spigolando, spigolando....

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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 04/08/2018, 10:52

I BUONI PARENTI

I buoni parenti, dica chi dir vuole,
a chi ne può aver, sono i fiorini:
quei son fratelli carnali e ver cugini,
e padre e madre, figlioli e figliole.
Quei son parenti, che nessun sen dole,
bei vestimenti, cavalli e ronzini:
per cui t'inchinan franceschi e latini,
baroni, cavalier, dottor di scuole.
Quei ti fanno star chiaro e pien d'ardire,
e venir fatti tutti i tuoi talenti,
che si pon far nel mondo, nè seguire.
Però non dica l'uomo: "I' ho parenti";
che, s'e' non ha denari, e' può ben dire:
"Io nacqui come fungo a' tuoni e venti!"
Cecco Angiolieri

IL COMMENTO DI CAIOMARIO

I veri parenti per Cecco Angiolieri sono i fiorini (la moneta di Firenze nell'epoca il cui visse l'irriverente senese) ma a condizione che uno può averne. I fiorini cioè i soldi sono i veri parenti di cui non si ha mai motivo di lamentarsi, essi ti procurano comodità di ogni tipo; e davanti ad essi si inchinano tutti: francesi e latini, nobili, cavalieri e dottori. Insomma vale il detto latino che "pecunia non olet" per nessuno.
I soldi -ribadisce Cecco- fanno in modo che tu possa conseguire qualsiasi obiettivo materiale....ovviamente in questo mondo.
Conclude Cecco con un'osservazione caustica e cinica: Però non si deve dire -Io ho parenti- pensando di trovare in loro un appoggio se non si hanno soldi; chi infatti non ha soldi dovrebbe dire:
Io nacqui solo come un fungo esposto alle intemperie".
Ancora una volta Cecco Angiolieri si dimostra beffardo e cinico, con una malizia ed una perfidia rarissima ma....ammirabile!!
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 05/08/2018, 12:19

Gaspare Gozzi - Il gatto e la formica

"O poco cervello! o veramente bestia! - disse un giorno la formichetta al gatto. - Che fai tu pazzo? Vedi un poco me: io non lascio correre il tempo invano. Quando ho preso un granellino di frumento o qualche guscio di fava, vado a riporlo nel mio granaio e, come se non l'avessi, esco fuori a provvedermene d'un altro; e così fo del terzo e poi del quarto senza mai arrestarmi, tanto che fra gli uomini sono mostrata per esempio di cautela e di giudizio. Tu all'incontro, quando hai preso un topolino, in cambio di attendere a far nuova caccia, ti dai ora a miagolare, poi lo lasci correre e lo ripigli, di là con una zampa lo fai balzare dall'altra, e fai mille giuochi o saltellini e pazziuole, sicchè prima di dargli la stretta, perdi qualche ora di tempo.
Ti pare prudenza questa? Bada ai fatti tuoi e non gittar via le ore in frascherie, sciocco e cervellino che tu sei"
"La sciocca e cervellina sei tu; - rispose il gatto. - Quanto è a me, credo di essere maggior filosofo di Aristotele. Credi tu che sia maggior segno di giudizio l'affaticarsi sempre al mondo per avere assai, o sapere in quel poco che si ha trovare la contentezza, e la consolazione triando in lungo qualche tempo senza pensieri?"
Non mi pare che il gatto parlasse male: sicché, se vi pare, ingegnatevi, d'imitarlo da qui avanti, come avete finore imitata la formica"
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 06/08/2018, 10:35

Il ruolo della donna nella società greco-romana:
galleria di ritratti femminili tra mito, letteratura e storia.


1. In principio fu Pandora , colei che è fornita di tutti i doni. Secondo il mito , Zeus,
irato con Prometeo perché aveva rubato il fuoco agli dèi per darlo agli uomini, come
punizione decise di inviare sulla terra una sventura: la prima donna, a cui ogni divinità
aveva fornito un dono. Pandora era quindi dotata di bellezza, grazia, fascino, abilità nei
lavori femminili, ma aveva "anima di cane", carattere ingannevole, menzognera,
ingannatrice, sempre insoddisfatta, polemica e piena di rivendicazioni.
Creata con terra e acqua, Pandora è un prodotto artigianale realizzato da Efesto,
che le dà le sembianze di una casta vergine, e perfezionato da Atena, che le dona la
capacità di sedurre. E così Zeus mise fra gli uomini questo "ambiguo malanno, portando
alla luce del sole le donne" (Eur., Ipp., 616-617).
Benché messo sull’avviso da Prometeo, (colui che pensa prima), il fratello
Epimeteo, (colui che pensa dopo), si lasciò sedurre da Pandora e il gioco fu fatto.
Sposatala nel giro di un giorno, Pandora, ormai sistemata in casa, andò ad aprire la giara
che mai nessuno avrebbe dovuto toccare, disperdendo così tutti i mali che vi erano dentro
e richiudendola solo prima che anche la speranza, che è l’ultima a morire, fuggisse via.

2. Ripercorrere la storia della donna nel mondo classico non è pura curiosità
erudita, ma, poiché passato e presente si illuminano dialetticamente, ci può aiutare a
capire quando e perché l’inferiorità della donna venne codificata e teorizzata.
Molti secoli dovranno passare prima che tale inferiorità come fatto naturale venga
messa in discussione, da quando Aristotele, identificando la donna con la materia
(ricordiamo la nostra Pandora plasmata con terra e acqua) la escluse dal dominio della
"ragione" e la contrappose all'uomo costituito di "spirito".
Il cristianesimo, lungi dal migliorare la situazione, demonizzò la donna, simbolo
della tentazione e del peccato. Non a caso fu sempre una donna, Eva, la causa del
peccato originale.

3. Nella tradizione letteraria greca emblematica per comprendere la condizione
femminile è l’Orestea di Eschilo: infatti nelle Eumenidi (vv. 658-666) Apollo afferma
chiaramente che il corpo femminile non è la fonte della vita, ma piuttosto un ricettacolo, un
recipiente temporaneo che accoglie il bambino; quando Oreste viene assolto per aver
ucciso la madre Clitemnestra, (colpevole di aver ucciso il marito per punirlo dell’assassinio
della figlia Ifigenia), ciò che implicitamente Eschilo asserisce è il ruolo subalterno della
donna nella riproduzione.
Il corpo femminile è visto esclusivamente come incubatrice del bimbo, mentre il
“proprietario” dei figli, colui che li crea, è solo il padre, la madre è estranea ad un estraneo.
In quest’ottica si può comprendere anche la scelta di Medea di uccidere i propri figli: essi
sono un bene di Giasone, appartengono a lui, non alla madre: privare un padre della
propria discendenza era nell’Atene del V secolo a.C. il modo più atroce per vendicarsi del
tradimento subito.

4 . Singolare può sembrare il trattamento che veniva riservato a chi si macchiava di adulterio: mentre l’adultero poteva essere ucciso, se colto in flagrante, -una sorta di nostro delitto d’onore-
la donna era esposta a sanzioni diverse, sempre però nell’ottica della sua
inferiorità: in sostanza, non essendo in grado di avere una volontà propria, la donna non
aveva parte attiva nel tradimento ed era, tutto sommato, irresponsabile.
Così è infatti per la moglie di Eufileto che, pur partecipando attivamente
all’adulterio nel pianificare degli stratagemmi intelligentissimi per ricevere l’amante in casa,
non trova voce nell’orazione in quanto non possiede personalità giuridica. Certo dalla
vicenda uscì distrutta, ripudiata dal marito non poteva frequentare i luoghi sacri ed era
esclusa dalla partecipazione ai culti della città. Ebbene, di questa donna, l’orazione in
difesa del marito, reo di aver ucciso l’amante della moglie in flagranza di reato, non ci
tramanda neppure il nome.

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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 06/08/2018, 11:28

Il ruolo della donna nella società greco-romana:
galleria di ritratti femminili tra mito, letteratura e storia.

SEGUE....

[..]5. Il primo documento che descrive le condizioni della donna è costituito dai poemi omerici che trasmettono la cultura della Grecia delle origini nella loro globalità. In primo luogo viene da chiedersi come mai, in un mondo che riflette chiaramente un solido sistema di valori maschili, la donna assuma un ruolo di non poco rilievo. La risposta non è purtroppo lusinghiera: considerate alla stregua di un oggetto, il suo possesso conferisce un prestigio direttamente proporzionale all’oggetto stesso e avere Elena al proprio fianco, la donna più bella del mondo, figlia di Zeus, regina di Sparta, non è come avere in moglie una donna ordinaria e normale. La donna era considerata esclusivamente un fatto patrimoniale.

Questo è il motivo per cui Elena, dopo la fuga a Troia con il suo amante Paride, per cui si combatté secondo il mito la decennale guerra di Troia, venne reintegrata perfettamente nel suo ruolo di sposa legittima e regina di Sparta: non avrebbe avuto senso, infatti, per Menelao perdere la prova vivente del suo trionfo.
Anche la proverbiale fedeltà coniugale della cugina Penelope per lo sposo
Odisseo potrebbe avere risvolti di natura patrimoniale: finché non avesse abbandonato la casa di Odisseo rimaneva la depositaria non solo dei beni
ma anche della funzione regale dello sposo; e proprio tale funzione fa sì che ben 108 pretendenti aspirassero alla sua mano, a meno che non si voglia pensare ad un innamora mento di massa per la bellissima regina. Ma, benché Penelope venga ricordata per la sua fedeltà, a ben leggere i versi di Omero ella è desiderosa di riprendere marito e decide di organizzare la gara dell’arco per scegliere il nuovo sposo proprio nel momento in cui le giunge la notizia certa che Odisseo sta per tornare. A più riprese e da diverse persone viene anche avanzato il dubbio sulla
paternità di Telemaco, figlio di Penelope e Odisseo: come sempre
mater certa, pater incertus. Lo stesso Telemaco ha delle perplessità e, interrogato a tal proposito, risponde di non saperlo con certezza.

La figura di Penelope è forse tra le più contraddittorie e risente maggiormente di quella funzione educativa affidata ai poemi: a lei spettò il compito di riassumere tutte le virtù che doveva possedere una donna in un mondo in cui la donna era vista con profonda diffidenza. Anche il suo nome si presta a diverse interpretazioni, se da un lato potrebbe ricollegarsi al nome il termine filo della trama unito al verbo strappare (richiamando lo
stratagemma della tela), altrettanto intrigante è l’ipotesi che lo ricollega a
Penelops, un’anitra selvatica caratterizzata dalla fedeltà monogamica per il compagno.
La distinzione fra la condizione femminile e quella maschile nell'antica Grecia era dovuta all’organizzazione sociale della polis, dove esisteva una figura femminile "relegata" esclusivamente al semplice ruolo riproduttivo.
Tuttavia questo stesso ruolo era diverso fra le popolazioni greche doriche e ioniche, perché diversa era l'organizzazione interna delle rispettive
Poleis.

6.
Nell’Atene classica ciò che importava era assicurare la continuità dell
a famiglia all’interno della città; la donna, dunque, aveva una collocazione sociale in base al rapporto stabile od occasionale con un uomo: esisteva la moglie (damaro gynè), per garantire la discendenza di figli legittimi: promessa sposa quando era bambina, si sposava sui 14 anni, non aveva diritti, non partecipava alla vita sociale maschile, viveva reclusa nel gineceo. C’era poi la concubina (pallakè), spesso straniera, aveva i doveri della moglie e i suoi figli avevano diritto alla successione ereditaria. L’etèra, una sorta di accompagnatrice per le occasioni sociali, era colta, conosceva la musica, il canto e la danza, accompagnava l'uomo nella vita sociale, dove non poteva recarsi la moglie o la concubina, era a pagamento.

7.A Sparta ciò che contava invece era lo Stato e non la famiglia e tutti, donne comprese, dovevano concorrere a renderlo forte e stabile . In quest’ottica le donne dell'antica Sparta vantavano, rispetto alle Ateniesi,
una libertà maggiore: venivano educate fuori casa fino ai 16 anni, svolgevano attività fisica e frequentavano le palestre perché si riteneva che così potessero generare figli più forti per lo Stato. Ciò dava loro una relativa libertà e una qualche autorità: celebre, e per la nostra sensibilità forse incomprensibile, è la frase con cui salutavano i figli o gli sposi in parte nza per la guerra: “o con lo scudo (cioè vittoriosi), o sullo scudo (cioè caduti per difendere la patria)”. Anche il rito nuziale lascia poco spazio al romanticismo: alla giovane sposa venivano rasati completamente i capelli, le si facevano indossare una veste e calzari maschili, la si lasciava oricata su di un pagliericcio sola e al buio. Lo sposo, dopo aver cenato con i Compagni, la prendeva tra le braccia, la conduceva a letto e, dopo aver
trascorso con lei il tempo necessario ad assolvere i doveri coniugali, si ritirava compostamente.

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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 06/08/2018, 19:00

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Il ruolo della donna nella società greco-romana:
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8. Per quanto riguarda la donna romana , a paragone di quella ateniese, potremmo
affermare che ella gode di una condizione e di uno statuto più favorevoli, ma certo, almeno
in alcuni periodi, la sua situazione non è stata invidiabile.
Quando non veniva esposta subito alla nascita e destinata così a morte certa, la
fanciulla romana era destinata ad un matrimonio precocissimo e passava dalla potestà del
padre a quella altrettanto opprimente e severa del marito.
E quando si parla di potestà si vuole dire che chi la esercita ha sui sottoposti diritto di vita e di morte.
Per comprendere maggiormente il modo in cui era concepita la condizione
femminile, utile è un richiamo all’onomastica romana per vedere come, anche in questo
ambito, il nome dato alle fanciulle indichi, in qualche modo, la loro condizione di
subalternità rispetto all’uomo.
L’uomo aveva tre nomi:praenomen, cioè il nome proprio (Gaio, Lucio, Publio. Marco, Aulo, Tiberio); il nomen, indicativo della gens di appartenenza (Iulius, Claudius, Terentius, Valerius); il cognomen, indicante il gruppo familiare (Caesar, Catullus, Afro, Cicero): qualche esempio: Lucio Sergio Catilina; Gaio Giulio Cesare; Marco Tullio Cicerone; Gaio Sallustio Crispo; Publio Cornelio Scipione.
Per la donna, invece le cose stanno diversamente: trascorsi i primi otto giorni dalla nascita, la bambina viene purificata con acqua, nel cerimoniale della lustratio. Parenti e amici di famiglia portano doni e alla bambina viene dato un nome, il suo vero praenomen, che viene però gelosamente tenuto segreto e custodito nell’intimità familiare. Poiché tuttavia è necessario individuare la donna anche al di fuori dell’ambiente domestico, quel nome viene sostituito per i terzi da un cognomen, quello della gens paterna con le sole aggiunte utili a distinguere la neonata dalle sorelle, secondo l’ordine di nascita (Maxima, Maior, Minor oppure Prima, Secunda,
Tertia) o secondo l’aspetto (Rutilia, Murrula, Burra).
E’ così che mentre un uomo, come Marco Tullio Cicerone, possiede tre nomi, sua figlia si chiama solo Tullia. Più tardi nella cerimonia nuziale, alla rituale domanda “Qual è il tuo nome?” rivolta alla donna dallo sposo nel momento del l’entrata ufficiale di lei nella casa del marito, la sposa risponderà di chiamarsi con lo stesso nomen di lui e al precedente
cognomen gentilizio paterno subentrerà, o si aggiungerà, quello dello sposo. La risposta
suona in questo modo: Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia. Così, ad esempio, la catulliana Clodia, diventerà
Clodia Metelli, la donna di Quinto Metello Celere. E per la seconda volta nella sua vita la donna continuerà a tacere al pubblico il suo vero nome, che non verrà rivelato talora neppure nella sua epigrafe funeraria.
Negandole anche il nome, la donna non era e non doveva essere un individuo, ma solo frazione passiva e anonima di un gruppo familiare. .
Tra i vari divieti a cui era sottoposta la donna uno mi pare particolarmente singolare: il divieto di bere vino e, per essere sicuri che la donna non bevesse di nascosto, i parenti più stretti potevano esercitare lo ius osculi, ossia il diritto di bacio. Ma questo perché? Fermo restando che non abbiamo una risposta certa, è probabile che il bere vino fosse assimilato dai romani all’adulterio: dal momento che si riteneva che il vino contenesse un principio vitale, la donna che beveva immetteva nel proprio corpo un principio di vita estraneo; ci sarebbe anche un’altra possibilità: poiché il vino, nel mondo antico, era considerato mezzo per raggiungere la divinità, la donna era esclusa da questa comunanza e, pertanto, non poteva bere vino.
Certo a Roma la donna non era segregata in casa come nell’antica Grecia: dopo le
nozze poteva uscire, assistere agli spettacoli del circo e del teatro, partecipare ai banchetti
accanto all’uomo per allontanarsene, però, al momento della commissatio, quando la cena
diveniva eccessivamente animata.
Probabilmente lo stupore che dovevano provare i Greci osservando la condizione della donna romana, che poteva accompagnare il marito ai banchetti, era il medesimo che provavano i romani considerando la condizione della donna etrusca: ella godeva di una notevole libertà di movimento e di un certo prestigio, non più analfabeta ma colta, curava il proprio corpo, partecipava ai banchetti insieme agli uomini, beveva vino e, soprattutto, allevava i figli senza preoccuparsi di sapere chi ne fosse il padre.

La matrona romana del mos maiorum era dedita ai lavori della tessitura e della filatura (lanifica), casta, devota ai vincoli familiari, disposta a vivere dentro le mura domestiche (domiseda), onesta, obbediente, silenziosa, operosa e legata per tutta la vita ad un solo uomo (univira) anche se vedova. Proverbiale divenne un’epigrafe funeraria in cui è scritto: “Casta fuit, domum ervavit, lanam fecit”.
Interessante mi pare ricordare come la parola “donna” si connetta strettamente al latino
domina, ad indicare come la donna, nel mondo romano, fosse la domina, cioè la padrona incontrastata nella domus, ossia nella casa.

Altro fatto che colpisce è che nella fase più antica, nonostante la loro
condizione di subalternità, siano dei fatti legati proprio alle donne a determinare forti
cambiamenti: il primo, quello relativo a Rea Silvia, oltraggiata da Marte, giustifica l’origine
divina della stirpe romana (dalla violenza nacquero Romolo e Remo); l’altro, relativo a
Lucrezia, offesa dal figlio di Tarquinio il Superbo, segna il passaggio dalla monarchia alla repubblica.
A ripescare nei meandri della memoria viene in mente anche l’episodio di Veturia, madre di Coriolano che, durante la guerra contro i Volsci, accusato di tradimento, passò dalla parte del nemico e marciò contro Roma. La madre, a capo di una ambasceria di donne, si recò col proposito di dissuaderlo. Fuori di sé dalla gioia, Coriolano si lanciò incontro alla madre per abbracciarla, ma questa, allontanandolo da sé, severamente gli disse: "Prima che tu mi abbracci dimmi se io sono venuta a visitare il figliuolo o il nemico, se io nel tuo campo sono prigioniera e serva oppure madre”. Commosso, Coriolano ordinò che si levasse il campo.
Questi episodi non possono certamente cambiare il nostro punto di vista sulla condizione della donna romana in epoca arcaica, pur tuttavia ci obbligano a riflettere sul fatto che i Romani si sentirono di assegnare proprio a due donne l’apice di momenti di transizione epocali per la loro storia.
Le generalizzazioni sono però pericolose e fuorvianti; col passare dei tempi questo modo di vivere mutò, sino ad arrivare alla dissolutezza di alcune donne quali Messalina.
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 06/08/2018, 19:58

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Il ruolo della donna nella società greco-romana:
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[..]9. Molto diversa fu la Clodia di Catullo, forse fu davvero una donna dappoco o forse era solo una donna libera in una società conservatrice e tradizionalista, autonoma nelle scelte, libera e indipendente nei sentimenti, tanto da scegliere lei i propri amanti. Certo
non la possiamo dimenticare perché i versi di Catullo sono tra i più belli della letteratura di tutti i tempi.
Sicuramente molto cambia dall’epoca repubblicana all’epoca imperiale, quando già lo stesso Augusto fu costretto ad emanare leggi severe contro l’adulterio per tentare di arginare il fenomeno (lex Iulia de adulteriis coercendis del 18 a C.).

10.
La prima a venire colpita fu proprio sua figlia Giulia, alla quale, a onor del vero, il padre fece sposare tutta una serie di uomini per questioni di opportunità politica. Diede prima in moglie Giulia a Marcello, figlio di sua sorella (14 anni lei, 16 lui!); morto a vent’anni Marcello, Augusto diede in sposa la figlia ad Agrippa, allora sposato con una delle due Marcelle, figlie della stessa sorella Ottavia e da cui ebbe “solo” cinque figli. Infine le fece sposare Tiberio, figlio della seconda moglie di Augusto, Livia Drusilla, e già sposato con Vipsania Agrippa, figlia di Agrippa, già marito di Giulia e di Marcella. Dei tre matrimoni imposti a Giulia questo fu il più difficile per il reciproco disprezzo provato da entrambi. Numerosissimi furono gli amanti di Giulia e la sua condotta arrivò ad infangare a tal punto la casa di Augusto, che egli fu costretto a prendere provvedimenti severissimi.
In un primo momento la relegò nell’isola di Pandataria (oggi Ventotene), le proibì ogni raffinatezza e non consentì che venisse avvicinata da nessun uomo, né libero né schiavo. Dopo cinque anni la fece trasferire in Calabria a Reggio, mitigò un poco le sue
condizioni di vita ma non la perdonò mai.
Eppure Augusto non fornì alla figlia esempi edificanti di castigati costumi: sposò prima Claudia, poi Scribonia da cui ebbe Giulia ed, infine, Livia Drusilla, già sposa dello zio materno, Tiberio Claudio Nerone, da cui ebbe Tiberio
.

11.Tra le tante donne della storia romana una in particolare ha sempre colpito la
mia immaginazione per il modo in cui Dante ce la propone nel primo canto del Purgatorio
attraverso le parole di Catone: “Marzia piacque tanto a li occhi miei/ mentre ch’i’ fu’ di là –
diss’elli allora/ -che quante grazie volse da me, fei” Ma chi è Marzia? Marzia è la moglie
che incarna il ruolo della perfetta obbedienza: moglie di Catone, quando l’oratore Ortensio
ormai vecchio e solo, chiese all’amico di cedergli la moglie per averne dei figli, ella accettò
senza protestare la decisione del marito. Secondo alcuni Marzia divorziò da Catone e
sposò Ortensio, secondo altri gli fu più semplicemente prestata; alla morte di Ortensio
tornò dal marito.

12.
Didone . Primogenita del re di Tiro, Elissa/Didone era sposa di Sicheo. La sua successione al trono fu contrastata dal fratello, Pigmalione, che ne uccise il marito e si insediò sul trono. Probabilmente con lo scopo di evitare la guerra civile, Didone lasciò Tiro con un largo seguito e cominciò una lunga peregrinazione, per approdare, infine, sulle coste libiche intorno all'814 a.C., dove ottenne dal re Iarba il permesso di stabilirvisi, prendendo tanto terreno "quanto ne poteva contenere una pelle di toro". Didone scelse una penisola, tagliò la pelle di toro in tante striscioline e le mise in fila, in modo da delimitare quello che sarebbe stato il futuro territorio della città di Cartagine. Corteggiata da molti sovrani africani, per resistere alle insistenti profferte di Iarba e non venire meno alla fedeltà nei confronti del marito defunto, la regina si suicida e, secondo lo storico Giustino, diviene pertanto una delle divinità del pantheon cartaginese.
Il poema di Virgilio, l’Eneide, celebrativo dell'impero di Ottaviano Augusto e della conseguente grandezza di Roma, opera in senso divergente rispetto alla leggenda.
Caduta vittima di un amore irresistibile per Enea, che alla ricerca di una terra in cui stabilirsi dopo la guerra di Troia viene sbalzato dalle correnti a Cartagine, prima tenta di resistere, ma, incoraggiata a cedere al sentimento dalla sorella, si abbandona all’eroe troiano, il quale, destinato dal fato alla fondazione di Roma, la abbandonerà e a Didone non rimarrà che il suicidio. Le maledizioni della regina verso Enea costituiranno, nell’immaginario dei romani, la causa prima delle guerre puniche, come Elena lo fu per la guerra di Troia; ma, anche in questo caso, le motivazioni riguardano il controllo dei commerci via mare, il Mare nostrum, il Mediterraneo.
13.
Tante sarebbero le riflessioni da fare, come per esempio la leggenda di Enea si connetta alle origini di Roma, ma questo è un altro discorso. Qui ci interessa vedere come, ancora una volta, vi sia una donna in un momento cruciale della storia di Roma, questo ambiguo malanno di cui però, evidentemente, non si può fare a meno, da quando Pandora affascinò Epimeteo.
FINE
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 10/08/2018, 9:00

Er grillo zoppo

Ormai me reggo su ‘na cianca sola.
- diceva un Grillo – Quella che me manca
m’arimase attaccata a la cappiola.
Quanno m’accorsi d’esse priggioniero
col laccio ar piede, in mano a un regazzino,
nun c’ebbi che un pensiero:
de rivolà in giardino.
Er dolore fu granne… ma la stilla
de sangue che sortì da la ferita
brillò ner sole come una favilla.
E forse un giorno Iddio benedirà
ogni goccia de sangue ch’è servita
pe’ scrive la parola Libbertà!-

TRILUSSA
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 10/08/2018, 9:19

LE PIETRE DELLA VITA

Un esperto in time management, tenendo un seminario ad un gruppo di studenti, usò un’illustrazione che rimase per sempre impressa nelle loro menti.
Per colpire nel segno il suo uditorio di menti eccellenti, propose un quiz, poggiando sulla cattedra di fronte a se’ un barattolo di vetro, di quelli solitamente usati per la conserva di pomodoro.
Chinatosi sotto la cattedra, tiro’ fuori una decina di pietre, di forma irregolare, grandi circa un pugno, e con attenzione, una alla volta, le infilo’ nel barattolo. Quando il barattolo fu riempito completamente e nessun’altra pietra poteva essere aggiunta, chiese alla classe:
– “Il barattolo e pieno?”.
– Tutti risposero di si’.
– “Davvero?”.
Si chino’ di nuovo sotto il tavolo e tiro’ fuori un secchiello di ghiaia.
Verso’ la ghiaia agitando leggermente il barattolo, di modo che i sassolini scivolassero negli spazi tra le pietre.
Chiese di nuovo,
– “Adesso il barattolo e’ pieno?”.
A questo punto, la classe aveva capito.
– “Probabilmente no” rispose uno.
– “Bene” replico’ l’insegnante.
Si chino’ sotto il tavolo e prese un secchiello di sabbia, la verso’ nel barattolo, riempiendo tutto lo spazio rimasto libero.
Di nuovo,
– “Il barattolo e’ pieno?”.
– “No!” rispose in coro la classe.
– “Bene!” riprese l’insegnante.
Tirata fuori una brocca d’acqua, la verso’ nel barattolo riempiendolo fino
all’orlo.
– “Qual e’ la morale della storia?”, chiese a questo punto.
Una mano si levo’ all’istante
“La morale e’: non importa quanto fitta di impegni sia la tua agenda, se lavori sodo ci sarà sempre un buco per aggiungere qualcos’altro!”.
– “No, il punto non e’ questo”.
“La verità che questa illustrazione ci insegna e’: se non metti dentro prima le pietre, non ce le metterai mai.”
Quali sono le “pietre” della tua vita?
I tuoi figli, i tuoi cari, il tuo grado di istruzione, i tuoi sogni, una giusta causa. Insegnare o investire nelle vite di altri, fare altre cose che ami, avere tempo per te stesso, la tua salute, la persona della tua vita.
Ricorda di mettere queste “pietre” prima, altrimenti non entreranno mai.
Se ti esaurisci per le piccole cose (la ghiaia, la sabbia), allora riempirai la tua vita con cose minori di cui ti preoccuperai non dando mai veramente “quality time” alle cose grandi e importanti (le pietre).
Questa sera, o domani mattina, quando rifletterai su questa storiella, chiediti:
“Quali sono le ‘pietre’ nella mia vita?” Metti nel barattolo prima quelle.
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 11/08/2018, 9:45

I BARBARI
CHI ERANO, DA DOVE VENIVANO


Di questi popoli sappiamo molto poco. Unica fonte Tacito. Con le sue ricerche e "interviste" ai romani che tornavano da quei territori, era venuto a conoscenza (e credeva) che i cosiddetti BARBARI discendevano da tre ceppi ben precisi nonostante quelle incontrate dalle legioni fossero circa 40 tribù diverse (ma altri fonti recenti affermano che erano circa un centinaio). Forse con il nome GERMANI si chiamava una tribù; ed essendo stati i primi a venire a contatto con i romani, questi da allora chiamarono tutte le varie tribù che incontravano "germani".
Questi popoli venivano considerati come una cosa sola, come una nazione, mentre avevano nemmeno un'idea che cosa fosse una nazione e una comunanza nazionale.
C'erano tra di loro solo leggende tramandate per via orali non essendoci ancora una scrittura. Progenitore comune era «il Dio nato dalla terra»; da suo figlio Mannus derivarono i tre rami principali delle 3 stirpi principali; gli Ingevoni (quello che darà vita al gruppo friso-sassone), gli Istevoni (darà vita al gruppo franco) e gli Erminoni, cioè gli abitanti del centro del territorio (della Germania odierna) fino al Danubio.

Un ceppo, gli Ingevonis e Istevoni provenivano dall' oceanus Germanicus (così chiamato dai romani allora il mare del Nord). Un altro ceppo dal Suevicum (Baltico). Il terzo dal "Cimbrico Jutland (Danimarca), con gli Erminoni stanziati sull'Elba.

Stiamo parlando - citando Tacito - del primo secolo dopo Cristo, mentre qui - con le ultime conoscenze - vogliamo andare molto più indietro 700-500 a.C. li troviamo tutti amalgamati, quasi un unico popolo, ma meglio dire tante tante TRIBU' con alcune analogie negli usi e i costumi, e le loro arcaiche istituzioni. Queste erano molto differenziate, ecco perché non è ancora il momento di chiamarli Germani, Danesi, Svedesi, e meno ancora Franchi. Cioè fin quando la loro divisione diventerà quasi netta, chi dopo circa 3-4 secoli a.C., e chi dopo altrettanti 3-4 secoli d.C., quando inizieranno a scendere a sud, prima per fare razzie, poi per stabilirsi in vari territori, Italia compresa (vedi i LONGOBARDI > >

PERCHE' BARBARI

II termine " barbaro" deriva da un vocabolo greco che significa « balbettante ». Barbaro per i Greci era, senza un senso particolarmente dispregiativo, chi non parlava speditamente il greco: significava solo essere estraneo alla civiltà greca.
Quando si parla di barbari o di età barbarica in senso storico ci si riferisce invece a un particolare momento della storia europea, precisamente al periodo di transizione tra la civiltà romana e quella medioevale in cui si formano i nuclei delle nazioni europee.
All'inizio di questo primo periodo, con i terribili scontri con i Romani piuttosto combattivi, primitivi, rozzi e spietati, cominciò a diventare un sinonimo, un vocabolo equivalente, quindi in senso spregiativo.

CHI ERANO I BARBARI

I barbari non compaiono improvvisamente nel IV-V. secolo dopo Cristo, al momento delle imponenti migrazioni di popoli. Le uniche notizie che di essi abbiamo provengono da testimonianze latine e perciò ci è molto difficile ricostruire una loro storia indipendentemente dai rapporti che ebbero con i Romani. Non possiamo dire quando e come si stanziarono nelle varie zone dell'Europa Nord-orientale, ne come si articolò la loro storia; non ebbero infatti mai una tradizione scritta; solo i Goti conobbero e usarono più tardi una rudimentale forma di scrittura a caratteri runici.
Roma con le sue conquiste aveva conferito i caratteri della civiltà romana a buona parte d'Europa. I popoli indigeni si erano adattati all' organizzazione sociale e politica romana; gli abitanti delle province erano piu o meno profondamente romanizzati; non si potevano piu comunque definire barbari.
Barbari erano dunque quei popoli indoeuropei che vivevano nella zona della Europa centro-settentrionale, Germania, e gli Slavi dell'Europa orientale.

COSTUMI E VITA DELLA
GRANDE FAMIGLIA BARBARICA

Le prime informazioni sulla vita dei Barbari ci vengono da autori romani: Cesare e Tacito. Il quadro che ci appare dalla loro lettura a molto vivo. La loro società era veramente I'antitesi della società romana. Vivevano nomadi, in uno stato di libertà assoluta; non c'era nessuna forma di regolare attività economica che legasse il popolo alla terra e creasse delle differenze di ricchezza ereditarie.
La guerra per lo più o forme embrionali di allevamento e agricoltura davano il necessario per sopravvivere. I costumi erano primitivi; le loro esigenze limitate alle cose indispensabili. Non c'era un ordinamento legislativo; il loro senso della giustizia e dell'onore, sviluppato in massimo grado, si concretizzava in uno sbrigativo sistema di vendette personali.
Obbligo di famiglia era la vendetta dei torti ricevuti (faida). Ognuno era libero di regolare la difesa dei propri diritti nel modo che riteneva più adatto. Alla base di tutto ciò c'erano però tradizioni di "onore" implacabili, come quasi sempre si può ritrovare presso i popoli primitivi.
Spesso si applicava una forma di giustizia "pubblica" che consisteva nella ordalia, cioe nel giudizio di Dio. La prova dell'innocenza tra i sospettati responsabili di un misfatto si lasciava al « giudizio di Dio » sottoponendo gli accusati a prove veramente impensabili per la nostra mentalità.
Per provare la propria innocenza dovevano, per esempio, attraversare incolumi delle fiamme, o riuscire a spegnere con la saliva una lama rovente che veniva loro posta sulla lingua.
Più tardi, venuti a contatto con i Romani, i loro costumi si addolcirono alquanto; si ammise la possibilità di risolvere con compensi in denaro (guidrigildo) le ostilità per evitare eccessivi spargimenti di sangue. Ma quando questo si verificò si era già iniziato quel lento processo di reciproca infiltrazione tra Barbari e Romani che segnerà la fine definitiva del mondo « classico » e l'inizio del mondo "moderno".

IL POTERE POLITICO

II principio fondamentale della società barbara è Ia forza. L'uomo libero diventa maggiorenne in una cerimonia in cui l'assemblea degli armati gli consegna, autorizzandolo ufficialmente a combattere, le armi che consistono in giganteschi scudi coperti di cuoio, in lunghe lance, pesanti archi e spadoni. L'uomo libero entra così nell'esercito, che coincide con l'assemblea di tutti gli uomini della tribe detentori di diritti. L'assemblea degli armati è depositaria della sovranità, ma le sue funzioni non vanno oltre la decisione della pace a della guerra e la punizione dei reati contro gli dei e la collettività.
Al vertice dell'ordinamento sociale c'e però un gruppo di liberi che si distingue dagli altri: gli Adalingi. Appartengono a famiglie antichissime cui si attribuiscono origini divine; esse infatti detengono per tradizione cariche sacerdotali o civili. Tra questa piccola aristocrazia emerge spesso qualche uomo per il suo valore in guerra, l'unico metro di valutazione. Questo uomo diventa un « capo », Herzog, una carica che entrerà poi nella storia medioevale come quella di "Conte" o "Duca". In caso di guerra, l'assemblea lo elegge re; ma si tratta di una carica con la quale gli viene conferita un'autorità più morale che politica. Nelle assemblee, radunate in caso di pericolo, si decideva a maggioranza.

LA FAMIGLIA E LA RELIGIONE

I barbari germanici nutrivano un profondo sentimento della famiglia. Le infedeltà coniugali erano punite molto severamente. La famiglia era il nucleo fondamentale del loro ordinamento sociale e politico. Le varie famiglie erano tra loro legate da certi vincoli di parentela per cui più famiglie formavano una Sippe.
Piu Sippe formavano un Gau, o tribù, le quali unite ad altre tribù formavano un popolo i cui legami maggiori erano Ie stesse tradizioni civili e religiose.
La religione germanica era molto semplice e di carattere naturalistico, come spesso accade ai popoli nomadi abituati a osservare e temere i misteriosi fenomeni naturali. I loro dei si identificavano con Ie forze della natura e potevano perciò essere buoni o cattivi. C'era Thor, dio del cielo, dal quale scagliava il proprio martello, il fulmine; Freia, materna e mite, che rappresentava la Terra; Baldui, il Sole; Loki, il fuoco utile e malefico. C'era anche un dio supremo: Odino, dio della guerra, che guidava i guerrieri nel combattimento e accoglieva i caduti nella rocca celeste, il Walhalla.

I BARBARI NELL' ESERCITO ROMANO

Gli storici hanno discusso per secoli sulle cause della decadenza e della fine della civiltà romana. Da tempo, nessuno sostiene più la tesi semplicistica secondo cui I'Impero romano sarebbe caduto improvvisamente sotto l'irrompere di orde selvagge e distruttrici. Molti hanno detto che l'Impero romano era già morto di morte naturale e che i barbari germanici avrebbero gettato con le loro forze nuove e i loro sani costumi le basi di tutta la civiltà europea moderna.
Tra queste tesi estreme ci sono naturalmente molte vie intermedie. Se i barbari poterono subentrare ai Romani fu perche già all'interno dell'Impero c'era una crisi gravissima, che investiva i principali settori della vita politica. Da tempo era iniziato l'infiltramento di barbari nell'esercito e nella burocrazia romana.
I soldati germani erano temerari e irruenti; non sempre erano in grado di inserirsi nell'ordinato schieramento dell'esercito romano, ma erano pur sempre gli unici mercenari disponibili. Così verso il IV secolo d.C. cominciarono a trovarsi dei barbari a capo di eserciti.
Durante i lunghi periodi di anarchia militare che caratterizzarono la storia romana dal III secolo in poi. gruppi sempre più numerosi di popoli germanici si stanziarono come alleati, ospiti più o meno desiderati, in territori romani, Qui abbandonando la loro solita vita nomade, cominciarono ad assorbire la civiltà romana e a influire a loro volta su di essa.
(Ricordiamo che nei vari castri romani, sono poi sorte le grandi città del centro e nord Europa)
Perciò, all'epoca delle invasioni, i Romani non si trovarono di fronte a popoli sconosciuti e terrificanti; Romani e barbari si erano già conosciuti da tempo e grazie a questi contatti molto frequenti si erano già reciprocamente modificati.

I BARBARI E LA NASCITA
DELL' EUROPA

Franchi, Alamanni, Svevi, Eruli, Visigoti, Rugi, Ostrogoti, Longobardi, Borgognoni, Vandali, Gepidi, Anglo - Sassoni, Normanni ecc.; questi, tra gli altri, i protagonisti della storia tra Impero romano e Medio Evo. Un periodo di grandi scontri, di desolazione e lotte. Ai Cristiani che vissero in quel periodo pareva ormai vicina la fine del mondo.
In realtà, si stava creando un nuovo mondo dopo lo sgretolamento di quello romano. Popoli nuovi si inserivano sul tronco antico dell'organismo imperiale, ne modificavano totalmente l'aspetto e ne venivano a loro volta modificati. Così dopo I'epoca turbolenta delle emigrazioni, ci si accorse che erano nate nuove entità politiche che non erano barbare e non erano romane: erano i regni "romano-barbarici", ognuno con la propria individualità particolare, frutto di un incontro tra due civiltà diverse, un fatto storico ed originale che sta alla base delle nostre civiltà nazionali. Tenendo presente questo fenomeno storico possiamo spiegare l'origine della varie nazioni europee.
UNO SGUARDO ALL'ITALIA
L'epoca delle dominazioni barbariche in Italia va dal 476 d.C. circa, anno della caduta dell'Impero Romano d'Occidente, all'800 d.C., anno in cui Carlo Magno ottenne solennemente la corona del Sacro Romano Impero. In quel periodo di oltre tre secoli, I'Italia fu invasa e dominata da diverse popolazioni. La prima dominazione stabile fu quella degli Eruli che nel 476, guidati da Odoacre, deposero Romolo Augustolo, I'ultimo Imperatore romano. A essi seguirono nel 489 gli Ostrogoti, guidati dal grande Teodorico; vennero quindi i Longobardi condotti da AIboino, nel 568, e infine, nel 754, i Franchi, un popolo di costumi piu civili, guidati da Pipino il Breve, che ristabill in Italia un lungo periodo di pace. Anche prima di queste dominazioni, I'Italia era stata invasa dA popolazioni barbariche, come i Visigoti, i Vandali e gli Unni; ma nessuno di questi popoli si era stabitito nella penisola: essi erano passati compiendo soltanto stragi, devastazioni, razzie, irrompendo nelle citta, uccidendo e rubando, distruggendo case, templi e monumenti, per poi buttarsi su altri territori dell'Impero romano senza creare alcun organismo politico.

Tratto da "STORIOLOGIA"
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Re: spigolando, spigolando....

Messaggioda grazia » 16/08/2018, 13:40

C'è sempre negli italiani, presumo in qualsiasi epoca,
qualcuno che si lamenti dell'italia non più quella di un tempo passato......


- ALL'ITALIA

O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l'erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
Formosissima donna! Io chiedo al cielo
E al mondo: dite dite;
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
Che di catene ha carche ambe le braccia;
Sì che sparte le chiome e senza velo
Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.

Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
Mai non potrebbe il pianto
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
Che fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive,
Che, rimembrando il tuo passato vanto,
Non dica: già fu grande, or non è quella?
Perchè, perchè? dov'è la forza antica,
Dove l'armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando?
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
O qual tanta possanza
Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
Come cadesti o quando
Da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo
Combatterò, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
Agl'italici petti il sangue mio.
continua.....
Giacomo Leopardi
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