Media e dintorni

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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 18/03/2019, 1:32

La confindustria tedesca:
la Cina ormai ci sfida,
ridurre la dipendenza
dai suoi mercati

Michelangelo Cocco

Ufficialmente ancora “partner” ma, d’ora in avanti, soprattutto “concorrenti”. Così la confindustria tedescha (Bdi) vede la relazione tra Cina e Germania, la cui lunghissima luna di miele si sta facendo agitata per effetto del piano di ammodernamento dell’economia nazionale lanciato da Xi Jinping, che punta sullo sviluppo della manifattura avanzata col sostegno attivo e massiccio del Partito-Stato.



La federazione degli industriali teutonici sta elaborando un documento strategico intitolato “Partner e sistemi concorrenti – come far fronte al modello economico cinese a guida statale?” che, nei toni, riecheggia l’ultimo discorso sullo stato dell’Unione di Trump, nel quale il presidente Usa aveva affermato che la Cina è un “rivale che sfida i nostri interessi”.



Anche il “position paper” dell’associazione che rappresenta 100 mila aziende con 8 milioni di dipendenti va al cuore del problema senza giri di parole: “Stiamo affrontando una competizione sistemica tra il nostro approccio di libero mercato e il modello economico cinese a guida statale”, si legge nella bozza del documento – che sarà pubblicato nel gennaio 2019 – anticipata ieri dall’agenzia Reuters.

La Bdi invita la Germania fare fronte comune con i paesi europei che ne condividano le preoccupazioni, e con gli Stati Uniti.



Nel frattempo, gli affari delle compagnie tedesche – entrate in Cina fin dagli anni Settanta – procedono a gonfie vele. Bmw aumenterà la produzione dopo aver ottenuto (prima multinazionale straniera a poter alzare l’asticella oltre il 50%) di arrivare al 75% nella sua joint venture con una compagnia locale, la Brilliance, per la fabbricazione di macchine elettrice. Basf investirà 10 miliardi di dollari per costruire, nella provincia del Guangdong, il suo terzo impianto chimico più grande nel mondo. Il made in Germany sarà ospite d’onore, con 170 espositori, all’Expo delle importazioni che inizia lunedì prossimo a Shanghai.



Dal 2016, la Germania è il primo partner commerciale della Cina (avendo soppiantato gli Stati Uniti), con la quale l’anno scorso ha registrato un interscambio pari a 188 miliardi di dollari. Un groviglio di affari e interessi che non permette certo a Berlino di voltare le spalle a Pechino da un momento all’altro.



Tuttavia nei veicoli a energia pulita, nella robotica e in tanti altri settori, la manifattura avanzata cinese insegue ormai da vicino quella dei paesi più sviluppati, grazie agli investimenti in ricerca e sviluppo e alla pianificazione messi in campo dal Partito comunista (nell’ambito del piano “Made in China 2025”), nonché alle conoscenze acquisite da colossi dell’innovazione come Siemens, Basf, Volkswagen…



Il tradizionale scambio tecnologia (tedesca) in cambio di mercati (cinesi) non è più vantaggioso come in passato, perché favorisce il catch up cinese e perché in Germania sono sempre più convinti che le aperture progressive promesse agli stranieri nella Nuova era di Xi rimarranno lettera morta. Per questo la Bdi avverte che “nonostante le attrattive del mercato cinese, per le aziende sarà sempre più importante esaminare attentamente i rischi del loro coinvolgimento in Cina e minimizzare la dipendenza diversificando i processi di produzione e distribuzione, gli stabilimenti produttivi e i mercati di vendita”.



Un anno fa, Dieter Kempf – forse confondendo la Nuova era aperta dal XIX Congresso del Partito comunista col periodo di declino della dinastia Qing quando, alla fine dell’Ottocento, i tedeschi conquistarono la loro concessione coloniale a Qingdao – aveva dettato “la priorità economica della leadership cinese” che “dovrebbe essere la riduzione delle barriere al commercio internazionale e agli investimenti stranieri”. Il presidente della Bdi aveva aggiunto che – 16 anni dopo l’accesso della Cina nell’Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) – “ci aspettiamo una completa parità di condizioni per le imprese tedesche in Cina e mentre apprezziamo molto gli annunci del governo cinese su un mercato più libero e aperto, vogliamo finalmente vedere queste parole tradursi in fatti”.



Ora la confindustria tedesca non soltanto invita i suoi associati a mettere in campo tutte le iniziative necessarie a fronteggiare la concorrenza cinese, ma suona anche il campanello d’allarme contro la Nuova via della Seta, che mirerebbe ad accrescere l’influenza geopolitica di Pechino e a modellare i mercati di paesi terzi secondo i propri interessi.



Nei mesi scorsi il MERICS aveva pubblicato un documento dai toni da caccia alle streghe che mette in guardia contro le nuove ambizioni geopolitiche di Pechino. E nelle scorse settimane lo stesso think tank aveva criticato le presunte intenzioni del governo italiano di rompere il fronte europeo appoggiando ufficialmente la Belt and Road Initiative.

Aspettando le mosse del governo gialloverde, quello che appare evidente a prescindere dagli opportunismi nostrani è che la Nuova era di Xi Jinping ha la forza di destabilizzare vecchi equilibri e mettere in discussione relazioni consolidate.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 23/03/2019, 10:59

La legge sul divorzio ha cambiato l’Italia. È vero, ma in peggio

Piero Gheddo

Feci la battaglia per il referendum e oggi vedo che cosa ha provocato quella legge. «Il Sessantotto ha lanciato il tema dei “diritti”, tutto era diritto, ma di “doveri” non si parlava e non si parla quasi più»

Quarant’anni fa, il 22 maggio 1974, il referendum abrogativo della legge sul divorzioapprovata dal Parlamento nel dicembre 1970 (proposta dal socialista Loris Fortuna e dal liberale Antonio Baslini), venne approvato solo dal 40,7% dei votanti; il 59,3% aveva bocciato il referendum. Quel voto ha segnato l’agonia lenta ma costante del matrimonio e della famiglia tradizionali in Italia. Ricordo benissimo la campagna contro il divorzio a cui anch’io, per quel poco che contavo, mi sono impegnato, avendo sperimentato la bellezza e gioia di una famiglia unita e soprattutto, leggendo e meditando i testi di Paolo VI e dei vescovi italiani, mi rendevo conto che, col divorzio diventato legge di stato, iniziava il dissolvimento della famiglia e quindi della società italiana.
Ancora una volta si è avverato il detto dei latini: “Lex creat mores”, la legge crea il costume. Oggi, 40 anni dopo, possiamo vederlo con chiarezza. Le famiglie regolari sono minoritarie, diminuiscono i matrimoni religiosi e civili, diminuiscono in modo drammatico i bambini, aumentano le libere convivenze e un numero sempre maggiore di giovani non si pongono più la meta di unire la propria vita ad una donna o a un uomo, per creare una famiglia stabile; rimandano la scelta decisiva e a 40 anni si ritrovano “singoli”. [..]

[..[
Le conseguenze sono tutte negative: si formano meno famiglie, nascono pochi bambini, e soprattutto i genitori precari danno vita a persone che portano dentro il tarlo della precarietà. Una giovane insegnante di scuola elementare qui a Milano mi dice che dopo pochi mesi di scuola già si possono individuare almeno alcuni dei bambini che non hanno genitori stabili, i cui genitori non sono uniti, bisticciano; l’insegnante non si può dire: “Obbedite ai vostri genitori” perché qualche bambino risponde: “Io due papà e mamma, a chi obbedisco?”. L’Italia manca di bambini (noi italiani diminuiamo di più di 100.000 unità all’anno!) e un certo numero dei giovani che ci sono, secondo Riccardo Gatti di una Asl milanese, “il 24% di ragazzi abusa di alcool e droghe”, Invece di andare all’oratorio, oggi molti giovani vanno in discoteca e certamente la loro formazione umana e morale non ci guadagna.
Il divorzio non è un problema dei cattolici. Lo diceva con forza il giurista prof. Gabrio Lombardi, laico non credente che presiedeva il “Comitato nazionale per il referendum sul divorzio”. Leggo in un suo ritaglio stampa di quel tempo questa profezia: “Se gli italiani approvano la legge sul divorzio, distruggono la famiglia tradizionale e la stessa società italiana, poiché la società si fonda sulla famiglia prima che sullo stato”. Aveva ragione, e con lui il Papa, i vescovi italiani e numerosi deputati Dc, compreso il segretario del Partito, on.le Amintore Fanfani, che si spese generosamente nella campagna contro il divorzio. “Ma il fronte cattolico si presentò diviso di fronte al divorzio – scrive lo storico Gianpaolo Romanato dell’Università di Padova (Avvenire, 25 maggio) – ma non bisogna dimenticare che era già diviso da prima, si era spaccato nell’immediato postconcilio”.
So bene che il problema è complesso. “E’ un problema di diritti e di libertà, dicevano i divorzisti. L’amore dura fin che dura, se due sposi non si amano più è meglio che si separino e si sposino di nuovo”. Il Sessantotto ha lanciato il tema dei “diritti”, tutto era diritto, ma di “doveri” non si parlava e non si parla quasi più. Papa Francesco ha detto recentemente: “Ogni bambino ha il diritto di avere un papà e una mamma”. Ma questo diritto non si ricorda mai, non esiste più. Come al solito prevale il diritto (o il capriccio, l’egoismo) dei più forti. Il sessantotto ha imposto alcune delle tante ideologie di cui ancora soffriamo: il relativismo, l’individualismo e si perde il senso della vita. Se non esiste più una verità assoluta non esistono più valori assoluti, quindi nulla per cui valga la pena di spendere la vita. “Quella legge che cambiò l’Italia” Non so cosa ne pensano i lettori, per me l’ha cambiata in modo estremamente negativo.

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La leggi si posson modificare una volta che ci si accorge di averle fatte male,o sbaglio?
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 23/03/2019, 14:10

Marco Polo aveva già capito tutto. L’hanno chiamata la Via della Seta, ma in realtà è una strada per lo sviluppo
23 Mar 2019 da INFOSANNIO

Gaetano Pedullà–

Se avesse atteso di fare l’accordo con l’Europa, poi il permesso della Nato, il benestare degli americani e la concessione di Parigi e Berlino, il nostro Marco Polo sarebbe ancora a Venezia in attesa di partire per l’Oriente. Il grande esploratore di un’epoca in cui l’Italia era divisa in tanti stati ma voleva tracciare il suo destino, si mise invece in viaggio e scoprì la Cina, facendo scattare evidentemente qualche complesso ancora non risolto in Paesi che con Pechino vogliono trattare senza più arrivare secondi. Di qui si spiega la cagnara che abbiamo visto per settimane, giustificata dal pericolo che aumentare gli scambi con i cinesi ci espone al rischio di essere comprati e controllati, come se americani, russi, israeliani e i cari amici europei non ingerissero per niente nelle faccende di casa nostra. Ovviamente impedirci dall’estero di fare i nostri interessi non era possibile, e allora ecco scatenarsi i soliti partiti scendiletto di Bruxelles, dei mercati e delle cancellerie, che hanno fatto di tutto per impedire gli accordi che oggi firmeranno il nostro premier Conte e il presidente Xi Jinping. L’hanno chiamata la via della seta, ma in realtà è una strada per lo sviluppo, che sfrutterà essenzialmente il raddoppio del Canale di Suez per far scaricare nei porti italiani milioni di container che diversamente continuerebbero a viaggiare verso il Nord Europa. Solo un Governo che non si piega al tornaconto di chi ci è competitor poteva raggiungere questo successo per l’Italia, malgrado i mal di pancia per una partita tutta sua della Lega. Ma è solo così che questo Paese si rialza.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 28/03/2019, 11:38

Incendi sulle auto elettriche: le batterie fanno paura

Differenti episodi accrescono il timore nei confronti delle batterie al litio presenti sulle auto elettriche
28 marzo 2019 - Il problema degli incendi sulle auto elettriche si accende nuovamente a causa di altri incidenti più e meno gravi.
Le fiamme che fuoriescono dalle batterie al litio infatti sono molto difficili da spegnere e con la diffusione delle vetture elettriche si pensa a come poter preparare le Forze dell’Ordine e i Vigili del Fuoco a questa problematica. Vicino a Fort Lauderdale il mese scorso ha preso fuoco una Tesla Model S e questo ha scosso molto tutti i sostenitori della mobilità green. L’incendio è stato difficile da domare, la Polizia ha cercato di spegnere le fiamme con gli estintori classici che vengono forniti in dotazione dal dipartimento, ma non c’è stato nulla da fare. I prodotti chimici usati infatti all’interno di questi dispositivi standard sono inutili nel caso in cui gli incendi siano dovuti a batterie agli ioni di litio.
Per questo motivo sono dovuti intervenire i Pompieri che hanno spento l’incendio usando una quantità d’acqua immensa. La Tesla Model S poi si è riaccesa altre due volte dopo essere stata rimossa al luogo dove è avvenuto l’incidente, e questo ha creato panico e sgomento. Oltretutto le auto elettriche sono pericolose per i primi soccorritori anche perché hanno dei cavi ad alta tensione che trasportano più di 60 volt, sono in colore giallo proprio per essere ben riconoscibili ma se un soccorritore non è preparato rischia di rimanere fulminato. E a questo proposito purtroppo possiamo dire che solo un quarto dei Vigili del Fuoco in USA ha subito un addestramento per essere in grado di superare un incendio di auto elettriche e risolverlo.
I più preparati sono quelli di Fremont, in California, “casualmente” proprio nel posto dove si trova l’impianto di assemblaggio della Tesla. Chiedere a loro potrebbe essere fondamentale per affrontare il problema, visto che hanno messo a punto una tecnica apposita molto sofisticata.
Secondo la massima autorità mondiale, l’NHTSA, l’ente federale Usa per la sicurezza stradale: “Il rischio di incendi nei veicoli elettrici è in qualche modo paragonabile o forse leggermente inferiore a quello dei carburanti per veicoli a benzina o diesel”. È necessario però essere preparati alla diversità del tipo di fiamme e alla differenza delle tipologie di veicoli. Questo è il motivo per cui l’NHTSA ha realizzato una guida per i proprietari di auto elettriche e ibride con batterie ad alta tensione. Inoltre l’ente si è anche preoccupato di allertare costruttori e governi per creare uno standard di sicurezza unico, che possa riguardare la gestione dei punti di alta tensione, la posizioni dei sistemi pericolosi o ancora il colore dei cavi.
È tutto sempre più difficile, vista la continua evoluzione del settore elettrico, intanto diventa ogni giorno più reale il rischio che nelle persone si scateni il panico per le fiamme indomabili delle auto elettriche.
_______________________________________________________________________
[i]e pensare che stanno studiando di elettrificare anche gli aerei!!!....
Ci puliranno l'"aria"" ma ci arrostiranno..
....[/i]
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 05/04/2019, 9:07

Eugenio Scalfari
Vetro soffiato


Perché Berlusconi somiglia a Mussolini
L'ex Cavaliere non è mai stato fascista.


Ma come il Duce si è sempre rivelato abilissimo a cambiare posizioni politiche

Silvio Berlusconi non è mai stato fascista, e non ha mai pensato ad ispirare la vita del popolo a ideologie come quella della antica Roma, della capitale imperiale, del Fascio Littorio e a conquistare un impero. Il fascismo è venuto da questa mitologia, era gestito da un Duce e attribuì al Re e quindi a se stesso il titolo di Imperatore.

Quindi niente fascismo per Berlusconi il quale tuttavia somiglia molto a Benito Mussolini, al punto d’essere una sorta di controfigura. Potrà sembrare assurdo sostenere una somiglianza che è quasi un’identificazione, ma questa è la realtà: un secolo dopo Mussolini è di nuovo con noi.

In che cosa consiste questa così forte somiglianza? Direi nell’estrema flessibilità politica del loro comportamento, con una sola anche se importante differenza: Mussolini cambiò musica una volta diventato Duce e distrusse la democrazia. Berlusconi a questo non ha mai aspirato e forse perché sono passati cent’anni da allora, il mondo ha ormai una società globale, la tecnologia è profondamente cambiata. Vale comunque raccontare gli aspetti di fondo di quelle due vite, entrambe ancorate dal desiderio di conquista del potere avendo come strumenti la flessibilità e il fascino che ne deriva in un popolo come il nostro, che è assai poco interessato alla politica.

Mussolini iniziò la sua vita politica sotto l’insegna del socialista rivoluzionario e direttore del giornale del partito, l’Avanti!. All’epoca della guerra di Libia che faceva parte dell’impero turco, l’Avanti! si schierò contro quella guerra incitando con articoli di Mussolini la classe operaia a bloccare i binari ferroviari e le stazioni dove transitavano i treni militari diretti a Napoli per imbarcarsi verso Tripoli. I socialisti non volevano la guerra e cercavano di impedirla in tutti i modi. Se c’era da combattere bisognava lottare in casa contro il capitalismo dominante.

Passarono appena tre anni da allora e scoppiò la prima guerra mondiale. Mussolini cambiò profondamente: divenne favorevole all’intervento italiano, fu espulso dal Psi e fondò un proprio giornale con il titolo Il Popolo d’Italia.

A guerra scoppiata, l’Italia era rimasta neutrale. L’interventismo di Mussolini aveva come ispiratore Gabriele D’Annunzio che godeva di ben altro seguito e autorevolezza culturale e politica. Fu lui in quel periodo ad essere chiamato il “vate” dell’intervento a fianco della Francia e dell’Inghilterra e con la Russia, contro l’Austria e la Germania.

Nel 1915 l’intervento avvenne, era scoppiata anche per noi la guerra mondiale. Finì nel 1918. L’anno successivo Mussolini fondò un movimento politico i “Fasci di combattimento”. Non aveva un seguito di massa, ma il suo era un piccolo movimento con qualche presenza soprattutto a Milano e in Lombardia e alcuni nuclei anche in Veneto, in Toscana e in Puglia. Il movimento mussoliniano diventò rapidamente un partito in gran parte sostenuto dagli ex combattenti, molti dei quali tornarono alle loro modeste occupazioni e orientati a favore del partito fascista che era in buona parte mobilitato a loro favore affinché lo Stato e la classe sociale ricca li sostenesse migliorando il più possibile la loro condizione.

Il partito fascista si batteva dunque per un proletariato ex combattente nella guerra appena finita ma anche con una pronunciata venatura di nazionalismo. Il programma del fascismo inizialmente era stato quello di abolire la monarchia in favore della repubblica, ma il partito nazionalista, che pure esisteva, si orientò verso una fusione con i fascisti ponendo tuttavia come condizione che essi rinunciassero all’ideale repubblicano e aderissero invece alla monarchia cosa che avvenne e culminò nel primo congresso del Partito fascista che si svolse a Napoli nel 1921.

Un anno dopo quel congresso, esattamente il 28 ottobre del 1922, ci fu la marcia su Roma dei fascisti provenienti da tutta Italia. Il re, Vittorio Emanuele III, si rese conto della loro forza e assegnò a Mussolini il compito di fare il governo. Naturalmente un governo democratico poiché i deputati fascisti rappresentavano soltanto il 30 per cento del Parlamento ma l’opinione pubblica era largamente con loro.

Fu un governo democratico con forti tinte autoritarie. C’era comunque una rappresentanza consistente del Partito popolare mentre il Senato di nomina regia era in larga misura antifascista. Così quel governo andò avanti a direzione mussoliniana fino al 1924, quando il leader socialista Matteotti fu ucciso da un gruppo di fascisti. A quel punto Mussolini aveva due strade: o dimettersi o rilanciare il governo trasformandolo da semidemocratico in dittatoriale. Scelse questa seconda strada e con le “leggi fascistissime” nel 1925 creò il regime. Da allora nasce il Duce e l’ideologia della Roma antica che sarà l’ancora culturale del fascismo.

Berlusconi non ha nessuna velleità di imitare il fascismo imperiale. La sua somiglianza con Mussolini riguarda il primo periodo del fascista, quello durante il quale Mussolini cambiò veste, linea, alleanze, cultura politica in continuazione e cioè dal 1911 fino al 1921. Da questo punto di vista tra quei due personaggi esiste, come abbiamo già detto, una pronunciata somiglianza.

Berlusconi fin da ragazzo si interessò di affari. Maestri e professori con modesti stipendi facevano un certo commercio attraverso ragazzi svegli tra i quali il più sveglio di tutti era per l’appunto Silvio. Quando c’era un compito in classe di matematica o anche di storia quegli insegnanti davano diverse versioni ma tutte degne di buoni voti a qualche ragazzo abbastanza intelligente e interessato, il quale vendeva quei compiti in classe trattenendo per sé una piccola ma interessante percentuale.

Man mano che il tempo passava l’affarismo di Berlusconi diventava per lui più conveniente. Fece traffici con banche private di dubbia moralità e ne ricavò risultati notevoli. Poi dopo la nascita delle televisioni locali (esisteva ancora il monopolio nazionale della Rai) si interessò alla pubblicità televisiva e decise di acquistare alcune televisioni locali. A Milano ne comprò due e poi una terza dalla Mondadori. A quel punto collegò tra loro le locali coprendo attraverso di esse una buona parte dell’Italia settentrionale e centrale. Aveva nel frattempo sviluppato i suoi interessi nell’edilizia e costruì la cosiddetta Milano 2 dove alloggiavano una parte dei tecnici televisivi alle sue dipendenze ottenendo le necessarie concessioni edilizie dal comune interessato.

Il possesso di un network non più locale ma seminazionale attirò naturalmente l’attenzione degli uomini politici alla guida dei partiti. Berlusconi aveva molti interessi a esserne amico usando a tal fine i poteri televisivi con i quali appoggiò soprattutto la Democrazia cristiana e il socialismo più moderato. Questa sua politica gli consentì di ottenere lavori rilevanti e gli ispirò infine il desiderio di essere anche lui direttamente il capo d’un partito. Poi arrivò la tempesta di Tangentopoli che distrusse totalmente la Democrazia cristiana. Berlusconi fondò Forza Italia mettendo alla guida della sua costruzione alcuni dei dirigenti d’una sua agenzia pubblicitaria, i quali tuttavia non avevano alcuna competenza politica ma soltanto organizzativa. La politica la faceva lui.

Per Berlusconi Tangentopoli fu una manna perché parte dei dirigenti della Dc e gran parte degli elettori democristiani affluirono al partito berlusconiano di Forza Italia. A questo punto incombevano le elezioni, era il 1994 quando Berlusconi si presentò per il battesimo elettorale. Le sue televisioni avevano appoggiato senza alcuna remora i giudici di Tangentopoli, e le elezioni andarono molto bene anche perché aveva contratto delle strane alleanze: da un lato la Lega Nord di Bossi e dall’altro il neofascismo di Fini. Bossi e Fini tra loro non si parlavano né si salutavano ma tutti e due venivano consultati da Berlusconi. Naturalmente le consultazioni erano puramente teoriche perché era solo Silvio che decideva il da farsi. Nel frattempo, ad elezioni avvenute, Berlusconi fu incaricato di formare il governo.

Questa situazione durò poco. La Lega decise di uscire dall’alleanza e Berlusconi dovette dimettersi da presidente del Consiglio. Il presidente della Repubblica, che lui sperava avrebbe respinto le dimissioni, viceversa le accettò e chiese però a lui di indicare un successore di suo gradimento per rendere meno traumatica quella crisi. Berlusconi indicò il nome di Lamberto Dini, che era stato il direttore generale della Banca d’Italia e nel suo governo il ministro del Tesoro. Dini governò per un anno e mezzo, poi nacque il primo governo Prodi che è stato probabilmente uno dei governi migliori dell’Italia degli anni Novanta.

Forza Italia è rimasto comunque un partito importante nei vent’anni che cominciano nel ’93 ed ora siamo nel 2018 Berlusconi ha governato più volte, altre volte ha perso, restando sempre un’alternativa e concentrando sul suo nome ostilità e simpatia. Adesso ha un’alleanza con Salvini e insieme all’alleanza esiste tra i due una rivalità sempre più forte e due politiche sempre più diverse tra loro ma utili ad entrambi per ottenere una forza elettorale che attualmente nei sondaggi è la più favorita delle altre: una destra unita e divisa al tempo stesso. In passato Berlusconi ha anche appoggiato la legge elettorale proposta da Renzi e sarebbe probabilmente pronto a un’alleanza o quantomeno a una favorevole amicizia politica col medesimo Renzi, il quale finora ha negato in modo totale questa eventualità.

Da questo racconto avrete ben capito che ho sostenuto che Berlusconi somiglia molto al Mussolini quale fu dal 1911 al 1925. È una curiosità storica credo di notevole importanza per il futuro.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 07/04/2019, 10:04

«Matteo Salvini alimenta la mentalità fascista»

Ai vertici delle istituzioni c’è un ministro ordine-e-pulizia che la legittima. Parla Luciano Canfora, storico in prima linea
DI MARCO PACINI




Si può: malmenare e schedare i cronisti venuti a raccontare il tuo raduno fascista, organizzare raid a caccia di immigrati, rubare gli abiti a un clochard e gettarli nella spazzatura in nome dell’ordine-e-pulizia della tua città, fissare le quote di accesso negli asili nido realizzando un apartheid di fatto per i bambini figli di immigrati, incontrarsi da ministro della repubblica italiana con i leader di movimenti apertamente neofascisti e neonazisti per fare cartello in vista delle prossime elezioni europee... E altro, troppo, ancora. Benvenuti in Italia, anno Domini 2019.

Un’Italia che puzza di fascismo, mette in guardia da tempo Luciano Canfora, filologo e storico in prima linea nel segnalare una deriva che pare inarrestabile. Uno smottamento che travolge il Paese, forte di una “normalità”, di un “si può” che se non ha rotto tutti gli argini legali certamente sta demolendo quelli culturali.

Eppure, professore, c’è chi sostiene - e non solo da destra - che le analogie che lei segnala tra l’Italia attuale e il fascismo sono una forzatura.
«A dire il vero non ho seguito molto le reazioni a queste mie posizioni. Ma è vero, non sembra facile farsi capire...».

Far capire che non sta parlando del ritorno dei fez e dell’olio di ricino...
«Certo, non è di questo che parlo. La storia non si ripete. Ma non vorrei straripare su questo tema che ho studiato a lungo da quarant’anni, da quando mi occupavo di Resistenza. Da poco è stato ripubblicato quel bellissimo libricino di Umberto Eco, “Il fascismo eterno”, dove l’insospettabile Eco, una persona raffinata, un intellettuale non schematico, metteva in luce i caratteri fondamentali di una mentalità fascista, che viene alimentata in determinati momenti di crisi. Ora, l’invito che io rivolgo è quello di considerare concetti di questo genere in modo dinamico e sfumato. Mettendo in guardia sul fatto che situazioni alimentate dall’alto, non solo con la propaganda ma con specifici atti di governo, aprono la strada all’emergere di bassi sentimenti, di una mentalità di tipo fascista».

Sta dicendo che al vertice di uno dei ministeri più importanti, da cui dipendono la sicurezza e la difesa dell’ordinamento democratico, c’è un politico, Matteo Salvini, che legittima e alimenta una mentalità fascista?
«Sì, è evidente».

Luciano Canfora“L’Ur-fascismo”, scriveva Eco, “può tornare ancora sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme”. Non sembra un compito facile in presenza di una legittimazione dall’alto.
«Dobbiamo fare i conti con questa legittimazione istituzionale. Ed è già accaduto nel nostro Paese. Mi viene in mente la legittimazione del Msi da parte di Tambroni. I neofascisti si sentirono talmente legittimati da organizzare il loro congresso in una città come Genova e di farlo presiedere a Carlo Emanuele Basile, un criminale repubblichino. Ma allora, nel luglio del ’60, la città esplose... quella legittimazione dall’alto venne rigettata».

Oggi no.
«Oggi una reazione simile a quello che sta accadendo non c’è. Questo dipende anche dal fatto che la forza principale della sinistra italiana ha progressivamente dismesso concetti, pratiche, modi di vigilanza che facevano parte della sua tradizione... E questo segna un arretramento della coscienza pubblica. È rimasta solo l’Anpi a combattere questa deriva fascistoide, non sento analoga volontà in quel che resta della sinistra italiana».

Perché i rigurgiti di fascismo continuano ancora a manifestarsi
Per anni, 
lo Stato democratico ha reagito blandamente e tardivamente. Allo stesso tempo, ogni sforzo di elaborare il lutto del Ventennio con una lettura condivisa è stato frustrato da approcci non storici, ma schematici, al servizio di polemiche contingenti
Lei ha insistito molto sul retroterra culturale di tutto questo, ha parlato di “diseducazione di massa”. Si può invertire, o almeno arrestare? E come?

«Sul piano culturale un danno enorme è venuto dall’equiparazione tra nazismo e comunismo. Questa equiparazione è stata sostenuta in modo insistente dai professori, dai giornalisti. Ed è stata micidiale, ha cancellato il fatto che i sovietici hanno pagato con 20 milioni di morti per la nostra salvezza dal nazismo. Molto di quello che vediamo è frutto di un martellamento di decenni su questo punto. Così, prima o poi, smantelleremo anche il 1789. Quanti professori in cattedra continuano a raccontare questa sciocchezza nelle aule... L’opera di rieducazione è dura, hanno cercato di modificare i libri di scuola. La battaglia deve ripartire dalla scuola ma la scuola è accerchiata da opinioni diffuse di segno contrario».

C’è un ruolo della disintermediazione in questa “involuzione culturale”?
«Frequento poco la Rete ma i suoi “prodotti” mi sembrano spaventosi. La pervasività dei deliri del primo stralunato nostalgico certamente cambia lo scenario».

Forse basterebbe guardare alle “fratellanze” e alleanze internazionali della Lega di Salvini per farsi meno scrupoli a usare la parola fascismo.
«Anche questo dovrebbe essere evidente. Non sono pochi i movimenti apertamente neofascisti e neonazisti in Europa. Qualche giorno fa nell’Ucraina tanto coccolata c’è stata una fiaccolata in ricordo del principale collaborazionista con i nazisti».

Torniamo in Italia, Paese democratico...
«Sì, ma insisto: il fascismo non ha una sola faccia. Brecht disse che un fascismo americano sarebbe democratico. Le forme esteriori si possono conservare svuotandole completamente di sostanza. Un altro grande scrittore, Thomas Mann, parlando a Hollywood davanti a un gruppo di pacifisti, disse che con le leggi di McCarthy si rischiava il fascismo. Usare questa parola non è il capriccio di professori solitari. L’illusione che il fascismo sia finito con la guerra è un’illusione appunto, pensiamo solo a Franco...».

E Paese intollerante, sempre più apertamente xenofobo: “prima gli italiani”.
«Uno slogan che riprende l’essenza del Manifesto per la difesa della razza è diventato “normale”, condiviso».

Forse non ci siamo trovati qui all’improvviso, professore.
«No, è un processo. A cominciare dall’impoverimento, dall’allargarsi delle fasce del disagio. La povertà si è diffusa e l’Europa non ha affrontato questo problema. E con l’impoverimento cresce la sensibilità di questi ceti verso un “nemico”. È la stessa ragione per cui nella Germania del ’29 il nazismo fa una marcia trionfale. Sono situazioni in cui fare appello all’egoismo, al “prima noi”, è facile. Il parallelismo storico funziona, purtroppo».

Anche nell’assenza di argini politici solidi.
«Le sinistre non hanno capito quasi nulla delle trasformazioni in atto. E aggiungo che un ruolo importantissimo va attribuito alle modalità della costruzione europea, avvenuta partendo dal punto sbagliato: prima la moneta poi tutto il resto. Una costruzione avvenuta a spese delle fasce più deboli. La bravura dei fascistoidi che ci governano a sollevare la questione dell’Europa nemica fa perno su un problema reale. I fascismi conquistano consensi facendo appello a problemi reali».

C’è un momento preciso in cui l’antifascismo ha smesso di essere un valore?
«Quando si decise si sdoganare il Msi anche utilizzando le ricerche di Renzo De Felice. Uno studioso talvolta discutibile, ma serio, che solleva il velo su un problema trascurato dalla retorica dell’antifascismo: il consenso».

Vede un punto di non ritorno? O gli anticorpi funzionano?
«Sono convinto che non si debba dare per persa la battaglia. Un elemento che spaventa molti è che la Lega salviniana sembra crescere a vista d’occhio. Ma lo fa a scapito del resto della destra. È la metà del Paese, sempre la stessa. A breve questa coalizione di governo esploderà e da quella crisi si avvierà un rimescolamento delle carte. Può esserci una rinascita. Gli elementi negativi sono enormi oggi in Italia. Ma le possibilità anche».

Un varco, un “si può” di segno opposto. Da cui ripartire.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 12/04/2019, 13:58

Lavorare tutti: oggi più che mai è indispensabile
ridurre l'orario di lavoro


Di fronte ai cambiamenti tecnologici c'è una
sola strada: ridurre l'orario di lavoro e
distribuire meglio i posti. Ma l’Italia fa
proprio il contrario


DI GLORIA RIVA


«Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore
possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo»: è il 1930, John Maynard Keynes si trova a Madrid per esporre il suo trattato sulle “Prospettive economiche per i nostri nipoti”.
I nipoti in questione oggi sono i giovani che entreranno nel mercato del lavoro tra dodici anni, cioè nel 2030, e il problema fondamentale è la disoccupazione, che con l’aumento della tecnologia sta contribuendo a ridurre drasticamente la richiesta di forza lavoro,
già massacrata dalle crisi del 2008 e 2013.

Basterà una redistribuzione dell’orario per riconquistare l’eden
della piena occupazione? Intorno a questo interrogativo ruota
l’interesse oggi di molti studiosi. Tra loro anche il sociologo
Domenico De Masi, che il 5 giugno esce nelle librerie
con “Il lavoro nel XXI secolo”, edito da Giulio Einaudi: un tomo
gigantesco e riassuntivo di tutto il pensiero critico dell’ottantenne
professore. Ripercorre il significato e il valore del Lavoro da
Adamo ai giorni nostri e conclude con una proiezione - non troppo
catastrofica - sul futuro.
In Italia il tema è di grandissima attualità, perché nonostante
la massiccia riforma del Jobs Act, la disoccupazione resta
all’11 per cento, così come rimane alta la percezione di
instabilità da parte dei cittadini e i salari continuano
a restare al palo. E pensare che, alla fine degli anni Novanta,
gli italiani avevano redditi allineati con quelli degli inglesi,
mentre oggi sono stati superati persino dagli spagnoli che dieci
anni fa non erano neppure in gara. E non è un caso se l’idea dei
Cinque Stelle di istituire un reddito di cittadinanza ha conquistato
gran parte del Sud Italia, dove il lavoro continua a essere l’eterno
assente.

Nel suo libro, prima di entrare a capofitto nel groviglio italiano,
De Masi si sofferma sulla prospettiva di lungo termine: «Siamo
presi dal pessimismo perché il progresso tecnologico elimina
più manodopera di quanta riusciamo a riassorbirne.
Quelli di cui soffriamo sono disturbi di una crescita fatta di
mutamenti troppo rapidi. In pochissimi anni le operazioni dei
settori agricolo, minerario, manifatturiero sono state realizzabili
con un quarto di quell’energia umana che eravamo abituati a
impegnarvi. E quella curva non si è ancora conclusa, continuerà
a crescere molto velocemente, riducendo la domanda di lavoro»,
spiega il professore, che invita a guardare oltre all’atrocità
dell’assenza occupazionale, ben simoboleggiata dal caso di un
operaio sessantunenne milanese che la settimana scorsa è stato
licenziato da un’azienda di Melzo perché è stata acquistata una
macchina che svolge automaticamente il lavoro a cui lui, per
trent’anni, era stato assegnato.
Così dice la lettera di licenziamento. «Per riconquistare l’eden,
Keynes sostiene che occorre sostituire la perizia nel lavoro con
la perizia nella vita», dice De Masi. «La trasformazione avverrà
gradualmente. In una prima tappa, di natura organizzativa,
durante la quale il lavoro diminuirà drasticamente senza ancora
scomparire del tutto, occorrerà ridistribuirne il residuo in modo
che ognuno possa essere occupato sia pure per un tempo minimo».

Ma De Masi non è ovviamente l’unico studioso ad approfondire
il tema. L’economista Carlo Dell’Aringa ha mandato alle stampe
due settimane fa il dossier “L’Esplosione dei lavori temporanei:
fattori ciclici o strutturali?” pubblicato da Arel, Agenzia di ricerca
e legislazione. Vi si scopre che in Italia in dieci anni si è
verificata una riduzione delle ore di lavoro di circa il 15
per cento, ma il numero di persone che risultano occupate è lo
stesso.

Cos’è successo? Probabilmente nulla di buono: le persone lavorano
meno ore non per scelta ma per necessità, perché trovano solo
occupazioni non piene, stagionali, “liquide”. Eppure una
riduzione della quantità di lavoro pro capite, di per sé,
non sarebbe un fattore negativo, se però avvenisse in un
quadro di redistribuzione del lavoro controllata, cogestita e
sostenuta dal welfare.
De Masi ad esempio cita l’accordo fra sindacato e imprenditori
tedeschi per consentire ai metalmeccanici con esigenze famigliari
di ridurre l’orario a 28 ore settimanali, pur mantenendo i livelli
salariali. «Indurre gli uomini, che sono la maggioranza dei
metalmeccanici, a occuparsi maggiormente della famiglia è
sintomo di intelligenza, serve a equilibrare l’enorme divario
tra donne, che si fanno carico di quasi tutto, e uomini». De Masi
fa anche notare che in Italia si lavora il 20 per cento in più rispetto
alla Germania (1.725 ore, pro capite contro 1.371), ma si produce
il 20 per cento in meno e si guadagna molto meno dei tedeschi.
Lì sta il problema: «Il sindacato non è stato in grado di guardare
lontano, non ha mai chiesto una riduzione dell’orario di lavoro
a fronte di un’incapacità decennale di aumentare la produttività
che deriva dalla mancanza di tecnologia e scarsa organizzazione
del lavoro, provocata dall’assenza di manager e di imprenditoria
competente».

Ma il modello tedesco sarebbe difficile da applicare in Italia,
fa notare Dell’Aringa: «L’esempio della Germania va letto alla
luce della flessibilità che è ben gestibile nelle imprese di grandi
dimensioni, mentre nelle piccole si rischia di incappare in gravi
problemi di direzione. Pensiamo alla tipica impresa italiana, che
ha meno di 15 dipendenti: la riduzione d’orario di un dipendenti
finirebbe sulle spalle dei colleghi, a meno che non vi sia una seria
pianificazione dei compiti e una gestione manageriale, che spesso
manca».
Di più. Da tempo imprenditori e sindacalisti italiani, con il
benestare e il finanziamento degli ultimi quattro governi, hanno
puntato molto sulla detassazione del lavoro straordinario, rendendolo la normalità, specialmente nel ricco Nord, dove si lavora anche
55 ore la settimana. E così succede che l’impresa, invece di
prendere in considerazione una nuova assunzione, chiede ai
dipendenti che già ha uno sforzo extra. Che tra l’altro è
inversamente proporzionale alla produttività, perché più
aumentano le ore di lavoro, minore è l’efficienza.
Insomma avviene esattamente il contrario del modello a cui
si dovrebbe puntare: chi ha un’occupazione lavora troppo, chi
è disoccupato resta fuori. «Se nella grande industria il super
utilizzo del lavoro straordinario è arginabile per l’elevata
presenza sindacale, il fenomeno è esploso nelle piccole imprese
con gravi fenomeni di elusione. Capita che la voce “altri rimborsi”
nasconda centinaia di ore passate in officina, per altro non
soggette a tassazione», dice Luca Nieri, sindacalista della Fim
Cisl di Bergamo.

C’è poi un’altra forma di lavoro straordinario tutta italiana:
«Il vezzo di manager e quadri di restare in ufficio ben
oltre l’orario stabilito, regalando ore agli azionisti.
Mai in un paese protestante accadrebbe una cosa simile, mentre
da noi si cerca un’espiazione del senso di colpa insito nella
cultura cristiana, dimostrando al datore di lavoro l’attaccamento
e il concetto del dovere, nonché la disaffezione alla famiglia.
Non a caso le donne, che in Italia si fanno carico delle questioni
domestiche, lasciano l’ufficio prima dei colleghi maschi e,
tendenzialmente, fanno meno carriera», incalza De Masi, che
ha calcolato: «Oltre due milioni di persone dedicano due ore
extra al giorno all’ufficio. Fanno quattro milioni di ore,
sufficienti per creare 500 mila nuovi posti».
Eppure spesso lo straordinario è un modo per rispondere al
problema dei bassi salari, che è una variabile legata alla scarsa
produttività, ferma da vent’anni: «La produttività non
cresce, le imprese non riescono a generare ricchezza aggiuntiva
e i salari restano invariati», dice Dell’Aringa. «L’Italia, anche
per colpa del debito pubblico accumulato, non ha investito.
Lo ha fatto solo il 20 per cento dell’industria manifatturiera,
che ha compiuto il grande balzo, cogliendo la sfida della
globalizzazione e dell’export, facendo crescere produttività
e salari. Nelle altre imprese, invece, la gente continua a lavorare
esattamente come 25 anni fa». Per invertire la tendenza,
bisognerebbe proseguire sull’incentivazione di Industria 4.0,
puntare sulla formazione di competenze, mettendo più risorse
su scuola, università e riformando da capo a piedi la giustizia
e la pubblica amministrazione. «Ma non mi pare che queste
siano priorità in questo momento», dice l’economista.

Il gap salariale secondo De Masi, andrebbe anche affrontato
tassando le rendite finanziarie, così da ridurre la forbice
sempre più ampia fra ricchi e poveri: «Nel 2007 dieci famiglie
possedevano la stessa ricchezza di 3,5 milioni di poveri, oggi
quei pochi ricchi hanno la stessa ricchezza di sei milioni di poveri»
. Usando un altro paragone, «Adriano Olivetti diceva che nessun
dirigente doveva prendere più di dieci volte rispetto al salario
più basso della sua impresa, mentre oggi ci sono top manager
che prendono mille volte di più rispetto ai loro dipendenti».

C’è poi un’altra variabile da considerare: la globalizzazione.
L’economista ed esponente di Leu Stefano Fassina e il professore
di Economia Politica all’Università Tor Vergata Leonardo
Becchetti concordano nel sostenere che la direzione di una
riduzione dell’orario sarebbe auspicabile, se solo si potesse
contrastare il dumping salariale proveniente dalle dinamiche
dei mercati globali attuali. Fassina invoca una totale revisione
degli accordi europei: «L’eccesso di liberismo, incarnato in
questo caso nella direttiva Bolkestein che ha favorito la libera
circolazione dei servizi, ha spinto a una corsa al ribasso sui costi.
Succede con le delocalizzazioni nei paesi dell’Est dei call center,
l’incursione di trasportatori stranieri nei magazzini nostrani e,
recentemente, le guide turistiche stanno sul piede di guerra
perché subiscono la concorrenza a basso costo degli stranieri,
che s’accontentano di tariffe più basse. Serve una revisione delle
direttive europee perché la svalutazione del lavoro non è più
sostenibile».
Becchetti va oltre, sostenendo che la grande sfida sia l’inversione
alla corsa al ribasso: «Bisogna lavorare dal lato della domanda
del consumatore, dello Stato e sulla fiscalità. Creando ad esempio
un sistema di rating sociale, simile a quello dell’impronta di
carbonio per l’inquinamento ambientale. Un esempio potrebbe
essere l’acquisto di un prodotto al supermercato, dove
un’indicazione precisa dei livelli di sfruttamento convincerebbe
molti ad acquistare quello più socialmente etico. E lo Stato
dovrebbe evitare di adottare la politica del massimo ribasso
nelle gare d’appalto, ma esigere adeguatezza sociale e salariale
dai fornitori; infine istituire una riforma dell’Iva che premia
le filiere sostenibili con una tassazione al 10 per cento e punisce
le altre, portandola al 30 per cento».

Al 2030 non manca molto, ma l’Italia non sembra ancora pronta
a governare il cambiamento e pensare a una riduzione delle ore
di lavoro. Al contrario, chi ha un lavoro soffre per l’insufficienza
del tempo libero, mentre chi non ha un lavoro soffre per assenza
di reddito. E, senza un radicale cambiamento, i futuri giovani
degli anni ‘30 rischiano di non avere alternative a questa tenaglia.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 14/04/2019, 11:55

l lavoro del futuro: la tecnologia è una minaccia o un’opportunità?

Come sarà il lavoro del futuro? La tecnologia è alleata o nemica? Minaccia oppure opportunità? Quesiti di grandissima attualità ai quali ci ha aiutato a rispondere Pietro Ichino, giuslavorista di lungo corso e professore di Diritto del Lavoro all’Università Statale di Milano che ci ha spiegato come e perché non dobbiamo avere paura del progresso tecnologico./b]

[b]Professore, il lavoro è sicuramente la più grande emergenza dei nostri tempi. Il risultato è una spaccatura che sembra insanabile tra una generazione di adulti ipertutelati e una generazione di giovani alle prese con prospettive drammatiche.
Dov’è che abbiamo sbagliato? E, soprattutto, si può trovare un punto di equilibrio?

Il cambiamento profondo delle condizioni di lavoro che il tessuto produttivo dei Paesi occidentali offre oggi alle nuove generazioni riflette un notevole aumento delle disuguaglianze di produttività tra le imprese e tra gli individui. Questo fenomeno è a sua volta l’effetto di un processo molto rapido di evoluzione tecnologica, che aumenta la distanza tra chi è capace di appropriarsi delle nuove tecniche e chi no. Ed è anche un effetto della globalizzazione, che mette in difficoltà una parte della forza-lavoro dei Paesi più ricchi esponendola alla concorrenza della forza-lavoro dei Paesi in via di sviluppo. Più che chiederci “dove abbiamo sbagliato”, mi sembra che dobbiamo chiederci come far fronte alla sfida di questo aumento delle disuguaglianze, di fronte al quale i vecchi strumenti di protezione del lavoro appaiono molto inadeguati.

Come, secondo lei?

Alla difesa statica del posto di lavoro e della professionalità, che serve sempre meno, dobbiamo sostituire un diritto soggettivo alla formazione e alla riqualificazione professionale, che deve essere assicurato a tutti: occupati, disoccupati e giovani all’ingresso nel mercato del lavoro. Ma questo diritto deve avere un contenuto pratico molto preciso: oggetto del diritto è una formazione o riqualificazione mirata a sbocchi occupazionali effettivamente esistenti, ed efficace per accedervi. Per questo è indispensabile che venga rilevato in modo sistematico e capillare il tasso di coerenza tra formazione impartita da ciascun centro di formazione, scuola o facoltà universitaria, e sbocchi occupazionali ottenuti
da chi ne ha ottenuto il diploma. E questo dato deve essere conoscibile da tutti.
Quanto gli spazi aperti dall’evoluzione delle nuove tecnologie rischiano di penalizzare il lavoro umano?
Sono portato a dar credito alla visione della “corsa tra automazione e creazione di nuovi mestieri” come un fenomeno ciclico: ogni ventata di innovazione tecnologica determina una riduzione del costo del lavoro che a sua volta incentiva l’invenzione di nuove funzioni da attribuire al lavoro umano, donde un freno ai nuovi investimenti in innovazione
tecnologica.

Però c’è una differenza assai rilevante tra la sostituzione di lavoro umano mediante macchine cui si è assistito in passato e quella a cui probabilmente assisteremo nel prossimo futuro: oggi i robot dotati di intelligenza artificiale incominciano a sostituire anche lavoro umano di contenuto professionale molto elevato.

Chi sottolinea questo ha ragione. È evidente che la riconversione di figure come quella di un radiologo, di un revisore contabile, di un agente assicurativo, di un commercialista, di un capitano di nave o pilota di aereo, è molto più difficile e costosa di quanto non sia insegnare a una ex-lavandaia il mestiere della cameriera o della magazziniera. Ma questa sfida non è affatto persa in partenza: certo, in alcuni casi la soluzione più ragionevole consisterà in un puro e semplice indennizzo dei losers, mediante un prepensionamento; ma nella maggior parte dei casi sarà invece possibile puntare a una riconversione capace di valorizzare le conoscenze e l’esperienza anche del pilota e del chirurgo. Per esempio, il robot-chirurgo oggi rende possibile un grande aumento delle operazioni delle quali fino a ieri erano capaci soltanto pochissimi ospedali molto specializzati e pochissimi chirurghi di alto livello; ne consegue un aumento dei chirurgi di livello medio richiesti per svolgerle anche a grande distanza dall’ospedale specializzato, con corrispondente aumento della domanda di formazione in cui sono impegnati i chirurghi di alto livello, ma anche della domanda di aiuti e di personale paramedico per l’assistenza al maggior numero di persone che possono essere operate.

Bill Gates ha recentemente sostenuto che i robot dovrebbero pagare un ammontare di tasse equivalente al gettito di tasse e contributi relativi alle persone da essi rimpiazzate. È davvero questa la soluzione del problema?

Quand’anche fosse possibile accertare e misurare la “quantità di sostituzione” dell’uomo da parte della macchina, e fosse possibile gravare il progresso tecnologico di un’imposta applicabile in modo uguale in tutti i Paesi del mondo, questo gioverebbe poco al genere umano. Se negli anni ’50 fosse stata messa un’imposta sulle lavatrici, essa non
avrebbe giovato alle lavandaie chine sui lavatoi del Naviglio Grande con le mani nell’acqua gelida: avrebbe solo ritardato il loro passaggio a lavori meno faticosi e più produttivi. Il problema non è di ritardare il progresso tecnologico, ma di redistribuirne i benefici e di riqualificare le persone cui i robot si sostituiscono, in modo che esse possano dedicarsi
ai molti altri lavori richiesti ma vacanti già oggi, e soprattutto all’infinità di lavori nuovi che saranno richiesti domani e che le macchine non potranno svolgere. Oggi in Italia c’è almeno mezzo milione di posti di lavoro che rimangono permanentemente scoperti per mancanza di persone competenti: tecnici informatici, elettricisti, falegnami, infermieri, artigiani dei mestieri più vari. Domani ci sarà comunque – se gli consentiremo di esprimersi – un bisogno senza limiti di lavoro umano non sostituibile dalle macchine nei settori dell’assistenza medica e paramedica alle persone dell’istruzione, della diffusione delle conoscenze, dei servizi qualificati alle famiglie e alle comunità locali, della ricerca in tutti i campi, e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Certo, tutte funzioni nelle quali l’alfabetizzazione digitale sarà
sempre più indispensabile: per questo diventa centrale il diritto soggettivo alla formazione e riqualificazione, di cui parlavamo poco fa.

Negli ultimi giorni, si è parlato molto dei “braccialetti” della discordia che hanno fatto finire Amazon nella bufera. Qual è la linea di confine tra doveri dei lavoratori e violazione dei diritti?

A proposito del nuovo brevetto ottenuto da Amazon si è parlato di “nuovo schiavismo”. Ma quel brevetto non ha per oggetto alcun dispositivo di controllo a distanza: serve solo per facilitare il reperimento dell’oggetto giusto sugli scaffali e segnalare l’eventuale errore. Solo che, essendo in forma di braccialetto, ha richiamato alla mente quello usato dalla polizia giudiziaria. In realtà sono due cose completamente diverse. Una risposta un po’ più meditata di lavoratori e sindacato alla novità di cui hanno parlato i media dovrebbe consistere, per un verso, nel controllare che nel nuovo strumento non vengano inseriti a tradimento dispositivi, oggi non previsti, capaci di trasmettere a una centrale i dati relativi ai movimenti dell’operatore e ai suoi eventuali errori; per altro verso nel rivendicare che i frutti del guadagno di produttività conseguito per effetto dell’uso del nuovo strumento siano spartiti equamente fra l’impresa e i lavoratori. Maggior reddito con minore fatica. Se la cosa viene governata contrattualmente in questo modo, il “nuovo schiavismo”
possiamo andare a cercarlo altrove.
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