spigolando, spigolando....

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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 13/09/2018, 8:17

Quanti schiavi ci sono oggi nel mondo?

Nel 2016 sono stati stimati 45,8 milioni di schiavi tra uomini donne e bambini. Siamo abituati a pensare alla schiavitù come qualcosa che riguarda gli antichi romani o i campi di cotone dell'800 ma la schiavitù oggi nel mondo è quanto mai presente. Questo è quanto emerge dal The Global Slavery Index Report 2016: la schiavitù è un problema del mondo d'oggi. Il 58% degli schiavi è concetrato in 5 paesi: India, Cina, Pakistan, Bangladesh e Uzbekistan. I paesi con il più alto tasso di schiavi rispetto al numero totale di abitanti sono: la Corea del Nord, l’Uzbekistan, la Cambogia, l’India e il Qatar. In Asia c’è il maggior numero assoluto di schiavi: circa 30,435,300 milioni, corrispondenti al 66,4% del totale. In Europa troviamo il minor numero di schiavi, circa 1,243,400 milioni, corrispondenti al 2,7% del totale.

I paesi che combattono la schiavitù oggi nel mondo

Nell’Indice viene riportata la classifica degli stati più virtuosi rispetto al problema della schiavitù. Questi sono i paesi che hanno intrapreso più azioni contro la schiavitù oggi nel mondo: Olanda, Stati Uniti d’America, Regno Unito, Svezia, Australia, Portogallo, Croazia, Spagna, Belgio e Norvegia.
I paesi che non combattono la schiavitù oggi nel mondo
I paesi nei quali la schiavitù oggi è meno combattuta sono: Corea del Nord, Iran, Eritrea, Guinea Equatoriale, Hong Kong, Repubblica Centroafricana, Papua Nuova Guinea, Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan.

La schiavitù moderna nella Corea del Nord

Quasi un cittadino ogni venti vive in schiavitù nella Corea del Nord. Sebbene le informazioni riguardanti questo paese siano difficili da verificare, i ricercatori che hanno redatto l’Indice affermano che molte prove dimostrano questi dati. Nella Corea del Nord molti cittadini sono sistematicamente obbligati dallo stato ai lavori forzati all’interno del paese. Rispetto ad altre parti del mondo, oggi la schiavitù in Corea del Nord è una piaga che colpisce indistintamente tutte le parti sociali.

La definizione di schiavitù

Nei secoli sono state date molte definizioni di schiavitù. La definizione di schiavitù oggi nel mondo adottata nel The Global Slavery Index Report 2016 è la seguente: la schiavitù moderna si riferisce alle situazioni di sfruttamento dalle quali una persona non può svincolarsi e che non può rifiutare a causa di minacce, violenza, coercizione, abuso di potere o inganno, e nelle quali riceve trattamenti simili a quelli degli animali in una fattoria.
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 13/09/2018, 22:47

ER SERRAJO: ER COMIZZIO

Trilussa (Carlo Alberto Salustri)

Un Leone rinchiuso in una gabbia,
in der vedé da un finestrino aperto
er celo e er mare, aripensò ar deserto
e ar tempo che sdrajato su la sabbia
liberamente, senza tante noje,
passava le giornate co’ la moje.
E ripensò ar tramonto: quanno pare
che er sole, rosso rosso come er foco,
scivoli giù dar celo e a poco a poco
finisce che se smorza drento ar mare.
Pe’ chi patisce de malinconia
questa è l’ora più peggio che ce sia!
— Ero libbero, allora! Ero felice!
— barbottava scocciato. — E mó bisogna
che stia rinchiuso e faccia la carogna
sotto le granfie d’una Domatrice,
che specula su tutto e che se serve
puro de la ferocia de le berve!
Se me volesse veramente bene
nun me farebbe fa’ tante sciocchezze
a furia de bacetti, de carezze,
d’allisciamenti e de tant’artre scene!
La solita politica! D’artronne
questo è er vecchio sistema de le donne.
Er Domatore? È peggio! Io solamente
conosco la ferocia der cristiano
quanno m’insegna co’ la frusta in mano
a sfonnà er cerchio e a salutà la gente:
«Oplà! Nerone! Un altro salto! Alé!…»
Bella maniera de trattà li Re!
Ho detto Re, purtroppo! ma oramai
m’accorgo che divento piano piano
sovrano come er popolo sovrano
che viceversa nun commanna mai.
Guai se nun faccio quer che vonno loro!
Guai se m’impunto! Guai se nun lavoro!
Tra l’antre cose ha scritto sur programma
che un giorno ho divorato un domatore!
No, nun è vero affatto! È un impostore!
Lo possino ammazzallo in braccio a mamma!
È ‘na reclame che se fa ‘sto micco
pe’ venne più bijetti e fasse ricco.
E in questo nun ce sta la convenienza!
Fintanto che le fiere serviranno
a fa’ guadagnà l’ommini, saranno
come le fiere… de beneficenza.
È un’infamia! un sopruso! una vergogna!
Bisogna fa’ ‘no sciopero, bisogna! —
Una Scimmia che intese ‘sto discorso
je disse: — Ma perché nun fai in maniera
de fa’ un complotto assieme a la Pantera,
a la Jena, a la Tigre, ar Lupo e all’Orso?
Perché nun cerchi de riavé la stima,
l’indipennenza che ciavevi prima?
Tu che sei Re, padrone d’un deserto,
co’ quer nome che ciai, nun t’hai da mette
a fa’ li giochi e a fa’ le pirolette
come un artista de caffè-concerto,
come un vecchio pajaccio de mestiere…
Che speri? d’esse fatto cavajere?
No, amico, qui è questione d’amor propio;
finché ‘ste buffonate le fo io
che so’ una Scimmia, è er naturale mio:
vedo un omo, lo studio e lo ricopio;
lo ricopio e pe’ questo so’ sicura
de facce ‘na bruttissima figura.
E lo stesso succede ar Pappagallo,
che ammalappena sente ‘na parola
che dice un omo, je s’incastra in gola
e se spreme e se sforza pe’ rifallo…
Discorre come lui, ma nun c’è ucello
più scocciante e più stupido de quello! —
E siccome la Scimmia, da la rabbia,
aveva arzato un po’ de più la voce,
tutte quell’antre bestie più feroce
fecero capoccella da la gabbia:
— Bene! Brava! — strillaveno — Ha raggione!
Viva la libbertà! Morte ar padrone!
— Zitti! — disse er Leone che capiva
che quello era er momento più propizzio
pe’ pijà la parola e fa’ er comizzio —
È inutile che dite abbasso o evviva:
le ribbejone fatte co’ li strilli
se rimetteno ar posto co’ tre squilli.
Bisogna fa’ sur serio e arivortasse
contro ‘sto sfruttatore propotente!
E questo l’otterremo solamente
co’ l’organizzazzione de la Classe:
ammalappena se saremo uniti
co’ le bestie de tutti li partiti!
Ma prima ch’incominci la battaja,
se fra de voi ce fusse un animale
che pe’ quarche raggione personale
vô restà sottomesso a ‘sta canaja,
che se faccia escì er fiato, parli avanti,
senza che poi ciriòli come tanti —
Un Ciuccio, che ciaveva l’incombenza
de porta la carnaccia ner Serrajo,
capì er latino, e disse con un rajo
che aveva già perduta la pazzienza:
— Io — fece — sarò er primo a daje addosso!
Lo possino scannallo a mare rosso!
Io, doppo tutto, so’ lavoratore,
fatico, soffro assai, ma quer bojaccia
come m’aricompensa? A carci in faccia!
In che modo me paga? cór tortore!
Poi m’ammazza e me scortica, pe’ via
che fa er tamburo co’ la pelle mia!
Defatti, certe sere, quanno sento
er rataplan che fanno li sordati,
ripenso a li somari scorticati
che so’ serviti a tutto er reggimento…
Sarò pazziente, sì: ma nun sopporto
che me la soni puro doppo morto!
Per cui m’associo ne la ribbejone:
ma prima vojo avé la sicurezza
che me levate er basto e la capezza:
se qui se tratta de trovà un padrone
che me la crocchia come quelo vecchio,
resto co’ questo e bona notte ar secchio! —
La Lupa disse: — E io ch’ho dato er latte
ar primo Re de Roma? È pe’ via mia
se bene o male c’è la monarchia:
ma l’Omo, invece, quante me n’ha fatte?!
M’ha chiuso in gabbia e ha messo fòra er detto
che magno come un lupo! Ber rispetto!
Doveva avé un riguardo pe’ la balia
der primo Re che fece Roma! E invece…
— Ma questo — disse l’Orso — nun fa spece!
Puro quelli che fecero l’Italia
mó campeno sonanno l’orghenetto
co’ le ferite e le medaje in petto!
— Io, — disse allora er Cane — nu’ lo nego,
je so’ fedele, affezzionato… e come!
je so’ amico davero! Ma siccome
me tratta come un cane, me ne frego
de pijamme li carci da ‘st’ingrato!
M’arivorto pur’io! Mor’ammazzato!
— E farai bene! —j’arispose er Gatto —
Io che so’ ‘n animale indipennente
m’affezziono a la casa solamente,
ma no ar padrone che nu’ stimo affatto;
o monarchico o prete o socialista,
l’Omo è stato e sarà sempre egoista.
— E io — disse la Tigre — ciò er dolore
che lui me paragoni e me confonna
er core mio cór core de la donna
ch’ammazza er fijo pe’ sarvà l’onore!
So’ una tigre, è verissimo, ma io
nun assassino mica er sangue mio!
— Nun posso fa’ la rivoluzzionaria
perché so’ la reggina de l’ucelli;
— strillò l’Aquila nera — io, come quelli
che stanno in arto e viveno per aria,
vedo le cose sempre tale e quale…
— Purtroppo! — disse l’Orso — Questo è er male!
In arto nun se sentono li lagni,
in arto nun se vedeno le pene,
da quel’artezza lì, tutto va bene!
Poveri e ricchi, tutti so’ compagni!
Bisogna scegne pe’ conosce a fonno
tutte le birbonate de ‘sto monno!
— Che diavolo volete che m’importi
— barbottava la Jena clericale —
dell’Omo e der benessere sociale?
Io vivo solamente su li morti,
e a chi me dice: io soffro, j’arisponno
che la felicità sta all’antro monno. —
Un povero Majale ammaestrato,
che spesso entrava in gabbia cór Leone
pe’ fa’ convince er pubbrico cojone
ch’er Re de la Foresta era domato,
se fece escì un rumore da la gola,
domannò scusa e prese la parola:
— L’idea de ‘st’uguajanza nun pô regge.
Voi direte ch’io pijo le difese
de la moderna società borghese
che me stima, m’ingrassa e me protegge,
e che, co’ la scusante der preciutto,
permette che me ficchi da per tutto.
Nun è pe’ questo. Io dico: se domani
viè ammessa l’uguajanza, diventate
tutti compagni, sì: ma nun pensate
ch’er cane vorrà vede tutti cani,
er sorcio vorrà vede tutti sorci,
e io, questo s’intenne, tutti porci!
— Io benedico l’Antenato mio
— fischiò er Serpente — che minchionò l’Omo
quanno je disse che magnanno er pomo
sarebbe diventato eguale a Dio.
L’Omo, sempre ambizzioso e interessato,
lo prese e ciarimase buggerato.
Ma lui che cià le scuse sempre pronte,
quanno Iddio, pe’ punillo der peccato,
je disse che se fusse guadagnato
er pane cór sudore de la fronte,
fece l’occhietto e disse a la compagna:
«Se nun trovi chi suda nun se magna!»
Apposta c’ è chi resta a bocca asciutta
e chi magna pe’ quattro: ar proletario,
che suda assai, j’amanca er necessario,
mentre, invece, er padrone che lo sfrutta
senza sversà una goccia de sudore,
magna, fuma, s’intoppa e fa er signore.
— Questo è er vero peccato origginale!
— strillava er Coccodrillo socialista —
Morte a la borghesia capitalista!
Evviva la repubbrica sociale!
Evviva… — E chi lo sa ch’avrebbe detto
se nun se fusse inteso un orghenetto.
Era l’avvisatore che sonava
una marcia qualunque, solamente
pe’ ridunà più pubbrico, e la gente,
chiamata dar motivo, c’imboccava.
— Zitti e a stasera! — disse la Pantera.
E tutti j’arisposero: — A stasera!
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 15/09/2018, 10:53

R SERRAJO: LA RIBBEJONE

Trilussa (Carlo Alberto Salustri)

E la sera, defatti, ammalappena
ch'er Domatore esciva co' la Moje,
er Pappagallo, libbero, annò a scioje
la Scimmia che ciaveva la catena:
la Scimmia, sverta, aprì le gabbie e allora
tutte le bestie vennero de fòra.
— Ah! finarmente semo tutti uguali!
— strillò la Scimmia — Adesso, finarmente,
potremo mette a posto un propotente
che crede d'esse er Re de l'animali!
Già, lui se dà 'sto titolo perché
è er più animale e crede d'esse er Re!
Dovrebbe ricordasselo che Dio
lo fece co' la fanga e doppo noi:
doppo le bestie! E c'è chi dice poi
che sia venuto da un abborto mio...
Comunque sia, la cosa ve dimostra
la precedenza de la classe nostra!
Ma mó toccherà a loro a stacce sotto:
tutte l'infamie, tutti li soprusi
che cianno fatto cór tenecce chiusi
pe' tanto tempo drento a un bussolotto,
l'hanno da scontà tutti! E la vendetta
sarà feroce! Chi la fa l'aspetta!
Le bojerie che cianno fatto a noi
le rifaremo tanto a lei che a lui,
perché odia micchi... eccetera: per cui
io ve farò la spiegazzione, e voi
ve metterete tutti quanti a sede
come la gente che ce stava a vede. —
Fu accusì ch'er Serrajo cambiò scena;
ossia successe questo: ch'er Padrone
fu messo ne la gabbia der Leone,
la Moje ne la gabbia de la Jena:
mentre la Scimmia — sempre lei! — faceva
la spiegazzione ar pubbrico e diceva:
— Questo vero fenomeno vivente
che vado a presentarglie è un Omo umano;
nun so se sia cattolico o cristiano,
protestante o giudìo, ma nun fa gnente:
ché, de qualunque religgione è nato,
biastima sempre er Dio che l'ha creato.
Si cibba d'ogni sorta d'animali,
ma a preferenza vô le carne tenere:
ucelli, polli, pesci d'ogni genere,
e vacche, e bovi, e pecore, e majali;
l'antre bestie le lascia: o so' cattive
o je fanno più commodo da vive.
Spece co' le galline è più feroce:
le strozza, poi le scanna cór cortello,
je strappa er core, er fegheto, er cervello,
le budella, er grecile e se li coce;
questa, che pe' nojantri è una barbaria,
a sentì lui diventa culinaria!
Ma nun ve faccia spece: l'Omo umano
dice ch'è un animale raggionevole,
ma nun raggiona mai; de rimarchevole
nun cià che la parola: è un ciarlatano;
tiè quarche vizzio, in quanto ar resto poi
gira e riggira è tale e quale a noi.
Cià, è vero, una coscenza internamente
ch'è 'na spece de voce misteriosa
che lo consija o no de fa' una cosa,
ma certe vorte nun je serve a gnente:
tanto che pe' distingue er bene o er male
ha bisogno der Codice Penale.
Puro l'onore è un sentimento interno
che se ne serve spesso quanno giura:
l'addopra per principio o per paura
d'annà in galera o de finì a l'inferno.
Senza che parli de quell'antro onore
ch'è 'na specialità de le signore.
Vive co' li quatrini: lui, che pare
er padrone der monno e che s'è imposto
co' la raggione e ha preso er primo posto
sopra le bestie de terra e de mare,
senza sordi in saccoccia è un omo morto,
co' tutta la raggione ha sempre torto!
Li quatrini so' come li dolori,
chi ce l'ha se li tiè: pe' questi l'ommini
se so' divisi in ladri e in galantommini,
se so' divisi in poveri e signori,
schiavi e padroni, vittime e strozzini...
sempre pe' 'st'ammazzati de quatrini!
Comincia a fa' lo scemo co' la Donna
quann'entra ne l'età de la raggione;
ognuna che ne vede è una passione:
o sia magra o sia grassa, o bruna o bionna,
nu' je n'importa: abbasta che ce sia
la cosiddetta certa simpatia.
L'Omo, ner fa' l'amore, è più ideale:
lo scopo è quello nostro, se capisce:
ma lui cià più maniera e lo condisce
co' quarche porcheria sentimentale
e co' 'na mucchia de parole belle
che però, su per giù, so' sempre quelle.
La Femmina per solito lo fa
per vizzio, per ripicca, per prudenza,
per ambizzione, per riconoscenza,
per interesse, per curiosità,
per un momento de cattivo umore
e, quarche vorta, puro per amore...
Se è pe' vizzio, se butta a corpo morto,
s'attacca all'omo e je ne fa fa' tante;
pe' ripicca lo fa quanno l'amante
o er marito che sia j'ha fatto un torto;
— Giacché lui va co' lei, — dice — pur'io
lo vojo fa' co' quarche amico mio. —
Se un amico de casa l'ha veduta
entrà co' quarchiduno in quarche sito,
lei pensa: «E se lo dice a mi' marito?
se facesse la spia? Sarei perduta!
Dunque... bisognerà... Ce vô pazzienza...»
E in de 'sto caso aggisce pe' prudenza.
Cede per ambizzione se cià intorno
quarchiduno che sta sur cannejere,
perché la donna prova un gran piacere
de potè di' che cià l'omo der giorno;
però badate: è un genere d'amore
che dura su per giù, ventiquattr'ore.
Lo fa per gratitudine la donna
che se deve levà 'n'obbrigazzione:
e in de 'sto caso pija la passione
come facesse un voto a la Madonna;
— Nun me va, — dice lei — ma come faccio?
È stato tanto bono, poveraccio! —
Se c'è de mezzo l'interesse... eh, allora
nun sta a guardà se l'omo è bello o brutto,
giovene o vecchio... passa sopra a tutto,
basta che a l'occasione cacci fòra
er portafojo... E su 'sto tasto adesso
ve dirò un fattarello ch'è successo.
'Na sera 'no Scimmiotto ammaestrato,
che lavorava in un caffè-concerto,
aveva visto er cammerino aperto
der buffo macchiettista e c'era entrato
cór pensiero de fa' 'na bojeria
a una cantante de la compagnia.
E sapete che fece? s'incarcò
la bomba in testa, s'infilò un vestiario,
rubbò ducento lire a l'impresario,
uscì dar parcoscenico e aspettò.
Ammalappena vidde una cantante
j' agnede incontro e je ne fece tante.
L'invitò d'annà a cena, ma la Stella
lo riconobbe e disse: — Nun sia mai!
Va' via! Fai schifo! Fai ribbrezzo, fai!
Venì a cena co' te? Sarebbe bella!
Me pare de peccà contro natura
con una bestia simile! Ho paura! —
Ma quanno lo Scimmiotto, ch'era pratico,
je fece vede er pacco de bajocchi,
lei cambiò tono, lo guardò nell'occhi
e disse: — Doppo tutto sei simpatico...
Nun so... ma ciai un profilo interessante... —
E agnede difìlata al ristorante!
Questo pe' l'interesse; poi succede
che, spesso, una regazza se marita
sortanto co' l'idea de cambia vita,
e se ne va cór primo che la chiede.
— Che sarà 'sto marito? Che farà? —
E se lo pija pe' curiosità.
In un momento de cattivo umore
lo fa la donna quanno che s'annoja;
ma è 'na cosa slavata, contro voja,
dove c'è tutto fôri che l'amore.
È un genere d'amante che s'appiccica
spece ne le giornate che pioviccica.
Ma quanno è innammorata per davero
de quarchiduno che je va a faciolo,
nun cià davanti all'occhi che lui solo,
lui solamente è l'unico pensiero:
lui sa, lui fa, lui dice, lui commanna...
E allora... panza mia, fatte capanna!
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 18/09/2018, 8:59

ER SERRAJO: LA FINE DE LO SCIOPERO

Trilussa (Carlo Alberto Salustri)

Vojantri osserverete giustamente:
— Ma come?! Ner sentì ‘ste cattiverie,
tutte ‘st’infamie, tutte ‘st’improperie,
er Domatore nun diceva gnente?
arimaneva lì come un cacchiaccio? —
E ch’aveva da fa’ quer poveraccio?
Lui capiva ch’aveveno raggione,
je toccava abbozzà… Ma cór pensiero
cercava de fregalli. Tant’è vero
che, a un certo punto de la spiegazzione,
disse piano a la Moje: — Amica mia,
qui bisogna giocà de furberia.
Già me tengo un discorso preparato
dove ciò messo tutto: l’affarismo,
li sfruttatori der capitalismo,
co’ la conquista der proletariato,
benessere sociale, Fratellanza,
Giustizzia, Libbertà, Fede, Uguajanza…
Co’ un popolo de bestie come questo,
pe’ minchionallo bene, è necessario
prima de tutto un bon vocabbolario,
un ber vocione e relativo gesto.
Basteno ‘ste tre cose e so’ sicuro
de rimettélli co’ le spalle ar muro.
E appena avrò ripreso er sopravvento
pe’ sottomette ‘sta canaja infame,
la prima bestia che me dice: «ho fame»,
je do ‘na schioppettata a tradimento.
Questo è er mezzo più semplice e più pratico
pe’ conservà un governo democratico! —
Certo de la riuscita, er Domatore
sonò tre o quattro vorte la grancassa
pe’ potè fa’ più effetto su la massa,
se soffiò er naso e principiò a discore:
— No, così nun pô annà, popolo mio:
lo capisco benissimo pur’io!
Er cammino che fa la civiltà
s’impone a Papi, Imperatori e Re!
La borghesia precipita da sé,
spinta dar soffio de la Libbertà,
e se trova a combatte a tu per tu
co’ l’ideale de la schiavitù!
Compagni! — Bene! Bravo! — strillò l’Orso.
— Mó dichi bene! — fece er Coccodrillo.
— Ah! meno male! Mó sto più tranquillo… —
barbottò l’Omo, e seguitò er discorso:
— Compagni! D’ora in poi ce vô un governo
più bono, più civile, più moderno.
Faremo una politica un po’ mista
uguale a la politica italiana,
con una monarchia repubbricana
clerico-moderata-socialista:
così contento tutti e ar tempo istesso
resterò Re com’ero fino adesso.
In quanto poi ar benessere, ho studiato
er modo d’arisorve la questione:
pe’ potè mijorà la condizzione
de la classe più povera, ho pensato
de faje un’ignezzione ogni matina:
e sapete co’ che? co’ la morfina.
La morfina è una cosa che fa bene
e intontonisce provisoriamente:
chi la pija va in estasi e se sente
come una cosa dórce ne le vene,
perché se scorda, tra la veja e er sonno,
le noje e le miserie de’ sto monno.
Solo co’ ‘sto rimedio rivedremo
tutto color de rosa, tutto bello…
— Ma questo — strillò er Cane — è un macchiavello
pe’ pijacce pe’ ‘r collo a quanti semo!
Tu cerchi d’imbrojacce, e te lo dico
pe’ via che te conosco e te so’ amico.
Pe’ li mali ce vô la medicina,
ne convengo e la cosa è naturale;
ma propone un benessere sociale
a furia d’ignezzioni de morfina
significa provede a li bisogni
co’ quello che se vede ne li sogni!
È un ber pezzetto ormai che ce riempi
la testa co’ le solite parole!
È un ber pezzetto che prometti er Sole
ch’annunzia l’arba de li novi tempi…
Ma intanto annamo a letto senza cena:
antro che sole novo e luna piena!
Tu che sei furbo appoggi er socialismo
perché, fra transiggenti e intransiggenti,
noi se trovamo in mezzo a du’ corenti
cór rischio d’abbuscasse un rumatismo.
Così tra ‘no sbadijo e ‘no stranuto
restamo buggerati senza sputo! —
Allora l’Omo disse: — Ma perché,
invece de discore tutti quanti,
nun nominate du’ rappresentanti
de fiducia che parlino co’ me?
Questa me pare l’unica maniera…
— Sì, sì, ha raggione, — disse la Pantera —
Nominamo du’ membri fra de noi
che vadino a portà la condizzione:
io darebbe l’incarico ar Leone…
— Oh, in questo, — disse l’Omo — fate voi.
Co’ l’uguajanza che ciavete adesso
o un Leone o un Majale fa l’istesso.
Perché sceje un Leone e no un Majale?
Se cominciate a fa’ le preferenze
voi riammettete certe diferenze
e fate un’uguajanza disuguale;
anzi, per esse giusti, incaricate
le du’ bestie più povere e affamate. —
E furono defatti er Porco e er Gatto
l’animali che c’ebbero l’onore
d’annà a discute assieme ar Domatore,
che fra de lui rideva come un matto
pe’ via che tanto er Gatto ch’er Majale
lo chiamaveno amico personale.
— Colleghi, — poi je disse sottovoce —
io so’ disposto a tutto, so’ disposto,
basta che nun me fate perde er posto
e obbrigate le bestie più feroce
a rientra ne le gabbie… — E, caso mai,
— je domannò er Majale — che ce dài?
— Ecco: a te te prometto in segretezza
un bon impiego in una fattoria.
Lì potrai fa’ qualunque porcheria
e ingrassatte framezzo a la monnezza.
Magnerai, beverai, farai l’amore…
Insomma, via! starai come un signore.
Riguardo ar Gatto je darò ogni giorno
una libbra de trippa e de pormone,
lo terrò a casa mia com’un padrone
che magna e beve e nun concrude un corno.
Così, séte contenti.’ — Er Porco e er Gatto
risposero: — Va bene! Sarà fatto! —
E ritornorno in mezzo a li compagni
strillanno: — Alegri, amichi! Avemo vinto!
Finarmente er Padrone s’è convinto
ch’è necessario che la bestia magni!
Avemo vinto! D’ora in poi ciavrete
qualunque concessione chiederete.
Però badate: perché l’Omo ciabbia
tutta la carma pe’ studià l’affare,
ve prega che finite le cagnare
e rientrate tranquilli ne la gabbia,
speranno sur bon senso speciarmente
de quelli der partito intransiggente. —
Le bestie ne convennero. Quarcuna
più sfiduciata nun voleva cede;
ma poi, credenno a quelli in bona fede,
rientrorno ne le gabbie una per una:
mentre ch’er Domatore soddisfatto
baciava er Porco e abbracciava er Gatto.

Qualunque riferimento a cose o persone del nostro tempo è
puramnte casuale...
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 20/09/2018, 8:43

Prima lezione


.. dopo qualche mese alla facoltà di medicina, il professore ci diede un questionario.
Essendo un buon alunno risposi prontamente a tutte le domande fino a quando arrivai all'ultima che era:
"Qual è il nome di battesimo della donna delle pulizie della scuola?"
Consegnai il mio test lasciando questa risposta in bianco e,
poco prima che finisse la lezione,
un alunno domandò se l'ultima domanda del test avrebbe contato ai fini del voto.
"E' chiaro!", rispose il professore.
"Nella vostra carriera voi incontrerete molte persone.
Hanno tutte il loro grado d'importanza.
Esse meritano la vostra attenzione,
anche con un semplice sorriso o un semplice ciao".
Non dimenticai mai questa lezione ed imparai che il nome di battesimo della nostra donna delle pulizie era Marianna.
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 20/09/2018, 10:36

IL BUON USO DEL MONDO :
agire nell'età del rischio

Salvatore Natoli

Della vita posso dire che è mia se la padroneggio,la valorizzo, la destino. Non lo è affatto se
mi lascio vivere, se è solo tempo che scorre e non scelta, meta, realizzazione. [...]
Ma se è vero che ogni uomo sceglie la sua vita, è altrettanto vero che non la sceglie definitivamente. Ognuno la va costruendo con e attraverso le sue scelte: la aggiusta, apprende per prova ed errore, e nel fare questo le conferisce senso e coerenza. E tutto ciò lo si fa unicamente agendo. La vita è la “trama delle proprie azioni”.[...]
Se, per un verso, il “darsi da fare” è segno di vitalità, per l'altro può risolversi in un semplice muoversi a vuoto,improduttivo per chi lo pratica e, più in generale, per la società. La formula “datti da fare!”, che peraltro ha il tono di un invito, consiglia un comportamento, senza esibire le ragioni circa l'opportunità o meno di adottarlo.
Si corre, dunque, ma verso dove? C'è chi insegue, chi resta per strada. C'è, poi, chi neppure
si avvia. D'altra parte, se la logica del “fare” è quella in base a cui veniamo valutati –
e perciò accettati o esclusi -, siamo ingaggiati, di fatto in un movimento che non governiamo. In queste condizioni, alcuni stanno strenuamente sul pezzo, tengono il ritmo e, se premiati del successo, si sentono vivi. Altri, invece, non riescono a beneficiare di alcun premio e si adattano alla routine, lavorano senza gioia. Magari avrebbero voglia di mollare, ma non lo fanno per paura di finire ai margini della società. In effetti, l'essere “attivi”, impegnati in qualcosa e con qualcuno, ci fa sentire in certo modo protagonisti, padroni di noi stessi: soggetti
. Ma lo siamo davvero? Il nostro “fare” è un “agire”, o non piuttosto, semplicemente,
un “eseguire”?[...]
Un tempo l'uomo trovava innanzi a sé confini invalicabili, oggi ogni confine può essere
valicato, almeno in linea di principio. E dunque, come governare la complessità, governare
l'improbabile, fronteggiare l'imponderabile? La logica degli interessi guarda, per lo più, al ritorno immediato, in termini di puro guadagno, e perciò tiene in poco conto le conseguenze. Più si ha, più si vuole avere. Tale meccanismo psicologico è di elementare comprensione e da sempre è così. Questa tendenza, però, ha subìto un'accelerazione nel momento in cui scienza, tecnica e mercato hanno finito per creare più bisogni di quanti ne possano soddisfare. [...]
Le attese sono sempre superiori ai risultati, sicché si trasformano inequivocabilmente in
pretese. E così l'immaginario di onnipotenza genera paradossalmente delusione. La “mancanza” è condizione permanente e immanente dello sviluppo. Stando così le cose bisogna fermarsi un momento e chiedersi: “Fino a che punto questo ritmo di crescita è sostenibile?”. Ma c'è una domanda più radicale e profonda: “E' proprio necessario per la nostra felicità?”. E, di conseguenza: “quale tipo di crescita bisogna perseguire per essere felici?”. Ma cos'è la felicità? La risposta c'è ed è antica: “Divenire quel che si è”. Evidentemente dobbiamo sapere chi siamo. E non dimenticarcene.
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 23/09/2018, 8:59

"IL SILENZIO DEL MARE"
il primo racconto di Vercours
di Gaetano Cellura


L’ufficiale tedesco si presentò: “Mi chiamo Werner von Ebrennac”. E aggiunse: “Mi dispiace”. I suoi ospiti non risposero, come faranno sino alla fine del racconto. L’ufficiale indesiderato era colto e cortese. Faceva il musicista nella vita civile e aveva girato l’Europa. Molto innamorato di Praga, perché “nessuna città ha tanta anima”; e di Norimberga, dove un tedesco “ritrova i fantasmi cari al suo cuore, in ogni pietra il ricordo di coloro che costituirono la nobiltà della vecchia Germania”. Della Francia amava lo Spirito: la sua letteratura, la più ricca di grandi autori, e la cattedrale di Chartres. Vederla umiliata proprio nello Spirito dall’esercito del suo paese; esserne lui stesso, ufficiale di quell’esercito, un occupatore: questa era la fonte del suo immenso dispiacere. Nessun libro francese, e di scrittori pur adulati in Germania, passava più la frontiera. La lotta, la Grande Lotta tra il Potere temporale e il Potere spirituale era cominciata e già persa dalla Francia invasa e occupata. La Francia collaborazionista di Vichy. “Mi dispiace”. E voleva subito con i suoi ospiti mettere in chiaro, dunque, Werner von Ebrennac, che gli dispiaceva occupare quella casa con il giardino dove scorreva la loro vita familiare, ma ancora di più occupare il loro paese, da lui amato. Era la Grande Lotta, l’umiliazione dello Spirito francese che voleva evitare quando parlò agli “uomini vittoriosi” di questa umiliazione. Ma i compatrioti invasori risero di lui. Gli risposero che la politica non è il sogno di un poeta. “Perché credete voi che abbiamo fatto la guerra?” L’abbiamo fatta, dissero ancora ridendo, per guarire l’Europa dalla peste, dal Gran Pericolo del veleno francese, per loro così forte da contagiare persino l’ufficiale Von Ebrennac, farne un pacifico sognatore: “ci si presenta l’occasione di distruggere la Francia, e la distruggeremo”. Distruggeremo la sua potenza e la sua Anima: il Gran Pericolo per l’Europa. È a questo punto che l’ufficiale tedesco chiede l’autorizzazione a “raggiungere una divisione al fronte”, a mettersi in viaggio per l’oriente, per l’inferno; verso “quelle pianure sconfinate dove il grano futuro si alimenterà di cadaveri”. L’autorizzazione gli viene concessa. E lui parte: sconfitto e deriso perché la politica non è il sogno di un poeta, perché il matrimonio tra i due grandi paesi (uno eccelleva nella letteratura; l’altro, la Germania, nella musica) che romanticamente sognava era impossibile. Due anni dopo l’invasione tedesca della Francia, finito di scrivere nell’ottobre del 1941, usciva questo racconto: Il silenzio del mare di Vercors, pseudonimo di Jean Bruller. Così breve e bello. Così breve (meno di cento pagine) e denso di malinconia, rimorso e risentimento ideale. De Gaulle lo fece tradurre, stampare come volantino e paracadutare in Inghilterra. La sua lettura poteva spronare gli inglesi alla resistenza. Questo pensava il Generale. Lo pensava veramente. Il titolo esprime il silenzio rassegnato del popolo vinto. Ma anche il rifiuto – sdegnoso, sprezzante – di una famiglia, più in generale il rifiuto di una parte di quel popolo, e dei suoi scrittori e intellettuali, di ogni forma di dialogo con l’invasore. E non importa che a richiederlo sia il più sensibile dei nemici, il più afflitto per le sorti della Francia. Per questo silenzio totale, il racconto è un monologo: parla solo Von Ebrennac. E i discorsi con i suoi ospiti silenti – sulla Francia, la letteratura, la musica, la guerra – si concludono sempre allo stesso modo: “Vi auguro la buonanotte”. Mestamente, sino all’ultimo saluto prima di partire per il fronte orientale. Mai riceve risposta, mai il saluto è ricambiato dai padroni di casa costretti a ospitarlo. Per questo, quando a Vercors venne proposto di fare del suo racconto un film, che uscì nel 1949, lui si mostrò dubbioso: avrebbe avuto successo un film in cui parlava solo il protagonista? Ma ebbe successo: il regista Jean Pierre Melville evidentemente se ne intendeva, di film e di racconti. Vercors era ingegnere elettronico, ma svolgeva l’attività di disegnatore satirico e di illustratore di libri per bambini. La rapidità con cui scrisse Il silenzio del mare e il successo riscosso dall’opera, diventata simbolo della resistenza al nazismo, fece poi di lui un narratore. Ma il suo nome restò sempre legato a quel suo primo racconto.
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 24/09/2018, 9:41

Come un'auto pirata

Sei spuntata all'improvviso
al crocevia
della mia Vita.
... Non t'aspettavo... o forse sì!
Mi hai travolto in pieno,
e fatto a pezzetti
tutte le mie A.
E senza fermarti
sei fuggita via,
lasciandomi per compagnia
soltanto i segni indelebili
della tua frenata.
A terra raccolgo da solo
ciò che rimane di me.
Un solo epitaffio vola
sull'asfalto bollente:
"fatti forza"!
Ma la mia Anima
stenta a prendere
i numeri della tua targa!
... E c'è silenzio, tutt'intorno!!

Fortunato Campanile
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 30/09/2018, 9:36

PERÒ

Trilussa

In un paese che non m’aricordo
C’era una volta un re ch’era riuscito
a mette tutto er popolo d’accordo
e a unirlo in un medesimo partito
che era quello monarchico per cui
era lo stesso che voleva lui.
Quando nasceva un suddito er governo
je levava una ghiandola speciale
per aggiustarje er sentimento interno
secondo la coscienza nazionale
in modo che crescesse nell’idea
come un cocchiere porta la livrea.
Se cercavi un anarchico .. Domani!
Macchè! non ne trovavi più nessuno
nè socialisti nè repubblicani
manco a pagarli mile lire l’uno
qualunque scampoletto di opinione
era venduto a prezzo di occasione.
Per questo in quel paese che vi ho detto
viveano così ch’era un piacere
senza un tirate là, senza un dispetto
ammaestrati tutti di un parere
chi la pensava differentemente
passava pe’ un fenomeno vivente.
Er popolo ogni sera se riuniva
sotto la reggia pe’ vedè er sovrano
che apriva la finestra tra l’evviva
e s’affacciava tra lli sbattimano
fino a che non pijava la parola
come parlasse a ‘na persona sola.
– Popolo – je diceva – come stai? –
E tutto quanto er popolo de sotto
j’arispondeva – Bene! Assai! –
– Ce pare d’aver vinto un terno al lotto! –
E il re contento, dopo averje detto
quarche altra cosa li mannava a letto.
Ecchete che una sera er Re je chiese
– Siete d’accordo tutti quanti? –
E allora da centomila bocche non si intese
che un -sì -allungato che durò mezz’ora.
Solamente un ometto scantonò
e appena detto sì disse però.
Vi immaginate quello che successe!
– Bisogna bastonarlo – urlò la folla
– Le indecisioni non sono più permesse
se no ricominciamo il tirammolla. –
– Lasciate che mi spieghi e poi vedremo –
disse l’ometto che non era scemo.
– Defatti appena er Re c’ha domandato
se eravamo d’accordo j’ho risposto
nel modo che avevamo combinato
ma un buon amico che c’avevo accosto
per fasse largo, proprio in quel momento
m’ha acciaccato li calli a tradimento.
Io dunque non ho fatto una protesta
quel però che mi è uscito in bona fede
più che un pensiero che c’avevo in testa
era un dolore che sentivo al piede.
Però, dicevo, è inutile se poi
ce pestamo li calli tra di noi.
Quanno per ambizione o per guadagno
uno non guarda più dove cammina
e monta sulli calli del compagno
va tutto a danno della disciplina.-
fu allora che la folla persuasa
je disse – vabè, però stattene a casa –
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 03/10/2018, 21:38

COME VA?

Si tratta di immaginare come vari personaggi, animali e cose risponderebbero alla domanda: Come va?

Alcuni personaggi rispondono:

Il santo: Ho un cerchio alla testa.
La fata: Ho il colpo della strega.
Dracula: Mi sento proprio in vena.
L’orologiaio: Non vedo l’ora.
L’inquilino sfrattato: Che disdetta!
Il calvo: Ho un diavolo per capello.
Il matematico: Ho problemi di calcoli.
Il pilota: Ho la testa fra le nuvole.
L'astronauta: Ho la luna di traverso.
Il paracadutista: Non ci casco più.
Il giardiniere: Sono rimasto al verde.
Il miliardario: Mi esprimerò in parole povere ...
Il medico, dopo aver visitato un paziente: Non tutti i mali vengono per nuocere.

Gli oggetti rispondono:
Il rubinetto vecchio: Siamo agli sgoccioli.
Il brufolo: Scusate lo sfogo.
Il fiammifero: Io ne ho piene le scatole!
Il fucile: Che mi venga un colpo!
La candela: C'era una volta....
Il limone: Il tempo stringe.
Il dizionario: Sono senza parole.
La cassaforte: Che combinazione!
Il dado di carne: Tutto fa brodo.

Gli animali rispondono:
Il bruco: Mi sento un verme.
Il cane: Ho una bella gatta da pelare.
Il serpente: Non sto più nella pelle.
Il drago: Ho la gola in fiamme.
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