernobbio agli inizi di settembre, la non laureata ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli: la colpa dei pochi laureati, ha suggerito (lei ex sindacalista!), è delle «famiglie a basso reddito», che non trovano più buoni motivi per spingere i figli a laurearsi. Non ha pensato, non avendolo frequentato, che invece è tutto il sistema universitario che andrebbe, come le case abusive, abbattuto e riprogettato. Quindi, se il paese è conciato così, come possiamo pretendere che il personale politico sia meglio?

Ma non è finita. Un altro guaio, più serio, sta nel fatto che il ceto politico attuale, e ancor più (si suppone) quello che gli subentrerà al prossimo turno, ha un record unico nella storia d’Italia, di quelli che fanno venire i brividi: i suoi componenti, avendo un’età media di 45,8 anni (nati dunque attorno al 1970), sono il primo campione in grandezza naturale di una fase speciale della nostra scuola, che solo ora comincia a mostrare davvero di cosa è capace. Perché dico che la scuola che hanno frequentato è speciale? Perché è quella in cui, per la prima volta, hanno convissuto due generazioni di persone preparate male o per niente: da una parte, gli insegnanti nati attorno al 1950, formati nella scassatissima scuola post-1968; dall’altra, quella degli alunni a cui dagli anni Ottanta i device digitali prima e poi gli smartphone hanno cotto il cervello sin dall’infanzia.

I primi sono cresciuti in una scuola costruita attorno al cadavere dell’autorità (culturale e di ogni altro tipo) e della disciplina e all’insofferenza verso gli studi seri e al fastidio verso il passato; i secondi sono nati in un mondo in cui lo studio e la cultura in genere (vocabolario italiano incluso) contano meno di un viaggio a Santorini o di una notte in discoteca.

Prodotta da una scuola come questa, era forse inevitabile che la classe politica che governa oggi il paese fosse non solo una delle più ignoranti e incompetenti della storia della Repubblica, ma anche delle più sorde a temi come la preparazione specifica, la lungimiranza, la ricerca e il pensiero astratto, per non parlare della mentalità scientifica. La loro ignoranza è diventata ormai un tema da spot e da imitazioni alla Crozza. I due fattori (scarsità di studi, provenienza da una scuola deteriorata), mescolati tra loro, producono la seguente sintesi: non si è mai visto un ceto politico così incompetente, ignorante e immaturo.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti, nelle parole, le opere e le omissioni. Si dirà, come al solito, che il grande Max Weber lo aveva profetizzato già nel famoso saggio sulla Politica come professione (1919): «lo Stato moderno, creato dalla Rivoluzione» spiega «mette il potere nelle mani di dilettanti assoluti […] e vorrebbe utilizzare i funzionari dotati di preparazione specialistica solo come braccia operative per compiti esecutivi». Ma il povero Max non poteva prevedere le novità cool dei nostri tempi: per dirne una, la rabbiosa spinta che il movimento di Beppe Grillo avrebbe dato alla prevalenza dell’incompetente.

[..]Gli incompetenti si sono procurati ulteriore spazio sfruttando senza ritegno il tormentone del rinnovamento di generazione, che, partito dall’Italia, ha contagiato quasi tutt’Europa. Esser giovane in politica è ormai un titolo di merito di per sé, indipendentemente dal modo in cui la giovinezza è stata spesa, anche se i vecchi sanno bene che la giovinezza garantisce con sicurezza assoluta solo una cosa: l’inesperienza, una delle facce dell’incompetenza.

La cosa è talmente ovvia che nel 2008 la ministra Marianna Madia, eletta in parlamento ventiseienne, non ancora laureata, dichiarò che la sola cosa che portava in dote era la sua “inesperienza” (sic).

La lista che ho appena fatto non contiene solo piccoli fatti di cronaca. Se si guarda bene, è una lista di problemi, perché suscita due domande gravi e serie. La prima è: a cosa dobbiamo, specialmente in Italia, quest’avanzata di persone che, oltre che giovanissime, sono anche I-I-I (“incompetenti, ignoranti e immaturi”)? È la massa dei somari che prende il potere, per una sorta di tardivo sanculottismo culturale? Sono le “famiglie di basso reddito” della Fedeli, ormai convinte che i figli, invece che farli studiare e lavorare, è meglio spingerli in politica? Oppure è l’avanzata di un ceto del tutto nuovo, quello dell’uomo-massa, di cui José Ortega y Gasset (in La ribellione delle masse) descriveva preoccupato l’emergere?

«L’uomo-massa si sente perfetto» diceva Ortega y Gasset, aggiungendo che «oggi è la volgarità intellettuale che esercita il suo imperio sulla vita pubblica». «La massa, quando agisce da sola, lo fa soltanto in una maniera, perché non ne conosce altre: lincia». È una battutaccia da conservatore? Oppure la dura metafora distillata da un’intelligenza preveggente? Comunque la pensiate, queste parole non sono state scritte oggi, ma nel 1930. Forse l’avanzata della «volgarità intellettuale» era in corso da tempo e, per qualche motivo, non ce ne siamo accorti.

La seconda domanda seria è la seguente: la democrazia può funzionare ancora se conferisce responsabilità di comando a persone dichiaratamente I-I-I? Forse in astratto sì, se è vero che (come pensava Hans Kelsen) la democrazia è «il regime che non ha capi», nel senso che chiunque può diventare capo. In un regime del genere, quindi, chiunque, anche se del tutto I-I-I e appena pubere, può dare un contributo al paese. Napoleone salì al vertice della Francia a 29 anni e Emmanuel Macron (suo remoto emulo, dileggiato dagli oppositori col nomignolo di Giove o, appunto, di Napoleone) è presidente della Repubblica a 39. Nessuno di loro aveva mai comandato le armate francesi o governato la Repubblica. Ma ammetterete senza difficoltà che tra loro e Luigi Di Maio (e tanti suoi colleghi e colleghe con le stesse proprietà, del suo e di altri partiti) qualche differenza c’è.
"Maschi si nasce, Uomini si diventa"
Avatar utente
grazia
politico
 
Messaggi: 2338
Iscritto il: 14/01/2014, 13:50

Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 25/05/2018, 10:10

Altro che flat tax: in Italia i ricchi già pagano meno tasse di tutti
Grazie a una giungla di norme che violano la progressività, i benestanti sono superfavoriti rispetto a lavoratori e pensionati. Ma all'estero non funziona così


DI PAOLO BIONDANI
21 maggio 2018


La favola della goccia. E la realtà della pagnotta. La prima è la fortunata immagine utilizzata dai teorici del neoliberismo, dai tempi di Reagan e Thatcher, per giustificare i tagli delle tasse per i più ricchi: dai ceti privilegiati, i benefici sarebbero destinati a scendere verso il basso, come una goccia, premiando anche le classi medie e i più poveri.

Dagli anni Ottanta ad oggi quelle politiche fiscali hanno contagiato il mondo, Italia compresa, nonostante le critiche sempre più forti di molti autorevoli economisti. Oggi, dopo la crisi esplosa nel 2008, anche l’Ocse, l’organizzazione economica delle nazioni più sviluppate, pubblica poderosi studi pieni di statistiche che smentiscono le profezie neoliberiste: anni di dati mostrano che i miliardari diventano sempre più ricchi, la classe media continua a impoverirsi, i nullatenenti restano in miseria. Alla prova dei fatti, la favola della goccia è servita solo ad aumentare le disuguaglianze.

I padri della nostra Costituzione, nel 1948, avevano disegnato un sistema fiscale opposto: il principio base, fissato dall’articolo 53 della legge fondamentale, è la progressività. Significa che i ricchi devono pagare più tasse dei poveri. E il fisco deve seguire questa via maestra per raggiungere obiettivi di equità, giustizia sociale e crescita economica duratura.


Per capirlo basta cambiare esempio e sostituire all’evanescenza della goccia la concretezza del cibo. Se una famiglia ricca ha mille pagnotte e lo Stato gliene preleva metà, con le altre cinquecento può continuare a ingrassare, far festa e magari lasciarne ammuffire gran parte in dispensa. Ma se in casa c’è solo una misera pagnotta e le tasse se ne portano via mezza, la famiglia povera la consuma tutta e soffre comunque la fame.

Nella storia dell’economia, questo concetto si chiama “utilità marginale”: il valore del primo pezzo di ricchezza è altissimo, mentre per ogni aumento successivo continua a scendere. Per capirlo non c’è bisogno di lauree: basta il buon senso. Al mercato la millesima pagnotta si vende allo stesso prezzo, ma vale infinitamente meno della prima, quella che ci fa sopravvivere.


Per questo, in un’Italia uscita distrutta dalla Seconda guerra mondiale, la Costituzione aveva imposto a tutti i governanti, presenti e futuri, un sistema progressivo: chi ha di più, deve versare di più. Giusto ed efficiente, hanno scritto e ripetuto generazioni di studiosi. Il quadro previsto dai politici migliori della nostra storia, però, è diventato realtà con un quarto di secolo di ritardo, nel 1974. E da allora è stato modificato e distorto da più di 200 leggine. Al punto che oggi il professor Franco Gallo, ex presidente della Corte Costituzionale, parla di «un sistema fiscale incrostato, al collasso, che favorisce chi più ha e ormai non è più né generale né progressivo».

La storica riforma del 1974, intitolata al compianto ministro repubblicano Bruno Visentini, è quella che ha creato l’Irpef: un’unica imposta generale, cioè applicabile a tutte le persone, e fortemente progressiva, con tasse che salgono all’aumentare dei redditi. L’Irpef è tuttora basata su quel sistema a gradini, chiamati scaglioni: per i più poveri, niente tasse. Poi, per ogni fetta aggiuntiva di reddito, la percentuale di prelievo (l’aliquota) sale. La scala originaria aveva ben 32 gradini e per i più ricchi l’aliquota arrivava al 72 per cento. Rispetto alla precedente stratificazione disordinata di imposte statali e locali, il sistema originario era molto semplificato: la tassa è unica, conta solo il livello di reddito, con poche detrazioni e deduzioni (cioè tagli di imposte applicabili solo ad alcune categorie).

Oggi l’Irpef continua ad essere la tassa più pagata dagli italiani, ma la sua struttura è stata stravolta. La differenza più vistosa è che in cima alla piramide, per i più ricchi, le imposte sono scese al 43 per cento. Mentre le aliquote si sono ridotte a cinque in tutto: per subire i livelli di tassazione più alti del mondo (dal 38 per cento in su) in Italia basta superare il gradino dei 28 mila euro lordi all’anno, tredicesima compresa. Il risultato è che la classe media è stritolata.


Ad aggravare il problema è l’evasione fiscale, che in Italia è enorme: il 13,5 per cento del Pil, secondo un famoso studio della Banca d’Italia, che ha confrontato i consumi effettivi registrati dall’Istat con i redditi dichiarati al fisco. Questo significa che gli italiani onesti pagano anche per gli evasori: circa cento miliardi in più. E che il grosso dell’Irpef (82 per cento) si scarica sul popolo dei lavoratori dipendenti (52 per cento) e pensionati (30), che non possono evadere.

«Di fronte alla crisi economica che stiamo vivendo», commenta Gallo, il massimo esperto di Costituzione e fisco, «bisognerebbe ridisegnare, anzi ricostruire la curva della progressività, per rimediare all’eccesso di pressione fiscale sui redditi di una classe media sempre più impoverita. Invece si continua a sottrarre tassazione all’Irpef con aliquote fisse e imposte sostitutive, che sono il contrario della progressività, dell’equità fiscale e della giustizia sociale».

Tranne l’Irpef, che nel 2016 ha portato nelle casse dello Stato 166 miliardi di euro, tutte le altre tasse sono regressive. Cioè non distinguono tra ricchi e poveri: si paga sempre la stessa percentuale. E senza regole generali: decine di categorie hanno ottenuto privilegi e sconti dai governi amici. Il nostro sistema fiscale è diventato la giungla delle aliquote. Da sempre i meno tassati sono i redditi da capitale: rendite finanziarie, utili societari, guadagni di Borsa. L’aliquota più diffusa è del 26 per cento.

Quindi il ricchissimo investitore che incassa dividendi milionari paga meno tasse della sua impiegata, che sopra uno stipendio di 2.153 euro al mese (lordi) deve sborsare il 27 per cento. Il miliardario americano Warren Buffett, nel 2011, scrisse al New York Times che gli sembrava ingiusto versare metà dell’aliquota dei suoi impiegati (17 per cento contro 33).

L’iniquità fiscale però non spaventa i politici italiani, che invece di aumentare hanno tagliato l’aliquota ai capitalisti (era al 27,5). Sui titoli di Stato si scende al 12,5 per cento, anche qui senza differenziare tra il possidente che accumula decine di milioni e il pensionato con poche migliaia di euro. Anche i premi di produttività sono usciti dall’Irpef, con un’aliquota unica del 10 per cento che vale sia per i super-bonus dei manager sia per i miseri incentivi concessi, se la fabbrica va bene, all’operaio siderurgico. Al padrone di una società che vende la sua quota va ancora meglio: può pagare un’imposta sostitutiva dell’8 per cento. Senza distinzioni tra chi incassa plusvalenze stratosferiche e il piccolo imprenditore che cede l’aziendina di famiglia. I guadagni di una vita di lavoro pesano come un clic al computer di uno speculatore di Borsa.

Agli studiosi non resta che misurare l’aumento dei privilegi e delle disuguaglianze. «La riduzione o azzeramento delle tasse sui redditi da capitale è una tendenza che si è estesa a tutto il mondo dagli anni Novanta ed è collegata alla globalizzazione», spiega Luciano Greco, docente di scienza delle finanze e direttore del centro di ricerca sull’economia pubblica delle università di Padova, Venezia e Verona. «Di fronte alla mobilità dei capitali finanziari, gli Stati reagiscono con una concorrenza fiscale al ribasso. Nel 1990 si contavano 12 paesi dell’Ocse con un’imposta generale sulla ricchezza netta, oggi ne restano solo quattro».

Le tasse sui patrimoni, cioè sulla ricchezza totale anziché sui redditi annui, in Italia passano per un’idea vetero-comunista, anche se tra i fautori spicca Luigi Einaudi, capo dello Stato negli anni della ricostruzione, che proponeva di tassare i capitali improduttivi e i latifondi agrari, per spingere i possidenti a creare imprese e lavoro. «Il dibattito sulla tassazione dei capitali segna la storia dell’economia moderna, il primo scontro oppose David Ricardo, che era favorevole, a Malthus, contrario», fa notare il professor Greco. «I paesi dove è nato il capitalismo hanno tuttora imposte rilevanti sulle proprietà immobiliari e sulle successioni».

Rispetto all’Italia, negli Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada e Francia si paga il doppio o il triplo di tasse sulla casa, con aliquote fino a otto volte superiori per eredità o donazioni. E queste imposte pagate dai figli di papà, ovviamente, riducono i carichi fiscali su lavoro e imprese.

Il tradimento della giustizia fiscale promessa dalla nostra Costituzione si completa con altre grandi imposte regressive. L’Iva ha tre aliquote fisse, dal 4 al 22 per cento, che variano secondo il prodotto, non in base alla quantità acquistata o al reddito, come le accise sulla benzina: due entrate da 130 miliardi, quasi come l’Irpef. I contributi che servono a pagare le pensioni e gli assegni sociali valgono oltre 220 miliardi, si sommano alle tasse sul lavoro e sulle imprese (formando l’insostenibile cuneo fiscale), ma non sono progressivi: c’è un’altra giungla di aliquote proporzionali fisse, che dipendono solo dal tipo di attività. Indifferenti alla ricchezza dei contribuenti sono anche le addizionali Irpef regionali e comunali (16 miliardi) e la cedolare secca sugli affitti, ferma al 21 per cento sia per il mono-proprietario che per il palazzinaro con decine di immobili. E in agricoltura i redditi non vanno neppure dichiarati: le tasse si calcolano su astratti valori catastali (estimi), bassissimi, varati nell’Italia dei mezzadri e dei pastori, ma applicabili anche ai moderni viticoltori doc con auto di lusso, camerieri, villa e piscina.

In questa giungla di tartassati e di privilegiati, l’avvocato Sebastiano Stufano, uno dei migliori tributaristi italiani, vede una sola via d’uscita, rivoluzionare il sistema: «Sarebbe giusto e più efficiente ridurre le imposte sul lavoro e sulle imprese, senza cedolari o imposte sostitutive, per aumentare la tassazione sui grandi patrimoni, sulle ricchezze improduttive, possedute da chi non ha fatto nulla per generarle. Un sistema progressivo generale favorirebbe la crescita economica e risponderebbe ai principi di equità e redistribuzione dei redditi codificati dalla Costituzione».

Noticina:
Armando Siri, l’ideologo dell’aliquota unica 
al 15 per cento, ha patteggiato una condanna a un anno e 8 mesi per un crac. Due società in cui 
il guru del leader leghista ha avuto ruoli di spicco 
hanno trasferito 
la sede legale in 
un paradiso fiscale. E uno dei suoi soci è indagato dall'antimafia di Reggio Calabria
"Maschi si nasce, Uomini si diventa"
Avatar utente
grazia
politico
 
Messaggi: 2338
Iscritto il: 14/01/2014, 13:50

PrecedenteProssimo

Torna a Istruzione, cultura, letteratura, poesia

Chi c’è in linea

Visitano il forum: grazia e 173 ospiti