Media e dintorni

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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 14/04/2018, 9:50

Dalle parole ai fatti......il passo è stato breve!

Un'operazione dimostrativa. Il rischio è l'incidente, l'imprevisto
I pianificatori di questa campagna hanno cercato di minimizzare i rischi utilizzando quelle che nel gergo si chiamano armi 'stand-off', sparate da navi, sottomarini, aerei fuori dalle acque o dai cieli siriani e facendo le solite, desolanti promesse di 'evitare danni coillaterali'


di VITTORIO ZUCCONI

14 aprile 2018

Un'operazione dimostrativa. Il rischio è l'incidente, l'imprevisto

No, non è l'inizio della Terza Guerra Mondiale. L'attacco di Cruise e altri missili e bombe teleguidate sulla Siria e sulla capitale Damasco è finito ed emerge quello che si era capito da giorni, da quando impulsivamente Donald Trump aveva preannuciato un attacco "entro 24 o 48 ore": i militari americani e russi aveva avuto cura di 'deconflict', di evitare le condizioni di un confitto diretto.

Nei piani abbozzati da Trump alle 21 di Washington e confermati da Londra e Parigi l'intenzione è quella di eventualmente ripetere questi attacchi a distanza avendo estrema cura nell' evitare scontri diretti con aerei o truppe russe che ormai infestano la Siria e hanno il vero controillo della forze armate siriane.

L'attacco è dunque, per tragico che sia dirlo in questi momenti, sostanzialmente dimostrativo, un'operazione di 'deterrenza' come ha detto Theresa May contro il futuro impiego di armi chimiche da parte del dittatore - il 'mostro' lo chiama Trum - Bashar Assad, ammesso che sia state effettivamente usate.

È il genere di operazioni militari a distanza già tentato in passato senza nessun altro risultato che rafforzare la presenza dei forza russe e iraniane a sostegno di Assad.

Ma nella vaghezza degli obiettici strategici, nella totale mancanza di risultati concreti da poter sfruttare per risolvere l'osceno gomitolo di sangue siriano, la campagna aerea voluta da un presidente americano che aveva bisogno di un tremendo diversivo per uscire dalla gabbia dell'inchiesta che si sta stringendo attorno a lui, sta il tremendo rischio di questa operazione.

Il rischio è l'incidente, l'imprevisto, il missile stupido che colpisce un reparto russo, una base iraniana, un base aerea con velivoli russi o, al contrario, il missile antiaereo russo che abbatte un caccia bombardiere americano o inglese o colpendo una nave al largo.

I pianificatori di questa camnpagna hanno cercato di minimizzare i rischi utilizzando quelle che nel gergo si chiamano armi 'stand-off', sparate da navi, sottomarini, aerei fuori dalle acque o dai cieli siriani e facendo le solite, desolanti promesse di 'evitare danni coillaterali', civili uccisi. Ma solo due risultati possono uscire da queste avventure: il nulla, lasciando Assad nel guscio protettivo dei russi che gli Usa non osano attaccare. O l'incidente, la scintilla involontaria che scatena l'incendio.

La Storia ha un lungo elenco di guerre cominciati "per caso". E l'operazione, annuncia il Pentagono, potrebbe riprendere. Dunque il rischi di imprevisti cresce
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 15/04/2018, 17:24

Siria, un esame di maturità per l’Italia

I governi servono proprio a fronteggiare situazioni impreviste o improvvise, e a difendere l’interesse nazionale. Ce ne serve dunque uno nella pienezza dei suoi poteri, per usare le parole di Mattarella. E al più presto

di Antonio Polito

Se Trump o Putin volessero consultare l’Italia sulla crisi in corso in Siria, che numero di telefono dovrebbero fare? Il vecchio aforisma di Kissinger s’addice purtroppo al limbo in cui si trova il potere esecutivo nel nostro Paese. Il premier Gentiloni guida un governo per l’ordinaria amministrazione, espressione di un partito che si definisce di opposizione; il ministro degli Esteri in carica non è neanche più parlamentare. D’altra parte le commissioni esteri di Camera e Senato non ci sono finché non c’è un governo; la stessa rappresentante della politica estera europea Federica Mogherini, nominata da Renzi, non sa se avrà la fiducia del prossimo premier.
La crisi siriana irrompe insomma nel minuetto post elettorale dei «vincitori», e ne svela la insostenibilità. I governi servono proprio a fronteggiare situazioni impreviste o improvvise, e a difendere l’interesse nazionale. Ce ne serve dunque uno nella pienezza dei suoi poteri, per usare le parole di Mattarella. E al più presto.
Per fortuna, è lecito sperare che i missili di Usa, Regno Unito e Francia non avviino una escalation incontrollata. Incontrando pochi giorni fa il nostro nuovo ambasciatore a Mosca, Pasquale Terracciano, il leader russo Putin ha definito ciò che sta accadendo nel più realistico dei modi: «La situazione è critica, ma sotto controllo». I generali sul terreno si parlano, le «linee rosse» tra Usa e Russia sono state usate, secondo i francesi Mosca è stata addirittura informata sugli obiettivi del raid, proprio per evitare un incidente e il rischio di un confronto militare diretto.
Ma ciò non significa che ci sia meno bisogno di dare una voce all’Italia. Trump, con il sostegno attivo di Parigi e Londra, avverte Russia e Iran che non possono usare la Siria come base per prendersi il Medio Oriente; che l’Occidente non intende sacrificare Israele e Arabia Saudita, storici alleati; e che Assad va messo sotto controllo, perché i micidiali barili-bomba lanciati dai suoi aerei non uccidono certo meno delle armi chimiche. E’ in corso insomma un «grande gioco», di quelli che riscrivono i rapporti di forza internazionali, e che può avere un’influenza anche sulla situazione in Libia, in Turchia, e sui grandi flussi migratori verso l’Europa. C’è dunque in palio l’interesse nazionale. Che per noi consiste innanzitutto nel recupero pieno di un ruolo dell’Unione europea. Come ha scritto Franco Venturini sul Corriere, una nuova «guerra fredda» avrebbe l’Europa come teatro. E’ per noi vitale evitarlo.
Ai protagonisti della crisi italiana si chiede dunque di avvertire un rinnovato senso di urgenza: basta tatticismi da prima repubblica. Ma anche un maggior carico di responsabilità. Si sarà accorto ieri Matteo Salvini che a nessun leader europeo, neanche tra coloro che non hanno partecipato all’azione, è sfuggito il carattere «proporzionato», «appropriato», «limitato», «mirato», dell’attacco alleato. E che nessun leader italiano ha mancato di segnalare la necessità di impedire l’uso delle armi chimiche. Così che le sue prime dichiarazioni che definivano «pazzesco» l’intervento non hanno trovato concorde non solo Di Maio, potenziale alleato di governo, che ha precisato: «Restiamo al fianco dei nostri alleati»; ma nemmeno l’attuale alleato Berlusconi, che l’ha invitato alla prudenza dall’alto di una superiore esperienza internazionale, e nonostante la sua conclamata amicizia con Putin.
Per i «vincitori» del 4 marzo, ma anche per gli sconfitti, la crisi siriana è insomma un esame di maturità. Devono prendersi le loro responsabilità e devono sbrigarsi. Sarebbe davvero ridicolo se, nel momento in cui si propone un vertice tra Trump e Putin per risolvere la crisi, da noi Salvini e Di Maio non riuscissero a incontrarsi nemmeno a Vinitaly.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 18/04/2018, 22:59

IL POPULISMO, OLTRE DESTRA E SINISTRA

Alain de Benoist - Andrea Scarabelli

Arianna Editrice - Il Giornale


Lo scorso 30 marzo a Milano si è tenuto un convegno, organizzato da Circolo Proudhon e Intellettuale Dissidente, tutto dedicato al populismo, cui hanno partecipato Luca Lezzi, Marcello de Angelis e Marcello Foa. Ne è nato un dibattito che ha utilizzato le idee fondamentali di questo(i) movimento(i) per scandagliare l’attualità politica. Perché, in fin dei conti, al di là di persone e movimenti, ciò che importa nell’analisi politologica è quel che i programmi veicolano, le tendenze e le linee di forza che i nuovi partiti “populisti” traducono, in modo più o meno consapevole. Dietro all’emergere di queste formazioni si agitano esigenze epocali, spesso misconosciute, se non proprio demonizzate, dall’establishment. Ma sono esigenze che richiedono attenzione e devono essere riconosciute e interpretate, non ridotte a vecchie categorie ormai in fase di “rottamazione”, per utilizzare un termine parecchio in voga oggi, ma semplicemente ascoltate. Ne abbiamo parlato con, teorico delle Nuove Sintesi, da decenni attento osservatore “controcorrente” della politica contemporanea e autore di un libro pubblicato in Francia da Pierre-Guillaume de Roux, il cui titolo è programmatico: Le moment populiste. Droite-gauche, c’est fini!. Abbiamo iniziato questa conversazione domandandogli, appunto, quali siano i principi e le esigenze sociali che emergono nel fenomeno “populista”.
La principale tendenza storica del nostro tempo – che spiega anche il fenomeno “populista” – è la crescente diffidenza di una parte sempre più ampia della popolazione non solo nei confronti della politica “classica”, ma anche rispetto alle élite mediatiche, economiche, finanziarie e istituzionali, che vengono percepite come oligarchie ripiegate su se stesse e preoccupate unicamente dei loro interessi. A ciò si deve aggiungere il divario che si è venuto a creare tra il popolo e i partiti di sinistra, dopo che questi ultimi hanno cessato di difendere gli interessi delle classi popolari, sia perché si sono allineati del tutto ai princìpi capitalisti liberali della società del mercato, sia perché hanno iniziato a disprezzare e recriminare le idee e gli orientamenti del popolo.
Ciò ha generato ulteriori complicazioni politiche, a testimonianza della situazione di profonda crisi nella quale versa la democrazia liberale, parlamentare e rappresentativa. I popoli non si riconoscono più in quelli che dovrebbero essere i loro rappresentanti. Votano, spesso a distanza di poco tempo, per partiti differenti, che li deludono, uno dopo l’altro. Si propone un’alternanza quando invece occorrerebbe un’alternativa. Ecco che, allora, le genti si rifugiano nell’astensionismo o iniziano a votare in massa per partiti “atipici”, i quali si propongono di utilizzare il loro potere politico articolando le necessità politiche e sociali partendo dalla base. Da qui nascono la crisi della rappresentanza e la richiesta di nuove forme di democrazia: democrazia diretta, partecipativa, referendaria, e via dicendo.
È da quarant’anni che viviamo nella cosiddetta “società dei due terzi”: un tempo, un terzo era costituito dagli scontenti, mentre gli altri due erano più o meno soddisfatti del sistema politico vigente. Anche ora ci troviamo in questo paradigma, sennonché la proporzione si è invertita: ora i due terzi sono insoddisfatti, mentre i vecchi partiti governativi non riescono nemmeno a riunire un terzo dell’elettorato…

Il termine “populismo” ha una lunga storia alle spalle. Quali le peculiarità dei populismi di oggi rispetto a quelli che si sono affacciati sulla scena politica in passato?
Vi sono certamente caratteristiche nuove, ma sono il riflesso dell’epoca in cui ci troviamo più che testimonianze di una trasformazione del populismo in sé. Penso, per esempio, al ruolo di Internet come fonte alternativa d’informazione, oppure all’importanza assunta dalle reti sociali. È ormai cosa nota. Ma il tratto principale dei movimenti populisti, in fondo, è sempre lo stesso: l’idea di ricorrere al popolo (sia che certi partiti pretendano, a torto o a ragione, di parlare in suo nome, sia che il popolo stesso trovi i mezzi diretti per esprimersi in prima persona) al fine di destabilizzare e affossare la classe dominante.

Un modo di affrontare le necessità sociali che sembrerebbe definire una nuova geografia politica, ormai non più ascrivibile alla vecchie coordinate destra-sinistra. Come definire le nuove frontiere del dibattito politologico?
Ciò cui assistiamo oggi è un mutamento radicale della “geometria spaziale” politica. Fino a qualche anno fa, la vita politica si ordinava attorno all’asse orizzontale destra-sinistra, con una lancetta che ondeggiava ora da una parte, ora dall’altra. Con l’avvento del fenomeno populista, l’asse orizzontale è stato rimpiazzato da uno verticale: il popolo contro le élite, “ciò che sta in basso” contro “ciò che sta in alto”. Questa differenza è fondamentale.
Ne deriva una relativa cancellazione dell’opposizione tra destra e sinistra, che permane in certi dibattiti, ma ha perso quel ruolo essenziale che ricopriva in altri tempi. Non bisogna nemmeno dimenticare che questa stessa opposizione era parecchio equivoca, da un lato perché sono sempre esistite destre e sinistre (al plurale) molto differenti, dall’altro in quanto il valore e il contenuto di questa opposizione non hanno mai cessato di variare da un’epoca all’altra – nonché da un Paese all’altro. Ultimamente, è il ricentramento dei programmi dei vecchi partiti di governo ad aver contribuito a far saltare il senso di questa opposizione. Le persone hanno ormai l’impressione che uomini “di destra” e “di sinistra” siano sostanzialmente legati alle stesse idee, e che a variare siano solamente le scelte dei mezzi per raggiungere gli stessi obbiettivi. Il risultato è che non si capisce più cosa voglia dire essere “di destra” o “di sinistra”. I populismi, da parte loro, associano frequentemente tematiche di destra e di sinistra – un aspetto altrettanto significativo.
Ciò che è interessante vedere è come il raggruppamento populista destra-sinistra che si verifica alla base ne provochi, per reazione, uno analogo al livello delle élite, le quali, sentendosi minacciate dall’avanzata del populismo, tendono a unirsi, dimenticando le opposizioni di ieri. In Francia, oggi, è questo il senso profondo della duplice polarizzazione che si sta verificando attorno ai movimenti di Marine Le Pen ed Emmanuel Macron. La prima ha il sostegno della maggior parte delle classi popolari e di parte delle classi medie, mentre Macron è il candidato delle potenze finanziarie, delle élite de-territorializzate e sradicate, dei flussi migratori e della mondializzazione.

Stampa e forze politiche non cessano di applicare ai movimenti di cui stiamo parlando l’etichetta di “fascisti”. Un’espressione che, più che definire, in realtà sembrerebbe rivelare una mancanza di comprensione nei confronti del fenomeno…
Trattare i populisti alla stregua di “fascisti” è tanto patetico e stupido quanto lo è parlare d’“islamo-fascismo” o denunciare la “minaccia comunista” venticinque anni dopo il tracollo del sistema sovietico. Chi utilizza questo termine lo fa in genere per ragioni squisitamente polemiche: l’intento è quello di delegittimare il populismo attraverso una retorica discorsiva imperniata sull’anatema. Altri lo fanno solo per ignoranza: semplicemente, non sanno cos’è il populismo, non sanno cos’è il fascismo… Non comprendono ciò che accade e cercano di colmare la loro incompetenza, paralisi intellettuale o incapacità di analisi interpretando la novità con il già visto – cosa che, evidentemente, non impedisce al populismo di prosperare. Il tempo dei fascismi e dei comunismi è alle nostre spalle. E la demonizzazione non funziona più!
I primi populisti moderni apparvero alla fine del XIX secolo: in America, con il movimento dei grangers, e in Russia, con quello dei narodniki. Tali movimenti precedono, dunque, il fascismo, e non ne costituiscono la prefigurazione. Ma vi sono state anche ideologie fasciste senza populismi ad esse collegati. Il populismo, insomma, non è un’ideologia, quanto piuttosto uno stile (e una modalità di articolare la necessità politica e sociale) che può combinarsi con qualsiasi ideologia. Basti pensare alla differenza tra Podemos o Syriza da un lato, e Nigel Farage o Geerd Wilders dall’altro! Il leader populista, nel quale chiunque deve potersi riconoscere, è a sua volta completamente diverso dal carismatico leader fascista. A differenza del fascismo, il populismo non ha alcuna ambizione di creare l’“uomo nuovo”. Infine, se il populismo critica la democrazia liberale è per richiedere più democrazia, non meno – cosa che non mi pare sia avvenuta nei fascismi…

Per concludere, l’emergere dei populismi fa vacillare parecchi princìpi già in crisi (l’Europa monetaria, burocratica e oligarchica, la mondializzazione, il concetto di nazione…). Quali scenari potrebbero aprirsi?
È troppo presto per sapere ciò che genererà l’emergere dei populismi. Tenuto conto della grande eterogeneità di questi movimenti, potranno esservi risvolti diversi. Certo, quando si tratterà di stilare un bilancio, questo verrà necessariamente contrastato.
Ciò che bisogna vedere, piuttosto, è il ruolo giocato dai populismi nel paesaggio politico, per come l’abbiamo conosciuto fino a oggi. La vittoria del populismo segna l’ora del declino dei grandi partiti governativi, che in passato si stagliavano sulla scena politica ma oggi non rappresentano altro che frazioni elettorali sempre più ridotte. Il Grecia, l’arrivo al potere di Syriza ha quasi fatto scomparire l’antico partito socialista, il Pasok. In Austria, le ultime elezioni presidenziali hanno visto opporsi un populista e un ecologista. Nei Paesi Bassi, nelle ultime elezioni il partito socialista ha perso ventinove deputati su trentotto. In Francia, il partito socialista sarà per la prima volta assente al secondo turno delle elezioni presidenziali, e potrebbe accadere la stessa cosa agli avversari “repubblicani”. Partiti che, alternandosi, sono stati al governo per più di trent’anni.
È la dimostrazione che, da un punto di vista politico, stiamo per voltare pagina. E che il fenomeno populista partecipa pienamente all’epoca attuale, che è un’epoca di rinnovamento e transizione.

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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 19/04/2018, 9:00

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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 20/04/2018, 8:48

LA SCUOLA, COLPEVOLI DISTRAZIONI

La domanda che dobbiamo farci è come sia potuto accadere che un insegnante si possa sentire così solo, indifeso, deprezzato e abbandonato dalla scuola, dai genitori, dal resto della società

di Antonio Polito

Perché non reagisce? Perché non lo punisce? Guardando il video girato in quella classe di Lucca, dove uno studente pretende con la violenza il sei politico dal suo docente, e lo prende perfino a testate con un casco, ci siamo tutti fatti questa domanda: perché il professore non esercita la sua autorità? È da qui che bisogna partire se si vuol trarre una lezione dalla impressionante sequenza di insegnanti intimiditi e maltrattati da «branchi» di studenti, che si filmano e si rilanciano sui social. Ma non per interrogarsi sul coraggio personale di chi viene umiliato.
Nessuno, salvo forse chi opera nelle forze dell’ordine, ha un dovere al coraggio fisico sul lavoro. No, la domanda che dobbiamo farci è come sia potuto accadere che un insegnante si possa sentire così solo, così indifeso, così deprezzato e abbandonato, dalla scuola, dai genitori, dal resto della società, da preferire di lasciar correre, magari sperando di evitare guai peggiori all’istituto e ai suoi stessi alunni. La domanda che dobbiamo farci è dunque politica: se non esista oggi in Italia un’emergenza educativa che dovrebbe costringerci tutti a riflettere e ad agire per ripristinare un principio di autorità nelle nostre scuole.
Qui non si tratta di uscirsene con la solita lamentazione sui bei tempi andati, dare la colpa al ’68 e alzare le spalle come se non ci fosse ormai più niente da fare. Si tratta invece di rimettere in piedi nella nostra era, fatta di smartphone e di Rete, con i giovani come sono fatti oggi, un’idea di libertà che non sia licenza e di autorità che non sia imperio. Anzi, si tratta di far leva proprio sullo spirito critico dei nostri ragazzi, oggi mille volte più stimolabile che in passato, per indirizzarlo verso il bene, piuttosto che verso il male. Il senso di onnipotenza che pervade un adolescente, e che gli deriva tra l’altro anche da una struttura fisica del cervello ancora in formazione, può condurre infatti a esiti molto diversi. Sui media finiscono quelli peggiori, vediamo in azione giovani che sembrano aver del tutto smarrito il senso del limite, la linea di confine che passa tra la vita reale e quella virtuale, e che spesso nella vita reale sembrano quasi recitare per il pubblico dei social, ansiosi di costruirsi un’identità di successo, perché oggi si ha successo se si è famosi, qualsiasi sia il motivo della fama.
Ma, diciamoci la verità: da quanto tempo noi, società degli adulti, abbiamo smesso di occuparci di una buona semina, di saperi e di valori, in questi cervelli così fertili, in questi cuori così ricettivi? E, soprattutto, da quanto tempo abbiamo smesso di occuparci della manutenzione non solo delle scuole, ma anche dei docenti: della loro frustrazione, della loro fatica, delle loro solitudini? Nel suo libro, «Ultimo banco», Giovanni Floris riferisce quel che gli ha detto la vicepreside di un istituto del Sud: «Un ragazzo, grazie allo studio, ha l’occasione di dimenticare le mode che ossessionano il gruppo di amici; un bullizzato ha l’occasione di scoprirsi più forte del bullo: la scuola è il mondo in cui il pensiero autorizza l’alunno a crescere libero da stereotipi e costrizioni». È così; o meglio, dovrebbe essere così. Ma noi abbiamo lasciato che i sacerdoti di questo culto della libertà che è l’educazione venissero un po’ alla volta spogliati di ogni rispetto. Lo abbiamo fatto noi famiglie, che scambiamo il pezzo di carta con l’istruzione trasformandoci in sindacalisti dei nostri figli, pronti a ricorrere perfino al Tar contro la valutazione degli insegnanti. Lo ha fatto lo Stato che ha consentito di trasformare i docenti nella categoria di laureati peggio pagata. Lo ha fatto un’austerità di bilancio che ha salvato molte spese inutili ma ha lasciato invecchiare e deperire il nostro corpo docente (in Germania a fine carriera un professore della scuola secondaria guadagna 74.538 euro, in Italia 39.304).
E lo ha fatto una cultura fintamente permissiva, cinica e narcisistica, che spinge a dar ragione ai giovani anche quando hanno torto: per pavidità, per convenienza, perché i ragazzi sono oggi generosi consumatori, divoratori di mode, e modelli per adultescenti che non vogliono invecchiare mai, e per questo vengono vezzeggiati anche nei loro peggiori difetti. Ieri il Corriere raccontava di che cosa è successo in un istituto milanese nel quale il preside ha avuto il coraggio di punire un gruppo di studenti che avevano diffuso sui social le immagini intime di una ragazzina, obbligandoli a una corvée di pulizie nella scuola. Ebbene, molti genitori hanno preso le parti dei figli: punizione eccessiva, quasi una gogna, in fin dei conti la colpa è della ragazza che mandava in giro le sue foto.
Contro questo demone del giustificazionismo, questa paura della responsabilità etica, normativa e talvolta perfino punitiva che i veri educatori devono invece assolvere, bisogna combattere una guerra comune. Il cui esito non è certo meno importante, per le sorti della comunità nazionale, di quello della crisi di governo.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 22/04/2018, 8:17

Berlusconi scopre il broncio. Prima incassava gli insulti, ora ricambia
Sembrava che Silvio Berlusconi fosse invulnerabile alle offese. «Berluskaiser», «Berluskaz», «Polomafia». E invece eccolo, offeso e oltraggiato, pronto a reagire

di Pierluigi Battista

Sembrava che Silvio Berlusconi fosse invulnerabile alle offese, e che su uno come lui lo schiaffo di Anagni non avrebbe provocato nemmeno un istante di reazione. E invece eccolo, offeso e oltraggiato, usare l’arma del broncio come strategia politica di allontanamento dai Cinque Stelle, con annesso fuoco di rappresaglia e i Cinque Stelle indicato come persone non meritevoli nemmeno di «pulire i cessi» in quel di Mediaset. Quasi scontata la sollevazione sui social del popolo dei pulitori di cessi, e dei loro difensori d’ufficio che non hanno mai pulito un cesso pubblico in vita loro. E a chi sostiene che questa è una novità bisognerebbe ricordare la «lite tra comari» della Prima Repubblica in cui Beniamino Andreatta, per punzecchiare Rino Formica, lo bollò come «commercialista di Bari» provocando la reazione furibonda dei veri commercialisti di Bari. Ma Berlusconi che si offende è una novità, o almeno lo è in queste forme così clamorose e così dirompenti e distruttive per almeno una delle ipotesi di governo che si potrebbero formare.
Tradimento politico
Per anni Berlusconi ha incassato gli insulti di Umberto Bossi, che variavano tra un «Berluskaiser», un «Berluskaz» e un «Polomafia», ma poi ha perdonato il leader della Lega restaurando un’alleanza che sembrava definitivamente deflagrata. Anche prima si era preso gli insulti sprezzanti di Massimo D’Alema che aveva augurato al tycoon delle televisioni di ridursi a «chiedere l’elemosina». Berlusconi metabolizzò l’insulto e con D’Alema, i cui protervi «baffetti» lui aveva indicato nel messaggio della discesa in campo nel ’94 come la prova provata dell’arroganza dei «comunisti», ci fece anche la Bicamerale, con un asse tutt’altro che gradito dall’allora presidente del Consiglio Prodi. Berlusconi ha fatto di questa sua formidabile capacità assimilatrice addirittura una filosofia e un modello di comportamento: bisogna farsi convesso, ha sempre detto, con i concavi e concavo con i convessi. Adattarsi, essere duttili, non irrigidirsi davanti alle offese e agli atteggiamenti ostili. Poi certo, più che l’offesa verbale, Berlusconi non è riuscito a ingoiare le offese che a suo avviso sono il frutto di un tradimento politico. E quando Matteo Renzi ruppe nei fatti il patto di Nazareno imponendo un suo nome al Quirinale senza nemmeno consultare l’alleato, la vendetta di Berlusconi fu consumata molto fredda, ma micidiale, come si è visto con la disfatta referendaria subita da chi lo aveva incautamente offeso. Ma del resto lo aveva scritto anche Niccolò Machiavelli: «L’offesa che si fa all’uomo deve essere tanto grande da non temere la vendetta». Renzi non aveva letto quel passaggio. Ora no, Berlusconi già ferito, già minato da una leadership perduta nel centrodestra, già oltraggiato da una condizione di non primazia che ha cercato di neutralizzare con la famosa scena spettacolare del Quirinale, questo Berlusconi le offese non le regge, il «male assoluto» di Di Battista non riesce a sopportarlo e ricambia le offese rischiando di far saltare persino l’alleanza con Matteo Salvini. Altro che lite tra comari.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 25/04/2018, 10:51

Bullismo e aggressioni, così abbiamo permesso l’irrilevanza degli insegnanti

Obbligato a essere presente in decine di riunioni le più varie e inutili; costretto a riempire pagine e pagine di relazioni e questionari dementi l’insegnante avverte di non essere più il centro motore dell’istituzione scolastica

di Ernesto Galli della Loggia


Essa testimonia infatti dell’ideologia che domina da anni tutto l’ambiente dell’istruzione primaria e secondaria italiana. Che non è tanto, come qualcuno potrebbe pensare, l’ideologia del permissivismo a ruota libera nei confronti degli studenti che ha trovato una conferma simbolica nell’abolizione decretata lo scorso anno di quello che era una volta il voto di condotta, oggi sostituito da un «giudizio sintetico» dal solito sapore socio-psicologico comune a tutte le salse con cui la burocrazia del Miur è solita condire i suoi illeggibili testi. No, dietro il dilagare del teppismo fuori e dentro le aule c’è altro: c’è il dato di fatto (e l’ideologia) dell’irrilevanza del docente. C’è la cancellazione della figura e del ruolo dell’insegnante. Che in molti casi diventa, ahimè, una inevitabile autocancellazione.
Riunioni inutili
Obbligato infatti a essere presente in decine di riunioni le più varie e inutili; oberato dai compiti più diversi, costretto a riempire pagine e pagine di relazioni e questionari dementi, inquadrato, condizionato e indottrinato da istruzioni e disposizioni tanto banali quanto cervellotiche, considerato buono a tutto fare (da curare il «disagio» di un giovane autistico a guidare una scolaresca per le vie di San Pietroburgo), l’insegnante non riesce più a identificare il proprio vero ruolo mentre avverte comunque di non essere più il centro motore dell’istituzione scolastica. Egli perde così il senso di sé e del suo lavoro. Non riesce più a concentrarsi sulla costruzione così personale e solitaria del proprio rapporto con gli allievi. Ma proprio non trovando più se stesso egli perde anche l’autorità: che del resto uno stipendio misero, un vasto disconoscimento sociale e famiglie aggressive e sprezzanti contribuiscono vieppiù a negargli. E in tal modo non è più la «sua» quella classe che gli sta davanti di cui una volta conosceva tutti uno per uno, e da cui aveva avuto modo giorno per giorno di farsi conoscere. Ora ciò che gli siede di fronte è un aggregato di estranei necessariamente riottosi e ostili. Dai quali chi insegna è ormai psicologicamente pronto a farsi «sciogliere nell’acido»: secondo la minaccia del giovane furfante di turno che in teoria dovrebbe redimere. E senza fiatare.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 26/04/2018, 9:33

L’odio politico non è nato con Twitter. Il problema è che s i può vomitare in pubblico ciò che di peggio ribolle nel proprio sottosuolo morale, si può smarrire impunemente ogni elementare senso di decenza, di autocontrollo, di dignità persino

di Pierluigi Battista

È come se un freno si fosse disintegrato, un’inibizione venuta meno, un tabù violato. Come se l’odio politico, ma anche razziale, sessista, etnico, potesse dilagare senza argini rendendo quindi possibile che, mentre Giorgio Napolitano è sotto i ferri per operarsi al cuore, il clan del linciaggio possa muoversi indisturbato e augurare al presidente emerito una morte funestata dai tormenti. Viene quasi da rabbrividire a leggere quelle pustole verbali esplose sui social non appena si è diffusa la notizia del grave malore di Napolitano. Non per ciò che esprimono, perché l’odio politico non è nato con Twitter. Ma perché, appunto, oggi si può: si può vomitare in pubblico ciò che di peggio ribolle nel proprio sottosuolo morale, si può smarrire impunemente ogni elementare senso di decenza, di autocontrollo, di dignità persino.

È cresciuta come un bubbone una vasta zona franca in cui tutto è possibile, lecito, persino consigliabile. Spesso coperto dall’anonimato dei vigliacchi, ma talvolta anche agitato come il drappo lercio dell’esibizionista che ostenta tutta la melma maleodorante che lo abita alimentando un rancore sociale senza limiti. Quando è morta Margaret Thatcher, un torrente di insulti postumi hanno imbrattato la tomba virtuale della lady di ferro. Oggi, con Napolitano, si sono portati avanti, si sono prodotti nell’arte del linciaggio preventivo, dell’odio rivendicato come una bandiera. A un certo punto l’inaccettabile è diventato accettabile. La mancanza di freni inibitori fa slittare la vettura, portandola allo sbando e poi alla caduta nel precipizio dei peggiori sentimenti: la morte augurata, la sofferenza altrui auspicata senza autocensure. Sarebbe meglio ignorarli, questi poveracci del risentimento. Non dare loro importanza. A patto di sapere come sono fatti, e come sia vana ogni speranza di cambiarli, immersi nella fanghiglia in cui si dibattono, senza via d’uscita.

25 aprile 2018
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 04/05/2018, 9:08

CHE FINE HA FATTO LA SINISTRA ITALIANA
Opinionista:
Giuseppe Cacciatore


Negli ultimi tempi si è sempre di più fatto strada un interrogativo: c’è ancora in Italia e in Europa una sinistra? E, assodato che essa sta vivendo una palese crisi non solo di consensi elettorali ma soprattutto di riferimenti culturali e di valori, vi sono analisi e convincenti ipotesi che facciano pensare non certo ad una sua resurrezione nei termini del vecchio quadro politicoideologico del Novecento, ma almeno ad una sua ripresa fondata su nuovi paradigmi sociologici, economici e ideali? Tutti o quasi, tra politici di professione e intellettuali, tra commenti giornalistici e opinione pubblica, sembrano recitare il mantra della fine di ogni quadro di riferimento teorico e di ogni azione pratica che abbia in qualche modo la parvenza del socialismo democratico e riformatore (pensare poi ad una ipotesi di rilancio del socialismo rivoluzionario è pura utopia). Ma c’è qualcosa che non funziona in queste fin troppo schematiche considerazioni. Così, a proposito di parole d’ordine di sinistra ritenute caduche e obsolete, se è vero che è scomparso l’internazionalismo proletario, una forza capace di mobilitare masse enormi di contadini poveri e di popoli sfruttati dal colonialismo, ciò è avvenuto perché è stato gradualmente sconfitto da un internazionalismo più forte – come ha, tra gli altri, intelligentemente sostenuto Luciano Canfora – quello del capitale finanziario capace con un semplice clic del computer di spostare quantità enormi di denaro e di titoli drogati in grado di mettere in ginocchio l’economia di una nazione. Io penso che la crisi della sinistra sia innanzitutto di natura culturale e che riposi su un terreno sempre più prepolitico e populistico (avvertendo che il populismo non è un monolite, ma un atteggiamento a diversità variabile che va dalla destra xenofoba, parafascista, sovranista ed antieuropeista, alla sinistra ribellistica e radicale e, in maniera più ampia, a un generale sentimento di rabbia sociale e di assoluta sfiducia nelle istituzioni e nella loro rappresentanza politica). Come che sia, resta il dato di fatto incontrovertibile: sta lentamente scomparendo – fatta eccezione per qualche enclave isolata nell’Inghilterra di Corbyn, nella Francia di Mélenchon, nell’America di Sanders, nella Spagna di Podemos, e nella Germania della Linke – la sinistra organizzata e forte come partito e come movimento che ha segnato di sé la storia della seconda metà del secolo XX. Sul Pd italiano è meglio stendere un velo pietoso, almeno fin quando ciò che resta della sua sinistra interna non decida di abbandonare Renzi al suo destino di fallito “uomo solo al comando”. E questo naturalmente non si ottiene solo con la nascita di un raggruppamento a sinistra del Pd che appare, almeno nei sondaggi, ancora minoritario, ma anche e soprattutto presentando al paese una proposta politica e istituzionale capace di andare al di là dei personalismi e di cercare consensi verso un’agenda politica che sappia indicare la via per realizzare un vero e radicale riequilibrio sociale e un paziente lavoro, anche sul piano dell’economia, di abolizione o quanto meno di riequilibrio delle distanze tra le ricchezze di poche decine di magnati e la stragrande massa dei cittadini poveri del mondo. C’è una via maestra che la sinistra deve assolutamente percorrere ed è la battaglia, che viene prima di tutte le altre di carattere sociale ed economico, per la riconquista della sovranità popolare, per il rilancio di una democrazia rappresentativa duramente colpita da una legge elettorale con marcati profili di incostituzionalità e chiari impedimenti all’espressione del libero voto dei cittadini.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 05/05/2018, 10:41

Vuoi vedere che a quel tempo "ci si lamentava di gamba sana"?

La prima repubblica non torna più, inutile averne nostalgia

Altro che Moro e Berlinguer, senza cultura politica e deficit è impossibile un compromesso storico. Parlano Pomicino e Fornero

di Luciano Capone
capone@ilfoglio.it

“Al di là della differenza storiche, la politica ha un suo profilo non modificabile. E il risultato delle elezioni mette sulle spalle del maggiore partito o della maggiore coalizione il peso di intraprendere una iniziativa politica”. Paolo Cirino Pomicino, storico esponente della Democrazia Cristiana e a lungo presidente della commissione Bilancio della Camera, espone le ferree leggi che muovono la politica e che costringono M5s e Lega a uscire allo scoperto. Lo stallo e la difficoltà nella formazione di un governo hanno riportato alla mente le elezioni del 1976 e il governo Andreotti nato dalla “non sfiducia” del Pci. “Allora ci furono due grandi vincitori, la Dc e il Pci, con i socialisti che non volevano partecipare a un governo con la Dc”, dice Pomicino. Una situazione simile all’attuale, con M5s e centrodestra vincitori, e il Pd nel ruolo del Psi che si chiama fuori. “C’erano anche due fattori esterni non da poco. C’era il terrorismo, che vuol dire che si sparava, e poi c’era l’inflazione a due cifre, una crisi di finanza pubblica checi costrinse a dare in prestito l’oro della Banca d’Italia per ottenere un prestito dalla Bundesbank. Era un contesto molto più grave di quello attuale”. E come se ne uscì? “Il partito di maggioranza relativa, la Dc, cominciò a dialogare con ciascuno dei segretari politici, con i tradizionali partiti alleati e anche con il Pci, attraverso una lunga trattativa tra Moro e Berlinguer che portò alla nascita del governo”.

Se si è risolta allora una crisi politica così grave si può fare anche adesso. “La cosa che mi spaventa è che il partito che ha ottenuto più voti, il M5s, ripeta ‘devono parlare con noi’. E’ una posizione passiva, da Ghino di Tacco del Parlamento, mentre un partito con una responsabilità nazionale deve prendere una iniziativa politica. Vale anche per la Lega”. Lei ce li vede Di Maio e Salvini dialogare come Moro e Berlinguer? “Il problema è che è scomparsa la caratteristica fondamentale della Prima Repubblica, che era una grammatica condivisa, la ricerca tra i partiti e dentro i partiti di un comune denominatore”. L’inciucio. “Ecco, chiamare inciucio quello che una volta era il nobile compromesso è il frutto di una politica che ha sostituito l’insulto al confronto – dice Cirino Pomicino –. Prima si cercava sempre, anche nella legge finanziaria, un minimo comune denominatore sulle poste di bilancio. Non significa che non c’era una maggioranza, ma si riconosceva che era solo una parte del paese. E così anche le richieste di bilancio delle minoranze erano legittime e potevano essere accettate”.

Questo è un altro punto fondamentale per capire cos’è cambiato rispetto a oggi, perché è più difficile uscire dall’impasse. Non solo la comune grammatica politica è stata sostituita dalla delegittimazione reciproca e il confronto dallo scontro muscolare, ma non c’è neppure la possibilità di fare debito pubblico per appianare le divergenze, di trovare un compromesso attraverso il lubrificante del deficit di bilancio. Carlo Cottarelli con il suo Osservatorio sui conti pubblici ha mostrato quanto i programmi elettorali siano senza coperture per decine e decine di miliardi. Ma nessun partito o coalizione è in grado di governare da solo e adesso, per trovare una maggioranza, persino quei deficit enormi sono insufficienti. Andrebbero sommati: reddito di cittadinanza più flat tax più abolizione della legge Fornero più aiuti ai figli più investimenti pubblici. Ma questo, a differenza dei tempi della Prima Repubblica, non si può più fare. “I vincoli di bilancio sono centrali – dice al Foglio Elsa Fornero, economista all’Università di Torino e autrice della riforma delle pensioni tanto contestata da M5s e Lega – le risorse sono poche e bisognerà decidere dove spenderle. Uno può anche fregarsene del disavanzo, ma poi i mercati ti saltano addosso perché non ti fanno credito. E con il nostro debito elevato noi abbiamo in media più di 1 miliardo al giorno di necessità finanziarie”. Ma la vittoria dei partiti anti-sistema è anche una ribellione contro i vincoli di bilancio. “Hanno fatto sembrare possibili molte cose che non lo sono – dice la Fornero –. Si accorgeranno presto che neanche loro hanno assoluta libertà di azione”.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 06/05/2018, 10:36

Anniversari -5 maggio 2018

Quanto è pop quel tedesco: dopo 200 anni Marx ispira ancora

Il comunismo anima dibattiti, ispira film, torna al centro di molti libri.
Da Varoufakis e Piketty
ai neo “marxisti immaginari"
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di Federico Marconi




C'era una volta uno spettro che si aggirava per l’Europa. Agitava sobborghi, piazze, parlamenti. Non faceva dormire sonni tranquilli a borghesi e governanti. Spronava a una rivoluzione per la giustizia sociale e l’uguaglianza economica. Faceva imbracciare le armi ai più sfortunati e impugnare le penne agli intellettuali. Era lo spettro del comunismo e aveva i capelli arruffati e la barba folta del suo teorizzatore, Karl Marx. A duecento anni dalla nascita del filosofo di Treviri e a centosettanta dalla stesura delle pagine incendiarie del Manifesto del partito comunista, questo spettro non spaventa più come una volta. Ma continua ad aleggiare, nonostante sia stato fiaccato dal crollo del muro di Berlino e dalla fine dell’Unione Sovietica.

Dopo il crollo del socialismo reale, il pensiero di Marx è stato riposto in soffitta: i partiti di sinistra se ne distaccavano sempre più, alla lotta per i diritti sociali si sostituiva quella per i diritti civili, e il capitalismo sembrava più solido che mai. Ma con la crisi economica del 2008, Marx lascia le soffitte dove era stato nascosto e le sue idee riprendono a far discutere.

È il 2013 l’anno in cui il nome del filosofo di Treviri torna a riempire le colonne dei giornali. L’occasione è l’uscita del libro dell’economista francese Thomas Piketty, “Il capitale nel XXI secolo”. In libreria le copie vanno a ruba e, nonostante la stampa neoliberista si impegni a screditarne la validità scientifica, Piketty è chiamato dai consiglieri economici dei presidenti di mezzo mondo per spiegare le sue ricette contro le disparità sociali.


L’economista viene definito il Marx 2.0, ma lui non ci sta: «È assurdo chiamarmi marxista» risponde piccato ad ogni intervista: «Avevo 18 anni quando è crollato il muro di Berlino e ho viaggiato in Romania, Bulgaria e Russia per immunizzarmi contro ogni tentazione comunista». Se le analisi dell’accademico francese prendono le mosse dal lavoro del filosofo tedesco, in effetti le conclusioni differiscono in molti punti.

Piketty però non è il solo tra gli intellettuali marxisti del terzo millennio a vedere in Marx un punto di partenza per nuove riflessioni.

Tra questi studiosi c’è uno dei protagonisti della politica europea di inizio decennio, Yanis Varoufakis. «Sono un marxista irregolare» scriveva l’ex ministro delle Finanze del governo di Atene sul Guardian nel febbraio 2015, raccontando di aver sempre «ampiamente ignorato» Marx nel corso della sua carriera universitaria e politica, ma che le idee dello scrittore del Manifesto sono state per lui «un’impronta per capire il mondo». E oggi, mentre si avvicinano le celebrazioni per il bicentenario della nascita del filosofo, Varoufakis scrive sullo stesso quotidiano inglese che Marx aveva predetto l’attuale crisi «e indica la via d’uscita». C’è bisogno però di un nuovo manifesto, sostiene l’economista: «Deve parlare ai nostri cuori come un poema e infettare le menti con immagini e idee sorprendentemente nuove».

Marx indica ancora la strada da seguire, ma in modo nuovo. Il mondo in cui viviamo si è radicalmente trasformato da quando venne dato alle stampe il Manifesto. E mentre nelle sale cinematografiche “Il giovane Karl Marx” di Raoul Peck racconta la genesi di quel “foglio incendiario”, tra molti circola la domanda «perché continuare a leggerlo?». Prova a rispondere una nuova edizione del volume data alle stampe da Ponte alle Grazie. Ripubblicare il Manifesto «serve a scriverne un altro», scrive Toni Negri in uno dei contributi che accompagnano il pamphlet: «Serve a mettere il discorso dei comunisti all’altezza dell’epoca che viviamo».

Quello di Negri è solo uno dei saggi che fanno parte del commento curato da C17, la rete di intellettuali e attivisti che nel centenario della rivoluzione russa ha organizzato la Conferenza di Roma sul comunismo. Tra questi c’è anche Slavoj Žižek. «L’unico modo di restare fedeli a Marx, oggi, non è essere marxisti ma ripetere in modo nuovo il gesto fondativo di Marx», dice il filosofo sloveno conosciuto per il suo stile politicamente scorretto.
In molti si interrogano su cosa significhi essere marxisti oggi. Una delle prime studiose ad aprire il dibattito è stata Nancy Fraser, intellettuale e femminista statunitense, con una lunga riflessione pubblicata da Micromega nel gennaio 2016. Una sovversione globale del capitalismo è possibile non solo attraverso una trasformazione economica, ragiona Fraser, ma attraverso una trasformazione del rapporto tra uomo e donna nella società. In quest’ottica il ruolo dell’intellettuale è quello di promuovere i movimenti di lotta e di opposizione alle logiche malate del capitalismo. Sembra rifarsi proprio alla denuncia di Marx in una delle tesi contro Feuerbach: «I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in alcuni modi; il punto è cambiarlo».

Chissà se il capofila mediatico dei marxisti italiani è d’accordo con la tesi di Fraser. «Il femminismo fa gli interessi del grande capitale», ha sostenuto più volte il filosofo Diego Fusaro. Allievo di Costanzo Preve e studioso del rivoluzionario tedesco, Fusaro si presenta in ogni salotto televisivo come un avverso oppositore del «turbocapitalismo», della globalizzazione, del femminismo e dei suoi «poliorceti». Le continue uscite provocatorie del marxista Fusaro, fatte di slogan e termini desueti, non ne hanno fatto però un’icona antisistema. Al contrario, viene spesso additato come «un intellettuale di riferimento della Terza Repubblica» (Vanity Fair), o «il filosofo perfetto per Lega e M5S» (Il Foglio). O addirittura come «un maestro per la destra radicale» (Il Secolo d’Italia): «Sogno un fronte dal Partito comunista a CasaPound» aveva dichiarato poco prima delle elezioni del 4 marzo. A due secoli dalla nascita, Marx torna ad animare gli intellettuali: chi riuscirà a unire nuovamente i proletari di tutto il mondo sotto un’unica bandiera?
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 06/05/2018, 14:02

Cos’è rimasto di Karl Marx oggi, a 200 anni dalla nascita

I suoi testi hanno spiegato la crisi finanziaria del 2007 e continuano a “descrivere le dinamiche del profitto”. E c’è chi pensa che il conflitto capitale/lavoro sia stato sostituito da una dialettica tutta generazionale

di Michele Chicco
5 Mag, 2018
Karl Marx (1818-1883)


Ha passato tutta la vita a schivare le etichette e anche da leggenda il plot non è cambiato: pericoloso rivoluzionario o venerabile profeta? Karl Marx ha polarizzato il pubblico come pochi altri e quel faccione con la barba spettinata, duecento anni dopo i suoi primi gemiti, scatena ancora fascino e paura. Oggi, nel bicentenario della sua nascita, cosa è rimasto di Karl Marx?
Nato il 5 maggio del 1818 a Treviri, il filosofo tedesco è considerato il padre del comunismo, l’uomo capace di preconizzare la rivoluzione socialista come reazione alla sfruttamento del proletariato. Il suo pensiero è sopravvissuto a due secoli di storia, ha attraversato guerre mondiali e ha ispirato, in un senso o nell’altro, generazioni di politici. Prima che il suo volto diventasse un’icona da mostrare sulle t-shirt da veri ribelli, semi marxiani hanno germogliato nella cultura occidentale e i suoi frutti hanno resistito alla caduta del muro di Berlino così come all’ondata liberal degli anni Novanta.

Oggi come ieri

Vladimiro Giacché è un economista che ha a lungo studiato Karl Marx, rimanendone affascinato. Oggi lavora nel mondo della finanza e presiede il Centro Europa ricerche, ma non ha mai tradito lo spirito della gioventù. Ciò che è ancora vivo di Marx, spiega, è la capacità di “analisi economica: i meccanismi che descriveva negli anni ’50 dell’Ottocento valgono ancora oggi”, così come resta, a sua avviso, l’illusione che le crisi “siano causate dagli speculatori, quando hanno la loro radice nell’economia reale”.
Marx, secondo Giacché, aveva una certa abilità nel leggere l’evoluzione degli eventi e tutta una serie di fenomeni da lui stigmatizzati due secoli fa “come l’eccessivo ricorso al credito” sono stati alla base della crisi dei mutui subprime del 2007. I comportamenti sociali hanno sempre una loro coerenza e rileggendo le parole di Marx, ci ricorda Giacché in un suo testo, si comprende davvero quanto poco sia cambiato. Nella seconda metà dell’Ottocento, fu proprio lui che, crucciandosi per trovare le ragioni della crisi del 1857, si chiese – letterale – quali fossero “le circostanze sociali che riproducono, quasi regolarmente, queste stagioni di generale illusione, di speculazione selvaggia e credito fittizio”.

L’abbinata Stato-economia

Insomma, “i meccanismi della società capitalistica sono quelli che lui ha disegnato”, dice Giacché. E se proprio si vuole decorare il petto di Karl Marx con una medaglia postuma si deve spostare lo sguardo e guardare ai rapporti tra Stato ed economia, rinnovati “grazie” alle parole del filosofo tedesco : “Quando Marx scrive i suoi testi si facevano le guerre per aprire nuovi mercati, ma la politica non interferiva nei processi economici. Le cose poi sono cambiate; con il pensiero marxiano si è fatta largo, soprattutto dopo la crisi del 1929, la convinzione che lasciar fare le cose al mercato fosse pericoloso“.
È successo con il New Deal negli Stati Uniti d’America – “con un intervento pesante dello Stato nell’economia” – e dopo la seconda guerra mondiale è avvenuto anche in Europa: “Molti paesi – sottolinea Giacché – si sono mossi verso il modello di economia mista, con il pubblico pronto a intervenire nelle imprese nazionali strategiche. Oggi l’intervento pubblico è ovunque molto più rilevante che nell’Ottocento”.

Le distorsioni della società

Ma al di la della capacità di leggere la storia e indirizzare le politiche pubbliche, Diego Fusaro, saggista adorante tanto di Marx quanto di Gramsci, gli riconosce l’aver fotografato distorsioni ancora immutate: “La sua vera vittoria sta nell’aver capito che la società capitalistica è irriformabile: non è una società malata, ma è la malattia da curare”.
Oggi come allora, secondo Fusaro, “la società capitalistica si basa sul plusvalore e sulla plus produzione che anzi si rivela adesso in forme sempre più palesi e aggressive”. Rispetto agli anni ’40 dell’Ottocento, sostiene, il meccanismo sociale “continua a fondarsi sullo sfruttamento del lavoro umano”, proprio come Karl aveva descritto.

Dalla lotta di classe alla lotta di età

E se all’epoca la speranza (disattesa) era che tra gli operai industriali inglesi si formasse quello spirito rivoluzionario che avrebbe consegnato potere al popolo, ora la dicotomia padroni/lavoratori sembra poter avere ancor meno presa. “Come si uniscono i proletari di tutto il mondo adesso?”, si chiede con un certo velo di ironia Riccardo Puglisi, economista dell’università di Pavia di ispirazione profondamente lontana da Karl Marx.
“Una parte rilevante del suo pensiero è sicuramente l’idea di storia come lotta tra classi”, dice Puglisi, ma se bisogna trovarne una trasposizione nel mondo contemporaneo è meglio lasciar perdere le distinzioni basate sul reddito e la corsa verso i mezzi di produzione. Il vero conflitto, suggerisce, è generazionale: “Soprattutto in un paese gerontocratico come l’Italia, è molto più rilevante la dialettica giovani/vecchi”.

Redistribuire la ricchezza

Certo, “il tema della ridistribuzione della ricchezza resta attuale – aggiunge Puglisi – e dopo la crisi lo è ancor di più. Ma oggi non è chiaro come i gruppi oppressi possano avere una forza tale da cambiare le cose con spirito rivoluzionario”. E anche Fusaro, uno che guarda Karl Marx proprio come un venerabile profeta, con spirito più malinconico che nostalgico, deve ammettere che “il marxismo non c’è più. Ma non abbiamo nessuna nuova teoria che sia alla sua altezza. Ed è per questo che da lui si deve ripartire”.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 09/05/2018, 8:23

Tutti parlano di abbassare le tasse, nessuno di combattere l'evasione

Lega e 5 Stelle hanno vinto le elezioni anche grazie alle promesse sulla riduzione delle imposte. Molto meno arato è il tema di costringere tutti a pagare quanto dovuto



I lettori mi perdoneranno se scrivo ancora una volta di evasione fiscale. E basta, dirà qualcuno, sta diventando un’ossessione! Chissà, forse lo è davvero, ma in questa storia, che ci volete fare, io ci vedo perfino di più 
dei 208 miliardi di euro di economia 
in nero e dei 120 di evasione 
(stime Confindustria), che pure sono 
il pesante oggetto del contendere, 
cioè i soldi scandalosamente sottratti allo Stato, a tutti noi, soprattutto 
a chi le tasse le paga. E proverò 
a spiegare perché.

I due “non vincitori” del 4 marzo, Salvini e Di Maio, hanno puntato la loro travolgente campagna elettorale sulla promessa non di chiedere, ma 
di dare qualcosa a tutti. Dare e non togliere è piacevole da dire e da sentire, anche se purtroppo difficile 
da onorare (questo però lo si scopre quando è troppo tardi...). E promettere di far pagare meno tasse è di quel principio l’ovvio corollario. Così è stato. Il programma di governo di Lega e 5Stelle, però, non si limita a questo perché gronda anche di proposte pensate per smontare molte armi di contrasto all’evasione: addio Equitalia, via lo spesometro, basta con gli studi di settore. Tanto per dire.

La semplificazione dei messaggi, specie se spruzzati di demagogia, ha questo di bello: puoi dire tutto quello che ti passa per la testa senza minimamente preoccuparti delle conseguenze. E della verità. Certo, Equitalia non è in cima alle passioni degli italiani, mi rendo conto, ma privare lo Stato di uno strumento di esazione significa almeno disporsi 
ad attrezzarne un altro (i Comuni? le Regioni?), e nell’attesa tana libera tutti. Anche gli studi di settore sono l’incubo di ogni attività imprenditoriale, e infatti era stato deciso di sostituirli con un nuovo sistema più agile e meno oppressivo. Ma a Salvini, che ha fatto l’en plein nel nord produttivo, non basta, ne vuole la totale abolizione: sia lo Stato - ripete - a incastrare 
i colpevoli e a provare le loro responsabilità. Con i tempi dell’amministrazione, è come essere certi di farla franca.

E poi c’è, appunto, la riduzione delle tasse. I 5S parlano di ridisegnare le aliquote; Salvini e B., invece, lanciano la flat tax, la tassa piatta, una sola aliquota molto più bassa delle attuali. Le imprese (e i ricconi) gongolano, le casse dello Stato piangono, i leader della destra replicano che pagare meno di prima spingerà milioni di italiani a uscire dal buio e a diventare contribuenti onesti. Non è detto. In paesi dove la pressione fiscale è perfino più alta della nostra - Francia, Svezia, Danimarca, Germania - gli evasori sono il 15 per cento, la metà che qui. A dimostrazione che pagare 
o no dipende innanzitutto dal senso civico e dagli strumenti di controllo. Ma per loro ciò che conta non è spiegare cosa si farà, ma cosa non 
si farà: non si romperanno le scatole agli evasori. Chiaro. Controprova, il progetto di condono fiscale che vede uniti nella lotta Lega e 5S. Lo Stato incasserebbe un po’ di soldi, certo, ma il messaggio sarebbe: evadete pure, tanto poi tutto s’aggiusta.

Anche i grillini non amano la lotta all’evasione fiscale: non compare nei loro programmi, non è una stella del Movimento. Piuttosto invocano di perseguire i grandi frodatori, ma è come somministrare un tranquillante perché ogni evasore è convinto che ce ne sia uno più grande e colpevole di lui. Sia loro sia i leghisti pensano poi che vada lasciato in pace chi evade “per necessità”. Ora, che ci siano imprenditori che chiuderebbero baracca e burattini se davvero pagassero le tasse fino all’ultimo centesimo, è tristemente vero. Ma d’altra parte la loro sopravvivenza 
è sulle spalle di altri che invece rispettano le leggi. E qui sta 
il problema.

Pagare tutti pagare meno non è uno slogan, è un’elementare verità. Solo allargando la platea dei contribuenti 
e riducendo l’evaso a percentuali fisiologiche si potrebbe abbassare 
la pressione fiscale senza danni collaterali. Secondo: se un imprenditore aggira il fisco pecca 
di concorrenza sleale ai danni di chi compie il suo dovere; e se un cittadino vive in nero, a pagargli scuola e sanità sono coloro che rispettano le regole. Socialmente iniquo. Insomma l’evasione fiscale finisce per scavare un fossato incolmabile tra pubblica amministrazione, contribuenti e politici chiamati a rappresentarli, incrina 
la base stessa della democrazia 
che su quell’equilibrio si fonda.

Qualche anno fa a Tommaso Padoa Schioppa, brillante economista e autorevole civil servant, scappò di esclamare che «le tasse sono una cosa bellissima e civilissima». Fu irriso e sbeffeggiato, ma voleva solo dire che è “bello” il patto fiduciario tra lo Stato e i cittadini perché, appunto, è linfa 
di ogni organizzazione democratica. Ma la nostra, ahimè, è stagione di “Popolocrazia” (Ilvo Diamanti e Marc Lazar, Laterza, pagg. 176, euro 15), l’illusione che il popolo possa, in quanto entità autonoma, sostituirsi direttamente ai tradizionali meccanismi di rappresentanza. 
Ma è un’illusione, appunto. Poi 
a un certo punto ci sveglieremo. 
Con il rischio di scoprire che dove c’era la democrazia c’è il deserto.

Bruno Manfellotto -11 aprile 2018
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 13/05/2018, 10:38

LE PAROLACCE

“ Prendiamo il coraggio a 4 mani e parliamo di parolacce. Sono di moda:
fai il giro della piazza e le senti, ascolti la radio e le senti, ascolti mamma radio
Italiana e le senti, apri il giornale e le trovi, apri un libro e le ritrovi.
Ormai le puoi sentire anche dentro casa, usate con disinvoltura specialmente
dai giovani. E’ dappertutto una grandinata di parolacce, il mostro linguaggio
cioè sta subendo addirittura un capovolgimento.
Una volta le parole erano sulla bocca del carrettiere , povero uomo condannato
a una vita dura, o sulla bocca dell’ubriaco…..
D’accordo sono parole che esistono nel nostro linguaggio, il vocabolario le accoglie
ma è del parlare comune che ci stiamo preoccupando, e che bisogno c’è di infiorare
le nostre conversazioni con parole volgari ed oscene? Oltretutto non è “elegante”….

……”Nessuno di noi sogna di tornare all’ampolloso parlare del ‘600 o all’estrema
delicatezza di parola dell’800, tutti abbiamo voglia di respirare l’aria del tempo
in cui stiamo vivendo, via le parole a grappoli, via i salamelecchi nel discorso….ma
stop alle parolacce!

Angela Latini (da L’Attualità)
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Re: Media e dintorni

Messaggioda gasiot » 13/05/2018, 11:03

grazia ha scritto:LE PAROLACCE

“ Prendiamo il coraggio a 4 mani e parliamo di parolacce. Sono di moda:
fai il giro della piazza e le senti, ascolti la radio e le senti, ascolti mamma radio
Italiana e le senti, apri il giornale e le trovi, apri un libro e le ritrovi.
Ormai le puoi sentire anche dentro casa, usate con disinvoltura specialmente
dai giovani. E’ dappertutto una grandinata di parolacce, il mostro linguaggio
cioè sta subendo addirittura un capovolgimento.
Una volta le parole erano sulla bocca del carrettiere , povero uomo condannato
a una vita dura, o sulla bocca dell’ubriaco…..
D’accordo sono parole che esistono nel nostro linguaggio, il vocabolario le accoglie
ma è del parlare comune che ci stiamo preoccupando, e che bisogno c’è di infiorare
le nostre conversazioni con parole volgari ed oscene? Oltretutto non è “elegante”….

……”Nessuno di noi sogna di tornare all’ampolloso parlare del ‘600 o all’estrema
delicatezza di parola dell’800, tutti abbiamo voglia di respirare l’aria del tempo
in cui stiamo vivendo, via le parole a grappoli, via i salamelecchi nel discorso….ma
stop alle parolacce!

Angela Latini (da L’Attualità)

che sia per questo che non riesco a seguire film o serie televisive prodotte in italia che , oltre a spiccati accenti locali son pieni di parolacce diventate di uso quotidiano
preferisco prodotti fatti altrove poi tradotti con doppiatori senza particolari contaminazioni
Un intellettuale è un individuo che dice una cosa semplice in modo difficile; un artista è un individuo che dice una cosa difficile in modo semplice.
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