spigolando, spigolando....

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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 04/08/2018, 9:52

I BUONI PARENTI

I buoni parenti, dica chi dir vuole,
a chi ne può aver, sono i fiorini:
quei son fratelli carnali e ver cugini,
e padre e madre, figlioli e figliole.
Quei son parenti, che nessun sen dole,
bei vestimenti, cavalli e ronzini:
per cui t'inchinan franceschi e latini,
baroni, cavalier, dottor di scuole.
Quei ti fanno star chiaro e pien d'ardire,
e venir fatti tutti i tuoi talenti,
che si pon far nel mondo, nè seguire.
Però non dica l'uomo: "I' ho parenti";
che, s'e' non ha denari, e' può ben dire:
"Io nacqui come fungo a' tuoni e venti!"
Cecco Angiolieri

IL COMMENTO DI CAIOMARIO

I veri parenti per Cecco Angiolieri sono i fiorini (la moneta di Firenze nell'epoca il cui visse l'irriverente senese) ma a condizione che uno può averne. I fiorini cioè i soldi sono i veri parenti di cui non si ha mai motivo di lamentarsi, essi ti procurano comodità di ogni tipo; e davanti ad essi si inchinano tutti: francesi e latini, nobili, cavalieri e dottori. Insomma vale il detto latino che "pecunia non olet" per nessuno.
I soldi -ribadisce Cecco- fanno in modo che tu possa conseguire qualsiasi obiettivo materiale....ovviamente in questo mondo.
Conclude Cecco con un'osservazione caustica e cinica: Però non si deve dire -Io ho parenti- pensando di trovare in loro un appoggio se non si hanno soldi; chi infatti non ha soldi dovrebbe dire:
Io nacqui solo come un fungo esposto alle intemperie".
Ancora una volta Cecco Angiolieri si dimostra beffardo e cinico, con una malizia ed una perfidia rarissima ma....ammirabile!!
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 05/08/2018, 11:19

Gaspare Gozzi - Il gatto e la formica

"O poco cervello! o veramente bestia! - disse un giorno la formichetta al gatto. - Che fai tu pazzo? Vedi un poco me: io non lascio correre il tempo invano. Quando ho preso un granellino di frumento o qualche guscio di fava, vado a riporlo nel mio granaio e, come se non l'avessi, esco fuori a provvedermene d'un altro; e così fo del terzo e poi del quarto senza mai arrestarmi, tanto che fra gli uomini sono mostrata per esempio di cautela e di giudizio. Tu all'incontro, quando hai preso un topolino, in cambio di attendere a far nuova caccia, ti dai ora a miagolare, poi lo lasci correre e lo ripigli, di là con una zampa lo fai balzare dall'altra, e fai mille giuochi o saltellini e pazziuole, sicchè prima di dargli la stretta, perdi qualche ora di tempo.
Ti pare prudenza questa? Bada ai fatti tuoi e non gittar via le ore in frascherie, sciocco e cervellino che tu sei"
"La sciocca e cervellina sei tu; - rispose il gatto. - Quanto è a me, credo di essere maggior filosofo di Aristotele. Credi tu che sia maggior segno di giudizio l'affaticarsi sempre al mondo per avere assai, o sapere in quel poco che si ha trovare la contentezza, e la consolazione triando in lungo qualche tempo senza pensieri?"
Non mi pare che il gatto parlasse male: sicché, se vi pare, ingegnatevi, d'imitarlo da qui avanti, come avete finore imitata la formica"
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 06/08/2018, 9:35

Il ruolo della donna nella società greco-romana:
galleria di ritratti femminili tra mito, letteratura e storia.


1. In principio fu Pandora , colei che è fornita di tutti i doni. Secondo il mito , Zeus,
irato con Prometeo perché aveva rubato il fuoco agli dèi per darlo agli uomini, come
punizione decise di inviare sulla terra una sventura: la prima donna, a cui ogni divinità
aveva fornito un dono. Pandora era quindi dotata di bellezza, grazia, fascino, abilità nei
lavori femminili, ma aveva "anima di cane", carattere ingannevole, menzognera,
ingannatrice, sempre insoddisfatta, polemica e piena di rivendicazioni.
Creata con terra e acqua, Pandora è un prodotto artigianale realizzato da Efesto,
che le dà le sembianze di una casta vergine, e perfezionato da Atena, che le dona la
capacità di sedurre. E così Zeus mise fra gli uomini questo "ambiguo malanno, portando
alla luce del sole le donne" (Eur., Ipp., 616-617).
Benché messo sull’avviso da Prometeo, (colui che pensa prima), il fratello
Epimeteo, (colui che pensa dopo), si lasciò sedurre da Pandora e il gioco fu fatto.
Sposatala nel giro di un giorno, Pandora, ormai sistemata in casa, andò ad aprire la giara
che mai nessuno avrebbe dovuto toccare, disperdendo così tutti i mali che vi erano dentro
e richiudendola solo prima che anche la speranza, che è l’ultima a morire, fuggisse via.

2. Ripercorrere la storia della donna nel mondo classico non è pura curiosità
erudita, ma, poiché passato e presente si illuminano dialetticamente, ci può aiutare a
capire quando e perché l’inferiorità della donna venne codificata e teorizzata.
Molti secoli dovranno passare prima che tale inferiorità come fatto naturale venga
messa in discussione, da quando Aristotele, identificando la donna con la materia
(ricordiamo la nostra Pandora plasmata con terra e acqua) la escluse dal dominio della
"ragione" e la contrappose all'uomo costituito di "spirito".
Il cristianesimo, lungi dal migliorare la situazione, demonizzò la donna, simbolo
della tentazione e del peccato. Non a caso fu sempre una donna, Eva, la causa del
peccato originale.

3. Nella tradizione letteraria greca emblematica per comprendere la condizione
femminile è l’Orestea di Eschilo: infatti nelle Eumenidi (vv. 658-666) Apollo afferma
chiaramente che il corpo femminile non è la fonte della vita, ma piuttosto un ricettacolo, un
recipiente temporaneo che accoglie il bambino; quando Oreste viene assolto per aver
ucciso la madre Clitemnestra, (colpevole di aver ucciso il marito per punirlo dell’assassinio
della figlia Ifigenia), ciò che implicitamente Eschilo asserisce è il ruolo subalterno della
donna nella riproduzione.
Il corpo femminile è visto esclusivamente come incubatrice del bimbo, mentre il
“proprietario” dei figli, colui che li crea, è solo il padre, la madre è estranea ad un estraneo.
In quest’ottica si può comprendere anche la scelta di Medea di uccidere i propri figli: essi
sono un bene di Giasone, appartengono a lui, non alla madre: privare un padre della
propria discendenza era nell’Atene del V secolo a.C. il modo più atroce per vendicarsi del
tradimento subito.

4 . Singolare può sembrare il trattamento che veniva riservato a chi si macchiava di adulterio: mentre l’adultero poteva essere ucciso, se colto in flagrante, -una sorta di nostro delitto d’onore-
la donna era esposta a sanzioni diverse, sempre però nell’ottica della sua
inferiorità: in sostanza, non essendo in grado di avere una volontà propria, la donna non
aveva parte attiva nel tradimento ed era, tutto sommato, irresponsabile.
Così è infatti per la moglie di Eufileto che, pur partecipando attivamente
all’adulterio nel pianificare degli stratagemmi intelligentissimi per ricevere l’amante in casa,
non trova voce nell’orazione in quanto non possiede personalità giuridica. Certo dalla
vicenda uscì distrutta, ripudiata dal marito non poteva frequentare i luoghi sacri ed era
esclusa dalla partecipazione ai culti della città. Ebbene, di questa donna, l’orazione in
difesa del marito, reo di aver ucciso l’amante della moglie in flagranza di reato, non ci
tramanda neppure il nome.

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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 06/08/2018, 10:28

Il ruolo della donna nella società greco-romana:
galleria di ritratti femminili tra mito, letteratura e storia.

SEGUE....

[..]5. Il primo documento che descrive le condizioni della donna è costituito dai poemi omerici che trasmettono la cultura della Grecia delle origini nella loro globalità. In primo luogo viene da chiedersi come mai, in un mondo che riflette chiaramente un solido sistema di valori maschili, la donna assuma un ruolo di non poco rilievo. La risposta non è purtroppo lusinghiera: considerate alla stregua di un oggetto, il suo possesso conferisce un prestigio direttamente proporzionale all’oggetto stesso e avere Elena al proprio fianco, la donna più bella del mondo, figlia di Zeus, regina di Sparta, non è come avere in moglie una donna ordinaria e normale. La donna era considerata esclusivamente un fatto patrimoniale.

Questo è il motivo per cui Elena, dopo la fuga a Troia con il suo amante Paride, per cui si combatté secondo il mito la decennale guerra di Troia, venne reintegrata perfettamente nel suo ruolo di sposa legittima e regina di Sparta: non avrebbe avuto senso, infatti, per Menelao perdere la prova vivente del suo trionfo.
Anche la proverbiale fedeltà coniugale della cugina Penelope per lo sposo
Odisseo potrebbe avere risvolti di natura patrimoniale: finché non avesse abbandonato la casa di Odisseo rimaneva la depositaria non solo dei beni
ma anche della funzione regale dello sposo; e proprio tale funzione fa sì che ben 108 pretendenti aspirassero alla sua mano, a meno che non si voglia pensare ad un innamora mento di massa per la bellissima regina. Ma, benché Penelope venga ricordata per la sua fedeltà, a ben leggere i versi di Omero ella è desiderosa di riprendere marito e decide di organizzare la gara dell’arco per scegliere il nuovo sposo proprio nel momento in cui le giunge la notizia certa che Odisseo sta per tornare. A più riprese e da diverse persone viene anche avanzato il dubbio sulla
paternità di Telemaco, figlio di Penelope e Odisseo: come sempre
mater certa, pater incertus. Lo stesso Telemaco ha delle perplessità e, interrogato a tal proposito, risponde di non saperlo con certezza.

La figura di Penelope è forse tra le più contraddittorie e risente maggiormente di quella funzione educativa affidata ai poemi: a lei spettò il compito di riassumere tutte le virtù che doveva possedere una donna in un mondo in cui la donna era vista con profonda diffidenza. Anche il suo nome si presta a diverse interpretazioni, se da un lato potrebbe ricollegarsi al nome il termine filo della trama unito al verbo strappare (richiamando lo
stratagemma della tela), altrettanto intrigante è l’ipotesi che lo ricollega a
Penelops, un’anitra selvatica caratterizzata dalla fedeltà monogamica per il compagno.
La distinzione fra la condizione femminile e quella maschile nell'antica Grecia era dovuta all’organizzazione sociale della polis, dove esisteva una figura femminile "relegata" esclusivamente al semplice ruolo riproduttivo.
Tuttavia questo stesso ruolo era diverso fra le popolazioni greche doriche e ioniche, perché diversa era l'organizzazione interna delle rispettive
Poleis.

6.
Nell’Atene classica ciò che importava era assicurare la continuità dell
a famiglia all’interno della città; la donna, dunque, aveva una collocazione sociale in base al rapporto stabile od occasionale con un uomo: esisteva la moglie (damaro gynè), per garantire la discendenza di figli legittimi: promessa sposa quando era bambina, si sposava sui 14 anni, non aveva diritti, non partecipava alla vita sociale maschile, viveva reclusa nel gineceo. C’era poi la concubina (pallakè), spesso straniera, aveva i doveri della moglie e i suoi figli avevano diritto alla successione ereditaria. L’etèra, una sorta di accompagnatrice per le occasioni sociali, era colta, conosceva la musica, il canto e la danza, accompagnava l'uomo nella vita sociale, dove non poteva recarsi la moglie o la concubina, era a pagamento.

7.A Sparta ciò che contava invece era lo Stato e non la famiglia e tutti, donne comprese, dovevano concorrere a renderlo forte e stabile . In quest’ottica le donne dell'antica Sparta vantavano, rispetto alle Ateniesi,
una libertà maggiore: venivano educate fuori casa fino ai 16 anni, svolgevano attività fisica e frequentavano le palestre perché si riteneva che così potessero generare figli più forti per lo Stato. Ciò dava loro una relativa libertà e una qualche autorità: celebre, e per la nostra sensibilità forse incomprensibile, è la frase con cui salutavano i figli o gli sposi in parte nza per la guerra: “o con lo scudo (cioè vittoriosi), o sullo scudo (cioè caduti per difendere la patria)”. Anche il rito nuziale lascia poco spazio al romanticismo: alla giovane sposa venivano rasati completamente i capelli, le si facevano indossare una veste e calzari maschili, la si lasciava oricata su di un pagliericcio sola e al buio. Lo sposo, dopo aver cenato con i Compagni, la prendeva tra le braccia, la conduceva a letto e, dopo aver
trascorso con lei il tempo necessario ad assolvere i doveri coniugali, si ritirava compostamente.

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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 06/08/2018, 18:00

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Il ruolo della donna nella società greco-romana:
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8. Per quanto riguarda la donna romana , a paragone di quella ateniese, potremmo
affermare che ella gode di una condizione e di uno statuto più favorevoli, ma certo, almeno
in alcuni periodi, la sua situazione non è stata invidiabile.
Quando non veniva esposta subito alla nascita e destinata così a morte certa, la
fanciulla romana era destinata ad un matrimonio precocissimo e passava dalla potestà del
padre a quella altrettanto opprimente e severa del marito.
E quando si parla di potestà si vuole dire che chi la esercita ha sui sottoposti diritto di vita e di morte.
Per comprendere maggiormente il modo in cui era concepita la condizione
femminile, utile è un richiamo all’onomastica romana per vedere come, anche in questo
ambito, il nome dato alle fanciulle indichi, in qualche modo, la loro condizione di
subalternità rispetto all’uomo.
L’uomo aveva tre nomi:praenomen, cioè il nome proprio (Gaio, Lucio, Publio. Marco, Aulo, Tiberio); il nomen, indicativo della gens di appartenenza (Iulius, Claudius, Terentius, Valerius); il cognomen, indicante il gruppo familiare (Caesar, Catullus, Afro, Cicero): qualche esempio: Lucio Sergio Catilina; Gaio Giulio Cesare; Marco Tullio Cicerone; Gaio Sallustio Crispo; Publio Cornelio Scipione.
Per la donna, invece le cose stanno diversamente: trascorsi i primi otto giorni dalla nascita, la bambina viene purificata con acqua, nel cerimoniale della lustratio. Parenti e amici di famiglia portano doni e alla bambina viene dato un nome, il suo vero praenomen, che viene però gelosamente tenuto segreto e custodito nell’intimità familiare. Poiché tuttavia è necessario individuare la donna anche al di fuori dell’ambiente domestico, quel nome viene sostituito per i terzi da un cognomen, quello della gens paterna con le sole aggiunte utili a distinguere la neonata dalle sorelle, secondo l’ordine di nascita (Maxima, Maior, Minor oppure Prima, Secunda,
Tertia) o secondo l’aspetto (Rutilia, Murrula, Burra).
E’ così che mentre un uomo, come Marco Tullio Cicerone, possiede tre nomi, sua figlia si chiama solo Tullia. Più tardi nella cerimonia nuziale, alla rituale domanda “Qual è il tuo nome?” rivolta alla donna dallo sposo nel momento del l’entrata ufficiale di lei nella casa del marito, la sposa risponderà di chiamarsi con lo stesso nomen di lui e al precedente
cognomen gentilizio paterno subentrerà, o si aggiungerà, quello dello sposo. La risposta
suona in questo modo: Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia. Così, ad esempio, la catulliana Clodia, diventerà
Clodia Metelli, la donna di Quinto Metello Celere. E per la seconda volta nella sua vita la donna continuerà a tacere al pubblico il suo vero nome, che non verrà rivelato talora neppure nella sua epigrafe funeraria.
Negandole anche il nome, la donna non era e non doveva essere un individuo, ma solo frazione passiva e anonima di un gruppo familiare. .
Tra i vari divieti a cui era sottoposta la donna uno mi pare particolarmente singolare: il divieto di bere vino e, per essere sicuri che la donna non bevesse di nascosto, i parenti più stretti potevano esercitare lo ius osculi, ossia il diritto di bacio. Ma questo perché? Fermo restando che non abbiamo una risposta certa, è probabile che il bere vino fosse assimilato dai romani all’adulterio: dal momento che si riteneva che il vino contenesse un principio vitale, la donna che beveva immetteva nel proprio corpo un principio di vita estraneo; ci sarebbe anche un’altra possibilità: poiché il vino, nel mondo antico, era considerato mezzo per raggiungere la divinità, la donna era esclusa da questa comunanza e, pertanto, non poteva bere vino.
Certo a Roma la donna non era segregata in casa come nell’antica Grecia: dopo le
nozze poteva uscire, assistere agli spettacoli del circo e del teatro, partecipare ai banchetti
accanto all’uomo per allontanarsene, però, al momento della commissatio, quando la cena
diveniva eccessivamente animata.
Probabilmente lo stupore che dovevano provare i Greci osservando la condizione della donna romana, che poteva accompagnare il marito ai banchetti, era il medesimo che provavano i romani considerando la condizione della donna etrusca: ella godeva di una notevole libertà di movimento e di un certo prestigio, non più analfabeta ma colta, curava il proprio corpo, partecipava ai banchetti insieme agli uomini, beveva vino e, soprattutto, allevava i figli senza preoccuparsi di sapere chi ne fosse il padre.

La matrona romana del mos maiorum era dedita ai lavori della tessitura e della filatura (lanifica), casta, devota ai vincoli familiari, disposta a vivere dentro le mura domestiche (domiseda), onesta, obbediente, silenziosa, operosa e legata per tutta la vita ad un solo uomo (univira) anche se vedova. Proverbiale divenne un’epigrafe funeraria in cui è scritto: “Casta fuit, domum ervavit, lanam fecit”.
Interessante mi pare ricordare come la parola “donna” si connetta strettamente al latino
domina, ad indicare come la donna, nel mondo romano, fosse la domina, cioè la padrona incontrastata nella domus, ossia nella casa.

Altro fatto che colpisce è che nella fase più antica, nonostante la loro
condizione di subalternità, siano dei fatti legati proprio alle donne a determinare forti
cambiamenti: il primo, quello relativo a Rea Silvia, oltraggiata da Marte, giustifica l’origine
divina della stirpe romana (dalla violenza nacquero Romolo e Remo); l’altro, relativo a
Lucrezia, offesa dal figlio di Tarquinio il Superbo, segna il passaggio dalla monarchia alla repubblica.
A ripescare nei meandri della memoria viene in mente anche l’episodio di Veturia, madre di Coriolano che, durante la guerra contro i Volsci, accusato di tradimento, passò dalla parte del nemico e marciò contro Roma. La madre, a capo di una ambasceria di donne, si recò col proposito di dissuaderlo. Fuori di sé dalla gioia, Coriolano si lanciò incontro alla madre per abbracciarla, ma questa, allontanandolo da sé, severamente gli disse: "Prima che tu mi abbracci dimmi se io sono venuta a visitare il figliuolo o il nemico, se io nel tuo campo sono prigioniera e serva oppure madre”. Commosso, Coriolano ordinò che si levasse il campo.
Questi episodi non possono certamente cambiare il nostro punto di vista sulla condizione della donna romana in epoca arcaica, pur tuttavia ci obbligano a riflettere sul fatto che i Romani si sentirono di assegnare proprio a due donne l’apice di momenti di transizione epocali per la loro storia.
Le generalizzazioni sono però pericolose e fuorvianti; col passare dei tempi questo modo di vivere mutò, sino ad arrivare alla dissolutezza di alcune donne quali Messalina.
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 06/08/2018, 18:58

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[..]9. Molto diversa fu la Clodia di Catullo, forse fu davvero una donna dappoco o forse era solo una donna libera in una società conservatrice e tradizionalista, autonoma nelle scelte, libera e indipendente nei sentimenti, tanto da scegliere lei i propri amanti. Certo
non la possiamo dimenticare perché i versi di Catullo sono tra i più belli della letteratura di tutti i tempi.
Sicuramente molto cambia dall’epoca repubblicana all’epoca imperiale, quando già lo stesso Augusto fu costretto ad emanare leggi severe contro l’adulterio per tentare di arginare il fenomeno (lex Iulia de adulteriis coercendis del 18 a C.).

10.
La prima a venire colpita fu proprio sua figlia Giulia, alla quale, a onor del vero, il padre fece sposare tutta una serie di uomini per questioni di opportunità politica. Diede prima in moglie Giulia a Marcello, figlio di sua sorella (14 anni lei, 16 lui!); morto a vent’anni Marcello, Augusto diede in sposa la figlia ad Agrippa, allora sposato con una delle due Marcelle, figlie della stessa sorella Ottavia e da cui ebbe “solo” cinque figli. Infine le fece sposare Tiberio, figlio della seconda moglie di Augusto, Livia Drusilla, e già sposato con Vipsania Agrippa, figlia di Agrippa, già marito di Giulia e di Marcella. Dei tre matrimoni imposti a Giulia questo fu il più difficile per il reciproco disprezzo provato da entrambi. Numerosissimi furono gli amanti di Giulia e la sua condotta arrivò ad infangare a tal punto la casa di Augusto, che egli fu costretto a prendere provvedimenti severissimi.
In un primo momento la relegò nell’isola di Pandataria (oggi Ventotene), le proibì ogni raffinatezza e non consentì che venisse avvicinata da nessun uomo, né libero né schiavo. Dopo cinque anni la fece trasferire in Calabria a Reggio, mitigò un poco le sue
condizioni di vita ma non la perdonò mai.
Eppure Augusto non fornì alla figlia esempi edificanti di castigati costumi: sposò prima Claudia, poi Scribonia da cui ebbe Giulia ed, infine, Livia Drusilla, già sposa dello zio materno, Tiberio Claudio Nerone, da cui ebbe Tiberio
.

11.Tra le tante donne della storia romana una in particolare ha sempre colpito la
mia immaginazione per il modo in cui Dante ce la propone nel primo canto del Purgatorio
attraverso le parole di Catone: “Marzia piacque tanto a li occhi miei/ mentre ch’i’ fu’ di là –
diss’elli allora/ -che quante grazie volse da me, fei” Ma chi è Marzia? Marzia è la moglie
che incarna il ruolo della perfetta obbedienza: moglie di Catone, quando l’oratore Ortensio
ormai vecchio e solo, chiese all’amico di cedergli la moglie per averne dei figli, ella accettò
senza protestare la decisione del marito. Secondo alcuni Marzia divorziò da Catone e
sposò Ortensio, secondo altri gli fu più semplicemente prestata; alla morte di Ortensio
tornò dal marito.

12.
Didone . Primogenita del re di Tiro, Elissa/Didone era sposa di Sicheo. La sua successione al trono fu contrastata dal fratello, Pigmalione, che ne uccise il marito e si insediò sul trono. Probabilmente con lo scopo di evitare la guerra civile, Didone lasciò Tiro con un largo seguito e cominciò una lunga peregrinazione, per approdare, infine, sulle coste libiche intorno all'814 a.C., dove ottenne dal re Iarba il permesso di stabilirvisi, prendendo tanto terreno "quanto ne poteva contenere una pelle di toro". Didone scelse una penisola, tagliò la pelle di toro in tante striscioline e le mise in fila, in modo da delimitare quello che sarebbe stato il futuro territorio della città di Cartagine. Corteggiata da molti sovrani africani, per resistere alle insistenti profferte di Iarba e non venire meno alla fedeltà nei confronti del marito defunto, la regina si suicida e, secondo lo storico Giustino, diviene pertanto una delle divinità del pantheon cartaginese.
Il poema di Virgilio, l’Eneide, celebrativo dell'impero di Ottaviano Augusto e della conseguente grandezza di Roma, opera in senso divergente rispetto alla leggenda.
Caduta vittima di un amore irresistibile per Enea, che alla ricerca di una terra in cui stabilirsi dopo la guerra di Troia viene sbalzato dalle correnti a Cartagine, prima tenta di resistere, ma, incoraggiata a cedere al sentimento dalla sorella, si abbandona all’eroe troiano, il quale, destinato dal fato alla fondazione di Roma, la abbandonerà e a Didone non rimarrà che il suicidio. Le maledizioni della regina verso Enea costituiranno, nell’immaginario dei romani, la causa prima delle guerre puniche, come Elena lo fu per la guerra di Troia; ma, anche in questo caso, le motivazioni riguardano il controllo dei commerci via mare, il Mare nostrum, il Mediterraneo.
13.
Tante sarebbero le riflessioni da fare, come per esempio la leggenda di Enea si connetta alle origini di Roma, ma questo è un altro discorso. Qui ci interessa vedere come, ancora una volta, vi sia una donna in un momento cruciale della storia di Roma, questo ambiguo malanno di cui però, evidentemente, non si può fare a meno, da quando Pandora affascinò Epimeteo.
FINE
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 10/08/2018, 8:00

Er grillo zoppo

Ormai me reggo su ‘na cianca sola.
- diceva un Grillo – Quella che me manca
m’arimase attaccata a la cappiola.
Quanno m’accorsi d’esse priggioniero
col laccio ar piede, in mano a un regazzino,
nun c’ebbi che un pensiero:
de rivolà in giardino.
Er dolore fu granne… ma la stilla
de sangue che sortì da la ferita
brillò ner sole come una favilla.
E forse un giorno Iddio benedirà
ogni goccia de sangue ch’è servita
pe’ scrive la parola Libbertà!-

TRILUSSA
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 10/08/2018, 8:19

LE PIETRE DELLA VITA

Un esperto in time management, tenendo un seminario ad un gruppo di studenti, usò un’illustrazione che rimase per sempre impressa nelle loro menti.
Per colpire nel segno il suo uditorio di menti eccellenti, propose un quiz, poggiando sulla cattedra di fronte a se’ un barattolo di vetro, di quelli solitamente usati per la conserva di pomodoro.
Chinatosi sotto la cattedra, tiro’ fuori una decina di pietre, di forma irregolare, grandi circa un pugno, e con attenzione, una alla volta, le infilo’ nel barattolo. Quando il barattolo fu riempito completamente e nessun’altra pietra poteva essere aggiunta, chiese alla classe:
– “Il barattolo e pieno?”.
– Tutti risposero di si’.
– “Davvero?”.
Si chino’ di nuovo sotto il tavolo e tiro’ fuori un secchiello di ghiaia.
Verso’ la ghiaia agitando leggermente il barattolo, di modo che i sassolini scivolassero negli spazi tra le pietre.
Chiese di nuovo,
– “Adesso il barattolo e’ pieno?”.
A questo punto, la classe aveva capito.
– “Probabilmente no” rispose uno.
– “Bene” replico’ l’insegnante.
Si chino’ sotto il tavolo e prese un secchiello di sabbia, la verso’ nel barattolo, riempiendo tutto lo spazio rimasto libero.
Di nuovo,
– “Il barattolo e’ pieno?”.
– “No!” rispose in coro la classe.
– “Bene!” riprese l’insegnante.
Tirata fuori una brocca d’acqua, la verso’ nel barattolo riempiendolo fino
all’orlo.
– “Qual e’ la morale della storia?”, chiese a questo punto.
Una mano si levo’ all’istante
“La morale e’: non importa quanto fitta di impegni sia la tua agenda, se lavori sodo ci sarà sempre un buco per aggiungere qualcos’altro!”.
– “No, il punto non e’ questo”.
“La verità che questa illustrazione ci insegna e’: se non metti dentro prima le pietre, non ce le metterai mai.”
Quali sono le “pietre” della tua vita?
I tuoi figli, i tuoi cari, il tuo grado di istruzione, i tuoi sogni, una giusta causa. Insegnare o investire nelle vite di altri, fare altre cose che ami, avere tempo per te stesso, la tua salute, la persona della tua vita.
Ricorda di mettere queste “pietre” prima, altrimenti non entreranno mai.
Se ti esaurisci per le piccole cose (la ghiaia, la sabbia), allora riempirai la tua vita con cose minori di cui ti preoccuperai non dando mai veramente “quality time” alle cose grandi e importanti (le pietre).
Questa sera, o domani mattina, quando rifletterai su questa storiella, chiediti:
“Quali sono le ‘pietre’ nella mia vita?” Metti nel barattolo prima quelle.
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 11/08/2018, 8:45

I BARBARI
CHI ERANO, DA DOVE VENIVANO


Di questi popoli sappiamo molto poco. Unica fonte Tacito. Con le sue ricerche e "interviste" ai romani che tornavano da quei territori, era venuto a conoscenza (e credeva) che i cosiddetti BARBARI discendevano da tre ceppi ben precisi nonostante quelle incontrate dalle legioni fossero circa 40 tribù diverse (ma altri fonti recenti affermano che erano circa un centinaio). Forse con il nome GERMANI si chiamava una tribù; ed essendo stati i primi a venire a contatto con i romani, questi da allora chiamarono tutte le varie tribù che incontravano "germani".
Questi popoli venivano considerati come una cosa sola, come una nazione, mentre avevano nemmeno un'idea che cosa fosse una nazione e una comunanza nazionale.
C'erano tra di loro solo leggende tramandate per via orali non essendoci ancora una scrittura. Progenitore comune era «il Dio nato dalla terra»; da suo figlio Mannus derivarono i tre rami principali delle 3 stirpi principali; gli Ingevoni (quello che darà vita al gruppo friso-sassone), gli Istevoni (darà vita al gruppo franco) e gli Erminoni, cioè gli abitanti del centro del territorio (della Germania odierna) fino al Danubio.

Un ceppo, gli Ingevonis e Istevoni provenivano dall' oceanus Germanicus (così chiamato dai romani allora il mare del Nord). Un altro ceppo dal Suevicum (Baltico). Il terzo dal "Cimbrico Jutland (Danimarca), con gli Erminoni stanziati sull'Elba.

Stiamo parlando - citando Tacito - del primo secolo dopo Cristo, mentre qui - con le ultime conoscenze - vogliamo andare molto più indietro 700-500 a.C. li troviamo tutti amalgamati, quasi un unico popolo, ma meglio dire tante tante TRIBU' con alcune analogie negli usi e i costumi, e le loro arcaiche istituzioni. Queste erano molto differenziate, ecco perché non è ancora il momento di chiamarli Germani, Danesi, Svedesi, e meno ancora Franchi. Cioè fin quando la loro divisione diventerà quasi netta, chi dopo circa 3-4 secoli a.C., e chi dopo altrettanti 3-4 secoli d.C., quando inizieranno a scendere a sud, prima per fare razzie, poi per stabilirsi in vari territori, Italia compresa (vedi i LONGOBARDI > >

PERCHE' BARBARI

II termine " barbaro" deriva da un vocabolo greco che significa « balbettante ». Barbaro per i Greci era, senza un senso particolarmente dispregiativo, chi non parlava speditamente il greco: significava solo essere estraneo alla civiltà greca.
Quando si parla di barbari o di età barbarica in senso storico ci si riferisce invece a un particolare momento della storia europea, precisamente al periodo di transizione tra la civiltà romana e quella medioevale in cui si formano i nuclei delle nazioni europee.
All'inizio di questo primo periodo, con i terribili scontri con i Romani piuttosto combattivi, primitivi, rozzi e spietati, cominciò a diventare un sinonimo, un vocabolo equivalente, quindi in senso spregiativo.

CHI ERANO I BARBARI

I barbari non compaiono improvvisamente nel IV-V. secolo dopo Cristo, al momento delle imponenti migrazioni di popoli. Le uniche notizie che di essi abbiamo provengono da testimonianze latine e perciò ci è molto difficile ricostruire una loro storia indipendentemente dai rapporti che ebbero con i Romani. Non possiamo dire quando e come si stanziarono nelle varie zone dell'Europa Nord-orientale, ne come si articolò la loro storia; non ebbero infatti mai una tradizione scritta; solo i Goti conobbero e usarono più tardi una rudimentale forma di scrittura a caratteri runici.
Roma con le sue conquiste aveva conferito i caratteri della civiltà romana a buona parte d'Europa. I popoli indigeni si erano adattati all' organizzazione sociale e politica romana; gli abitanti delle province erano piu o meno profondamente romanizzati; non si potevano piu comunque definire barbari.
Barbari erano dunque quei popoli indoeuropei che vivevano nella zona della Europa centro-settentrionale, Germania, e gli Slavi dell'Europa orientale.

COSTUMI E VITA DELLA
GRANDE FAMIGLIA BARBARICA

Le prime informazioni sulla vita dei Barbari ci vengono da autori romani: Cesare e Tacito. Il quadro che ci appare dalla loro lettura a molto vivo. La loro società era veramente I'antitesi della società romana. Vivevano nomadi, in uno stato di libertà assoluta; non c'era nessuna forma di regolare attività economica che legasse il popolo alla terra e creasse delle differenze di ricchezza ereditarie.
La guerra per lo più o forme embrionali di allevamento e agricoltura davano il necessario per sopravvivere. I costumi erano primitivi; le loro esigenze limitate alle cose indispensabili. Non c'era un ordinamento legislativo; il loro senso della giustizia e dell'onore, sviluppato in massimo grado, si concretizzava in uno sbrigativo sistema di vendette personali.
Obbligo di famiglia era la vendetta dei torti ricevuti (faida). Ognuno era libero di regolare la difesa dei propri diritti nel modo che riteneva più adatto. Alla base di tutto ciò c'erano però tradizioni di "onore" implacabili, come quasi sempre si può ritrovare presso i popoli primitivi.
Spesso si applicava una forma di giustizia "pubblica" che consisteva nella ordalia, cioe nel giudizio di Dio. La prova dell'innocenza tra i sospettati responsabili di un misfatto si lasciava al « giudizio di Dio » sottoponendo gli accusati a prove veramente impensabili per la nostra mentalità.
Per provare la propria innocenza dovevano, per esempio, attraversare incolumi delle fiamme, o riuscire a spegnere con la saliva una lama rovente che veniva loro posta sulla lingua.
Più tardi, venuti a contatto con i Romani, i loro costumi si addolcirono alquanto; si ammise la possibilità di risolvere con compensi in denaro (guidrigildo) le ostilità per evitare eccessivi spargimenti di sangue. Ma quando questo si verificò si era già iniziato quel lento processo di reciproca infiltrazione tra Barbari e Romani che segnerà la fine definitiva del mondo « classico » e l'inizio del mondo "moderno".

IL POTERE POLITICO

II principio fondamentale della società barbara è Ia forza. L'uomo libero diventa maggiorenne in una cerimonia in cui l'assemblea degli armati gli consegna, autorizzandolo ufficialmente a combattere, le armi che consistono in giganteschi scudi coperti di cuoio, in lunghe lance, pesanti archi e spadoni. L'uomo libero entra così nell'esercito, che coincide con l'assemblea di tutti gli uomini della tribe detentori di diritti. L'assemblea degli armati è depositaria della sovranità, ma le sue funzioni non vanno oltre la decisione della pace a della guerra e la punizione dei reati contro gli dei e la collettività.
Al vertice dell'ordinamento sociale c'e però un gruppo di liberi che si distingue dagli altri: gli Adalingi. Appartengono a famiglie antichissime cui si attribuiscono origini divine; esse infatti detengono per tradizione cariche sacerdotali o civili. Tra questa piccola aristocrazia emerge spesso qualche uomo per il suo valore in guerra, l'unico metro di valutazione. Questo uomo diventa un « capo », Herzog, una carica che entrerà poi nella storia medioevale come quella di "Conte" o "Duca". In caso di guerra, l'assemblea lo elegge re; ma si tratta di una carica con la quale gli viene conferita un'autorità più morale che politica. Nelle assemblee, radunate in caso di pericolo, si decideva a maggioranza.

LA FAMIGLIA E LA RELIGIONE

I barbari germanici nutrivano un profondo sentimento della famiglia. Le infedeltà coniugali erano punite molto severamente. La famiglia era il nucleo fondamentale del loro ordinamento sociale e politico. Le varie famiglie erano tra loro legate da certi vincoli di parentela per cui più famiglie formavano una Sippe.
Piu Sippe formavano un Gau, o tribù, le quali unite ad altre tribù formavano un popolo i cui legami maggiori erano Ie stesse tradizioni civili e religiose.
La religione germanica era molto semplice e di carattere naturalistico, come spesso accade ai popoli nomadi abituati a osservare e temere i misteriosi fenomeni naturali. I loro dei si identificavano con Ie forze della natura e potevano perciò essere buoni o cattivi. C'era Thor, dio del cielo, dal quale scagliava il proprio martello, il fulmine; Freia, materna e mite, che rappresentava la Terra; Baldui, il Sole; Loki, il fuoco utile e malefico. C'era anche un dio supremo: Odino, dio della guerra, che guidava i guerrieri nel combattimento e accoglieva i caduti nella rocca celeste, il Walhalla.

I BARBARI NELL' ESERCITO ROMANO

Gli storici hanno discusso per secoli sulle cause della decadenza e della fine della civiltà romana. Da tempo, nessuno sostiene più la tesi semplicistica secondo cui I'Impero romano sarebbe caduto improvvisamente sotto l'irrompere di orde selvagge e distruttrici. Molti hanno detto che l'Impero romano era già morto di morte naturale e che i barbari germanici avrebbero gettato con le loro forze nuove e i loro sani costumi le basi di tutta la civiltà europea moderna.
Tra queste tesi estreme ci sono naturalmente molte vie intermedie. Se i barbari poterono subentrare ai Romani fu perche già all'interno dell'Impero c'era una crisi gravissima, che investiva i principali settori della vita politica. Da tempo era iniziato l'infiltramento di barbari nell'esercito e nella burocrazia romana.
I soldati germani erano temerari e irruenti; non sempre erano in grado di inserirsi nell'ordinato schieramento dell'esercito romano, ma erano pur sempre gli unici mercenari disponibili. Così verso il IV secolo d.C. cominciarono a trovarsi dei barbari a capo di eserciti.
Durante i lunghi periodi di anarchia militare che caratterizzarono la storia romana dal III secolo in poi. gruppi sempre più numerosi di popoli germanici si stanziarono come alleati, ospiti più o meno desiderati, in territori romani, Qui abbandonando la loro solita vita nomade, cominciarono ad assorbire la civiltà romana e a influire a loro volta su di essa.
(Ricordiamo che nei vari castri romani, sono poi sorte le grandi città del centro e nord Europa)
Perciò, all'epoca delle invasioni, i Romani non si trovarono di fronte a popoli sconosciuti e terrificanti; Romani e barbari si erano già conosciuti da tempo e grazie a questi contatti molto frequenti si erano già reciprocamente modificati.

I BARBARI E LA NASCITA
DELL' EUROPA

Franchi, Alamanni, Svevi, Eruli, Visigoti, Rugi, Ostrogoti, Longobardi, Borgognoni, Vandali, Gepidi, Anglo - Sassoni, Normanni ecc.; questi, tra gli altri, i protagonisti della storia tra Impero romano e Medio Evo. Un periodo di grandi scontri, di desolazione e lotte. Ai Cristiani che vissero in quel periodo pareva ormai vicina la fine del mondo.
In realtà, si stava creando un nuovo mondo dopo lo sgretolamento di quello romano. Popoli nuovi si inserivano sul tronco antico dell'organismo imperiale, ne modificavano totalmente l'aspetto e ne venivano a loro volta modificati. Così dopo I'epoca turbolenta delle emigrazioni, ci si accorse che erano nate nuove entità politiche che non erano barbare e non erano romane: erano i regni "romano-barbarici", ognuno con la propria individualità particolare, frutto di un incontro tra due civiltà diverse, un fatto storico ed originale che sta alla base delle nostre civiltà nazionali. Tenendo presente questo fenomeno storico possiamo spiegare l'origine della varie nazioni europee.
UNO SGUARDO ALL'ITALIA
L'epoca delle dominazioni barbariche in Italia va dal 476 d.C. circa, anno della caduta dell'Impero Romano d'Occidente, all'800 d.C., anno in cui Carlo Magno ottenne solennemente la corona del Sacro Romano Impero. In quel periodo di oltre tre secoli, I'Italia fu invasa e dominata da diverse popolazioni. La prima dominazione stabile fu quella degli Eruli che nel 476, guidati da Odoacre, deposero Romolo Augustolo, I'ultimo Imperatore romano. A essi seguirono nel 489 gli Ostrogoti, guidati dal grande Teodorico; vennero quindi i Longobardi condotti da AIboino, nel 568, e infine, nel 754, i Franchi, un popolo di costumi piu civili, guidati da Pipino il Breve, che ristabill in Italia un lungo periodo di pace. Anche prima di queste dominazioni, I'Italia era stata invasa dA popolazioni barbariche, come i Visigoti, i Vandali e gli Unni; ma nessuno di questi popoli si era stabitito nella penisola: essi erano passati compiendo soltanto stragi, devastazioni, razzie, irrompendo nelle citta, uccidendo e rubando, distruggendo case, templi e monumenti, per poi buttarsi su altri territori dell'Impero romano senza creare alcun organismo politico.

Tratto da "STORIOLOGIA"
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 16/08/2018, 12:40

C'è sempre negli italiani, presumo in qualsiasi epoca,
qualcuno che si lamenti dell'italia non più quella di un tempo passato......


- ALL'ITALIA

O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l'erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
Formosissima donna! Io chiedo al cielo
E al mondo: dite dite;
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
Che di catene ha carche ambe le braccia;
Sì che sparte le chiome e senza velo
Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.

Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
Mai non potrebbe il pianto
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
Che fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive,
Che, rimembrando il tuo passato vanto,
Non dica: già fu grande, or non è quella?
Perchè, perchè? dov'è la forza antica,
Dove l'armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando?
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
O qual tanta possanza
Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
Come cadesti o quando
Da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo
Combatterò, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
Agl'italici petti il sangue mio.
continua.....
Giacomo Leopardi
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 19/08/2018, 8:56

Partiti ed elezioni nell'antica Repubblica di Roma


La Roma dei re e la Roma imperiale non conoscevano le elezioni.
Nella Roma repubblicana, invece (dalla fine del VI sec. a.C. sino alla dittatura di Cesare), le elezioni occuparono una posizione di grande rilievo nella vita dei cittadini, liberi di raggrupparsi in formazioni politiche abbastanza precise.
Non si trattava certamente di partiti politici nel senso attuale del termine, bensì di grossi raggruppamenti legati ad un auctor (il moderno leader o segretario politico) e al dux (il premier di oggi), da un rapporto di fides, cioè di fiducia e di reciproco impegno.
In realtà dietro la fides si celavano rapporti economici, raccomandazioni e clientele di ogni genere e tipo.

Queste ultime, limitate a un ristretto numero di persone con interessi particolari da tutelare, costituivano la fazione, l’odierna corrente.
Le partes, al contrario, indicavano i raggruppamenti politici nel loro insieme: dei veri "partiti d’opinione", privi di un’ideologia precisa ma con interessi comuni.

Cesare e Pompeo, infatti erano dei capiparte che avevano l’appoggio non di una sola classe
sociale ma di una larga fascia dell’opinione pubblica. In questo contesto lo stato reclutava i propri
Dirigenti.


Chi aspirava a una alta carica pubblica (in teoria tutti i cittadini romani potevano nutrire questa ambizione, anche se, in realtà, solo i ricchi e gli aristocratici erano in grado di arrivare al potere) dava, alle scadenze fissate, il proprio nome a un magistrato che provvedeva a trascriverlo nelle liste dei candidati, in attesa dell’inizio della campagna elettorale. La battaglia per i voti durava ventisette giorni. In tale periodo il candidato, indossando una toga bianca (candida, da cui l’origine del nome candidatus), teneva comizi durante i quali esponeva il proprio programma. Regali, banchetti e promesse di ogni tipo contribuivano, insieme con una dotta eloquenza, a rendere l’oratore gradito al popolo.


Cicerone stesso, per farsi eleggere console, non mancò di utilizzare questi metodi. Lo testimonia ancor oggi una lettera del fratello Quinto Tullio: "Egli promise con garbo a tutti quelli che gli chiedevano favori e raccomandazioni; non negò mai nulla, fosse stata anche la luna".


Cesare, Pompeo e Crasso si spinsero molto più in là; impegnati in una dura lotta per il potere, contribuirono, a tutti i livelli, a diffondere una vera e propria corruzione. Pompeo fece eleggere al senato Afranio, suo amico, acquistando voti al suono dell’argento; Marco Messalla Nigro comperò nel 53 a.C. il consolato e processato, fu assolto, sebbene gli amici lo ritenessero colpevole; Quinto Calido pretore, giudicato da un collegio di senatori, calcolò che la sua condanna doveva aver reso alla giuria non meno di trecentomila sesterzi. Cosi, accanto ai normali commerci, si sviluppo il mercato dei voti e delle cariche pubbliche. Come nelle moderne borse valori, funzionari altamente specializzati s’impegnavano alacremente nel complicato lavoro: i divisores comperavano i voti, gli interpretes facevano da intermediari, e i sequestres custodivano il denaro, mentre gli interessi salivano alle stelle.


I Popolari (Populares in latino) furono una delle factiones ("partiti" in senso lato) che nella vita politica della Repubblica Romana sosteneva le istanze del popolo, costituendo per così dire la "base" dell'autorità dei Tribuni della Plebe, la magistratura che rappresentava gli interessi dei ceti popolari di Roma.
I Populares, pur essendo anch'essi espressione della nobilitas furono quindi spesso in conflitto con gli Optimates ("i migliori") che salvaguardavano invece le tradizioni ed i privilegi della classe dominante.
La fazione dei populares acquistò grande importanza tra la fine del II e l'inizio del I secolo a.C., quando le enormi conquiste di Roma nel Mediterraneo portarono a conseguenze economico-sociali disgreganti il vecchio ordine e che venivano risolte sempre più a fatica da istituzioni politiche nate per una città-stato.
Non costituendo un 'partito' nel senso moderno del termine si possono definire "populares" quegli esponenti della classe dirigente che furono promotori di provvedimenti per la redistribuzione delle terre demaniali e/o in difesa degli organi di governo del popolo romano, le assemblee e il tribunato della plebe.
Anche se in moltissimi contesti ci fu un allineamento di interessi fra le masse urbane e l'ordine dei cavalieri e anche se i populares si trovarono a difendere gli interessi di questi ultimi (per esempio sulla composizione della giuria dei tribunali) risultano anacronistiche le ipotesi di 'lotta di classe' fra cavalieri e senatori.
Gli equites (in Latino eques significa "cavaliere", al plurale equites; letteralmente "cavalieri") erano un ordine sociale (e militare) dell'antica Roma basato sul censo.
Nel periodo monarchico gli equites ricevevano dallo stato un cavallo, detto perciò equus publicus, oppure l'Aes equestre, consistente in 1.000 assi, cioè i soldi necessari per acquistarne uno, più l'Aes hordearium, ovvero una somma annuale di 200 assi per il suo mantenimento. Livio riferisce, ricordando l'assedio di Veio, che alcuni cittadini benestanti, che non erano equites ma avevano abbastanza denaro per mantenere un cavallo, si arruolarono volontari con un cavallo preso a loro spese; lo stato li ripagò con una somma a mo' di compenso per aver servito con i propri cavalli. Quando i soldati di fanteria iniziarono a ricevere una paga, la paga dei nuovi equites venne stabilita nel triplo. Le due classi di equites convivevano distinte: la prima, detta equites equo publico, e chiamata a volte dei Flexuntes o dei Trossuli; la seconda, composta da ricchi volontari, era detta degli equites Romani.
Nel periodo repubblicano si andò consolidando la struttura degli equites sia come corpo militare che come classe di censo dei cittadini. Gli equites che ricevevano un cavallo dallo stato erano sottoposti a ispezioni periodiche da parte dei censori, i quali avevano il potere di togliere loro il cavallo e ridurli alle condizioni di un aerarius, cioè di un soldato stipendiato di fanteria, nonché di assegnare l'equus publicus a un cavaliere che aveva finora servito con un cavallo a sue spese e si era dimostrato valoroso.

.
Fino al II secolo a.C. le centurie equestri erano viste come una divisione dell'esercito, e non formavano un ordine a sé; la principale divisione politica a Roma era ancora quella tra patrizi e plebei. Nel 123 a.C. la Lex Sempronia, introdotta da Gaio Sempronio Gracco, introduceva tra le due classi una terza, l'Ordo Equestris. La Lex Sempronia stabiliva che i giudici dovessero essere scelti tra i cittadini di censo equestre, e cioè di età tra i trenta e i sessant'anni, essere o essere stato un eques, o comunque avere il denaro per acquistare e mantenere un cavallo, e non essere un senatore. Il termine equites, perciò, dall'iniziale identificazione dei soldati a cavallo, passò prima a indicare chi quel cavallo aveva o aveva la possibilità di acquistarlo e poi chi aveva la possibilità di essere eletto come giudice.


Dopo le riforme dell'esercito di Gaio Mario, la presenza di nullatenenti nell'esercito cominciò a incrinare l'identificazione degli equites, intesi come cavalieri, nell'ordo equestris, composto da persone con un censo di 120-125.000 assi. Inoltre, ai cittadini romani si affiancarono le truppe di cavalleria ausiliarie italiche; mentre la parte militare ne uscì rafforzata, i cittadini romani componenti dell'ordo equestris non tolleravano facilmente di servire insieme a nullatenenti, pur essendo plebei come loro; perciò acuirono le loro prerogative di equestri che necessitavano larghe spese per distinguersi dal resto della plebe.
Con Silla, nell'80 a.C., agli equites venne proibito di divenire giudici attraverso la Lex Aurelia. Il prestigio e la ricchezza dell'ordo equestris vennero mantenuti dando ai cavalieri il compito di pubblicani, cioè gli esattori delle imposte, i quali dovevano avere una cospicua ricchezza personale per non arricchirsi attraverso le tasse; perciò questo divenne il mestiere naturale degli equites nella tarda età repubblicana. Cicerone parla di pubblicani e di equites quasi come se fossero sinonimi. Durante il consolato di Cicerone, gli equites ebbero parte attiva nel sopprimere la congiura di Catilina, acquistando un maggior potere. Da allora, come ricorda Plinio il Vecchio, divennero il terzo corpo dello stato, insieme a patrizi e plebei, al punto che dopo il Senatus PopolusQue Romanus aggiunsero et Equestris Ordo.
Nel 63 a.C., con la Lex Roscia Othonis, il tribuno della plebe Lucio Roscio ottenne per gli appartenenti all'ordo equestris il privilegio di sedere nei primi quattordici posti davanti all'orchestra. Dopo questa, altre leggi restituirono all'ordo equestris le prerogative che Silla aveva loro tolto; venne dato loro il diritto di vestire il Clavus Angustus o angusticlavio, e il privilegio di indossare un anello d'oro, prima ristretto ai soli equites equo publico.
Trai principali rappresentanti della Pars Popularis troviamo: Tiberio Sempronio Gracco, Gaio Sempronio Gracco, Gaio Mario, zio da parte di madre di Gaio Giulio Cesare, Lucio Apuleio Saturnino, Quinto Sertorio, Marco Emilio Lepido, Lucio Sergio Catilina, Gaio Giulio Cesare, Publio Clodio Pulcro, Marco Antonio


Gli Ottimati (in latino Optimates, cioè i migliori) erano i componenti della fazione aristocratica conservatrice della tarda Repubblica romana.
In origine influenzavano la vita politica romana, essendo la gestione della Res Publica appannaggio soltanto di quella ristretta cerchia di nobili che avevano le possibilità e la cultura per dedicarsi alla politica. In seguito alla Secessione dell'Aventino, però, le classi popolari e piccolo e medio borghesi riuscirono a ritagliarsi una fetta di potere, da esercitare mediante loro rappresentanti: i tribuni della plebe, magistrati dotati di potere legislativo (per esempio il diritto di veto su qualsiasi legge o decreto del Senato), nonché di auctoritas, ovvero l'autorità morale. Inoltre erano conferiti della sanctitas, ossia la sacra inviolabilità della loro persona, che rendeva ogni atto sovversivo, finalizzato a danneggiarli materialmente o fisicamente, un delitto gravissimo. Per rispondere a questa organizzazione politica del popolo, anche i patrizi romani si allearono tra di loro nel movimento politico degli "optimates" (it. "ottimi", "nobili"), cioè il partito aristocratico.
In effetti la fazione aristocratica non era un vero e proprio partito politico secondo l'accezione moderna del termine (nonostante sia a volte chiamata Partito Aristocratico). Era bensì una confederazione di nobili, ciascuno dei quali era politicamente indipendente (o quasi) dagli altri, grazie ad una diffusa rete di clientele e di alleanze che ciascun nobile gestiva in modo autonomo. L'appartenenza ad un'unica fazione era resa però evidente dall'alleanza di tutti i nobili "optimates" con il Senato, dal comune interesse a conservare tutti i privilegi nobiliari, nonché dalla comune avversione nei confronti dei "Populares" (l'organizzazione politica dei ceti popolari e borghesi) e dei "Tribuni della Plebe". Gli Ottimati, infatti, desideravano limitare il potere delle Assemblee della plebe ed estendere il potere del Senato romano, che era considerato più stabile e più dedicato al benessere di Roma. Si opponevano anche all'ascesa degli uomini nuovi (plebei, di solito provinciali, la cui la famiglia non aveva avuto esperienza politica precedente) nella politica romana. L'ironia era che uno dei principali campioni degli ottimati, Marco Tullio Cicerone, era egli stesso un uomo nuovo.


Oltre ai loro obiettivi politici, gli ottimati si opposero all'estensione della cittadinanza romana fuori dall'Italia (e si opposero perfino ad assegnare la cittadinanza alla maggior parte degli Italici). Favorirono generalmente alti tassi di interesse, si opposero all'espansione della cultura ellenistica nella società romana e lavorarono duramente per fornire la terra ai soldati congedati (erano convinti che soldati felici erano probabilmente meno disposti a sostenere generali in rivolta).


La causa degli ottimati raggiunse l'apice con la dittatura di Lucio Cornelio Silla (81 a.C.- 79 a.C.). Sotto il suo potere, le Assemblee furono private di quasi tutto il loro potere, il totale dei membri del Senato fu portato da 300 a 600, migliaia di soldati si stabilirono nell'Italia del Nord e un numero ugualmente grande di popolari fu giustiziato con le liste di proscrizione. Limitò i poteri dei tribuni della plebe, ridusse i consoli e i pretori ai compiti cittadini della direzione politica e dell’amministrazione della giustizia e vietò di ricoprire una medesima carica prima che fossero trascorsi dieci anni. Tuttavia, dopo le dimissioni e la successiva morte di Silla, molti dei suoi provvedimenti politici furono gradualmente ritirati, ma furono più durature le innovazioni nel campo del diritto e del processo penale. Silla fu il primo ad entrare con il suo esercito in armi a Roma, creando così un precedente che porterà alla fine della Repubblica.
Appartenevano agli "optimates" importanti uomini politici quali Lucio Cornelio Silla, Marco Licinio Crasso, Marco Porcio Catone detto Il Censore e Catone Uticense, Marco Tullio Cicerone, Tito Annio Milone, Marco Giunio Bruto e, a parte il periodo del Triumvirato, Gneo Pompeo.

Andrea Bonaveri
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 19/08/2018, 9:20

LE CARICHE

Trilussa


- Perché - chiese la Volpe ar Re Leone -

avete messo un Lupo a la Giustizzia?

Pe' le Pecore è un guajo, e la notizzia

j'ha fatto una bruttissima impressione:

ché er Lupo, quanno batte la campagna,

tante ne vede e tante se ne magna.

- E' inutile che fai l'umanitaria,

- je rispose er Leone - ché a la fine

tu sai quer ch'hanno detto le Galline

quanno t'ho nominata fiduciaria...

Se un Re guardasse er sentimento interno

de chi ariva ar potere, addio Governo!

1944
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 19/08/2018, 9:23

L'INDENNITA'

Trilussa


Adesso, ar Parlamento Nazzionale,

ogni rappresentante der Paese

sai quanto pija? Mille lire ar mese:

dodici mila all'anno... Nun c'è male!

Chi je le dà? Nojantri: è naturale!

Ne la paga, però, ce so' comprese

l'opinioni politiche e le spese

pe' sostené la fede e l'ideale.

quelli che ne potrebbero fa' senza,

perché so' ricchi e cianno robba ar sole,

li spenneranno pe' beneficenza.

Er mio, defatti, pare che li dia

ar Pro-Istituto de le donne sole

ch'hanno bisogno d'una compagnia...

1913
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 03/09/2018, 9:13

MONTESQUIEU

Politica

Come il mondo fisico si mantiene solo perché ogni parte della materia tende ad allontanarsi dal centro, così anche il mondo politico si regge per l’intimo ed inquieto desiderio che ciascuno ha di uscire dal luogo ove è collocato. Invano una morale austera cercherebbe di cancellare i tratti impressi nelle nostre anime dal più grande di tutti gli artefici. Alla morale, che intende operare sul cuore dell’uomo, compete di regolare i suoi sentimenti, non già di distruggerli.

Non c’è male maggiore, e che abbia conseguenze più funeste, della tolleranza nei confronti della tirannide, che le consente di durare indefinitamente.

L’unica differenza che sussiste fra i popoli civili e quelli barbari è che gli uni si sono applicati alle scienze, mentre gli altri le hanno completamente trascurate.
Forse è a tali conoscenze in nostro possesso – ignorate invece dai popoli selvaggi – che la maggior parte degli Stati devono la loro esistenza.
Se avessimo le usanze dei popoli d’America, due o tre Stati europei avrebbero subito sterminato, o mangiato, tutti gli altri.

L’invenzione della polvere da sparo, in Europa, procurò vantaggi talmente scarsi al paese che per primo se ne servì che, a dirla giusta, non si sa ancora quale effettivamente sia stato.

Lo spirito proprio del cittadino è il desiderio di vedere l’ordine nello Stato, di provar gioia nella pubblica tranquillità, nella corretta amministrazione della giustizia, nella sicurezza dei magistrati, nella prosperità di quelli che governano, nel rispetto per le leggi, nella stabilità della monarchia o della repubblica.
Lo spirito proprio del cittadino dev’essere quello di amare le leggi, pure allorquando presentano casi che ci nuocciono, e di considerare il vantaggio generale che sempre ci recano, piuttosto che il danno particolare che talora ci procurano.

Non si deve fare mediante le leggi quanto è possibile fare mediante i costumi.

Il timore è una leva da usare con prudenza: non si deve mai fare una legge severa quando ne basta una più mite.

Le leggi inutili indeboliscono quelle necessarie.

Solo il Cielo può rendere devoti; i principi possono soltanto rendere ipocriti.

Una prova decisiva che le leggi umane non debbono ostacolare quelle della religione è che le massime religiose sono assai pericolose quando le si fa entrare nella politica degli uomini.

C’è un’infinità di cose in cui il male minore è la scelta migliore.

Il successo nella maggior parte delle cose dipende dal conoscere bene quanto tempo occorra per riuscire nello scopo.

Detestare lo spirito o, viceversa, considerarlo troppo: ecco due cose che un principe deve evitare.

Non si deve far nulla che non sia ragionevole, ma bisogna ben guardarsi dal fare tutte le cose che lo sono.

Per tutta la vita ho visto persone che perdevano le loro sostanze per ambizione e si rovinavano per avidità.

Non penso affatto che un certo tipo di governo debba renderci avversi a tutti gli altri. Il governo migliore è generalmente quello sotto cui si vive, e un uomo sensato deve amarlo: in effetti, giacché è impossibile cambiarlo senza cambiare modi e costumi, non comprendo, data l’estrema brevità della vita, di quale utilità sarebbe per gli uomini abbandonare, in tutti i loro aspetti, le consuetudini acquisite.

Un principe privo di morale è sempre un mostro.

Gli Stati sono governati da cinque cose differenti: la religione, le massime generali del governo, le leggi particolari, i costumi, le maniere. Tali cose hanno fra loro un rapporto reciproco. Se ne cambiate una, le altre si adattano solo lentamente, il che provoca dappertutto una sorta di dissonanza.

Monarca perfetto è quello che, giusto verso i sudditi, giusto pure nei confronti dei vicini e costretto talvolta ad avere dei nemici, cessa d’essere temibile per costoro non appena li ha vinti.

Per una crudele fatalità, i principi più grandi sono quelli più scontenti della loro fortuna.

Ora esorterò tutti gli uomini, nessuno escluso, a riflettere sulla loro condizione e a trarne idee sane. Non è impossibile ch’essi vivano sotto un buon governo senza rendersene conto: la serenità politica è di tal genere che la si riconosce soltanto dopo averla perduta.

Nelle città commerciali, come quelle imperiali e quelle olandesi, c’è l’abitudine di dare un prezzo ad ogni cosa: si fa mercato di tutte le proprie azioni e delle virtù morali; e si vendono per denaro finanche quelle cose che lo spirito di umanità richiede.

Per fare grandi cose non occorre essere un gran genio: non si deve stare al di sopra degli uomini, bensì stare con loro.

È vero che si giudicano sempre le azioni dal loro successo, ma questo giudizio degli uomini è esso stesso un abuso deplorevole della morale.

Di due partiti, quello di coloro che non seguono la corrente è di solito il migliore.

Se allo spirito generale di una nazione togliete i sentimenti d’onore, di dovere, d’amore, procurate lo stesso danno di quando private un singolo di tutti i suoi principi.
E quando avrete fatto tutto quanto occorre per avere dei buoni schiavi, vi resteranno solo dei buoni sudditi.

è stupefacente che i popoli prediligano tanto il governo repubblicano, ma che ben poche nazioni ne godano; che gli uomini abbiano tanto in odio la violenza, e che tante nazioni siano governate dalla violenza.

Quando si vogliono governare gli uomini, non bisogna cacciarli dinanzi a sé, bensì farli venire appresso.

Una monarchia corrotta non è uno Stato, è una corte.

Quando, in una repubblica, ci sono fazioni, il partito più debole non è più oppresso di quello più forte: è oppressa la repubblica.

Una cosa dovrebbe far tremare tutti i ministri nella maggior parte degli Stati europei: la facilità di sostituirli.

La maggior disgrazia per il commercio di certi Stati è la presenza di un numero eccessivo di persone umili, e che vivono con poco: sono, in qualche modo, esseri inesistenti, perché non hanno quasi alcun rapporto con gli altri cittadini.

Piuttosto che vedere tante istituzioni destinate a mantenerli, preferirei di gran lunga che in uno Stato non ci fossero poveri.

Si può dire che il cardinale Richelieu rianimò la religione protestante, che volgeva verso la propria distruzione, e che, colpendo Madrid e Vienna, colpì egualmente Roma. I papi d’allora non cessavano d’essere indecisi fra la religione e il potere.

Richelieu era un privato cittadino che aveva più ambizione di tutti i monarchi del mondo. Egli considerava i popoli e i re niente più che meri strumenti della propria fortuna; faceva la guerra più contro le manovre di pace che non contro i nemici. Francia, Spagna, Germania, Italia, l’intera Europa e tutto l’universo erano per lui solo un teatro ove mostrare la sua ambizione, il suo odio o la sua vendetta [...]. Governò come un padrone, non come un ministro: il suo governo era un vero e proprio regno. Accrebbe l’autorità del re non per adulazione né per fedeltà, ma per ambizione.
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 03/09/2018, 9:21

La politica (Trilussa)

Ner modo de pensà c’è un gran divario:

mi’ padre è democratico cristiano,

e, siccome è impiegato ar Vaticano,

tutte le sere recita er rosario;



de tre fratelli, Giggi ch’è er più anziano

è socialista rivoluzzionario;

io invece so’ monarchico, ar contrario

de Ludovico ch’è repubblicano.



Prima de cena liticamo spesso

pe’ via de ’sti princìpi benedetti:

chi vo’ qua, chi vo’ là... Pare un congresso!



Famo l’ira de Dio! Ma appena mamma

ce dice che so’ cotti li spaghetti

semo tutti d’accordo ner programma.
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