Media e dintorni

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Messaggioda grazia » 08/10/2016, 10:17

Zagrebelsky è un amico ma il match con Renzi l'ha perduto


Forse i miei venticinque lettori, come diceva l'autore dei Promessi sposi, si stupiranno se, avendo visto alla televisione de La7 il dibattito tra Renzi e Zagrebelsky, comincio dalle nostre rispettive età: Renzi ha 41 anni, Zagrebelsky 73 e io 93. Sono il più vecchio, il che non sempre è un vantaggio salvo su un punto: molte delle questioni e dei personaggi dei quali hanno parlato io li ho conosciuti personalmente e ho anche letto e meditato e scritto sulle visioni politiche dei grandi classici.

Nel dibattito l'accusa principale più volte ripetuta da Zagrebelsky a Renzi è l'oligarchia verso la quale tende la politica renziana. L'oligarchia sarebbe l'anticipazione dell'autoritarismo e l'opposto della democrazia rappresentata dal Parlamento che a sua volta rappresenta tutti i cittadini elettori.

Conosco bene Gustavo e c'è tra noi un sentimento di amicizia che non ho con Renzi e, mi dispiace doverlo dire, a mio avviso il dibattito si è concluso con un 2-0 in favore di Renzi ed eccone le ragioni.

Il primo errore riguarda proprio la contrapposizione tra oligarchia e democrazia: l'oligarchia è la sola forma di democrazia, altre non ce ne sono salvo la cosiddetta democrazia diretta, quella che si esprime attraverso il referendum. Pessimo sistema è la democrazia diretta. La voleva un tempo Marco Pannella, oggi la vorrebbero i 5 Stelle di Beppe Grillo. Non penso affatto che la voglia Zagrebelsky il quale però detesta l'oligarchia. Forse non sa bene che cosa significa e come si è manifestata nel passato prossimo e anche in quello remoto.

L'oligarchia è la classe dirigente, a tutti i livelli e in tutte le epoche. E se vogliamo cominciare dall'epoca più lontana il primo incontro lo facciamo con Platone che voleva al vertice della vita politica i filosofi. I filosofi vivevano addirittura separati dal resto della cittadinanza; discutevano tra loro con diversi pareri di quale fosse il modo per assicurare il benessere alla popolazione; i loro pareri erano naturalmente diversi e le discussioni duravano a lungo e ricominciavano quando nuovi eventi accadevano, ma ogni volta, trovato l'accordo, facevano applicare alla Repubblica i loro comandamenti.

Ma questa era una sorta di ideologia filosofica. Nell'impero ateniese il maggior livello di oligarchia fu quello di Pericle, il quale comandava ma aveva al suo fianco una folta schiera di consiglieri. Lui era l'esponente di quella oligarchia che fu ad Atene il punto più elevato di buon governo e purtroppo naufragò con la guerra del Peloponneso e contro Sparta (a Sparta non ci fu mai un'oligarchia ma una dittatura militare).

Nelle Repubbliche marinare italiane l'oligarchia, cioè la classe dirigente, erano i conduttori delle flottiglie e delle flotte, il ceto commerciale e gli amministratori della giustizia. Amalfi, Pisa, Genova e soprattutto Venezia ne dettero gli esempi più significativi.

Veniamo ai Comuni. Avevano scacciato i nobili dalle loro case cittadine. L'oligarchia era formata dalle Arti maggiori e poi si allargò alle Arti minori. Spesso i pareri delle varie Arti differivano tra loro e il popolo della piazza diceva l'ultima parola, ma il governo restava in mano al ceto produttivo delle Arti e quella era la democratica oligarchia.

Nel nostro passato prossimo l'esempio ce lo diedero la Democrazia cristiana e il Partito comunista. La Dc non fu mai un partito cattolico. Fu un partito di centrodestra che "guardava a sinistra" come lo definì De Gasperi; l'oligarchia era la classe dirigente di quel partito, i cosiddetti cavalli di razza: Fanfani, La Pira, Dossetti, Segni, Colombo, Moro, Andreotti, Scelba, Forlani e poi De Mita che fu tra i più importanti nell'ultima generazione. Quasi tutti erano cattolici ma quasi nessuno prendeva ordini dal Vaticano. De Gasperi, il più cattolico di tutti, non fu mai ricevuto da Pio XII con il quale anzi ebbe duri scontri. Tra le persone che davano il voto alla Dc c'erano il ceto medio ed anche i coltivatori diretti che frequentavano quasi tutti le chiese, gli oratori, le parrocchie.

I braccianti invece votavano in massa per il Partito comunista, ma non facevano certo parte della classe dirigente. Gli operai erano il terreno di reclutamento dell'oligarchia comunista, scelta tra i dirigenti delle Regioni e dei Comuni soprattutto nelle province rosse, dove c'erano molti intellettuali, nell'arte, nella letteratura, nel cinema e nella dolce vita felliniana. Al vertice di quella classe dirigente c'erano Amendola, Ingrao, Pajetta, Scoccimarro, Reichlin, Napolitano, Tortorella, Iotti, Natta, Berlinguer e Togliatti. Al vertice di tutto c'era la memoria di Gramsci ormai da tempo scomparso.

Togliatti operava con l'oligarchia del partito e poi decideva dopo aver consultato tutti e a volte cambiava parere. Ascoltava anche i capi dei sindacati. Gli iscritti erano moltissimi, quasi un milione; i votanti erano sopra al 30 per cento degli elettori con punte fino al 34. Ma seguivano le decisioni dell'oligarchia con il famoso slogan "ha da venì Baffone".

Caro Zagrebelsky, oligarchia e democrazia sono la stessa cosa e ti sbagli quando dici che non ti piace Renzi perché è oligarchico. Magari lo fosse ma ancora non lo è. Sta ancora nel cerchio magico dei suoi più stretti collaboratori. Credo e spero che alla fine senta la necessità di avere intorno a sé una classe dirigente che discuta e a volte contrasti le sue decisioni per poi cercare la necessaria unità d'azione. Ci vuole appunto un'oligarchia. Spero che l'abbia capito, soprattutto con la sinistra del suo partito che dovrebbe capirlo anche lei.

Eugenio Scalfari
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 08/10/2016, 10:51

Nell’articolo domenicale di Eugenio Scalfari, il fondatore di Repubblica sovrappone l’oligarchia alla democrazia. Egli infatti afferma, nell’assegnare il match televisivo tra Renzi e Zagrebelsky al primo, che il secondo sbaglia ad accusare Renzi di aver apparecchiato una riforma della Costituzione in direzione oligarchica, poiché l’oligarchia sarebbe “la sola forma di democrazia”, se si fa eccezione per l’”orrenda” democrazia diretta.

Ora, senza voler impartire lezioni a Scalfari, il quale dichiara a favore della propria sapienza di aver “letto e meditato e scritto sulle visioni politiche dei grandi classici” così come Machiavelli vestiva i panni reali e curiali al ritorno dall’osteria dove si era ingaglioffito a giocare a cricca, c’è da dire che questa sovrapposizione appare del tutto indebita.

Il pensiero politico occidentale ha a lungo usato, per distinguere le forme di governo, una tripartizione tassonomica legata al numero di chi governa: l’uno, i pochi, i molti o i più. Nella tradizione filosofico politica che per esempio fa capo ad Aristotele, questa tripartizione distingue tra la monarchia, governo di uno, la politeia, governo dei molti, e l’aristocrazia, governo degli aristoi, i “migliori”.

A questa tripartizione ne corrisponde specularmente un’altra: quelle sono infatti le forme “buone”, ma vi sono di quelle tre forme altrettante forme degenerate: il governo degenerato di uno è la tirannia; la politeia, che è il modello di partecipazione dei cittadini (ovvero i maschi, liberi, pleno iure) alla sfera pubblica, se è degenerata si chiama democrazia ovvero governo dei poveri; e l’aristocrazia, ovvero il governo dei pochi, quando si corrompe si chiama oligarchia.

L’oligarchia è dunque, per Aristotele ma non solo, la forma degenerata dell’aristocrazia. Inoltre, per lo Stagirita la politeia è sì il governo dei molti, ma essi sono soggetti alla legge sovrana. Si potrebbe qui intravvedere, mutatis mutandis, un’anticipazione dello Stato di diritto? Di certo siamo davanti a quella componente isonomica della democrazia che rende tutti uguali davanti alla legge.

Isonomia è, nel discorso sopra le tre forme politiche di Erodoto, il nome di tutti più bello. Platone, dal canto suo, non è per l’oligarchia, che ritiene essere una forma degenerata, bensì per l’aristocrazia, il governo degli ottimati, dei “perfetti”. Per Platone l’oligarchia è una forma degenerata, proprio come la democrazia, ma esse sono diverse tra loro: uno è il governo dei ricchi, l’altro dei poveri.

Platone infatti distingue quattro forme degenerate, e dall’una si passa progressivamente all’altra. Per stare ancora al pensiero classico, Polibio contrappone alla democrazia, la forma buona, la oclocrazia, che è il governo della plebe. E si potrebbe andare avanti nel tracciare queste distinzioni e nel chiarire come ‘oligarchia’ sia stato a lungo termine caratterizzato negativamente.

Invece Scalfari afferma che “l’oligarchia è la classe dirigente, a tutti i livelli e in tutte le epoche”. Questa tesi avrebbe senso in un’ottica elitista, ovvero collocandosi nel solco dei pensatori che hanno analizzato (ed esaltato) il ruolo delle élite nel governo. Per Gaetano Mosca o per Vilfredo Pareto, le élite sono inevitabili, mentre Roberto Michels ha affermato, analizzando la vita dei partiti (in particolare il partito socialdemocratico tedesco ai primi del Novecento) che esiste una “legge ferrea dell’oligarchia”secondo cui il formarsi di un’oligarchia è una tendenza a cui soggiace inevitabilmente ogni organizzazione, persino quelle socialiste o libertarie."

Ma dire che esistono le oligarchie è una valutazione analitica che può realisticamente venire condivisa;tuttavia la sovrapposizione tra democrazia e oligarchia, anche da quando questo termine ha perso la sua caratterizzazione più negativa tipica del pensiero classico, ovvero dalle opere degli elitisti citati, è comunque indebita.

Norberto Bobbio del resto considerava come una promessa mancata della democrazia la persistenza delle oligarchie. Poiché in democrazia, potremmo dire, il potere si legittima attraverso la scelta dei cittadini, i quali sono dotati di agency politica, ovvero sono in grado, usciti dalla “minorità”, di scegliere ciò che è bene per loro. Mentre le oligarchie fondano il loro potere non su una legittimazione “esterna” che li distingue dai rappresentati ma per l’appunto li rappresenta, bensì su un sostegno che esse si danno da se stesse. In democrazia il cittadino è attivo e autonomo (si dà le regole da sé), con le oligarchie no.


mio "modestissimo parere, i partiti formano e scelgono la classe dirigente che sottopongono al voto democratico mediante il quale il "popolo" approva o disapprova scelte formate da una elite chiamata partito. Scalfari è più realista, Tedesco più teorico"
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 08/10/2016, 12:27

L POPULISMO DI SALVINI

IL DECLINO delle ideologie politiche e dell'identificazione dei cittadini con i partiti parlamentari ha, tra le altre, una conseguenza evidente: la legittimazione del populismo come fenomeno capace di esprimere le frustrazioni dei cittadini nelle democrazie avanzate. Il populismo come "grido di dolore". Discreditato sul suolo europeo per il passato fascista, il populismo sta così riconquistando terreno anche tra i teorici radicali e di sinistra, desiderosi di dare della democrazia un significato più carico di implicazioni di quel che può fare la classica teoria delle regole del gioco. I partiti esistenti facilitano questo revisionismo, perché non hanno programmi che li distinguono e sono niente altro che macchine per vincere — winnability invece di "progettualità" è il loro paradigma. E in questo scenario senza idealità, molti cittadini e movimenti si immettono nel fiume populista.

Populismo è un termine impreciso, la cui valutazione è legata al contesto storico-politico. Negli Stati Uniti (dove il People's Party nato a fine Ottocento ha di fatto segnato l'inizio del populismo come fenomeno democratico) questo termine ha un significato positivo che risulta ostico per un europeo. In America Latina, invece, il populismo ha avuto anche valenza militarista (sorto sull'esperienza del caudillismo) ed è sfociato nel fascismo peronista. Tuttavia i sommovimenti di popolo hanno avuto anche impatti di democratizzazione, come nel caso della prima stagione di Chávez in Venezuela, del movimento del Chiapas in Messico o dell'attuale Nicaragua di Ortega.

Sarebbe sbagliato affastellare tutte le esperienze, quelle dei Paesi post-coloniali con quelle dei Paesi europei. Nel vecchio continente, da dove le colonizzazioni sono partite, il populismo ha preso una valenza sempre nazionalista senza tuttavia avere quell'impatto emancipatore che è riuscito a volte ad avere negli Stati post-coloniali. Nei nostri Paesi il populismo mobilita la nazione come forza identitaria e si fa nemico del pluralismo, come dimostra l'Ungheria di Orbán. Nato una volta che il popolo ha ottenuto l'inclusione politica, il populismo costituisce il tentativo di catturare il popolo, unificandolo mediante l'uso astuto da parte di capi-popolo di alcune parole d'ordine o supposti valori atavici.

Nell'Italia democratica il movimento che più espressamente ha incorporato queste caratteristiche è stata la Lega Nord, sia nella fase costitutiva con Umberto Bossi sia in questa fase rifondatrice con Matteo Salvini. E il declino e la scomparsa della Lega di Bossi mostrano come il populismo può crescere fino a quando resta un movimento e non entra nel palazzo. Se e quando conquista il governo esso o declina, oppure, per non declinare, si deve fare sovversivo nei confronti delle istituzioni. Non c'è dunque terza via: il populismo, quando e se va al potere per vie democratiche, deve sfidare la stabilità costituzionale per non perdere consenso. La Lega di Bossi ha perso perché non è stata coerentemente populista e si è adattata alle regole del gioco democratico. La Lega di Salvini a giudicare dagli amici di strada e di lotta che ha scelto — i nazifascisti di CasaPound — sembra aver capito questa lezione ed è per questo estremamente pericolosa. Del resto punta verso Roma, ha un progetto eversivo delle istituzioni democratiche.

Gli entusiasti del populismo come mobilitazione contro le élite e le nuove oligarchie farebbero bene a comprendere che le masse non fungono da protagoniste nella strategia populista, ma sono strumenti per consentire un ricambio veloce e dirompente delle élite, o in un partito o nel governo del Paese. Gli scossoni al sistema non intendono rendere più democratica la democrazia; sono gli scossoni di un'élite contro un'altra con il popolo che fa da detonatore. Le strategie dell'audience che i nuovi media e Internet mettono a disposizione rendono questo gioco più facile e veloce. I populismi sono nemici della democrazia che subdolamente usano il popolo come mezzo. E la nuova Lega ne è una prova. Tutto viene affastellato nel cesto delle parole d'ordine di Salvini, anche la svastica se ciò serve a portare acqua al suo mulino. Il puro strumentalismo è politica senza valori, winnability della più bell'acqua. Questa è la strategia di un populismo che vuole essere un regime più che un movimento.

Nadia Urbinati -La Repubblica
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Re: Media e dintorni

Messaggioda Sayonlytruth » 08/10/2016, 19:25

E se invece di "populismo" fossero verita' scomode?
Facile accusare Salvini o a chi si oppone alla immigrazione o al governo, ma quali sono i FATTI che possono contraddirlo?
Io credo che da parte della sinistra si dia TROPPA importanza alla retorica, e pochissima ai fatti.
Si chiama politica dello struzzo e consiste nel conficcare la testa dove non si vede altro che i propri sogni.
La verita' tutt'attorno si evita di vederla. Non vedendola, pensano che non esista.
Questo spiega il perche' gli struzzi non abbiano grande fama d''intelligenza.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda heyoka » 08/10/2016, 22:46

grazia ha scritto:L POPULISMO DI SALVINI
E il declino e la scomparsa della Lega di Bossi mostrano come il populismo può crescere fino a quando resta un movimento e non entra nel palazzo. Se e quando conquista il governo esso o declina, oppure, per non declinare, si deve fare sovversivo nei confronti delle istituzioni. Non c'è dunque terza via: il populismo, quando e se va al potere per vie democratiche, deve sfidare la stabilità costituzionale per non perdere consenso. La Lega di Bossi ha perso perché non è stata coerentemente populista e si è adattata alle regole del gioco democratico. La Lega di Salvini a giudicare dagli amici di strada e di lotta che ha scelto — i nazifascisti di CasaPound — sembra aver capito questa lezione ed è per questo estremamente pericolosa. Del resto punta verso Roma, ha un progetto eversivo delle istituzioni democratiche.


Nadia Urbinati -La Repubblica


Certo che bisogna essere proprio dei gran Trotoni x credere alle stronzate che scrive questa serva del Fariseismo.
Intanto diciamo subito che nei palazzi del potere i Legaioli di Bossi e di Salvini ci sono entrati da molti anni a governare Città e Regioni importanti e la statistica ci dice che sono proprio le città e le regioni governate dai Legaioli le MEGLIO governate.
Diciamo pure che per togliere il potere democratico che il popolo ha dato ai Legaioli i FARISEI antipopolusti di cui Repubblica è tra i più importanti servi mediatici non si sono fatti scrupolo di usare mezzi degni del peggior NaziFascismo, come il caso COTA Governatore del Piemonte dimostra.
TOSCANA e TRIVENETO LIBERI e SOVRANI!
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 11/10/2016, 9:59

Fondazione Giovanni Agnelli: L'ALTERNANZA SCUOLA/LAVORO

Vi sono alcuni aspetti alla base dell’efficacia del sistema duale tedesco, misurata dai bassi tassi di disoccupazione giovanili, che meriterebbero di essere ripresi anche in Italia.


Le principali tesi sostenute dalla BS

In questo capitolo, il documento “La Buona Scuola” propone una via italiana al sistema duale che caratterizza la formazione professionale e l’apprendistato in gran parte del nord Europa e, in particolare, in Germania.
La proposta principale del documento è
1)rendere sistemica per gli studenti di tutte le scuole secondarie di II grado la possibilità di
fare percorsi di didattica in realtà lavorative aziendali, pubbliche o del non profit.
Sono previsti quattro tipi di intervento a seconda delle esigenze dei ragazzi e del tipo di aziende e istituzioni in cui si effettuerà il percorso :
(a ) l’obbligo di alternanza scuola -lavoro negli ultimi tre anni degli Istituti tecnici e in un anno
degli Istituti professionali;
(b ) la possibilità che istituti tecnici superiori (Its) e istituti e enti di formazione professionale (IeFP) costituiscano imprese commerciali per la vendita di beni e servizi, utilizzandone i ricavi a fini didattici;
(c) l’inserimento degli studenti in imprese artigiane;
(d) l’estensione del programma sperimentale, previsto dalla legge 128/2013 (conversione del
decreto Carrozza), per lo svolgimento di periodi di formazione in azienda per gli studenti egli ultimi due anni di tutti gli indirizzi della scuola secondaria di II grado, che contempla la possibilità di stipulare contratti di apprendistato in deroga ai limiti di età previsti.

Considerazioni generali


Tanto l’intenzione generale quanto le singole proposte formulate dalla Buona Scuola sono Condivisibili, sebbene occorra chiedersi quali risorse saranno effettiva mente messe a disposizione.
In senso generale, sarebbe in ogni caso utile che politica, scuola, imprese e mondo del lavoro Aprissero una riflessione di respiro più ampio su che cosa implichi l’adozione del sistema duale in Italia.Quanto meno sulla carta, le caratteristiche del nostro sistema di formazione professionale e di alternanza scuola-lavoro non sono poi così lontane da quelle prevalenti nei paesi nord-europei: in Germania, ad esempio, dopo i cinque anni di scuola media di orientamento professionale (Huaptschule) che completano l’obbligo scolastico, gli studenti possono optare per la scuola professionale (Berufsfachschule) o per il percorso di apprendistato, in alternanza fra la scuola (Berufschule), per 1-2 giorni alla settimana, e l’azienda (Betrieb), per i restanti 3-4 giorni. Al termine del percorso di apprendistato gli studenti ottengono una qualifica professionale (Geselle), che ha valore su tutto il territorio nazionale.
La grande differenza e specificità del nostro sistema d’istruzione rimane, tuttavia, la scuola media unificata. Nel nostro Paese , a differenza della Germania, gli allievi non sono tenuti a scegliere fra il percorso accademico, quello tecnico e quello professionale già a undici anni. La ricerca ha dimostrato come una scelta precoce da parte degli studenti comporti una minore equità nei percorsi scolastici, nel senso che gli indirizzi prescelti sono maggiormente condizionati dall’origine socio-economica della famiglia. È quindi condivisibile l’obiettivo della Buona Scuola
di individuare una via italiana alla formazione professionale e ll’apprendistato;auspicabilmente, questa via dovrebbe garantire a tutti gli studenti la possibilità di una scelta non condizionata da fattori indipendenti dal merito e assicurare una formazione di base comune a tutti gli indirizzi, compresa quello professionale. Da questo punto di vista un caso di studio interessante è il sistema olandese, dove la scelta della formazione professionale o dell’apprendistato avviene a 16 anni.
(segue)
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 11/10/2016, 10:28

(segue)
IL SISTEMA DUALE TEDESCO

In Germania il sistema duale è percepito non come alternativo alla scuola, ma come parte integrante dello stesso sistema scolastico. Una quota crescente di studenti entra in apprendistato dopo aver conseguito un diploma tecnico, professionale o, per il 15%, perfino
la maturità liceale: l’acquisizione di competenze professionali (più che di un titolo
di studio) viene infatti vissuta come fondamentale anche per gli studenti che proseguiranno
nello studio universitario. Per la loro parte , le aziende offrono percorsi “vocazionali” senza
godere di particolari incentivi: non è infatti prevista alcuna forma di decontribuzione, ma solo un salario per gli apprendisti, determinato dalla contrattazione collettiva, di circa un terzo inferiore a quello di un lavoratore qualificato. Secondo stime ufficiali, le aziende si fanno carico di circa 14 mld di euro sui 20 complessivi che rappresentano i costi del sistema duale. Per le aziende la partecipazione ai programmi di apprendistato è considerata un “dovere sociale”; inoltre consente loro di formare figure professionali di elevata qualità da inserire nei processi produttivi. Va però osservato che le imprese tedesche al di sotto dei 10 addetti tendono a far meno ricorso all’apprendistato, per il costo fisso rappresentato dagli oneri formativi dei giovani: questo è rilevante per il nostro paese, in cui dominano imprese di piccolissime dimensioni.
Le prospettive. A differenza dell’apprendistato e della formazione professionale in Italia, il sistema
duale tedesco non rappresenta un cul de sac per gli studenti. La formazione professionale
secondaria prosegue infatti al livello terziario, presso università professionali (Fachoberschule) o tecniche (Fachhochschule) di 4 anni. A sua volta, l’apprendistato non è un percorso chiuso, ma consente di proseguire attraverso le seguenti opzioni: frequenza per un solo anno al termine del
quale si può accedere alle Fachhochschule ; dopo aver maturato cinque anni di carriera
professionale è possibile sostenere l’esame di Meister e accedere direttamente alla
Fachhochschule.
L’esistenza di un percorso completo fino al termine della terziaria evita che i ragazzi più fragili,
che non vogliono continuare gli studi, si concentrino nell’indirizzo professionale, così come
avviene da noi.

La centralizzazione.
A differenza dell’Italia, dove formazione professionale e apprendistato sono di esclusiva competenza regionale, in Germania la definizione delle oltre 350 figure
professionali formate dal sistema duale è di competenza federale: questo garantisce che coloro
che ottengono la Geselle in un Land possano esercitare la professione ovunque nel territorio
nazionale; per contro, l’istruzione spetta esclusivamente ai Lander e i relativi titoli di studio
hanno quindi un valore solo regionale.
Questi tre aspetti fondamentali del sistema tedesco non sono presenti nello schema della Buona
Scuola e delle leggi che la hanno preceduta; in loro assenza, il rischio è che l’alternanza scuola- lavoro non decolli, condannando moltissimi giovani all’abbandono scolastico e alla disoccupaz
ione.

da " La Buona Scuola contributo critico della Fondazione Agnelli"
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 15/10/2016, 10:57

Fascisti si nasce o si diventa?


Il libro "A NOI" di Tommaso Cerno, racconta come la mentalità del Ventennio sia ancora 
oggi diffusa nella politica, nella società, nella cultura del nostro Paese

Introduzione di Tommaso Cerno al libro "A NOI"


Si dice che un bambino nasca con la camicia, quando viene alla luce avvolto nel sacco amniotico. Quel sacco sembra un abito, cucito addosso durante i nove mesi dentro il ventre di mamma. E noi di chi siamo figli? L’Italia in cui viviamo, l’Italia del nostro Ventennio, quello che chiamiamo l’epoca di Berlusconi e Renzi, è nata con la camicia?

Proviamo ad azzardare un’ipotesi: l’Italia è nata con la camicia nera. Proprio così, fasciata nel sacco amniotico del fascismo, da cui cerca a fatica di liberarsi da settant’anni, senza riuscirci davvero. Nel dopoguerra la retorica antifascista può avere dato l’impressione di un taglio netto con i vent’anni precedenti, ma come il “politicamente corretto” non cancella il razzismo, non ridà la vista a un cieco chiamandolo non vedente, l’affermazione di essere antifascista, per quanto eticamente giustificabile, non basta a cancellare ciò che del fascismo è dentro di noi. Dentro di noi perché italiano come noi, forse più di noi.


In tutto il corso della sua storia, il fascismo fu senza dubbio un fenomeno rivoluzionario, giovanile, si direbbe oggi “rottamatore”. Mussolini contribuì a ringiovanire l’Italia, a partire dalla sua classe politica, così come consentì per la prima volta nella storia del nostro Paese ai ceti medi di entrare nelle stanze del potere. Questo significa che ebbe un legame con il Paese molto più radicato, profondo, osmotico di quanto si pensi. Un legame possibile solo quando c’è un collante. E questo collante viene proprio dall’essenza dell’italiano, dalle radici del nostro modo di essere, dal nostro rapporto con il potere, da ciò che non muta sulla nostra penisola al di là del regime o del governo, più o meno democratico, che ci capita di eleggere o di contestare.

Impegnati come siamo a ripeterci che il fascismo è finito, oppure che si manifesta solo nei simboli esplicitamente esibiti del regime, dentro i partiti dell’ultradestra xenofoba, che alzano le croci celtiche nelle manifestazioni, non ci rendiamo conto di una cosa: quei militanti postfascisti sono riconoscibili prima ancora che espongano il proprio pensiero, mentre il fascismo del Ventennio fu un grande movimento di massa. Se ci ostiniamo a cercare il fascismo lì dove è fin troppo facile trovarlo, non facciamo altro che insistere nel non vedere. E perché lo facciamo? Perché abbiamo paura di ritrovarlo dove non ce lo aspettiamo più, nel nostro modo di essere quotidiano, nei nostri difetti di Paese, nel nostro sistema politico e sociale. Annidato là dove sempre è stato, nell’angolo buio della Repubblica che preferisce puntare i fari altrove, dove sa che fascismo non se ne vedrà.

Riflettiamo su un fenomeno mediatico di questi ultimi settant’anni. Ancora oggi se accendiamo il televisore e ci sintonizziamo su un dibattito politico, sentiamo spesso ripetere come un ritornello: «Siete fascisti!». Si ascolta così tante volte, da essere assaliti dalla curiosità di capire perché. Un giorno il fascista in questione è Matteo Renzi, tacciato di metodi spicci da destra e da sinistra, addirittura da una parte del suo stesso partito, il Partito Democratico; il giorno appresso, invece, ci si riferisce a Silvio Berlusconi, accusato di avere addormentato il Paese come un nuovo Duce, di averlo assopito in una sorta di Ventennio che potremmo definire, piuttosto che regime dal volto umano, regime dal mezzobusto umano, trattandosi di un’anestesia televisiva pressoché totale.

Questa anestesia, però, ha generato la propaganda di governo, come tutti i regimi democratici e non, ma ha generato anche i suoi anticorpi: l’antiberlusconismo militante. Un terzo giorno l’epiteto di fascista è attribuito alle epurazioni del Movimento 5 Stelle e a Beppe Grillo, accusato di essere l’uomo solo che decide per tutti, quando il tal deputato è espulso dal gruppo parlamentare perché “ribelle” alla linea ufficiale. Fino a Matteo Salvini, il leader leghista dell’era post-bossiana, il quale, abbandonato il divino Po e la sacra ampolla, si fa crescere la barba e si reinventa una specie di marcia su Roma per allargare il consenso, ormai troppo stringato, del suo Nord.

La morale è che, almeno a parole, qui siamo tutti fascisti, destra e sinistra, alti e bassi, belli e brutti.
Saremo anche il Paese delle generalizzazioni, ma c’è davvero da chiedersi cosa stia capitando a noi italiani. Perché, all’improvviso, ci accusiamo l’un l’altro di fascismo? Perché dopo la fine del regime, dopo l’epopea della Resistenza, dopo sette decenni di democrazia quella parola torna sulle labbra di tutti noi, usata con sufficienza, con disinvoltura? Forse perché il 1945, la data che mette fine ai regimi fascista e nazista in Europa, non è una data che l’Italia abbia davvero digerito. Certo sul piano ufficiale, nei proclami, nelle affermazioni di principio, così come nella retorica di Stato, il fascismo è morto e sepolto, giace sotto strati e strati di antidoto costituzionale, democratico, parlamentare.

Eppure, nella vita di tutti i giorni, nel profondo degli italiani, la censura del modus vivendi mussoliniano non corrisponde affatto a una cesura, perché molti atteggiamenti del regime - che già provenivano dal passato - si sono conservati, pur con i naturali ammodernamenti, nel futuro: pensiamo ad esempio all’Italia bigotta e bacchettona che fa e non dice, al maschilismo diffuso in tutte le fasce sociali. Pensiamo alla distanza fra regole scritte e regole davvero applicate. Pensiamo all’usanza politica del dossier, all’insabbiamento dei misteri di Stato, alla corruzione come sistema di governo, all’utilizzo dell’informazione come macchina per controllare l’opinione pubblica prima ancora che per informarla, alle regole non scritte delle gerarchie comuniste del dopoguerra, dove il valore della “fedeltà coniugale” garantiva la scalata ai vertici del Pci (Partito Comunista Italiano) proprio come del Pnf (Partito Nazionale Fascista). Per arrivare, infine, all’uomo forte, al leaderismo craxiano, berlusconiano, renziano, incarnazioni del bisogno primario di un capo.

Sono solo coincidenze? No, siamo nati davvero con la camicia nera. C’è un filo conduttore che unisce il fascismo “a noi”, proprio come era il saluto ai tempi del Duce. A noi del fascismo è giunto più di quello che vogliamo ammettere. Un’eredità che arriva dritta nell’epoca di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Un’eredità che non si manifesta nell’esibizione di simboli e bandiere, ma nei piccoli gesti, nei modi di pensare, nelle abitudini malate del nostro Paese che non mutano con i governi. Abitudini che ritroviamo nel fascismo di Benito Mussolini, nei risvolti del regime e del carattere del Duce che facevano del fascismo e del suo capo, prima ancora che una dittatura e un dittatore, un modello d’Italia e di italiano, simili nei difetti al popolo. Difetti che non sono scomparsi, sono solo mutati di sembianza. E che ritroviamo ancora oggi. Se sappiamo dove andare a cercarli.
Tommaso Cerno
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 18/10/2016, 8:24

LA MOBILE OPINIONE
DI MAESTRINE E CORTIGIANI


Fino a un nanosecondo fa, Renzi era un fenomeno, uno scienziato, un cervellone, uno statista, un dono del cielo disceso sulla terra per tutto cambiare, tutto rottamare, tutto sfolgorare.
Uno fuori dagli schemi, anzi, uno che gli schemi li rompeva e inventava paradigmi, dettava la linea, stabiliva l’agenda, sparigliava le carte, infondeva sana e vigorosa e strafottente energia giovanile dentro il corpaccione molle, flaccido e corrotto della politica politicante di questa rancida repubblica delle banane. E come eravamo tutti lì, salvo rare eccezioni, noi pennivendoli di regime, a plaudire e osannare e celebrare e interpretare le gesta di tanto eroe, personificazione duepuntozero del Principe machiavellico e quanto ci inebriavamo a pensare e a ponzare e a grattarci la pera e scimmiottare e piroettare e pigolare e squittire e mugolare in ginocchio durante le sue inimitabili conferenze stampa crocevia tra McLuhan, Gassman e Fidel Castro. E quanto è bravo questo e quanto è diverso e quanto è fascinoso e quali e quante cose sarà capace di fare per noi italiani da così tanto tempo privati della speranza e del futuro dalle luride nomenclature dei partiti tradizionali. E, quindi, evviva il Renzi pensiero, evviva il Renzi system, evviva il Renzi style.
Adesso, è diventato un coglione. Se dovessero andargli male pure i ballottaggi, manca un niente che il primo ubriaco appena uscito dalla fiaschetteria dopo la partita lo prenda a gatti morti in faccia. E noi, sempre noi, quelli che nel suo stato nascente pendevamo dalla sue labbra, dalla sua boccuccia da furbo di Boccaccio e gorgogliavamo a ogni battuta, tic o birignao dell’unto del Signore, adesso passiamo le giornate, come tricoteuse sferruzzanti, a sentenziare e decretare e trombonare su quanto è stanco e quanto è loffio e, insomma, sempre le solite cose, sempre le solite palle, sempre con ‘sti benedetti ottanta euro e non è a questo modo che si investono le risorse pubbliche e non doveva fare così perché invece doveva fare cosà e non doveva allearsi con questo ma invece con quello e noi glielo avevamo detto e noi lo avevamo avvertito e noi avevamo inutilmente suggerito. Tutto vero. Basta leggere o ascoltare.
Ma la domanda, la vera domanda che, come diceva quello là, a questo punto sorge spontanea dall’inaspettato declino dell’impero renziano, non è tanto cogliere con stupefacente stupore stupefatto con quale rapidità le leadership in Italia si brucino una dietro l’altra senza che mai nulla cambi dell’assetto fanghiglioso e purulento su cui si regge il nostro grottesco baraccone, quanto invece come - inspiegabilmente - la corte dei soloni, dei consiliori, dei grandi analisti e opinionisti sia sempre la stessa. Sembra il palco del Politburo durante la sfilata delle forze armate a Mosca. Sempre gli stessi, sempre i soliti, sempre quelli: mancano solo Cernenko, Andropov e un gruzzolo di copeche del vecchio conio e il quadro sarebbe perfetto. E sempre a dire le stesse cose. Anzi, sempre a seguire lo stesso schema.
Arriva Monti, tutti giù sdraiati sotto il loden di Monti salvo poi, giusto un paio di anni dopo, metterlo in mezzo nel gioco dello schiaffo del soldato. Arriva Letta, tutti giù sdraiati sotto gli occhialini accademici di Letta, che se lo incrociano adesso in un boulevard di Parigi, cambiano strada e si toccano pure i gioielli di famiglia. Arriva Renzi, tutti giù sdraiati sotto i soliloqui di Renzi e ora invece basta un Civati qualsiasi dall’alto del suo zerovirgolauno a impartirgli lezioni di geopolitica. Che categoria meravigliosa.
Ma con Berlusconi sta andando pure peggio. Perché adesso, adesso che il cinghialone è caduto e rischia addirittura di lasciarci la buccia, è partita l’operazione del pietismo peloso, del rispetto fariseo al terminale, della riabilitazione postuma e quindi generosa, perché, insomma, il cavaliere era quello che era però a quest’ora avrebbe già vinto un paio di Champions, messo a posto la Merkel con una barzelletta delle sue e promesso un paio di milioni di posti di lavoro. Che sagace, inimitabile, pittoresco personaggio era Berlusconi, lo lasci dire a me, caro lei. E questo dopo aver usato qualsiasi strumento, ma davvero qualsiasi, comprese le peggio porcate paragiudiziarie e le peggio violazioni della privacy e del segreto d’ufficio, che fanno inorridire se infilzano qualche professorino da terrazza radical chic ma che invece erano del tutto opportune, anzi, doverose se servivano a scardinare le sue malefatte D’altra parte, non si è maestri di doppia morale per niente.
E diventa ancora più maramaldo andare a sfrigolare il coltello nella piaga dello sbando ottosettembrino che in questi giorni sta travolgendo quel che resta di Forza Italia. E che, come in ogni partito dove il leader è tutto e il resto è niente, ci fa assistere allo spettacolo grottesco delle salmerie, dei servi, delle sciampiste, dei traffichini in fuga da Caporetto con un’esibizione di squallore non solo politico ma anche etico e fisiognomico - da queste parti ce ne sono due o tre che sembrano usciti da una sceneggiatura di Flaiano - che è forse la vera responsabilità storica che si può imputare a Berlusconi. Non aver mai costruito una classe dirigente ed essersi invece scientemente circondato di signorsì.
Il problema vero e, di conseguenza, la vera sfida non è tanto il susseguirsi di presidenti del consiglio più o meno fugaci o più o meno capaci, ma quello di un sistema della comunicazione un po’ più serio e un po’ meno conformista.
D’altronde, politica e giornalismo non potranno mai essere, almeno da noi, due cose diverse, perché nascono dallo stesso ceppo e germogliano dalla stessa schiatta, che attiene molto alla conquista e alla gestione del potere e molto meno alla libera partecipazione politica e alla libera informazione dei cittadini. Ma questa è solo accademia, in questo paese di sepolcri imbiancati.
Diego Minonzio
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Re: Media e dintorni

Messaggioda heyoka » 18/10/2016, 12:21

Tutto sto Pippone x dire che Burlettalia è un GRANDE PAESE di Trotoni?
Guarda amica mia che sia Argante che me ci eravamo arrivati già da un bel po'.
Per dirla alla Guccini
Tu giri ora con le rette al vento
Noi ci gira amo già 20 anni fa.

D'altronde lo abbiamo detto fino alla NOIA e PARANOIA che
Governare gli italiani è inutile
perché
L'Italia è solo una espressione geografica.
TOSCANA e TRIVENETO LIBERI e SOVRANI!
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 26/10/2016, 11:00

Lettera da Roma: spiegando Trump agli europei

Kishore Jayabalan

Cari amici
il mese scorso, ho saltato la tradizione della vacanza all’italiana “mare o montagna” e ho partecipato ad un raduno di medie proporzioni di conservatori americani ed europei, definiti in linea di massima come coloro che desiderano preservare la civiltà occidentale. L’incontro è stato riservato, quindi non posso fornire dei dettagli. Però posso rivelare che ho parlato dell’“America di Trump” insieme ad altri due partecipanti provenienti dagli Stati Uniti. La discussione ha evidenziato non solo alcune gravi divisioni tra i conservatori sia negli Stati Uniti che in Europa, ma anche altri punti di vista per lo più divergenti su ciò che intendiamo innanzitutto per “civiltà occidentale”.

Non a caso, nessuno degli americani era particolarmente innamorato di Trump come persona, sembra che nessuno lo sia al di fuori della sua famiglia. Inoltre, Trump non è un candidato repubblicano fedele (era un democratico e un amico dei Clinton fino a poco tempo fa). Lui non è nemmeno un conservatore nel significato più ovvio del termine. Ha aspramente criticato la politica interna ed estera del partito in cui è candidato, soprattutto in materia di guerra, commercio e immigrazione, è pure rimasto particolarmente lontano da scottanti questioni sociali come l’aborto e il matrimonio gay che hanno mobilitato i conservatori religiosi in passato. Il suo unico appello esplicito al “movimento” conservatore in quanto tale, lo ha fatto dicendo che avrebbe seguito il consiglio della Federalist Society per la nomina dei giudici della Corte Suprema.

Trump ha promesso di “fare l’America di nuovo grande” con la costruzione di un muro lungo il confine meridionale, ri-negoziando gli accordi commerciali, in particolare con la Cina e il Messico, al fine di riportare i lavori manifatturieri negli Stati Uniti e osservare da vicino gli immigrati musulmani. Molti conservatori hanno espresso sostegno per il primo e il terzo di questi punti, meno per il secondo, in quanto comporterebbe una brusca partenza per il settore dell’economia, non solo nel partito repubblicano, ma anche nel “nuovo” partito democratico di Bill Clinton e Al Gore. La maggior parte degli economisti (ma non tutti) ha sostenuto questi accordi, un consenso che sembra contare poco in un’epoca di crescente ansia economica.

Piuttosto che basarsi sulle sue politiche specifiche, tuttavia, l’appello di Trump ai conservatori (almeno ad alcuni) si basa su una rinascita del nazionalismo populista, che contrasta acutamente con il globalismo che ha sempre di più governato l’Occidente dalla fine della Guerra Fredda. Agli occhi dei nazionalisti, le élite globali hanno creato dogmi fuori dal libero scambio, il multilateralismo, e in particolare il multiculturalismo a scapito della classe media e operaia. Tutto ciò, unito agli effetti del politicante corretto, promosso e praticato negli ambienti accademici e dai media, fa si che queste persone non si sentano più sicure o apprezzate nei loro paesi.

Provenendo da una città come Flint, nel Michigan, che ha a lungo sofferto a causa della deindustrializzazione e avendo lavorato in vari ambiti della sinistra cattolica, mi sono familiari i sentimenti anti-globalizzazione e spesso mi ricordo delle conseguenze che questa ha avuto sugli individui e su particolari comunità. So anche che un sacco di italiani si sentono svantaggiati e fuori posto a causa delle tendenze socio-economiche degli ultimi decenni. Un aspetto senza dubbio positivo della campagna di Trump per i conservatori è che ci ha costretto a venire a patti con gli elementi umani, o più in generale morali della politica e dell’economia.

Ma nemmeno questo è davvero una novità per i conservatori. Ricordate la “nazione più gentile e delicata” di George H. W. Bush con i suoi “mille punti di luce”? E le conseguenze di suo figlio il “conservatorismo compassionevole”? Avete sentito un discorso di Arthur Brooks dell’American Enterprise Institute? Per i conservatori europei è di routine definirsi di “centro-destra” perché evidentemente molti di quelli di destra erano o fascisti o monarchici. Ognuno di questi tentativi di umanizzare il conservatorismo è riuscito solo a seminare più discordia a destra, rafforzando al contempo la caricatura dei conservatori di sinistra considerati meschini e pieni di pregiudizi. I conservatori sono condannati sia se dimostrano interesse verso i poveri, sia se non lo dimostrano.

Proprio come la parola “liberale” è stata rubata da progressisti illiberali che vogliono controllare praticamente ogni aspetto della nostra vita al di fuori della camera da letto, ora la parola “globale” viene utilizzata per colpire coloro che osano resistere all’ideologia dal suono melodioso ma funesta del multiculturalismo, che significa qualcosa di molto di più che l’evidente esistenza di differenti religioni, razze e culture. Come “ismo” o ideologia, è una manifestazione della “dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”, come ha detto Papa Benedetto XVI con questa descrizione così appropriata nel 2005. E stranamente, proprio come concetti quali libertà e uguaglianza, nasce fuori dalla civiltà occidentale con lo scopo di distruggerla.

Lo stato-nazione era in origine un’idea liberale, lo scopo era quello di consentire ai popoli di vivere liberamente e di decidere il proprio futuro, non più sotto il giogo di imperi lontani. Come gli imperi prima di loro, anche le nazioni hanno intrapreso guerre distruttive le une contro le altre, arrivando alla creazione di istituzioni internazionali multilaterali con lo scopo di mantenere la pace tra loro nel rispetto della loro sovranità (Nazioni Unite). Il commercio tra le nazioni è stato concepito come a servizio della causa della pace (Organizzazione Mondiale del Commercio). In Occidente, siamo tutti, in un certo senso, nazionalisti così come globalisti – soprattutto quelli che sono cresciuti nel mondo post-seconda guerra mondiale e che hanno viaggiato frequentemente e liberamente dove l’inglese è la lingua franca.

Ma non nel lessico politico attuale. Oggi molti conservatori occidentali aderiscono al movimento “No Global” del 2000. Cosa è successo? Non posso fare a meno di chiedermi quanto gran parte della nostra confusione morale e politica sia dovuta alla mancanza di un punto di riferimento comune, un ruolo avuto un tempo dal cristianesimo. Gli antichi romani sono stati i primi a introdurre il concetto di cittadinanza universale, che il cristianesimo ha trasformato in una religione universale, nel rispetto della diversità di particolari riti e dei popoli. Tenere tutte queste idee in competizione in una sorta di tensione creativa è quello che probabilmente ha conferito all’Occidente il suo dinamismo, che ha portato ad una realizzazione umana fortemente toccante e ammirevole. (Ma oltre a questo, cosa hanno mai fatto i Romani per noi?).

Si può facilmente ammettere che la “cristianità” non è stata mai tanto compatta come i suoi sostenitori hanno insistito che fosse (basta domandare agli ebrei), che i partiti cristiani democratici del dopoguerra sono finiti, e comunque si può riconosce che qualcosa di sostanziale è stato perso nell’Europa post-cristiana. È scioccante ascoltare dagli europei che non si sentono più a casa nel proprio paese quando le persone intorno a loro sono cittadini di una razza diversa, spesso provenienti da ex colonie. È scioccante sentire gli europei e gli americani che dicono di non avere il dovere di accogliere profughi provenienti da paesi in guerra, 70 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, sostenendo che non si è in grado di distinguere un rifugiato da una persona che emigra per ragioni economiche e da un terrorista. Ma questo è ciò che ho sentito dai miei colleghi conservatori, che non sono più d’accordo sugli aspetti più fondamentali della dignità umana. Forse Nietzsche aveva ragione: la morte di Dio significa la morte della ragione.

Nel complesso, Trump promette di europeizzare l’economia americana. Dice che metterà le aziende manifatturiere americane alla pari con quelle di Cina e Messico, minacciando guerre commerciali contro questi stati. Come mai non ci ha mai pensato nessuno fin’ora? L’acquisto di merci “made in the USA” può far sentire meglio con se stessi, ma non si sa se è meglio per l’economia nel suo insieme. Ciò che può essere positivo per i produttori può essere un male per i consumatori; in una società commerciale, può succedere che siamo da una parte o dall’altra, in modo che il risultato finale sarà probabilmente un miscuglio. Avremo un’economia più “nazionale” (cioè controllata), ma meno competitiva. Se si pensa che i tassi di crescita economica degli Stati Uniti sono molto rallentati, aspettate quando diventeremo come l’Italia, con un tasso che varia tra 0% e 1%, che offre ancora meno opportunità per i giovani e gli emarginati.

Tutto sommato, si tratta di un’elezione piuttosto deprimente per i sostenitori della religione e della libertà o per quello che viene talvolta chiamato conservatorismo liberale o liberalismo conservatore (non chiedetemi la differenza, però). Io sono il simbolo della globalizzazione, un americano che vive in Europa, un occidentale con un’eredità non occidentale e forse presto un uomo senza un paese. Incolpare Donald Trump vuol dire curare il sintomo piuttosto che la causa, invece sostenere Hillary Clinton è solo andare verso lo stesso triste declino. La situazione in Europa è ancora più preoccupante. Tuttavia, cos’è precisamente ciò che desideriamo conservare?

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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 29/10/2016, 9:30

Tutte le scivolate di Ciriaco De Mita con Matteo Renzi da Enrico Mentana in tv


Francesco Damato

L’errore maggiore commesso da Ciriaco De Mita nel confronto televisivo con Matteo Renzi sulla riforma costituzionale, condotto da un paziente Enrico Mentana che ha cercato inutilmente di aiutarlo nei momenti più critici della trasmissione in diretta, non è stato quello che forse è apparso come il più grave, per la sua evidenza, a molti spettatori. Mi riferisco all’accusa rivolta al presidente del Consiglio di avere blindato col voto palese di fiducia la riforma in Parlamento. Una procedura cui si ricorre per mettere in riga i dissidenti della maggioranza governativa di turno e sbarrare la porta ad ogni tentativo di intrusione delle opposizioni attraverso i varchi delle votazioni a scrutinio segreto sulle proposte di modifica ritenute più insidiose.

L’errore, certamente, è stato grave, anzi gravissimo, specie in considerazione della prosopopea di storico che il vecchio ex segretario della Dc aveva subito ostentato nel confronto con Renzi. Che naturalmente, furbo e lesto com’è, non si è lasciata scappare l’occasione per inchiodarlo a quello scivolone, compiuto da De Mita pasticciando con ciò che aveva letto da qualche parte –si è penosamente giustificato- a proposito però non della riforma costituzionale ma della legge elettorale nota come Italicum. Sulla quale, sì, Renzi era ricorso alla fiducia nelle aule parlamentari per venire a capo delle divisioni della sua maggioranza, soprattutto del suo partito. Sulla riforma costituzionale no, il presidente del Consiglio questa procedura così duramente contestata da De Mita se l’era risparmiata. E lì, colto in flagranza, diciamo così, di fallo, e che fallo, il mio amico Ciriaco mi è parso proprio atterrato, anche se poi ha cercato di recuperare qualcosa del suo “ragionamendo”, come lui con quell’imperdibile variante avellinese della lingua italiana definisce il suo modo di pensare e di parlare, dicendo che la legge elettorale è forse ancora più importante della riforma costituzionale. Ne sarebbe la chiave di lettura o di gestione.

Ma anche qui, incredibilmente distratto, De Mita ha un po’ pasticciato con le carte. Egli ha finto, in particolare, di non essersi accorto, o quasi, che Renzi ha praticamente scaricato la legge elettorale. Egli ne ha già affidato un progetto di modifica ad una commissione del Pd che sta concludendo i suoi lavori.

In ogni caso, su quella legge –e anche questo De Mita lo sa, pur avendo fatto finta di no- pende già la scure della Corte Costituzionale, che ha rinviato il suo verdetto a dopo il referendum. Una cosa ormai è certa: o per iniziativa parlamentare o per iniziativa dei giudici del Palazzo della Consulta la nuova Camera non sarà eletta con l’Italicum così com’è.

++++

Dicevo tuttavia che l’errore maggiore di De Mita nel confronto televisivo con Renzi non è stato quello del ricorso al voto di fiducia clamorosamente e falsamente attribuito al presidente del Consiglio nel percorso parlamentare della riforma costituzionale.

L’errore maggiore è stato compiuto dall’ex segretario della Dc in apertura del confronto quando, negli involontari ma sempre supponenti panni dell’”intellettuale della Magna Grecia” attribuitigli una volta dall’indimenticabile “avvocato” Gianni Agnelli, egli si è vantato di considerare la politica –testualmente- “la scienza dell’organizzazione dello Stato”.

Se pensava, come mi permetto di sospettare, di mettere in soggezione il troppo giovane, audace e presente capo del governo, che –ha detto ad un certo punto- “sta in ogni posto e in ogni luogo”, non avendo quindi materialmente il tempo di studiare o di guardare le cose dall’alto, De Mita ha sbagliato di grosso. Anziché intimidirlo, anziché indurlo alla cautela, anziché strappargli qualche indulgenza per la sua lunga carriera politica ed anche per la sua ormai venerabile età, De Mita ha letteralmente scatenato gli istinti più combattivi del suo interlocutore.

Renzi, che considera la politica più realisticamente di quanto De Mita presuma di volergli e volerci far credere, come la scienza cioè di conquistare, conservare o non perdere il potere, organizzandolo nel migliore dei modi e cercando insieme di governare al meglio il Paese se si ha la ventura di guidarlo, gli ha letteralmente rovesciato in faccia tutto quello che poteva o doveva. In particolare, gli ha rimproverato il troppo lungo attaccamento proprio al potere, i troppi e inutili tentativi di modificare una Costituzione anche da lui riconosciuta bisognosa di aggiornamenti, il gigantesco debito pubblico accumulato dai governi di un passato in cui lui, De Mita, non era certamente l’ultima ruota del carro, e dei cui costi hanno dovuto occuparsi con incubo le generazioni e i governi successivi.

Infine, quasi come colpi di grazia, facendogli perdere letteralmente il controllo dei nervi, e procurandosi le cocenti accuse di “arroganza” e persino di “immoralità politica”, Renzi ha rinfacciato a De Mita di avere abbandonato nel 2008 il Pd solo perché l’allora segretario Walter Veltroni non volle ricandidarlo al Parlamento, ritenendo –statuto del partito alla mano- che ne avesse già fatto parte troppo a lungo. E lui per ritorsione decise di onorare della sua presenza il piccolo e sino ad allora snobbato partito centrista di Pier Ferdinando Casini prima tentando inutilmente l’elezione al Senato e poi, l’anno dopo, facendosi eleggere al Parlamento Europeo. Da dove egli ha voluto tornare ad occuparsi della politica e del potere –sempre quello- italiano facendosi eleggere sindaco della sua ormai leggendaria Nusco. Dove De Mita è tanto venerato che la Parrocchia locale, come ci ha appena ricordato Vittorio Feltri su Libero- testimoniando di averla vista con compiaciuta ammirazione- gli ha regalato e sistemato in un adeguato spazio della casa una statua di San Ciriaco.

++++

Se mi consentite un finale molto personale, debbo confessarvi che più vedevo e sentivo De Mita alle prese con Renzi, più mi ricordavo dei giorni e delle parole in cui discutevamo di Bettino Craxi e lui mi dava dell’”irrecuperabile”, come ha fatto con Renzi, quando difendevo il passaggio del segretario socialista a Palazzo Chigi, peraltro avvenuto proprio durante gli anni della guida demitiana della Dc, come necessario per l’ammodernamento della sinistra e, soprattutto, del Paese.

Lui è fatto così. Anche se lo nega, e si offende quando glielo si dice, gli piace e gli interessa più il passato e il presente –sì proprio il presente che ha rimproverato a Renzi- che il futuro. In una cosa però debbo onestamente riconoscere che De Mita non ha sbagliato, e ha invece sbagliato Renzi. Quando gli ha contestato alcuni aspetti per niente “estetici” della riforma costituzionale, come la presenza irrazionale dei senatori a vita e di diritto, in quanto ex presidenti della Repubblica, per non parlare dei cinque di nomina presidenziale ma in carica solo per i sette anni del mandato di chi li ha scelti, nel nuovo, ridotto Senato fatto di sindaci e di ben più numerosi consiglieri regionali, che arriveranno presumibilmente a Palazzo Madama solo perché scartati come aspiranti “assessori”. In questo Ciriaco, con l’esperienza che ha maturato, non ha una ma mille ragioni. E ridurre questo ed altri rilievi analoghi, come ha fatto Renzi, a “quisquilie”, non fa onore a un giovanotto che ha ambizioni da statista.

Meglio avrebbe fatto il presidente del Consiglio a riconoscere, come questa volta con assai apprezzabile buon senso gli ha inutilmente suggerito De Mita, che la riforma costituisce il massimo possibile in questo momento, ma potrebbe essere “migliorata” nel tempo. Migliorata tuttavia, non bocciata, come invece il mio amico Ciriaco vorrebbe, cadendo anche questa volta in una delle sue contraddizioni.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 07/11/2016, 17:07

Magistrati eletti?Ci mancherebbe anche questa per mettere la giustizia di volta in volta in mano ai partiti! Così si calpesta la Costituzione e non si garantisce l'indipendenza della magistratura dal potere politico a garanzia dei cittadini, La Costituzione, su questo punto, va tutelata evitando qualsiasi discriminazione. "L'Italia è un Paese che tutto il mondo guarda con attenzione e rispetto per la capacità che ha avuto la magistratura italiana di contrastare fenomeni come la corruzione della politica, la mafia, il terrorismo e i loro legami con centri di potere più o meno occulti. E questo è stato possibile grazie all'elevato livello di professionalità e di indipendenza dei magistrati italiani. Certamente è difficile immaginare che certe inchieste potessero solo essere avviate in un sistema in cui il pm fosse stato strettamente legato al potere politico".


LA POSIZIONE COSTITUZIONALE DELLA MAGISTRATURA ORDINARIA
Indipendenza e autonomia.

- Secondo la Costituzione la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere (art. 104 Cost.).
L'autonomia attiene alla struttura organizzativa.
Essa si realizza nei confronti del potere esecutivo, in quanto l'indipendenza della magistratura sarebbe compromessa se i provvedimenti afferenti la progressione in carriera dei magistrati e, più in generale, lo status fossero attribuiti al potere esecutivo. La Costituzione, invece, ha attribuito ad un organo di governo autonomo l'amministrazione del personale della magistratura (trasferimenti, promozioni, assegnazioni di funzioni e provvedimenti disciplinari) (art. 105 Cost.): il Consiglio superiore della magistratura è quindi il garante dell'indipendenza della magistratura.
L'autonomia si realizza anche nei confronti del potere legislativo, nel senso che i giudici sono soggetti soltanto alla legge (art. 101 Cost.).
L'indipendenza è relativa all'aspetto funzionale dell'attività giurisdizionale. Essa non è riferita all'ordine nel suo complesso - garantito mediante l'autonomia, nei termini suesposti - bensì al giudice nel momento dell'esercizio della giurisdizione.
L'indipendenza deriva e si attua in relazione all'altro principio costituzionale della soggezione del giudice soltanto alla legge, che realizza il rapporto di derivazione della giurisdizione dalla sovranità popolare.
Nel nostro sistema di giustizia i principi dell’indipendenza e della autonomia dei giudici hanno grande importanza. Questa importanza deriva da un’esigenza concettuale e da una esigenza storica. Per quanto attiene la prima, bisogna tener conto del fatto che l’Italia fa parte dei sistemi di civil law. In maniera molto approssimata, si può dire che in questi sistemi la legge – ossia quella che, nel processo, viene in rilievo come regola di giudizio per risolvere il caso – è posta da altri organi dello Stato – per lo più dal Parlamento, talora dal Governo, oggi anche dagli enti territoriali minori – mentre i giudici la applicano. Ciò vuol dire che i giudici partecipano al procedimento di formazione del diritto in maniera soltanto indiretta.
Questa impostazione concettuale ha reso possibile configurare i giudici come titolari di una funzione pubblica da svolgere in forma vincolata. Di qui la convinzione che gli stessi possano essere nominati per concorso, assumere la posizione di impiegati dello Stato e non essere assoggettati ad alcun controllo
sul merito dei loro atti, essendo tale merito preventivamente fissato dalla legge. Di qui ancora la necessità che ai giudici sia garantita indipendenza e autonomia, perché nell’esercizio della loro funzione essi devono non solo essere, ma anche apparire come terzi imparziali. Anzi, terzietà e imparzialità sono assunte come le caratteristiche che consentono di distinguere i giudici dagli altri organismi che esercitano funzioni statali diverse.
In ordine alla seconda ragione, cioè quella storica, bisogna sottolineare che l’attuale assetto del nostro sistema ha preso forma, dopo la seconda guerra mondiale, sulla base della Costituzione repubblicana, la cui ispirazione democratica è in antitesi al precedente regime fascista, sicuramente autoritario.
Per il passato, infatti, c’era stato un abuso, nella gestione della giustizia, ricollegabile a tre fattori: a) limitazioni del diritto di agire in giudizio; b) pressioni ab externo sulla magistratura; c) creazione di giudici speciali.
È ovvio che, nel rifondare lo Stato, la nostra Carta costituzionale, che nel 2008 ha celebrato i suoi primi sessanta anni di vita, ha cercato con particolare attenzione di evitare il ripetersi di tali abusi e deviazioni.
Indipendenza e autonomia sono principi che la Costituzione riconosce anche al pubblico ministero (artt. 107 e 112 Cost.), in particolare laddove viene prevista l'obbligatorietà dell'azione penale.
Proprio l'obbligatorietà dell'azione penale, anzi, concorre a garantire, non solo l'indipendenza del pubblico ministero nell'esercizio della propria funzione, ma anche l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge penale.
L'autonomia e l'indipendenza del pubblico ministero presentano peraltro caratteri peculiari con riguardo ai rapporti "interni" all'ufficio, dovendosi considerare il carattere unitario di questo e il potere di sovraordinazione che va riconosciuto al capo dell'ufficio nei confronti dei sostituti addetti addetti (cfr. art. 70 r.d. 30 gennaio 1941, n. 12 e D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109).
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Re: Media e dintorni

Messaggioda Sayonlytruth » 07/11/2016, 18:29

grazia ha scritto:Magistrati eletti?Ci mancherebbe anche questa per mettere la giustizia di volta in volta in mano ai partiti! Così si calpesta la Costituzione e non si garantisce l'indipendenza della magistratura dal potere politico a garanzia dei cittadini, La Costituzione, su questo punto, va tutelata evitando qualsiasi discriminazione. "L'Italia è un Paese che tutto il mondo guarda con attenzione e rispetto per la capacità che ha avuto la magistratura italiana di contrastare fenomeni come la corruzione della politica, la mafia, il terrorismo e i loro legami con centri di potere più o meno occulti. E questo è stato possibile grazie all'elevato livello di professionalità e di indipendenza dei magistrati italiani. Certamente è difficile immaginare che certe inchieste potessero solo essere avviate in un sistema in cui il pm fosse stato strettamente legato al potere politico".


LA POSIZIONE COSTITUZIONALE DELLA MAGISTRATURA ORDINARIA
Indipendenza e autonomia.

- Secondo la Costituzione la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere (art. 104 Cost.).
L'autonomia attiene alla struttura organizzativa.
Essa si realizza nei confronti del potere esecutivo, in quanto l'indipendenza della magistratura sarebbe compromessa se i provvedimenti afferenti la progressione in carriera dei magistrati e, più in generale, lo status fossero attribuiti al potere esecutivo. La Costituzione, invece, ha attribuito ad un organo di governo autonomo l'amministrazione del personale della magistratura (trasferimenti, promozioni, assegnazioni di funzioni e provvedimenti disciplinari) (art. 105 Cost.): il Consiglio superiore della magistratura è quindi il garante dell'indipendenza della magistratura.
L'autonomia si realizza anche nei confronti del potere legislativo, nel senso che i giudici sono soggetti soltanto alla legge (art. 101 Cost.).
L'indipendenza è relativa all'aspetto funzionale dell'attività giurisdizionale. Essa non è riferita all'ordine nel suo complesso - garantito mediante l'autonomia, nei termini suesposti - bensì al giudice nel momento dell'esercizio della giurisdizione.
L'indipendenza deriva e si attua in relazione all'altro principio costituzionale della soggezione del giudice soltanto alla legge, che realizza il rapporto di derivazione della giurisdizione dalla sovranità popolare.
Nel nostro sistema di giustizia i principi dell’indipendenza e della autonomia dei giudici hanno grande importanza. Questa importanza deriva da un’esigenza concettuale e da una esigenza storica. Per quanto attiene la prima, bisogna tener conto del fatto che l’Italia fa parte dei sistemi di civil law. In maniera molto approssimata, si può dire che in questi sistemi la legge – ossia quella che, nel processo, viene in rilievo come regola di giudizio per risolvere il caso – è posta da altri organi dello Stato – per lo più dal Parlamento, talora dal Governo, oggi anche dagli enti territoriali minori – mentre i giudici la applicano. Ciò vuol dire che i giudici partecipano al procedimento di formazione del diritto in maniera soltanto indiretta.
Questa impostazione concettuale ha reso possibile configurare i giudici come titolari di una funzione pubblica da svolgere in forma vincolata. Di qui la convinzione che gli stessi possano essere nominati per concorso, assumere la posizione di impiegati dello Stato e non essere assoggettati ad alcun controllo
sul merito dei loro atti, essendo tale merito preventivamente fissato dalla legge. Di qui ancora la necessità che ai giudici sia garantita indipendenza e autonomia, perché nell’esercizio della loro funzione essi devono non solo essere, ma anche apparire come terzi imparziali. Anzi, terzietà e imparzialità sono assunte come le caratteristiche che consentono di distinguere i giudici dagli altri organismi che esercitano funzioni statali diverse.
In ordine alla seconda ragione, cioè quella storica, bisogna sottolineare che l’attuale assetto del nostro sistema ha preso forma, dopo la seconda guerra mondiale, sulla base della Costituzione repubblicana, la cui ispirazione democratica è in antitesi al precedente regime fascista, sicuramente autoritario.
Per il passato, infatti, c’era stato un abuso, nella gestione della giustizia, ricollegabile a tre fattori: a) limitazioni del diritto di agire in giudizio; b) pressioni ab externo sulla magistratura; c) creazione di giudici speciali.
È ovvio che, nel rifondare lo Stato, la nostra Carta costituzionale, che nel 2008 ha celebrato i suoi primi sessanta anni di vita, ha cercato con particolare attenzione di evitare il ripetersi di tali abusi e deviazioni.
Indipendenza e autonomia sono principi che la Costituzione riconosce anche al pubblico ministero (artt. 107 e 112 Cost.), in particolare laddove viene prevista l'obbligatorietà dell'azione penale.
Proprio l'obbligatorietà dell'azione penale, anzi, concorre a garantire, non solo l'indipendenza del pubblico ministero nell'esercizio della propria funzione, ma anche l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge penale.
L'autonomia e l'indipendenza del pubblico ministero presentano peraltro caratteri peculiari con riguardo ai rapporti "interni" all'ufficio, dovendosi considerare il carattere unitario di questo e il potere di sovraordinazione che va riconosciuto al capo dell'ufficio nei confronti dei sostituti addetti addetti (cfr. art. 70 r.d. 30 gennaio 1941, n. 12 e D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109).


Bellissime parole riguardante la giustizia. Ed infatti i magistrati e giudici sono supervisati da un ente di controllo formato ed eletto da loro colleghi. Ente di controllo che pero' (appunto perche' eletto dai loro colleghi) evita di controllare come dovrebbe e permette aii magistrati e giudici di fare tutto quello che vogliono. Anche sbagliare, essere politicizzati, e essere illogici nelle loro sentenze. In conclusione, nessuno considera i PM e giudici come dei semplici "statali", ma e' giusto ESIGERE che il loro ente di controllo sia formato da professionisti, indipendenti e preparati, capaci di intervenire e impedire l' abuso di potere di loro colleghi.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 09/11/2016, 11:03

Donald Trump, il Grande Bugiardo che non paga le tasse
e distrugge le regole della politica. Ma dà voce ai bianchi “declassati”


di Leonard Cohen

Qui si scrive di Donald Trump senza insultarlo: benché l’insulto sia per lui abitudine. E si scrive di Donald Trump senza denigrarlo, pur se la denigrazione sistematica sia esercizio che il magnate americano pratica con scaltrezza e metodo. Né ci soffermeremo più di tanto sulla sua attitudine di Grande Bugiardo, poiché è evidente che si tratta di una patologia, costante nel tempo e nei luoghi in cui il miliardario nato a New York (Queens) il 14 giugno del 1946, figlio di un facoltoso investitore immobiliare di New York (cito testualmente Wikipedia), ha vissuto ed operato: esistono prove inconfutabili delle menzogne trumpiane. Non vi troverete, in queste righe, giustificazione o critica del candidato Trump che grazie al cruciale aiuto del capo (repubblicano) dell’Fbi forse sta recuperando il distacco che lo separava da Hillary Clinton. I sondaggi sono indizi, ma nella società della paura e della rabbia possono essere usati come scimitarre, alla maniera del Califfato.
No, qui si scrive di Trump che scardina il mondo ingessato della politica americana, sfruttando il fascino discreto della ricchezza esibita come una medaglia, e sbrana il buonismo della morale ufficiale, dando voce ai processi istintuali, al lato meno nobile e più basso della natura umana. Trump si presenta come alfiere del partito repubblicano, e infatti incita l’opinione pubblica con proposte di identificazione che poggiano su concetti tradizionalmente conservatori: abbassare le imposte; determinazione a difendere il secondo emendamento della Costituzione (sul porto d’armi), sebbene non si capisca chi intenda minacciarlo alla radice; l’impegno a cancellare la riforma sanitaria voluta da Obama; no alla necessità di lottare contro il riscaldamento climatico perché è un complotto internazionale; cancellare l’accordo nucleare con l’Iran.
Ma Trump trascende tutto ciò. Dice che per raggiungere questi obiettivi basilari occorre un uomo dal pugno duro, senza vincoli di alcun genere, al di sopra di ogni partito, “assassino” qualora dovesse trovarsi faccia a faccia coi sindacati o coi media ostinati a difendere obbligatoriamente un sistema che non funziona più. Si sente l’uomo della provvidenza, e questo ci ricorda qualcuno di cui non sentiamo affatto la mancanza… Infine, last but non least (ultimo ma non meno importante), non passa giorno che Trump non rivendichi la capacità, ovviamente autoproclamata, di dirigere e scegliere i “migliori” dispensandolo dalla seccatura istituzionale dei dettagli programmatici. E’ l’uomo che rifiuta la complessità. Che colleziona gaffe e che si giustifica: “Una piccola iperbole non fa mai male. La gente vuole credere in qualche cosa di più grande, di più spettacolare. Ecco, chiamo questo un’iperbole verosimile” (The Art of the Deal, Random House, 1987). E’ un caterpillar che spiana chiunque, persino chi è stato decorato al valor militare, come John McCain, prigioniero dei vietnamiti, affermando che ama piuttosto “chi non è stato catturato”. Per conquistare i voti più oltranzisti, dice che farà costruire un muro “più alto, più grande, più lungo” tra Messico e Stati Uniti, e che imporrà i costi al governo messicano. Impersona il candidato “scorretto in un paese che è diventato esageratamente corretto”. Sono provocazioni? O sono sintomi insurrezionali?
Vuole mano libera: per convincere l’elettorato che lui è l’opzione più formidabile, portando ad esempio la sua abilità di fare affari e di vivere da nababbo. Una mistificazione: perché quest’affermazione cela una realtà di sotterfugi e fallimenti a catena, e se è sopravvissuto finanziariamente ai suoi sbagli lo deve ai miliardi del padre e a 3500 procedimenti amministrativi e giudiziari in cui è rimasto implicato (dai crac di alcuni casinò, alle grane nel settore degli immobili, sino alle cause per diffamazione) che hanno rallentato la caduta o sventato la prigione, nonché al fatto che da quasi vent’anni non paga le imposte, grazie all’abilità dei suoi commercialisti, questo sì un lusso e un privilegio per pochissimi. Al famoso presentatore Larry King ha confessato di avere guadagnato più di un milione di dollari per un discorso sul suo senso del business: si è scoperto che l’avevano pagato 400mila dollari. Alla Cnbc, un network che dedica molti servizi alla finanza, ha detto che le 1282 unità nei suoi hotel residence di Las vegas “sono stati venduti in meno di una settimana”. Mentiva: mentre lo dichiarava, ce n’erano ancora 300 invenduti. Al giudice che lo ha interrogato sulla falsa dichiarazione, ha risposto: “Parlavo a una tv. Sforiamo in tutti i modi per dare la migliore immagine alle nostre proprietà”. Di recente, a chi gli ha chiesto ragione di tre fallimenti immobiliari e del relativo debito e della bancarotta sfiorata negli anni Novanta, ha dimezzato le perdite (erano state di 650 milioni di dollari): continuando a recitare la parte del re Mida americano…
Eppure, nonostante le contraddizioni comportamentali, al popolino uno che non paga le tasse piace, è un eroe mica uno squallido evasore, beato lui che può… Katharine Viner, columnist del Guardian l’ha etichettato come il primo candidato dell’era della “politica post-verità”. Stephanie Cegleski, sua ex direttrice della comunicazione, spiega esuberanze e stile di Donald: “Come Ercole, Trump è un’opera della fiction”, scrive nella lettera resa pubblica in cui motiva le sue dimissioni.
Chi l’avrebbe mai detto, quel 16 giugno 2015, vedendo scendere Donald Trump sulle scale mobili che conducono all’atrio della Trump Tower di Manhattan per annunciare la sua candidatura alla corsa per la Casa Bianca – allora vista come l’ennesima stravaganza dell’eccentrico tycoon – che l’esibizionista imprenditore avrebbe scombussolato la campagna elettorale presidenziale? Che l’outsider della politica sarebbe diventato un mastino delle polemiche, che avrebbe incarnato il risentimento dei ceti illusi, delusi e traditi dalla globalizzazione accusata di tutti i mali, spaventati dall’immigrazione e dalle minacce terroriste islamiche (dimenticando il terrorismo “bianco”), incazzati per l’impoverimento? Semplice: Trump si è messo a parlare come la gente del bar, delle sale d’azzardo, dei discount, degli spalti, della cinghia sempre più stretta, degli indebitati fino al collo. Si è messo a urlare, perché chi urla si fa sempre sentire, quindi ascoltare. Le ha sparate grosse, come fanno cacciatori e pescatori, per vantare le loro presunte abilità. Ha promesso: di riportare l’America “grande come una volta”. Di fermare gli islamici. Di chiudere le frontiere alle merci e alle persone, lasciando credere che l’isolazionismo sia ancora possibile. Di dare voce agli americani “veri”, e salvarne l’identità (parola chiave).
Più che i contenuti delle (scarse) proposte – in fondo simili a quelle di decine di altri candidati del passato – è il modo in cui Trump ha rubato la scena del voto americano. E’ l’irruzione sul palcoscenico di un mattatore che si sente dialetticamente onnipotente, alla maniera di Lenny Bruce, celebre (e perseguitato dalle autorità) entertainer degli anni Cinquanta che aggrediva pubblico e società con un linguaggio rozzo, con frasi scorrette, il primo ad usare le parolacce: ma lo faceva per definire il proprio malessere e criticare il costume del tempo, non per diventare presidente. E’ soprattutto l’irruzione di un populismo dai connotati xenofobi e permeati di inquietante autoritarismo. Mai la democrazia americana si era trovata così in pericolo, dai tempi del maccartismo. Trump ha fracassato ogni tabù politico, ha fomentato violenza e teorie del complotto (come quando ha detto che non accetterà il risultato delle urne se sarà a lui sfavorevole, scatenando un pretestuoso dibattito su elezioni truccate…), ha strumentalizzato l’insulto, con il quale taglia ogni confronto. Ha, in un certo senso, liberato con il suo sfrenato sciovinismo, tanto odio e collera ipernazionalista. Qualcuno ha detto che è stato come sganciare bombe ritardate a frammentazione, i “cui effetti rischiano di farsi sentire a lungo” (Christophe Ayad, Le Monde).
In realtà, Trump ha cinicamente sfruttato il potenziale di un elettorato trascurato e bistrattato dal social-liberismo. Ha prestato voce e dato struttura a quella che gli analisti hanno chiamato “una nuova categoria sociopolitica”: i bianchi declassati, una maggioranza invisibile e frustrata che non è proprio la più povera o la più indifesa ma che si sente disprezzata, trascurata, scartata dalle élites della politica istituzionale, masse per le quali il “sogno americano” è ormai soltanto una frase fatta, una formula ideologica obsoleta, quasi surreale, mentre la realtà che percepiscono è matrigna verso i figli, “per loro con quest’America voluta dai democratici non c’è più avvenire”, perché la società “liquida” non tutela più nessuno. Ed infatti il refrain trumpiano più reiterato suona così: “Il sogno americano è morto”. Sottinteso, resuscitiamolo, torniamo ad essere quello che eravamo, giacché “si stava meglio prima”…
La grande paura del declassamento trascina al rinchiudersi, all’erigere barriere di ogni tipo, al rinforzare pregiudizi su razze, etnie, a diffidare degli stranieri, persino dell’Occidente. Trump ha trionfato nelle primarie mettendo in discussione la questione sociale, “la prima delle mie preoccupazioni di americano che ama l’America e la vuole forte come una volta”. Però, ha esasperato i toni nel demonizzare chi non è bianco, non riuscendo a celare il suo dispregio nei confronti dei latinos e dei neri, la sua scarsa simpatia verso l’elettorato religioso; non ha mai dissimulato il suo machismo e la sua greve concezione del sesso, che gli ha alienato i favori dell’elettorato femminile, schierato con Hillary Clinton. Insomma, Trump il Costruttore della Nuova America per ora non offre programmi, solo proclami. In effetti, più che Costruttore, è il Grande Demolitore. Dell’avversaria, ma questo è nel gioco delle parti. Meno evidente è il fatto che sta distruggendo l’America, pensando di guarirla.
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