spigolando, spigolando....

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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 03/05/2018, 18:48

Martina Fiorato

LA LADRA DELLA PRIMAVERA

Firenze, 1482[..]."" L'affascinante cortigiana Luciana Vetra è furiosa: fare da modella per il grande pittore Sandro Botticelli doveva essere la sua grande occasione, invece lui non soltanto si è rifiutato di pagarla, ma dopo un violento litigio l'ha addirittura cacciata dal suo studio. Per vendicarsi dell'affronto, la giovane ruba uno dei disegni preparatori del dipinto - una grande tavola che avrà come titolo la Primavera - senza immaginare che quel gesto impulsivo e dettato dall'orgoglio le sconvolgerà la vita. Ben presto, infatti, Luciana si accorge di essere diventata l'obiettivo di un gruppo di uomini potenti e senza scrupoli, disposti a tutto - anche a uccidere - pur di recuperare il prezioso disegno. Disperata, la ragazza chiede asilo presso la basilica di Santa Croce e viene accolta da Guido, un novizio che, incantato dalla sua bellezza, decide di aiutarla a fuggire. Consapevoli che soltanto svelando il mistero del quadro avranno salva la vita, i due intraprendono allora un viaggio che li porterà da Napoli a Pisa, da Roma a Venezia, tra nobili e assassini, pericoli e agguati, complotti e tradimenti. E scopriranno che, nell'allegoria della Primavera, si nasconde un messaggio in codice che potrebbe cambiare il futuro dell'Italia..[..].""
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 03/05/2018, 22:44

IL MESE DI MAGGIO

di G. Ravegnani

Godiamoci, ragazzi, maggio, il mese
che da tempo è chiamato ciliegiaio.
Cuor d’oro, infatti, provvido e cortese,
offre tra i frutti quello che è più gaio:
la ciliegia e l’amarena rossa e nera,
occhio splendente della primavera.

Anche il mondo dei frutti è alquanto vario
se pensate alle forme ed ai colori;
è un mondo, come il nostro, straordinario,
ma talora è così solo di fuori;
un frutto, per esempio, appare bello e piacente,
ma poi al palato dice poco o niente.

Ma la ciliegia… benedetta sia!
Fresca e succosa, tenera o croccante,
ai bimbi e ai grandi dona l’allegria
e il volto di ogni mensa fa esultante.
Allegre dagli orecchi dei bambini
pendo come accesi cuoricini.

I cieli a maggio sono dolci e chiari
tinti di azzurro rosa e verdolino
già i nuovi tralci piegano i filari
e contento li allaccia il contadino;
ancor s’innesta, o si rincalza il grano,
mentre il fieno fa biondi il monte e il piano.

La spiga sotto il sole già s’indora
chinando il capo un poco insonnolita;
il pollo chiacchierando va a pastura;
la fragola già occhieggia imbaldanzita;
ogni ragazza canta uno stornello:
“Fiorin di maggio, fiore mio, fiorello…”.

A sera il contadino torna all’aia
i somarelli carichi d’avena,
accanto a casa riode la massaia
che intona una canzone a voce piena:
“Oh, figlia mia, tu sei fiore di ruta,
quando il principe passa ti saluta!”.

“Oh, figlia mia, tu sei macchia di rosa,
sei macchia d’albicocco damaschino,
per te il principe piange e non riposa
pensando ai tuoi capelli d’oro fino.
A maggio tu risplendi come un fiore,
dove cammini ci lasci l’odore…”.

Tutta la terra a maggio è dolce pane,
tutta la terra a maggio è dolce fiore,
alla luna crescente abbaia il cane,
in frutto si tramuta ogni sudore…
Maggio mese di gioia e d’allegria,
benedetto tu sempre, e così sia!
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 05/05/2018, 12:36

Seneca

DELLA SAGGEZZA

[..]Epicuro, in una sua lettera, riprova chi afferma che il saggio è pago di se stesso
e perciò non ha bisogno di amici; e tu desideri sapere se ha ragione. Epicuro fa
questo rimprovero a Stilbone e a coloro per i quali il sommo bene consiste nella
completa insensibilità dell’animo. Di necessità si cade nell’equivoco se vogliamo
esprimere il vocabolo greco con una sola parola e traduciamo
aπθεια apàtheia con «impassibilità».
Si potrà infatti intendere il contrario di quello che vogliamo dire. Noi ci riferiamo
a colui che non si lascia turbare dalla sensazione del male; c’è chi, invece, si ri-
ferisce a colui che non può sopportare alcun male. Conviene perciò distinguere,
parlando di un animo invulnerabile oppure di un animo del tutto incapace di
soffrire. Fra noi e loro c’è questa differenza: il saggio, secondo noi, sente ogni
contrarietà, ma la vince; secondo loro, non la sente neppure.
Noi e loro abbiamo in comune la convinzione che il saggio è pago di se stesso;
ma, per quanto basti a se stesso, desidera avere amici, vicini di casa, compagni di
studio. Vedi in che senso egli è pago di sé: talvolta gli basta una sola parte di sé.
Se, ad esempio, a causa di una malattia o di una violenza nemica, ha perduto una
mano, se per qualche disgrazia gli è stato cavato un occhio, o entrambi gli occhi,
quella parte di sé che gli rimane gli basterà, e col corpo indebolito e mutilato sarà
lieto come quando aveva il corpo sano e integro: ma se non rimpiange la perduta
integrità fisica, ciò non significa che preferisce la sua minorazione.
Così il saggio basta a se stesso, non nel senso che vuole vivere senza amici, ma
che lo può. E quando dico «può», voglio intendere che il saggio sopporta sere -
namente la perdita di un amico; ma non sarà mai senza amici, perché è in suo
potere contrarre subito una nuova amicizia. [...]
Il saggio, anche se basta a se stesso, vuole tuttavia avere un amico, se non altro
per esercitare l’amicizia, perché una virtù così bella non sia trascurata. E non al
fine, a cui mira Epicuro in questa stessa lettera, cioè «perché uno abbia chi lo
assista nelle malattie o gli venga in aiuto se è prigioniero o bisognoso», ma, al
contrario, perché uno abbia qualcuno da assistere se è malato, o da riscattare, se
è stato fatto prigioniero dal nemico.
Chi pensa solo a sé e a questo scopo stringe amicizia è in grave errore. Come fu
l’inizio, tale sarà la fine: si è fatto un amico che lo soccorresse nella prigionia, ma
questi lo abbandonerà al primo rumore di catene. Sono queste le amicizie dette
comunemente di circostanza: le amicizie fatte per opportunismo saranno gradite
finché saranno utili. Una folla di amici ti circonda nella buona fortuna; ma, se
cadi in disgrazia, rimani solo, poiché tutti son fuggiti nell’ora della prova. Così
vediamo tanti esempi di uomini scellerati che per paura abbandonano l’amico,
di altri che per paura lo tradiscono. Necessariamente l’amicizia finisce come è
cominciata. Chi ha stretto un rapporto di amicizia per interesse, lo romperà per
lo stesso motivo: farà il suo interesse anche contro l’amicizia, se in essa vede solo
l’aspetto utilitario.
«A qual fine ti fai un amico?» Per avere una persona per cui io possa morire, che io
possa seguire nell’esilio e salvare dalla morte, a prezzo di qualunque sacrificio. In-
vece codesta che tu mi descrivi non è amicizia, ma un affare che mira solo all’utile
da conseguire. Certo qualcosa di simile all’amicizia è nell’amore, che si potrebbe
chiamare una folle amicizia. È mai possibile amare per averne un guadagno, per
ambizione o per la gloria? L’amore,per sua natura, trascurando tutti gli altri interessi
, accende nei cuori una brama di bellezza e, ad un tempo, la speranza di un vicendevole
affetto. Forse che una biasimevole passione può sorgere da un motivo più nobile?
«Ora non si tratta» mi dirai «di vedere se si debba cercare l’amicizia per se stessa.»
Anzi, proprio questo deve essere dimostrato. Se, infatti, bisogna cercare l’amicizia per sé,
senza secondi fini, può tendere ad essa chi basta a se stesso. «E come la cercherà?»
Come la cosa più bella, non per desiderio di ricchezza, né per timore di
mutamenti di fortuna. Toglie all’amicizia ogni dignità chi la ricerca per conseguire
vantaggi materiali.
«Il saggio basta a se stesso.» Ma, o mio Lucilio, i più intendono male quest’espressione
e tengono il saggio lontano da ogni attività, imprigionandolo entro la sua pelle. Bisogna
dunque spiegare il significato e l’estensione di queste parole: il saggio basta a se stesso
per vivere felice, non per vivere. Per vivere, infatti, ha bisogno di molte cose; per la
felicità solo di un animo retto, coraggioso e noncurante della fortuna.
Voglio anche riferirti la distinzione che fa Crisippo. Egli dice che il saggio non
sente la mancanza di nulla, e tuttavia ha bisogno di molte cose, «mentre lo stolto
non ha bisogno di nulla (perché di nulla sa far uso) ma manca di tutto». Il saggio
ha bisogno delle mani, degli occhi e di molte altre cose necessarie alla vita di ogni
giorno, ma di nessuna soffre la mancanza: infatti soffrire la privazione di qual cosa
implica una necessità, mentre per il saggio niente costituisce una necessità assoluta.
Quantunque egli basti a se stesso, ha bisogno di amici, e desidera averne il maggior
numero possibile. Tuttavia non li cerca per vivere felice; anche senza amici, egli è felice.
La felicità, sommo bene, non cerca fuori di sé i mezzi per realizzarsi: è cosa intima, che
sboccia da se stessa. Comincia a essere in balia della fortuna se va a cercare anche una
parte di sé fuori della propria interiorità. «Ma quale sarebbe la vita del saggio se, rimasto
senza amici, venisse gettato in una prigione, o relegato in mezzo a genti straniere, o
trattenuto in una lunga navigazione, o sbalestrato su una spiaggia deserta?» Sarebbe come
la vita di Giove quando, cessando ogni forma di vita e scomparendo gli stessi dèi nella
dissoluzione uni iversale, egli si riposi, di sé solo pago, tutto preso dai suoi pensieri.
Il saggio fa qualcosa di simile: si raccoglie in sé, vive in compagnia di se stesso.
Purché gli sia consentito di regolare le sue cose a suo arbitrio, basta a se stesso e prende
moglie; basta a se stesso e educa dei figli; basta a sé stesso e tuttavia rinunzierebbe alla
vita se fosse costretto a stare isolato da tutti. Nessun motivo d’interesse lo spinge all’amicizia,
ma un impulso naturale; come per altri beni spirituali, anche per l’amicizia sentiamo un’attrazione
istintiva. Come si odia la solitudine e si desidera la compagnia, come l’istinto naturale
avvicina l’uomo all’uomo, così un intimo stimolo ci fa desiderare gli amici.
Tuttavia il saggio, anche se ha un grande affetto per gli amici e li ama come e più
di se stesso, porrà sempre dentro di sé il termine di ogni bene e ripeterà ciò che
disse Stilbone, quello Stilbone che Epicuro rimprovera nella sua lettera. La sua
città natale era stata presa; egli aveva perduto la moglie e i figli. Mentre, solo e
tuttavia felice, usciva fuori dalla città incendiata, gli fu chiesto da Demetrio, che fu
chiamato Poliorcete per le città espugnate, se avesse perduto qualcosa.
«Tutti i miei beni» rispose «sono con me.» Ecco un uomo forte e coraggioso che
vinse il suo stesso vincitore. «Non ho perduto nulla» egli disse, e costrinse l’altro a
dubitare se avesse veramente vinto. «Tutti i miei beni sono con me»: la giustizia, la
virtù, la prudenza e soprattutto il giusto criterio di non considerare mai un bene
ciò che può essere tolto. [...]
Ma non credere che solo noi stoici sappiamo esprimere belle massime: anche
Epicuro, quello stesso che biasima Stilbone, ha fatto un’affermazione analoga: e tu
accettala benignamente, anche se ho già pagato il debito di oggi. Egli dice: «Colui
a cui non sembra già troppo quello che ha, fosse anche padrone del mondo, è un
infelice». O, se preferisci (ma bisogna dare importanza al significato concreto, più
che alle parole): «è misero, anche se è padrone del mondo, chi non è contento
di sé».
E, perché tu sappia che sono concetti comuni, dettati dalla stessa natura, troverai
in un poeta comico queste parole: «Non è felice chi non crede di esserlo». Che
importa quale sia la tua condizione, se a te sembra cattiva? «Ma» mi dirai «se il ricco
perverso si dichiara felice, e così pure colui che è padrone di molti servi, ma
è servo di un numero maggiore di padroni, forse che diventerà felice per la sua
affermazione?» Non ciò che dice importa, ma ciò che sente, e non ciò che sente
occasionalmente, ma sempre. In ogni caso, non c’è da temere che un bene così
grande capiti a chi non ne sia degno: solo il saggio è soddisfatto delle sue cose.
Ogni stoltezza è angustiata dalla nausea di sé. Addio
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 06/05/2018, 17:57

ER DISCORSO DE LA CORONA

Trilussa

C’era una vorta un Re così a la mano
ch’annava sempre a piedi come un omo,
senza fanfare, senza maggiordomo,
senza ajutante…; insomma era un Sovrano
che quanno se mischiava fra la gente
pareva quasi che nun fosse gnente.
A la Reggia era uguale: immagginate
che nun dava mai feste, e certe vorte
ch’era obbrigato a dà’ li pranzi a Corte
je faceva li gnocchi de patate,
perché — pensava — la democrazzia
se basa tutta su l’economia.
— Lei me pare ch’è un Re troppo a la bona:
— je diceva spessissimo er Ministro —
e così nun pô annà, cambi reggistro,
se ricordi che porta la Corona,
e er popolo je passa li bajocchi
perché je dia la porvere nell’occhi. —
Ma lui nun ce badava: era sincero,
diceva pane ar pane e vino ar vino;
scocciato d’esse er primo cittadino
finiva pe’ regnà soprappensiero,
e in certi casi succedeva spesso
che se strillava «abbasso» da lui stesso.
Un giorno che s’apriva er Parlamento
dovette fa’ un discorso, ma nun lesse
la solita filara de promesse
che se ne vanno come fumo ar vento:
— ‘Sta vorta tanto — disse — nun so’ io
se nu’ je la spiattello a modo mio! —
E cominciò: — Signori deputati!
Credo che su per giù sarete tutti
mezzi somari e mezzi farabbutti
come quell’antri che ce so’ già stati,
ma ormai ce séte e basta la parola,
la volontà der popolo è una sola!
Conosco bene le vijaccherie
ch’avete fatto per avé ‘sto posto,
e tutte quel’idee che v’hanno imposto
le banche, le parrocchie e l’osterie…
Ma ormai ce séte, ho detto, e bene o male
rispecchiate er pensiero nazzionale.
Dunque forza a la machina! Er Governo
è pronto a fa’ qualunque umijazzione
purché je date la soddisfazzione
de fallo restà su tutto l’inverno;
poi verrà chi vorrà: tanto er Paese
se ne strafotte e vive su le spese.
Pe’ conto mio nun vojo che un piacere:
che me lassate in pace; in quanto ar resto
fate quer che ve pare: nun protesto,
conosco troppo bene er mi’ mestiere;
io regno e nun governo e co’ ‘sta scusa
fo li decreti e resto a bocca chiusa.
Io servo a inaugurà li monumenti
e a corre su li loghi der disastro;
ma nun me vojo mette ne l’incastro
fra tutti ‘sti partiti intransiggenti:
anzi j’ho detto: Chiacchierate puro,
ché più ve fo parlà più sto sicuro.
Defatti la Repubbrica s’addorme
davanti a li ritratti de Mazzini,
er Socialismo cerca li quatrini,
sconta cambiali e studia le riforme,
e quello de la barca de San Pietro
nun sa se rema avanti o rema addietro. —
A ‘sto punto er Sovrano arzò la testa
e vidde che nun c’era più nessuno
perché li deputati, uno per uno,
èreno usciti in segno de protesta.
— Benone! — disse — Vedo finarmente
un Parlamento onesto e inteliggente!
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 16/05/2018, 22:33

Seneca - De Brevitate Vitae -



La maggior parte dei mortali, o Paolino, si lamenta per l'avarizia della natura, perchè veniamo al mondo per un periodo troppo breve di tempo, perchè questi intervalli di tempo a noi concessi scorrono tanto velocemente, tanto rapidamente, al tal punto che, se si fa eccezione per pochissimi, la vita abbandona gli altri proprio mentre si stanno preparando a vivere. Nè di questo male comune a tutti, come ritengono, non si lamentano solo la massa e il volgo sciocco; questo stato d'animo suscitò le lamentazioni anche di uomini illustri. Da qui quella famosa esclamazione del più grande fra i medici: "La vita è breve, l'arte (della medicina) è lunga"; da qui la controversia, niente affatto conveniente ad un uomo saggio, di Aristotele, che disputa con la natura: "Essa ha concesso agli animali tanto tempo, che vivono cinque o dieci generazioni l'uno, mentre all'uomo, che è nato per tante e tanto grandi imprese, è fissata una fine ben più vicina. Non abbiamo poco tempo, ma ne abbiamo perso molto. Ci è stata data un vita abbastanza lunga e per il compimento di cose grandissime, se venisse spesa tutta bene; ma quando si perde tra il lusso e la trascuratezza, quando non la si spende per nessuna cosa utile, quando infine ci costringe la necessità suprema, ci accorgiamo che è gia passata essa che non capivano che stesse passando. E' così: non abbiamo ricevuto una vita breve, ma l'abbiamo resa (tale), e non siamo poveri di essa ma prodighi. Come ricchezze notevoli e regali, quando sono giunte ad un cattivo padrone, in un attimo si dissipano, ma, sebbene modeste, se sono state consegnate ad un buon amministratore, crescono con l'uso, così la nostra vita dura molto di più per chi la dispone bene.
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 16/05/2018, 22:37

ER BACO DA SETA
Trilussa

Un povero Ragno
parlanno cór Baco
je disse: — Compagno,
sei matto o imbriaco?
Perché, scusa er termine,
sei tanto minchione
da crede a un padrone
che vive sur vermine?
Nun sai che li fiocchi
che fai te li cambia
co' tanti bajocchi?
che mentre tu sudi
magnanno la foja
quer boja guadambia
mijara de scudi?
Bisogna aprì l'occhi
ché ormai la questione
se basa sur detto
«Né Dio, né padrone!»
— Sta' in guardia, fratello!
Sta' in guardia da quello!
— strillò un Bagarozzo
che usciva da un pozzo —
Ché quela carogna
t'imbroja e nun vede
che invece bisogna
ridatte la fede!
Sortanto cór crede
che c'è un Padreterno,
che c'è un Paradiso,
ch'esiste un Inferno,
sortanto co' questo
io credo che presto
ciavremo un governo
più bono e più onesto!
— Va' via! — disse er Ragno —
sennò me te magno!
— Va' via, che te strozzo! —
strillò er Bagarozzo.
Er Baco, scocciato,
ner vede in pericolo
la casa e la seta
ch'aveva filato,
— Qua, — disse — l'affare
comincia a imbrojasse:
è mejo a fa' sciopero,
è mejo a squajasse;
fintanto che sento
che tira 'sto vento,
starò co' la lega
der «chi se ne frega». —
E chiuse bottega.
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 25/05/2018, 9:35

""Dalla Pratica del mondo si ricava una meravigliosa chiarezza per giudicare gli uomini. Siamo tutti gretti e chiusi in noi stessi e non riusciamo a vedere più in là del nostro naso. Domandarono a Socrate di dove fosse. Non rispose " Di Atene " ma " Del mondo ".
Lui, che aveva uno spirito ricco e capace di una visione ampia della vita, abbracciava l'universo come la sua città, estendeva le sue conoscenze, la sua solidarietà e i suoi affetti a tutto il genere umano, non come noi che guardiamo soltanto al nostro ombelico"" .

MICHEL DE MONTAIGNE
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 25/05/2018, 10:51

DANTE ALIGHIERI MODERNISSIMO !

13 novembre 2016 DonneCultura

Riportiamo alcune frasi del grande maestro Dante Alighieri che, anche nel 2014, abbiamo trovato perfettamente moderne; adattissime anche alla nostra epoca e che rispecchiano lo spirito di questo blog/ giornale.

–Libertà va cercando, ch’è si cara come sa chi per lei vita rifiuta.

Dante ci vuole ricordare quanto sia preziosa la libertà, come ben sa chi per la libertà ha dato la vita. [la ricerca della libertà, come della “Verità”, dovrebbe essere il movente di ogni comunicatore e quindi anche di ogni blog].

-O voi ch’avete li ‘ntelletti sani, mirate la dottrina che s’asconde sotto ‘l velame de li versi strani.

Dante ci invita a comprendere anche gli insegnamenti che si trovano nascosti, nei suoi versi. [Dante con la sua saggezza e intelligenza ci suggerisce e insegna; sempre].

–Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!

Una tale verità non ha bisogno di commenti.

-Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza.

Dante ci ricorda che l’uomo, con la sua intelligenza, dovrebbe sempre vivere, non secondo l’istinto brutale, ma secondo le regole della virtù e della conoscenza. [Un consiglio assai poco seguito, visto che l’uomo non è nemmeno riuscito, in tanti millenni di storia, a comprendere che le guerre dovrebbero essere evitate, ricorrendo alla saggezza, al rispetto reciproco e al buon senso].

-Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti.

Dante ci suggerisce di non occuparci di cosa dice la gente, ma di avere la forza di mantenere le proprie idee e convinzioni al di là delle suggestioni delle mode; del pensiero del momento.

-Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Dante riconosce la complessità del sentimento dell’amore e propone questa frase che ha sempre avuto diverse interpretazioni. Forse Dante voleva ricordarci i vertici che la passione-amore può raggiungere, tanto da creare situazioni assai complesse. Francesca deve amore a suo marito, ma nulla può impedire che in lei nasca, malgrado tutto, un sentimento forte verso Paolo. Dante li mette all’inferno, ma non giudica, anzi si fa prendere dalla compassione; dalla misericordia direbbe Papa Francesco.

-Tu proverai sì come sa di sale
La pane altrui e com’è duro cale
Lo scender e il salir per l’altrui scale…

Una frase attualissima, in questo momento storico nel quale molti italiani, e non solo, devono andarsene dal proprio Paese per trovare un lavoro all’altezza o non, delle loro aspettative. In ogni caso l’esilio, anche se volontario, è quasi sempre una sofferenza; ci si ritrova estranei e l’integrazione non è quasi mai facile.
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 26/05/2018, 9:14

CONVERSAZIONE
Tratto da ""Pensieri Scelti"" di Montesquieu

Le conversazioni. Quasi tutti conoscono gli inconvenienti in cui di solito s’incorre durante le conversazioni. Mi limiterò a dire che dobbiamo aver presenti tre cose:
La prima è che parliamo dinanzi a persone che hanno una certa vanità, proprio come noi, e che la loro soffre man mano che si soddisfa la nostra;
La seconda è che ci sono poche verità talmente importanti che valga la pena di mortificare qualcuno e rimproverarlo di non conoscerle;
E, infine, che ogni uomo che s’impadronisce di tutte le conversazioni è uno sciocco, oppure è uno che sarebbe felice di esserlo.

Lo spirito della conversazione è uno spirito particolare che consiste in ragionamenti e vaneggiamenti brevi.

Non posso sopportare le persone che riportano continui trionfi sulla riservatezza degli altri. (Insolenti.)

Oggi l’unico merito è quello di riuscir graditi nelle conversazioni frivole e inutili. A tale scopo il magistrato lascia lo studio delle leggi, e il medico si sentirebbe sminuito da quello della medicina. Si rifugge, quasi fosse un male pernicioso, da ogni studio che possa allontanare dallo scherzo.

Il bon ton nei discorsi e nei modi è (dicevo) il corrispettivo del non avere accento nel parlare.

Nelle conversazioni, non ci si deve sovrapporre di continuo: sarebbero faticose. Bisogna procedere insieme. Anche se non si procede fianco a fianco, né sulla stessa linea, si compie tuttavia lo stesso percorso.

Lo spirito della conversazione è quello che viene definito spirito dai Francesi. Consiste in un dialogo generalmente allegro, in cui ciascuno, senza ascoltarsi troppo, parla e risponde, e in cui tutto è trattato in modo rapsodico, immediato e vivace. Lo stile ed il tono della conversazione s’imparano, ossia s’impara lo stile del dialogo. Ci sono popoli presso i quali lo spirito della conversazione è affatto sconosciuto: sono quelli ove non si vive insieme, o i cui costumi sono basati sulla massima austerità.
Quello che viene definito dai Francesi spirito non è dunque spirito, bensì un suo genere particolare. Lo spirito, in sé, è il buon senso unito alla chiarezza. Il buon senso è il giusto confronto delle cose, e la distinzione delle medesime nel loro stato effettivo e nel loro stato relativo.

Mi adatto alle persone a cui piace far ridere tutti, e che s’incaricano del divertimento generale.

Si scherza su tutto, perché tutto ha il suo rovescio.

In generale, un uomo che non parla non pensa. Mi riferisco a chi non ha motivi per non parlare. Ciascuno è ben contento di esprimere quel che reputa un pensiero valido; gli uomini sono fatti così.

Bisogna lasciare i salotti un attimo prima di rendersi ridicoli. Così si usa in società.
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 03/06/2018, 10:57

dal "DIARIO DI CAMPAGNA DI UNA SIGNORA INGLESE " di Edith Holden

E poi veniva l’allegro Giugno
Di verdi foglie abbigliato come se fosse un suonatore,
Eppure nella sua stagione lavorava tanto, quanto suonava,
Perchè dal ferro del suo aratro balzasse l’umida zolla;
Un granchio cavalcava, un granchio che procedeva
Lento all’indietro, con passi incerti, grotteschi
E sgraziati, come il rematore di una chiatta
Che spinge il remo in direzione opposta alla sua faccia....

SPENCER

"Un cielo senza nubi, un mondo di erica,
Rosso di digitale purpurea, giallo di ginestre
E noi due tra esse, quasi guardando insieme,
Spargendo miele, calpestando profumo.
Sciami di api s'inebriano di trifoglio
Frotte di cavallette schivano tra i nostri piedi,
Stormi di allodole sopra di noi
Recitano la preghiera del mattino
Ringraziando il Signore per una vita così dolce.”

JEAN INGELOW

È una splendida giornata di Giugno, cielo azzurro e sole splendente e lei Edith Holden
sta passeggiando per i sentieri di campagna:

"Gli uccelli cantano ancora mattina e sera, ma non si ode più quel coro nutrito come un mese fa.
Le responsabilità e le cure richieste dalle grandi nidiate di uccellini affamati richiedono troppe attenzioni e troppo tempo agli indaffarati genitori.

È un piacere osservare i Balestrucci quando in mezzo alla strada raccolgono fango per i loro nidi.
Le corte zampe piumate sembrano quasi bianchi calzettoni."

In questa serena giornata tutto sembra sbocciare intorno, e lei rimane stupita nel vedere un'immensa distesa di Digitale in fiore, ed anche la prima rosa selvatica e i rovi sono in fiore.
Il prato è coperto di erba corta e di sterpi lanuginosi e profuma deliziosamente di Timo.
Nella palude poco distante, chinandosi per raccogliere una miosotide palustre, vede arrivare a volo radente una magnifica libellula che si posa sui giunchi per riprendere, poco dopo, il suo volo.

Poi:

" Scende la sera, immobili sono i prati,
Il gorgogliare del ruscello assetato,
Silente tutto il giorno si leva, di nuovo;
Abbandonata è la quasi falciata pianura,
Silenziose le stoppie! Il cigolare dei carri,
Il grido del falciatore, l'abbaiare dei cani.
Tutti albergano nelle fattorie addormentate!
L'affaccendarsi del giorno è finito...
La brezza notturna porta folate di profumi...
Scende la sera, immobili sono i prati." (Mattew Arnold)
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 04/06/2018, 13:11

L'incrocio

Trilussa

Una Cavalla disse a un Somarello:
No, co' te nun ce sto: vattene via.
Io vojo un maschio de la razza mia,
nobbile, arzillo, fumantino e bello.

Pur'io - rispose er Ciuccio - vojo bene
a una certa Somara montagnola
ch'ammalappena dice una parola
me sento bolle er sangue ne le vene.

Ma qui se tratta che a l'allevatore,
che bontà sua cià fatto trovà assieme,
je serveno li muli e nun je preme
se li famo per forza o per amore.

De dietro a l'ideale e ar sentimento
lo sai che c'è? L'industria mulattiera.
Dunque, damoje sotto e bona sera,
chiudemo un occhio e famolo contento.

__________________________

Quanno se dice: Famo de neccessità virtù.........
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda heyoka » 04/06/2018, 13:20

Ma a Roma lo hanno fatto un monumento a Trilussa?
Questa poesia dell' incrocio mi ha fatto suboto pensare a Berluska e a Renzi.
Pare che agli industriali ed ancor piu all' industria della Finanza sarebbe stato molto utile far nascere questo " mulo" politico per inchiappettare i soliti Trotoni.
E sono certo che Trilussa sarebbe stato d' accordo con me.
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda heyoka » 04/06/2018, 14:01

L’ARTISTA DE SINISTRA

Il razzismo, se sa, è brutta robba.
È segno de incivile intolleranza tipica de chi ragiona co’ la panza.

Ma, di certo, ‘na cosa assai più brutta
è l’intellettuale quanno rutta.

Quanno se erge cor dito moralista
e come er Padreterno,
dei buoni e dei cattivi fa la lista.

Filosofo o scrittore, poeta o cantautore, attore o saltimbanco,
è come se la storia s’inchinasse all’astio livoroso e intelligente
de chi se crede sempre er più sapiente.

Spesso nun sa manco de che parla, ma parla per parla’
e per l’impegno preso e coltivato con lo sdegno
de chi è convinto che deve lascià un segno.

L’artista de sinistra in tracotanza,
dall’alto del suo ego trasformato,
diventa un drogato de arroganza.

Lui se convince de esse come un Faro,
invece, spesso, è solo un gran Cazzaro.

                                                    (L’Anarca
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 05/06/2018, 9:10

heyoka ha scritto:Ma a Roma lo hanno fatto un monumento a Trilussa?
Questa poesia dell' incrocio mi ha fatto suboto pensare a Berluska e a Renzi.
Pare che agli industriali ed ancor piu all' industria della Finanza sarebbe stato molto utile far nascere questo " mulo" politico per inchiappettare i soliti Trotoni.
E sono certo che Trilussa sarebbe stato d' accordo con me.


Caro heyoka Roma l'ho vista di corsa molti anni fa, comunque
pare proprio che ci sia il monumento a Trilussa (meritatissimo) secondo questo scritto:

______________
Trilussa, er poeta de Roma
Claudia Coarelli


Con il fortunato anagramma “Trilussa”, creato a sedici anni giocando con le sillabe del suo cognome, il romano Carlo Alberto Camillo Mariano Salustri ha firmato le sue numerose liriche, a partire da “le Stelle de Roma” (1888), madrigali in cui esalta la bellezza delle concittadine, popolane, borghesi ed aristocratiche, una per ciascun rione.

Nei suoi componimenti successivi, con un dialetto romanesco facilmente comprensibile, raffigura gli Italiani borghesi, spesso egoisti, astuti, ipocriti e non il “popolino romano” immortalato dal suo illustre predecessore Giuseppe Gioachino Belli.

Pur essendo molto legato alla città natale, all'interno della sua poesia non delinea il volto di una particolare Roma, come fanno invece gli altri poeti dialettali, quali il citato Belli, Pascarella, Zanazzo e Mario Dell'Arco.

La dimensione cittadina a lui congeniale è quella salottiera, non accademica; più che nei ritrovi degli intellettuali romani, solitamente si può incontrare questo elegante signore alto quasi due metri, vestito con cravatte sgargianti, da “Alfredo alla Chiesa Nuova” o da “Checco er Carettiere”, note osterie storiche romane. Trilussa ama il mondo luccicante della commedia e va spesso a teatro, all'Ambra Jovinelli o all'Argentina.

Il Poeta recita le sue opere in tutta Italia, a Parigi, Berlino, in Svizzera, in Egitto, in Argentina ed ovunque viene apprezzato sia da personaggi influenti, come il critico Ugo Ojetti, l'attore Ettore Pretolini, il Papa Pio XII, che da tante persone non famose, tra le quali i bambini che conoscono a memoria i suoi sonetti. Trilussa vuole rivolgersi ad un pubblico molto vasto ed intuisce le potenzialità dei mezzi di comunicazione di massa, come i giornali e la radio.

Oltre ad essere un poeta dal facile estro, è un uomo dall'animo molto sensibile, un pacifista, che non schernisce la società contemporanea, ma ne evidenzia i vizi e i difetti, vagheggiando un ideale umano al quale vorrebbe che tutti somigliassero. La sua satira rimane sempre apolitica e questo gli permette di mantenere inalterata la propria fama internazionale anche durante il periodo fascista.

Oggi i Romani riconducono il nome di Trilussa alla piazza omonima, situata a Trastevere: eppure, provenendo da ponte Sisto, solamente un attento osservatore può scorgere, alla destra della Fontana dell'Acqua Paola, il cosiddetto “sderenato de Trastevere” (il trasteverino piegato in due). La criticata opera di Lorenzo Ferri, inaugurata nel 1954, lo raffigura mentre recita i suoi versi accompagnandosi con il movimento della bella mano “michelangiolesca”, affacciato da un balcone. Accanto alla sua immagine è riportata una sua poesia, “All'ombra”, che nasconde un'ombra di disprezzo verso le vicende umane.

Ma qual è il legame del Poeta con questo caratteristico rione romano?

Nato il 26 ottobre 1871 in via del Babbuino angolo Via della Croce, solo nel 1899, dopo vari trasferimenti, si stabilisce a Trastevere, dove soggiorna per quasi 10 anni al quarto piano del palazzo di piazza in Piscinula 44, adiacente alla graziosa chiesetta di San Benedetto, caratterizzata dal piccolo campanile romanico che custodisce la più antica campana di Roma.

A partire dal 1917 “Tri”, conosciuto anche per i suoi numerosi disegni, prende in affitto la casa-salone all'interno del Villino Corrodi, uno dei 17 atelier per pittori e scrittori, creati dal pittore svizzero Salomon Corrodi con i figli. Si trova all'angolo tra via Maria Adelaide e via Maria Cristina.
L'edificio, in stile umbertino, è arricchito con volti ed un bassorilievo raffigurante uno studio di pittore, con tavolozze e pennelli.

Nonostante le difficoltà economiche, Trilussa trasforma quel salone, ampio 100 metri quadri ed alto 8 metri, in una “casa romantica, scettica, ironica”, arredandolo con quadri, caricature, fotografie di Puccini, Mascagni, D'Annunzio con dedica, busti in marmo, strumenti musicali, marionette, poltrone, i putti dorati donati da Eduardo de Filippo, tende, animali impagliati, una lunga scala regalatagli da due operai, libri ammonticchiati in terra...

Fino alla sua morte, avvenuta il 21 dicembre 1950, vi abita con la “fedele perpetua” Rosaria
Tomei, detta Rosa, e con il “micio” Pomponio, rappresentante degli animali che Trilussa ama a tal punto da renderli protagonisti “parlanti” di moltissimi sonetti.

Dopo l'ingiusto smantellamento di questo grande bazar, dal 1981 quel poco che ne è rimasto è esposto nel Museo di Roma in Trastevere; ma la magia che rendeva suggestivi ed unici tutti quegli oggetti che rispecchiavano l'anima dell'artista è andata perduta.
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 05/06/2018, 9:13

LA POLITICA
Trilussa

Ner modo de pensà c'è un gran divario:
mi' padre è democratico cristiano,
e, siccome è impiegato ar Vaticano,
tutte le sere recita er rosario;

de tre fratelli, Giggi ch'er più anziano
è socialista rivoluzzionario;
io invece so' monarchico, ar contrario
de Ludovico ch'è repubbricano.

Prima de cena liticamo spesso
pe' via de 'sti principî benedetti:
chi vò qua, chi vò là... Pare un congresso!

Famo l'ira de Dio! Ma appena mamma
ce dice che so' cotti li spaghetti
semo tutti d'accordo ner programma.
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