Media e dintorni

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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 26/05/2018, 11:16

Oltre il pateracchio la parola a Mattarella
di Aldo A. Mola | 21 maggio 2018

“Il plebiscito” indetto da Di Maio e da Salvini sul “Contratto per il governo del cambiamento” è un affare loro, senza rilievo istituzionale. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non ha motivo di conferire alcun valore a una pappolata dai contenuti cangianti, sottoscritto fra dubbi e riserve mentali dai vertici scamiciati di Movimento 5 Stelle e Lega. Se mai dovesse prenderla in considerazione, la dovrebbe affidare al vaglio di costituzionalità. E lì comincerebbero i sette dolori, perché il “Contratto” tutto è tranne che una proposta politica di ampio respiro. È un pateracchio.

Ognuno è libero di domandare in famiglia se piace l’aglio. Però non può imporlo al prossimo. Il “Contratto” è appunto come l’aglio. Piace ai grilloidi e forse a qualche leghista (non sappiamo quanti), ma di sicuro non piace a Forza Italia e a Fratelli d’Italia, i cui elettori hanno votato candidati della Lega nei collegi uninominali e ora si sentono traditi. Questo “Contratto” lascia indifferente l’80% degli italiani, indifferenti ai riti piazzaioli da paese del quarto mondo, a rischio di bancarotta. I cittadini attendono un governo vero, con attributi non millantati.

Il Contratto Di Maio-Salvini, via via più… contratto, ristretto, modesto, è una pastetta privata, , mai certificata dal M5S, uso a espellere i stipulata tra “partiti” molto lontani dall’articolo 49 della Costituzione, che esige democraticità interna dissenzienti. L’altro “socio” firmatario farebbe bene a meditare sul verso di Ariosto: “chi troppo in alto va cade sovente, precipitevolissimevolmente”. È quanto accade agli aspiranti onnipotenti, carenti della “grammatica” della politica e di senso dello Stato, come ha solennemente ricordato Mattarella a Dogliani nella rievocazione di Luigi Einaudi.

Ma Di Maio è convinto di “scrivere la storia”. Lo ripete come un mantra. Ci ricorda Qualcuno. “Disse colui che sedeva sul trono: Ecco, faccio nuove tutte le cose. Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine. Io darò all’assetato l’acqua della vita, gratuitamente”. Gli altri (gli impudichi, i fattucchieri, gli idolatri) verranno gettati “nel lago che brucia di fuoco e di zolfo”. Così recita l’Apocalisse (21, 5-8). Non sappiamo se Di Maio l’abbia mai letta. Comunque pretende proprio di “far nuove tutte le cose”. In realtà i “contrattisti” non fanno nulla di nuovo, se non continuare a promettere leggi senza indicarne la copertura. Coriandoli. Il Contratto è una nuvola di promesse, ma ignora l’unica riforma davvero urgentissima: una nuova legge elettorale, indispensabile per dare stabilità al governo, in linea con gli obblighi ineludibili dello Stato (altra cosa da governi dalle maggioranze raffazzonate).

Il “plebiscito” indetto da M5S e Lega chiede di sottoscrivere un programma comprendente proposte incostituzionali e riforme che esigono il voto del Parlamento nei modi previsti dall’art. 138 della Carta, non un semplice placet ai gazebo purchessia o via internet.

Non sappiamo quanti grilloidi l’abbiano effettivamente approvato. Vediamo comunque, dati alla mano, che essi sono solo una manciata rispetto ai voti raccattati dal Movimento il 4 marzo scorso. È la prova manifesta che non esiste alcuna proporzione tra la “piattaforma Rousseau”, i votanti (volubili) e l’Italia reale. Ai “gazebi” Salvini registrerà una partecipazione deludente per chi si proclama interprete del “popolo”. Nell’insieme gli italiani non si appassionano affatto a un programma logorroico, scritto in pessimo italiano, zeppo di “vorremmo”, di “si dovrebbe” e di altre giaculatorie. Una bolla di sapone.

Anche se in forme attenuate rispetto alla bozza originaria, il Pateracchio propone un Comitato di conciliazione fra i contraenti del tutto estraneo all’ordinamento dello Stato. Per dargli corpo occorrerebbe una legge ai sensi dell’articolo 138 della Carta: varie letture. Sappiamo come finiscono questi sogni. Anche se approvato, il nuovo Supremo Consiglio sarebbe impugnabile dinnanzi alla Corte Costituzionale. Sappiamo bene (e lo sanno anche Matteo Renzi e Boschi Maria Elena) quanto sia lastricata la via infernale di riforme balzane della Carta vigente.

Dopo molte chiacchiere su “sovranità alimentare” (che evoca la “battaglia del grano” e l’“autarchia” di mussoliniana memoria), danza, cinema, musica, teatro, difesa (appena 13 righe su 39 pagine), esteri (15 righe), in due lunghe pagine su Riforme istituzionali, autonomie e democrazia diretta, il Contratto impone il “vincolo di mandato per i parlamentari”, in conflitto con l’art. 67 della Costituzione, e l’abolizione del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (sopravvissuto al referendum del 4 dicembre 2016). Non solo: come fosse vitale per l’Italia, il Pateracchio propone l’“inserimento del laureato in scienze motorie nell’organico di ruolo della scuola primaria”, la “supervisione di un organismo di controllo pubblico” su una Banca per gli investimenti (un soviet?), altre cosette su turismo (da riorganizzare con apposito dipartimento in capo alla presidenza del consiglio in vista dell’istituzione di un futuro ministero, con chissà quanti famelici “consulenti” e portaborse), abolizione della tassa di soggiorno e riforma dell’Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica. Tutti temi sicuramente appassionanti in questo 20 maggio 2018.

A parte tante divagazioni, il “Contratto delle Meraviglie” inciampa su alcuni sassi aguzzi. In primo luogo contiene in forma surrettizia una riforma fiscale. Qualunque sia l’esito del “plebiscito” espresso dalla piattaforma Rousseau e dai “gazebi”, l’articolo 75 della Carta vigente è chiaro: “Non è ammesso il referendum per leggi tributarie e di bilancio”. Ognuno è libero di dire quel che vuole: ma se dal mattino si vede il buon giorno, quanto tempo chiederà l’elaborazione di disegni di legge per dare corpo a questa larva d’intesa grillo-leghista? Le leggi si presentano e si discutono in Parlamento, non in piazzole o crocicchi reali o virtuali. Lo stesso vale per i trattati internazionali. L’Italia non è i Paese dei Balocchi. È uno Stato.

I firmatari del Contratto confondono i loro desideri (legittimi, come quelli di ogni altro cittadino) con pronunce di valore politico. Ma mille vorrei non fanno un voglio. Farcito di formule ora ovvie, ora vanesie, esso entra a gamba tesa per cancellare diritti non negoziabili dei cittadini. Afferma infatti che non può far parte del governo chi sia iscritto alla massoneria. Non è necessario ripetere che i cittadini sono liberi di iscriversi ad associazioni non vietate dalla legge penale, come appunto è la massoneria. Però va ricordato a Di Maio e a Salvini che la Massoneria è un Ordine universale, che molti italiani sono affiliati in logge estere e che molti stranieri sono massoni in Italia. L’esclusione dei massoni dalle cariche pubbliche in Italia ha tre precedenti: le scomuniche papali, il fascismo e la Terza Internazionale leninistica-staliniana. Non solo: la massoneria è combattuta a morte dai fondamentalisti islamici e da tutti i peggiori fanatici del pianeta. Dinnanzi a queste enormità come si schiereranno i “liberali” eletti nelle file della Lega? Si benderanno gli occhi?

Un’ultima considerazione. I plebisciti sono sempre stati e sono la peggiore forma di consultazione possibile. Basti un esempio. Come attestano i Vangeli, il proconsole di Roma a Gerusalemme, Ponzio Pilato, propose alla piazza di decidere la sorte di Gesù Cristo. La folla rispose unanime: “Crucifige”. Non furono né Pilato né Erode, né Roma né il re della Giudea, a condannarlo alla crocefissione. Fu la oclocrazia. Fu la folla imbestialita. Su quella orrenda piazzata concordano i quattro Evangelisti: Matteo (27, 22-26), Marco (15,13-15) Luca (23, 22-25) e Giovanni (19, 15-16).

Ma Sergio Mattarella non è Ponzio Pilato. È il Capo dello Stato, garante della Costituzione. Deciderà per il meglio, nell’interesse dell’Italia, sicurezza interna, vincoli internazionali e certezza del diritto. Un governo fondato sul Pateracchio causerebbe non solo la fuga dei capitali e la dissuasione degli investimenti dall’estero ma l’implosione dello Stato: un lusso che l’Italia non si può e non si deve permettere dopo appena un secolo e mezzo dalla sua nascita e proprio nel Centenario di Vittorio Veneto.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 26/05/2018, 11:17

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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 02/06/2018, 11:42

Non confondere la lega nord, ovvero la lega dei Saia e dei Maroni, con la lega salviniana please!

OCCHIO A SALVINI

Fino a quando la Lega era al 4 percento Salvini era considerato un pericoloso ed inaffidabile razzista, preso il 16 è diventato un genio della politica e della comunicazione. Un leader politico di tutto rispetto che potrebbe puntare addirittura a diventare Premier. Ma il boom della Lega non è dovuto a Salvini che gli italiani conoscono fino alla noia grazie alla sua carriera ventennale da politicante. Il boom della Lega è dovuto all’invasione dei migranti e alla paura e alla disperazione che ha generato nei cittadini che si sono ritrovati soli davanti ad una emergenza inaudita senza che nessuno si degnasse di spiegargli cosa diamine stesse succedendo ma solo chiedendo posti letto dove far dormire questi disperati. Un’invasione inedita nella storia d’Italia e fuori controllo che ha colpito soprattutto le periferie delle città ed i comuni di provincia dove gli italiani combattono già da anni contro una crisi economica devastante. Il successo della Lega è tutto qui. Se al posto di Salvini ci fosse stato Topolino, la Lega avrebbe preso molti più voti, avrebbe convinto anche i più moderati. Altro che genio. I cittadini hanno votato la Lega perché mentre la crisi li depredava di pane e diritti, un’invasione fuori controllo metteva a rischio perfino la loro identità. E se c’è una forza politica che ha esperienza nel prendere di mira i “diversi” ed ergersi a paladina della difesa etnica e territoriale, quella è proprio la Lega. Lo dice il suo curriculum, si è fatta le ossa coi “terroni” e si è specializzata coi “negri”. Salvini si è fatto conoscere a livello nazionale per aver proposto i vagoni per neri sulla metropolitana di Milano o per cantare “quanto puzzino i napoletani” o per essere un “fannullone” in quel di Bruxelles. Ma per capire chi sia davvero Salvini basta pensare a pochi mesi fa, quando votò una indecente legge elettorale tradendo la parola data e non facendosi nessuno scrupolo ad allearsi col pregiudicato di Arcore dopo che per anni diceva che Berlusconi era il passato e la Lega sarebbe andata da sola. Salvini è un politicante di professione che ha dimostrato di essere del tutto inaffidabile anche sui contenuti che ha sempre modellato sulle paure e sulle sofferenze dei cittadini in modo da sfruttarli a fini elettorali. Ce lo insegna la sua storia. Salvini si è rimangiato anni ed anni di lotta per l’Indipendenza della Padania ed è finito ad elemosinare voti sulla Sila. Salvini ha preso una Lega che si dichiarava ispirata dai Partigiani portandola ad accarezzare ambienti fascisti per qualche voto in più. Salvini è quello che si è scagliato contro la Chiesa colpevole di aiutare i migranti per poi giurare in Piazza Duomo sul Vangelo. La solita vecchia politica stracciona ed opportunista. Tutto questo il Movimento e Di Maio lo devono tenere ben presente. Può darsi che in questa fase un Salvini senza Berlusconi possa servire per realizzare qualche punto programmatico, magari qualche punto legato all’invasione dei migranti ma sempre con le dovute precauzioni. Salvini non è un genio, non lo è mai stato. Salvini è un vecchio politicante a cui stare all’occhio.

Tommaso Merlo
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 03/06/2018, 11:15

PERCHE' C'E' BISOGNO DI UN POPULISMO DI SINISTRA

Christian Raimo giornalista e scrittore


Due mesi fa, quest’estate, ho assistito a Londra a una giornata della campagna elettorale di Jeremy Corbyn alla Union Chapel. Tra le molte cose (belle) che mi hanno sorpreso ne ho appuntate mentalmente un paio.

La prima è che l’intervento finale di Jeremy Corbyn durava da programma venti minuti, e venti minuti è durato. Tanto carismatico quanto sintetico, tanto chiaro quanto radicale.

Pantaloni larghi con le pinces, senza cravatta, aria da middle class novecentesca, ha parlato di rinazionalizzare le ferrovie, di abbassare le tasse universitarie, di rendere di nuovo pubblico ed efficiente il servizio sanitario nazionale, di sostenere un’alternativa economica chiara. Ha detto: “Non è possibile che la classe politica britannica abbia studiato tutta a Oxford o a Cambridge”, “dobbiamo avere una risposta umana e umanitaria alla questione delle migrazioni”, e ha concluso i suoi venti minuti con una frase di grande efficacia: “Immagino un mondo in cui tutte le persone si prendono cura delle altre, e questo mondo si chiama socialismo”.

Ma il suo intervento, convincente, perfetto, da leader che avrebbe effettivamente stravinto le primarie del Partito laburista, non è stato nemmeno il migliore della giornata.

Ad aprire infatti era stato un giovane attivista, opinionista del Guardian, che si chiama Owen Jones. I venti minuti di Owen Jones sono stati il miglior discorso di sinistra che ho sentito negli ultimi anni.

Non solo per le qualità di oratore, non solo perché ha criticato in modo analitico quasi vent’anni di politiche segnate dai governi di Tony Blair e dai suoi eredi, ma soprattutto perché ne ha smontato il nucleo ideale, e ha voluto porre il problema fondamentale per chi cerca di esserne un’alternativa, che non è quello di riconquistare la sinistra, ma di riconquistare la società: “Non possiamo lasciare soli quelli che hanno votato Ukip”, “C’è bisogno di una cultura femminista”, “Occorre recuperare la tradizione socialista del novecento”.

L’odio di classe ha cambiato obiettivo

Owen Jones ha scritto un fortunato libro quattro anni fa (a 27 anni) intitolato Chavs, the demonization of working class, in cui mostrava come l’odio di classe oggi non sia più diretto contro i padroni, gli sfruttatori, i ricchi, ma contro gli sfruttati, contro la classe operaia, che è temuta o presa in giro, sbeffeggiata per la sua progressiva marginalità sociale, per le sue maniere cafone, per la sua debolezza politica, per la sua pochezza teorica.

Il politicamente corretto che impedisce a chiunque sia di sinistra di dichiararsi razzista, sessista, omofobo, consente però di potersela prendere con i chavs, un termine spregiativo che forse in Italia potrebbe essere tradotto con un regionalismo: “coatto”, ossia una categoria estetica liquidatoria che in fondo tiene insieme precari, disoccupati, operai, semplici poveri.

La crisi delle ideologie si è portata dietro i partiti, i sindacati, ma anche lo stesso impianto dei diritti sociali

L’analisi di Owen Jones è ovviamente calibrata su una società come quella britannica classista e ossessionata dal successo individuale, ma se si vuole leggere Chavs da una prospettiva più lontana se ne ricava comunque una capacità di sguardo che è utile per decifrare quello che avviene in Italia.

La mentalità che racconta Jones corrisponde a quello che si può definire un populismo destrorso, camuffato anche nei luoghi della sinistra.

Ecco il punto. Se c’è una cosa che hanno mostrato la politica italiana ed europea negli ultimi trent’anni, è che ovunque si è affermato un populismo di destra. Antidemocratico, nazionalista, reazionario, sostanzialmente xenofobo, ma non solo: multiforme, mimetico, interclassista, trasversale. La crisi delle ideologie del novecento si è portata dietro i partiti, i sindacati, ma anche lo stesso impianto dei diritti sociali.

Non è un caso se solo nei mesi recenti sono usciti due libri come quello di Marco Tarchi, Italia populista (Il Mulino), o quello di Nicola Tranfaglia, Populismo (Castelvecchi), che provano entrambi a ricostruire – Tarchi con maggiore acume, Tranfaglia con più impressionismo – la mappa e la storia di questo concetto sfuggente: ideologia? Mentalità politica? Piattaforma di valori?

Tarchi tenta di dar conto del dibattito sulla definizione di populismo e arriva anche a proporne una propria sintesi:

La mentalità che individua il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili, gli attribuisce naturali qualità etiche, ne contrappone il realismo, la laboriosità e l’integrità all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche, sociali e culturali e ne rivendica il primato, come fonte di legittimazione del potere, al di sopra di ogni forma di rappresentanza e mediazione.

Ma il pregio del suo libro non è tanto teorico, ma piuttosto storico e descrittivo; quando racconta la storia d’Europa e d’Italia dal dopoguerra in poi sotto la lente del populismo.

Dal poujadismo all’euroscetticismo, dall’Uomo qualunque al Movimento 5 stelle, questa ricostruzione permette di capire che il populismo europeo e quello italiano sono stati essenzialmente di destra: una spinta spesso scomposta, latente o emersa, che nel nostro paese, per esempio, si è incarnata di volta in volta nell’esperienza di Giannini, in quella plebiscitaria di Achille Lauro, nel neofascismo, nel giustizialismo successivo a Tangentopoli, in Giancarlo Cito, nella Lega nord, in Silvio Berlusconi, in Beppe Grillo.

Sembra una storia, quella italiana, che riproduce con caratteri quasi parodistici una tradizione che ha almeno un paio di secoli. Quando Nicolao Merker in Filosofie del populismo (2009) rintracciava la matrice filosofica delle manifestazioni politiche del populismo, partiva dalla rivoluzione francese e mostrava come la degenerazione delle lotte di emancipazione abbia sempre luogo quando si finisce per mitizzare il popolo attribuendogli essenzialmente caratteristiche tribali.

Ma Merker compiva esplicitamente, nella sua analisi, un arbitrio scivoloso e dannoso: escludeva tutto quello che potremmo definire populismo di sinistra. Quello, per esempio, antitirannico, anarchico, anarcosindacalista, spontaneista, comunardo dell’ottocento; o quello trozkista, operaista, terzomondista, maoista del novecento. Di fatto Merker sembra non ritenere Antonio Gramsci un teorico del populismo, lasciandogli un paio di citazioni marginali in tutto il libro.

Gramsci invece è fondamentale. È fondamentale per Ernesto Laclau, che nel 2005 ha scritto un libro chiave: La ragione populista. Ed è fondamentale per noi, che proviamo a dirci ancora di sinistra. Attraverso Gramsci, Laclau riesce a compiere un importantissimo rovesciamento di prospettiva: il populismo fino a oggi non è solo stato degradato, è stato proprio denigrato, è stato condannato moralmente. Questo ha significato essenzialmente screditare le masse, considerando – da Gustave Le Bon in poi – patologica in sé la psicologia della folla: irrazionale, antisociale, malata. L’intelligenza del singolo nella massa sparisce, se già i romani affermavano: “I senatori sono uomini perbene, ma il senato è una cattiva bestia”.

CONTINUA....
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 03/06/2018, 11:20

SEGUE...

I populismi di Renzi, Grillo e Salvini sono gli unici blocchi identitari rimasti a confrontarsi nell’arena politica

E se invece fosse possibile un’intelligenza del popolo? E se fosse possibile costruire un “popolo” che non annichilisca le domande individuali ma le trasfiguri? Come avviene questo processo? Non si può prescindere dalle analisi di Laclau per provare a creare oggi in Italia qualcosa di vagamente durevole a sinistra. Cerchiamo di capire perché semplificando un pensiero denso come quello del filosofo argentino morto un paio di anni fa.

Al contrario di molti altri teorici del populismo, che definiscono il populismo come ideologia, mentalità, fenomeno eccetera, Laclau lo descrive più o meno come un dispositivo, o un meccanismo, che compie due azioni: rende equivalenti posizioni politiche che non lo sono, e crea una polarità, una divisione che prima non esisteva.

Fidiamoci di Laclau e facciamo un paio di esempi di quello che è accaduto in Italia negli ultimi cinque anni. È ormai innegabile che si sono affermati vari populismi: quello di Renzi, quello di Grillo e quello di Salvini, e che oggi questi sono gli unici blocchi identitari a confrontarsi nell’arena politica.

Tutti e tre hanno sfruttato il sistema illustrato da Laclau: hanno reso equivalenti delle differenze e hanno creato una polarizzazione che prima non esisteva.

La rottamazione di Renzi è riuscita a unire, per dire, socialisti e liberali, difensori di idee keynesiani con iperliberisti, cattolici e laici, attraverso una separazione del panorama politico tra vecchio (da rottamare) e nuovo (da incarnare).

L’operazione parallela di Grillo, da par suo, ha confuso e riunito classi sociali parecchio differenti, blocchi politici con aspirazioni e idee anche opposte (vedi, per esempio, sull’immigrazione), attraverso una divaricazione tra corrotti (da maledire) e onesti (il popolo del Movimento 5 stelle); quanto è stata essenziale la lettura sociale di Rizzo e Stella e del loro libro La casta per rendere credibile questa visione pentastellata?

Il populismo di Salvini è più facilmente leggibile: si basa su una divisione noi/loro = italiani/invasori che però riesce a tenere dentro “noi” anche un ceto medio impoverito, i depressi sociali, e molti di coloro che fino a qualche anno fa non avrebbero mai pensato di identificarsi nelle idee leghiste.

Come sono state possibili la nascita e lo sviluppo così rapido di queste tre ideologie postpolitiche: renzismo, grillismo, il robusto leghismo salviniano?

La crisi economica del 2008, oltre a spazzare via i cascami di quei fantasmi che hanno infestato per vent’anni la scena politica italiana – berlusconismo e antiberlusconismo – ha innescato una serie di richieste democratiche dal basso: più rappresentanza, più uguaglianza di reddito, più formazione, più accesso alle risorse, più diritti civili.

Queste domande democratiche sono spesso rimaste isolate (vedi, per esempio, quanto poco si sia riuscito a capitalizzare la battaglia del referendum sull’acqua) e sono stati scaltri Renzi, Grillo e Salvini a capire che dietro le richieste democratiche c’è sempre anche una ricerca di comunità, e a trasformarle quindi in “domande popolari equivalenziali”: ossia a sfumare le differenze tra le posizioni, e a creare questi “popoli”, della Leopolda, della rete, di Pontida, attraverso slogan in apparenza banalissimi e vuoti – rottamazione, vaffa, ruspa.

Questo populismo a venire ci dice che esistono proposte politiche che vanno davvero in controtendenza rispetto all’austerità

Ma, sottolinea Laclau, questa capacità politica non è altro che aver dato “pienezza a una comunità che viene a mancare”. Il nome del popolo sarà proprio il tentativo di dare un nome a questa pienezza assente.

Ecco che coloro che contestano a Renzi, a Grillo e a Casaleggio, o a Salvini, una vuotezza ideale, un trasformismo, una vaghezza dei programmi, non comprendono che è proprio questa la leva principale della loro forza politica, ne è anzi l’essenza.

Se ci convinciamo di questa lettura – e possiamo farlo vagliandola anche con quello che sta avvenendo in Europa, all’esperienza di Syriza, di Podemos, del nuovo Labour corbyniano (non è un caso che Gramsci e Laclau abbiano fatto capolino tra le letture di riferimento dei nuovi leader di sinistra) –; se ci convinciamo di questa lettura – che resiste secondo me anche alle ottime critiche di Toni Negri secondo cui Laclau naufraga in un pensiero postideologico che non comprende la struttura della società ma solo la superficie – potremmo allora da una parte rivendicare un populismo di sinistra che ha una sua lunga e autorevole storia, e dall’altra immaginare una lettura efficace della società che riesca a creare un “popolo” di sinistra forte come è accaduto in Grecia, in Spagna, nel Regno Unito.

Un populismo di sinistra credibile

Un bell’articolo di Marco D’Eramo tre anni fa ricordava che prima che il populismo da Reagan in poi fosse egemonizzato dalle destre, abbiamo avuto una lunga storia novecentesca di lotte per i diritti, per i salari, per l’uguaglianza, “contro i monarchici dell’economia”, “contro i poteri che ci hanno infilato una camicia di forza”.

Il socialismo – l’hanno ben capito Alexis Tsipras, Pablo Iglesias e Jeremy Corbyn – può consegnarci lo strumento con il quale tracciare quella divaricazione essenziale per la nascita di un populismo di sinistra credibile.

Chi c’è da una parte e chi c’è dall’altra?

Da una parte ci sono i precari, il ceto medio impoverito, ma anche i migranti che chiedono diritti, e i cittadini di un meridione socialmente depresso, e ci sono quegli studenti che non vogliono alimentare un’emigrazione che non è più fuga solo di cervelli ma di manodopera a basso costo, quelli che non hanno case di proprietà e che non possono e non potranno accedere a un mutuo, i pignorati, quelli che occupano spazi, i cosiddetti neet (coloro che non studiano e non lavorano), gli arresi, gli evasori fiscali per necessità, una massa diffusa e interclassista, di neopoveri, di quasi poveri, che provengono da contesti sociali e familiari, e persino nazionali differenti, ma che reclamano sostanzialmente reddito e accesso alle risorse, un welfare degno di questo nome.

Dall’altra parte ci sono coloro che non vogliono condividere risorse, che dispongono di un welfare privato e ristretto, che cercano di garantirsi una condizione sociale di privilegio. Impoveriti contro arricchiti. Chavs contro posh. Coatti contro fighetti.

Questo populismo a venire ci dice che non stiamo tutti sulla stessa barca. Che occorrono ed esistono delle proposte politiche a livello europeo che vanno davvero in controtendenza rispetto all’austerità – da far propria è, per esempio, quella di Marco Bertorello e Christian Marazzi di un “quantitative easing” sociale: i soldi nelle tasche delle persone e non nelle banche, come ci ha tenuto a specificare Marazzi in un recente dibattito a Roma.

Ma questo populismo ci può far immaginare anche la fine della frammentazione all’interno della sinistra radicale italiana, delle sue tante formazioni, partiti e associazioni, e può coinvolgere i milioni che non militano più oppure non votano, e spingerli a ritrovare finalmente il senso di una comunità politica in cui riconoscersi.

FINE
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 04/06/2018, 14:28

Di Maio-Salvini chi si somiglia si piglia e il voto prima li fa e poi li accoppia
di Lucio Fero

Di Maio-Salvini chi si somiglia si piglia e il voto prima li fa e poi li accoppia

Di Maio-Salvini chi si somiglia si piglia e il voto prima li fa e poi li accoppia

ROMA – Di Maio-Salvini amorosi sensi governativi. Ma è unione civile di necessità o sostanziale affinità politica? [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui, Ladyblitz – Apps on Google Play] Insomma i due si somigliano al fondo delle rispettive culture o sono tra loro diversi e accoppiati solo dall’opportunità politica? Si somigliano, si somigliano…ed è per questo che si pigliano.

Chi si somiglia si piglia dice il proverbio ed è il caso di Salvini e Di Maio. Si somigliano non proprio i due leader che anzi hanno biografie e look tra loro lontano assai. Si somigliano però eccome se si somigliano le ragioni di fondo, le voglie profonde, l’anima vera e le azioni concrete di M5S e Lega.

Entrambi hanno sulle scatole, hanno come nemico, hanno come missione di abbattere quel sistema che in Europa e Nord America si è formato dopo la seconda guerra mondiale. Il sistema dei Parlamenti, dei partiti, della democrazia delegata, della volontà popolare libera ma libera di scorrere dentro gli argini delle istituzioni. Il sistema dello Stato come autorità e garanzia, il sistema del welfare dalla culla alla bara, il sistema del pluralismo culturale e del liberalismo economico, il sistema che metteva al bando perché mai più guerra fosse nazionalismi e sovranismi.

Questo sistema è il nemico sia di M5S che della Lega, questo è ciò che vogliono abbattere o almeno smontare. Certo, una differenza c’è: la Lega di Salvini ha tutto intero il Dna della destra estrema nota in Europa sia nel secolo in corso che in quello passato. E’ destra pura ed estrema ed è orgogliosa di esserlo. Salvini è e lo dice per la democrazia illiberale.

M5S non puoi dirlo destra e tale non si dice da solo. Infatti è qualcosa in più, è movimento anti modernità. La teoria-suggestione secondo la quale la civiltà con il suo corredo di caste corrompe l’innata buona natura dell’individuo, il sospetto verso la scienza, l’idea di una e una sola volontà popolare perché un solo popolo esiste e il resto è traditori e la certezza della soluzione unica e vera e pura di ogni problema e conflitto a portata di mano, solo celata da congreghe di agenti del male. Tutto questo è puro pensiero magico, la traccia riconoscibile del pensiero anti moderno che nasce e si sviluppa come reazione alla Rivoluzione francese e da lì promana.

Certo, una differenza c’è tra M5S e Lega. Ma neanche tanto da marciar divisi e colpire insieme. Marciano paralleli e governeranno insieme senza grandi difficoltà tra loro. Che si andasse a governo M5S-Lega o viceversa è in fondo un come volevasi dimostrare. Anche prima delle elezioni si poteva ipotizzare e prevedere e infatti c’è stato chi lo ha fatto. Dopo le elezioni era lo sbocco naturale del voto, era quella la evidente area della governabilità: il 51 per cento che l’elettorato ha dato a M5S-Lega.

Il voto li ha fatti e ora li accoppia al governo. Va molto di moda l’idea che il governo li ammansirà, che Di Maio e Salvini e soprattutto Lega e M5S una volta al governo diventino forze che governano dentro il sistema. Va molto di moda, anzi va per la maggiore ma è un’idea assai stramba. L’idea che se il 51 per cento vota contro il sistema poi non succede niente al sistema è stramba assai. Sembra la saggezza di chi ne ha viste tante e guarda lontano, è invece la miopia di chi non vede a un passo, il passo del presente.

M5S e Lega governeranno e governando faranno buona parte di ciò che hanno promesso. Abbatteranno la legge Fornero sulle pensioni, introdurranno una sorta di tassa piatta, elargiranno una sorta di reddito di cittadinanza, emetteranno ordinanze anti immigrati, daranno briglia ad un iper giustizialismo vestito da lotta alla corruzione. E sforeranno deficit e debito pubblici, fregandosene della Ue.

Ue che reagirà con moniti e richiami, ma che potrà fare come Ue? Poco o nulla. Ma la reazione ci sarà e sarà: unione bancaria con voi che sforate e ve ne fregate? Anche no. Fondo europeo di protezione in caso di crisi finanziaria? Con voi che sforate e ve ne fregate? Anche no. L’Italia M5S-Lega si disporrà e verrà per così dire mollata in una sorta di autarchia economico-finanziaria. Per semplificarla con un’immagine: la questione non sarà se ce ne andiamo fuori dall’euro ma se dall’euro ci cacciano.

E il resto d’Italia? L’Italia che non è M5S e Lega? L’elettorato conservatore moderato? Non esiste in Italia questa fattispecie se non in piccole dosi. Non esiste più almeno dal tramonto della Dc. La sconfitta elettorale e politica di Berlusconi lo dimostra, come poi Berlusconi fosse un moderato. L’elettorato riformista? Quantitativamente poca cosa e non certo l’elettorato che ama definirsi di sinistra.

Certo per il Pd il restare l’unica opposizione sarebbe pozione in grado di risvegliare i morti. A condizione di saperla bere quella pozione. Ma dai primi accenni non pare, nel Pd sono ancora sideralmente lontani non dal capire ma dal solo supporre di aver perso non perché Renzi (ci ha messo del suo ma non serviva) o perché qualcuno o qualcosa…Hanno perso perché sul pianeta e nello specifico in Occidente la democrazia liberale viene corrosa e demolita ovunque dalla diminuzione di risorse, dalle migrazioni di massa e dalla Rete che ridà corso civile a culture anti democratiche e totalitarie.

Resta loro, qui e ora, la missione che fu dei monaci che salvavano libri, li ricopiavano, custodivano e tramandavano sapere e scienza. Sembra poco, ma qui e ora è l’unica cosa seria da fare.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda heyoka » 04/06/2018, 14:36

Gli opposti si attraggono
di Heyoka.

Tutta la energia che muove il mondo nasce da questo principio.

Tanto è vero che la attrazione uomo-donna da la vita.
Quella tra uomo- uomo o donna-donna al massimo crea solo brodo per conigli.

Detto questo a Trilussa lo hanno innalzato un monumento a Roma?
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Re: Media e dintorni

Messaggioda gasiot » 04/06/2018, 15:08

quella visione della lega che vuole eliminare parlamenti , quindi democrazia .la trovo strampalata , e molto
partendo da questo , tutto il resto va sconfinare con discorsi alla crozza
Un intellettuale è un individuo che dice una cosa semplice in modo difficile; un artista è un individuo che dice una cosa difficile in modo semplice.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda heyoka » 04/06/2018, 15:10

gasiot ha scritto:quella visione della lega che vuole eliminare parlamenti , quindi democrazia .la trovo strampalata , e molto
partendo da questo , tutto il resto va sconfinare con discorsi alla crozza

???????
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Re: Media e dintorni

Messaggioda gasiot » 04/06/2018, 15:36

per heyoka
per capire



grazia ha scritto:Di Maio-Salvini chi si somiglia si piglia e il voto prima li fa e poi li accoppia
di Lucio Fero

Di Maio-Salvini chi si somiglia si piglia e il voto prima li fa e poi li accoppia

Di Maio-Salvini chi si somiglia si piglia e il voto prima li fa e poi li accoppia

ROMA – Di Maio-Salvini amorosi sensi governativi. Ma è unione civile di necessità o sostanziale affinità politica? [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui, Ladyblitz – Apps on Google Play] Insomma i due si somigliano al fondo delle rispettive culture o sono tra loro diversi e accoppiati solo dall’opportunità politica? Si somigliano, si somigliano…ed è per questo che si pigliano.

Chi si somiglia si piglia dice il proverbio ed è il caso di Salvini e Di Maio. Si somigliano non proprio i due leader che anzi hanno biografie e look tra loro lontano assai. Si somigliano però eccome se si somigliano le ragioni di fondo, le voglie profonde, l’anima vera e le azioni concrete di M5S e Lega.

Entrambi hanno sulle scatole, hanno come nemico, hanno come missione di abbattere quel sistema che in Europa e Nord America si è formato dopo la seconda guerra mondiale. Il sistema dei Parlamenti, dei partiti, della democrazia delegata, della volontà popolare libera ma libera di scorrere dentro gli argini delle istituzioni. Il sistema dello Stato come autorità e garanzia, il sistema del welfare dalla culla alla bara, il sistema del pluralismo culturale e del liberalismo economico, il sistema che metteva al bando perché mai più guerra fosse nazionalismi e sovranismi.

Questo sistema è il nemico sia di M5S che della Lega, questo è ciò che vogliono abbattere o almeno smontare. Certo, una differenza c’è: la Lega di Salvini ha tutto intero il Dna della destra estrema nota in Europa sia nel secolo in corso che in quello passato. E’ destra pura ed estrema ed è orgogliosa di esserlo. Salvini è e lo dice per la democrazia illiberale.

M5S non puoi dirlo destra e tale non si dice da solo. Infatti è qualcosa in più, è movimento anti modernità. La teoria-suggestione secondo la quale la civiltà con il suo corredo di caste corrompe l’innata buona natura dell’individuo, il sospetto verso la scienza, l’idea di una e una sola volontà popolare perché un solo popolo esiste e il resto è traditori e la certezza della soluzione unica e vera e pura di ogni problema e conflitto a portata di mano, solo celata da congreghe di agenti del male. Tutto questo è puro pensiero magico, la traccia riconoscibile del pensiero anti moderno che nasce e si sviluppa come reazione alla Rivoluzione francese e da lì promana.

Certo, una differenza c’è tra M5S e Lega. Ma neanche tanto da marciar divisi e colpire insieme. Marciano paralleli e governeranno insieme senza grandi difficoltà tra loro. Che si andasse a governo M5S-Lega o viceversa è in fondo un come volevasi dimostrare. Anche prima delle elezioni si poteva ipotizzare e prevedere e infatti c’è stato chi lo ha fatto. Dopo le elezioni era lo sbocco naturale del voto, era quella la evidente area della governabilità: il 51 per cento che l’elettorato ha dato a M5S-Lega.

Il voto li ha fatti e ora li accoppia al governo. Va molto di moda l’idea che il governo li ammansirà, che Di Maio e Salvini e soprattutto Lega e M5S una volta al governo diventino forze che governano dentro il sistema. Va molto di moda, anzi va per la maggiore ma è un’idea assai stramba. L’idea che se il 51 per cento vota contro il sistema poi non succede niente al sistema è stramba assai. Sembra la saggezza di chi ne ha viste tante e guarda lontano, è invece la miopia di chi non vede a un passo, il passo del presente.

M5S e Lega governeranno e governando faranno buona parte di ciò che hanno promesso. Abbatteranno la legge Fornero sulle pensioni, introdurranno una sorta di tassa piatta, elargiranno una sorta di reddito di cittadinanza, emetteranno ordinanze anti immigrati, daranno briglia ad un iper giustizialismo vestito da lotta alla corruzione. E sforeranno deficit e debito pubblici, fregandosene della Ue.

Ue che reagirà con moniti e richiami, ma che potrà fare come Ue? Poco o nulla. Ma la reazione ci sarà e sarà: unione bancaria con voi che sforate e ve ne fregate? Anche no. Fondo europeo di protezione in caso di crisi finanziaria? Con voi che sforate e ve ne fregate? Anche no. L’Italia M5S-Lega si disporrà e verrà per così dire mollata in una sorta di autarchia economico-finanziaria. Per semplificarla con un’immagine: la questione non sarà se ce ne andiamo fuori dall’euro ma se dall’euro ci cacciano.

E il resto d’Italia? L’Italia che non è M5S e Lega? L’elettorato conservatore moderato? Non esiste in Italia questa fattispecie se non in piccole dosi. Non esiste più almeno dal tramonto della Dc. La sconfitta elettorale e politica di Berlusconi lo dimostra, come poi Berlusconi fosse un moderato. L’elettorato riformista? Quantitativamente poca cosa e non certo l’elettorato che ama definirsi di sinistra.

Certo per il Pd il restare l’unica opposizione sarebbe pozione in grado di risvegliare i morti. A condizione di saperla bere quella pozione. Ma dai primi accenni non pare, nel Pd sono ancora sideralmente lontani non dal capire ma dal solo supporre di aver perso non perché Renzi (ci ha messo del suo ma non serviva) o perché qualcuno o qualcosa…Hanno perso perché sul pianeta e nello specifico in Occidente la democrazia liberale viene corrosa e demolita ovunque dalla diminuzione di risorse, dalle migrazioni di massa e dalla Rete che ridà corso civile a culture anti democratiche e totalitarie.

Resta loro, qui e ora, la missione che fu dei monaci che salvavano libri, li ricopiavano, custodivano e tramandavano sapere e scienza. Sembra poco, ma qui e ora è l’unica cosa seria da fare.
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