Media e dintorni

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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 13/02/2018, 18:03

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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 15/02/2018, 12:16

NERO CON GLI OCCHI AZZURRI
di Massimo Gramellini

Trecento generazioni prima della Brexit e duecentonovantanove prima di Sting, gli inglesi avevano gli occhi azzurri e la pelle nera. Poiché provengono dalla comunità scientifica, i clamorosi esiti dell’esame del Dna di un fossile umano trovato nella gola di Cheddar sono sicuramente una bufala. Finanziata dalle multinazionali degli scafisti in combutta con la Caritas e la cugina della Boldrini. Secondo studi assai più autorevoli, il primo individuo completamente bianco apparso in Europa sarebbe l’Uomo in Ammollo di una pubblicità risalente al mesozoico della tv. Altre teorie, la cui fondatezza è avvalorata da ben 8 «mi piace» su Facebook, attribuiscono la primogenitura della razza bianca all’Homo Salvinianus, un simpatico bruto con la pelle chiara ricoperta da una felpa riproducente lo slogan paleolitico «Negher ciapa el camel», il cui significato resta tuttora oscuro.

La scoperta che il trisnonno degli anglosassoni era più abbronzato di Briatore costringerà i difensori della razza ariana a restringerne i confini alla periferia di Helsinki, dove vive una famiglia che in trecento generazioni si è incrociata soltanto con una renna, ma pallidissima. Resta da capire con chi se la sarebbe presa, quel nero con gli occhi azzurri, se si fosse trovato a girare per Macerata armato di pistola. Forse avrebbe sparato allo specchio.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 21/02/2018, 9:44

Un filo unisce i fascisti di CasaPound e Forza Nuova al regime di Bashar al Assad in Siria

Luciana Grosso
15/2/2018


A scriverlo è Al Jazeera in un lungo reportage nel quale accosta al governo siriano non solo la destra italiana (CasaPound, ma anche Forza Nuova e altri gruppi minori che orbitano nella galassia nera) ma anche le destre nere europee di Polonia, Grecia Gran Bretagna e Germania, oltre all’Alt Right americana e il Ku Klux Klan.
A unire buona parte di queste formazioni e a avvicinarle al regime siriano è l’adesione all’ESFS, il Fronte europeo di solidarietà per la Siria – una coalizione di gruppi neofascisti e di estrema destra che sostengono il governo di Assad.
A spiegare la vicinanza ad Assad della destra europea è stato Simone Di Stefano, leader di CasaPound, in un’intervista ad Al Jazeera: “Sotto il regime di Assad, i cristiani possono celebrare il Natale apertamente e le donne non sono costrette a indossare il velo. Ci piace l’ideologia dello stato siriano, ma sosteniamo soprattutto ciò che Assad rappresenta: libertà, apertura rispetto al fondamentalismo e socialismo moderno“.
Non solo, secondo Al Jazeera a piacere alla destra italiana ed europea ci sono anche, per buona parte, l’antisionismo di Assad e, soprattutto, la sua tensione antiglobalista visto che la guerra civile è partita come effetto secondario del contagio delle rivolte della Primavera Araba.
Posizioni ideologiche che non possono che rendere ‘amici’ i gruppi di destra neofascista e il governo di Assad. Si può essere o meno d’accordo ma la compatibilità ideologica è cristallina e coerente. Non fa una piega.
Quello che invece sembra non tornare ad Al Jazeera e sembra sfuggire alle regole della logica è come si concilii la solidarietà al governo siriano alla palese ostilità ai rifugiati e ai richiedenti asilo mostrata dalla destra, italiana ed europea.
La posizione di CasaPound, per cui i profughi sarebbero vicini ad Assad e perseguitati dai ribelli e dall’Isis, è incompatibile con il rifiuto di accogliere i profughi.
Delle due l’una: o i siriani in fuga sono perseguitati dall’Isis (come sostiene Di Stefano nell’intervista) e allora logica vorrebbe venissero aiutati dai loro ‘fratelli italiani’ oppure sono (come dimostrano i numeri) persone perseguitate da Assad stesso che, per non cadere nelle braccia dell’Isis, non hanno avuto altra scelta se non la fuga.
Entrambe le posizioni, secondo Al Jazeera, sono difficili da mantenere perché vanno contro la logica. E contro i numeri: secondo un sondaggio del 2015 di circa 900 rifugiati siriani in Germania, più della metà sarebbe tornata nel loro paese se Assad avesse smesso con le persecuzioni



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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 23/02/2018, 11:56

Quel patto tra nuovi fascisti: 'Così arriviamo in Parlamento'
Una cena sancisce l'inizio della corsa dei movimenti neofascisti al Parlamento. In prima fila CasaPound e Lealtà ed Azione

Claudio Cartaldo - Ven, 28/07/2017 –

L'onda nera avanza verso il Parlameno. I movimenti di destra estrema si stanno riorganizzando e dopo aver fatto incetta di consiglieri comunali in diverse cittadine d'Italia, ora puntano ad entrare al Senato e alla Camera per "far volare sedie e schiaffoni" (Di Stefano dixit).

Come emerge da una inchiesta di Repubblica, alcune sere fa i capi di CasaPound e Lealtà ed Azione si sono visti a cena a Milano per porre le basi per una futura alleanza politica che permetta ai neofascisti di superare la soglia di sbarramento. Intorno al tavolo erano seduti Gianluca Iannone, presidente ci CPI; Stefano Del Miglio e Giacomo Pedrazzoli, capo e vice di Lealtà ed Azione. Repubblica non riferisce l'oggetto della riunione, ma si tratterebbe di una sorta di patto politico in vista delle elezioni dell'anno prossimo.
La galassia delle destre è variegata e per lungo tempo pure divisa da interpretazioni diversificate del "fascismo del terzo millennio". Ci sono CasaPound, che dopo la conquista di Bolzano ha eletto diversi consiglieri. Poi ci sono Forza Nuova, guidata da Roberto Fiore, a capo di Alliance for peace and freedom al Parlamento europeo. E alcora Lealtà ed Azione, i neonazisti Do.Ra di Varese comandati da Alessandro Limido, Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie, il Manipolo d'Avanguardia Bergamo, la Militia di Maurizio Bonacci e via dicendo. A Mura, nel bresciano, Fascismo e Libertà ha eletto 3 consiglieri e raccolto l'11%. A Sirmide e (Mantova), i Fasci Italiani del Lavoro hanno mandato in consigliio Fiamma Negrini, raccogliendo il 10%. Oggi tra le più attive e visibili risulta Generazione Identitaria, il movimento che - come raccontato da Giuseppe De Lorenzo su ilGiornale - ha noleggiato una nave per combattere il lavoro delle Ong al largo della Libia.
A fare da esempio per tutti è Alba Dorata, il partito greco che sull'onda della crisi economica è riuscita a sbarcare in Parlamento. Ma ci sono anche il battaglio ucraino Azov, il Jobbik ungherese, l'Npd tedesco e i francesi del Blocco Identitario.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 23/02/2018, 17:20

Torino, esposto di Mattiello (Pd) ai pm: “Sciogliere Casapound e Forza Nuova, tentano di riorganizzare Partito fascista”

Il deputato del Partito Democratico ha consegnato la denuncia al procuratore di Torino Armando Spataro: "Sollecitare l'intervento della magistratura è anche un modo per tenere il conflitto nell'alveo del diritto oltre che del dibattito pubblico"” e arginare le derive violente. Clima teso nel capoluogo piemontese, dove è atteso Simone Di Stefano, il leader di CasaPound
di Andrea Giambartolomei | 22 febbraio 2018

Simone Di Stefano, il leader di CasaPound, è atteso stasera a Torino. Ad attenderlo ci saranno molti antifascisti dei centri sociali, ma anche dell’Anpi e di molti partiti e movimenti di centrosinistra e sinistra. È già molto teso il clima intorno alla presentazione dei candidati locali della formazione di estrema destra e stamattina la Digos della Questura di Torino ha eseguito alcune perquisizioni ai militanti del centro sociale Askatasuna e altri di CasaPound piu vicini alle frange violente degli ultras. Un antagonista di 29 anni, L.D., è stato arrestato per il possesso di una bomboletta di gas lacrimogeno Cs, il cui uso è riservato alle forze dell’ordine. Nel frattempo alla procura di Torino il deputato Pd Davide Mattiello ha consegnato al procuratore Armando Spataro un esposto contro CasaPound e Forza Nuova per la violazione della legge Scelba. Secondo il parlamentare i due movimenti di estrema destra violano le norme che vietano la riorganizzazione del Partito fascista.
Per sostenere la sua ipotesi Mattiello ha allegato all’esposto un dossier con “documenti che dimostrano quanto CasaPound e Forza Nuova abbiano raccolto l’eredità politica del Partito Fascista”, spiega il deputato. Ci sono le dichiarazioni dei leader e degli esponenti dei due movimenti che si dichiarano eredi del Partito fascista e delle sue derivazioni. Il politico Pd ricorda che l’articolo 1 della legge Scelba pone paletti precisi: “Quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”, recita la legge.
Per lui i presupposti ci sono tutti, anche perché i principali rappresentanti di CasaPound e Forza Nuova non negano i legami con quell’ideologia. “Lei è fascista?”, chiedeva un giornalista del Corriere della Sera in un’intervista a Di Stefano pubblicata il 18 novembre scorso: “Certo. Siamo gli eredi della tradizione che dopo Rsi e Msi è stata interrotta da An”, rispondeva il leader di Casapound. A luglio, a Il Tempo, dichiarava di essere pronto a finire in carcere per la legge Fiano: “Se dichiararsi fascisti ed estimatori dell’opera di Mussolini comporta andare in galera ci andremo tutti”. Valerio Arenare, esponente di Forza Nuova, diceva all’Huffington Post di sentirsi “orgoglioso di essere definito fascista” e pochi giorni il leader Roberto Fiore fa spiegava alla testata Estense.com: “È dall’età di 16 anni che annuncio che il Fascismo è un punto di riferimento, ma oggi c’è Forza Nuova”.
Basterà questo ad arrivare allo scioglimento delle due formazioni? “La giustizia farà il suo corso”, dice Mattiello. Il procuratore Spataro ha fatto protocollare l’esposto e incaricherà un magistrato di occuparsene. Intanto però Di Stefano si sente tranquillo: all’agenzia Vista il 18 febbraio 2018 chiedeva: “Spiegatemi per quale motivo CasaPound dovrebbe essere sciolta quando il glorioso Movimento Sociale è stato seduto in Parlamento dal 1946 finché non è arrivato Gianfranco Fini e non è stato mai sciolto da nessuno. E sì che loro erano l’eredità storica del fascismo italiano, come ci consideriamo anche noi oggi”.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 03/03/2018, 10:20

E LA VOLGARITÀ NON SCANDALIZZA PIÙ

La politica dell’insulto

In un famoso film, in cui interpretava il ruolo di Giovanna d’Arco, un’incantevole Ingrid Bergman diceva a un capitano francese, rude soldataccio valoroso dal linguaggio colorito e sboccato, specie in battaglia: «Se proprio non potete farne a meno, capitano, dite "per le mie staffe"». Oggi difficilmente potrebbe rivolgere lo stesso invito a quei rappresentanti del popolo italiano il cui banale turpiloquio sta trasformando il mondo cosiddetto politico non in una caserma, ambiente ruvido ma dignitoso, bensì piuttosto in uno studio di registrazione di quei rumori che Dante, nell’Inferno, fa emettere a qualcuno dei suoi diavoli. Gli avversari che si scambiano laide contumelie non assomigliano a robusti ancorché rozzi uomini d’arme, ma piuttosto agli anonimi autori di sconci disegni sui muri. Qualcuno — l’onorevole Stracquadanio—auspica di adottare nei confronti degli avversari «il metodo Boffo», che disonora chi se ne serve, e si potrebbero citare molti analoghi esempi.
Anche le cosiddette parolacce fanno parte del linguaggio e dell’essere umano e talvolta si può e si deve usarle, come Dante insegna. C’è uno sdegno, un disprezzo e un coraggio che, in certe circostanze e soprattutto dinanzi al pericolo o a un’infamia intollerabile, le nobilita e le rende necessarie. Altrimenti esse sono soltanto eruttazioni ed è improbabile che un’eruttazione costituisca un ragionamento politico. C’è un’abissale differenza tra la parola «merda» che Cambronne — secondo una tradizione forse leggendaria— grida in risposta all’invito degli inglesi ad arrendersi, quando la sera scende sulla disfatta napoleonica a Waterloo, e la stessa parola «merda » che la signora Daniela Santanchè ha usato riferendosi all’onorevole Fini, presidente della Camera. Difficilmente Victor Hugo potrebbe scorgere qualcosa di alto e di sublime in questo termine adottato dalla signora, che egli celebrava invece nella parola di Cambronne.
Volgarità e sconcezze, in questi giorni, arrivano da tutte le parti e da persone che si credono élite, classe dirigente, leader e maestri nell’arte della politica. Nei confronti delle donne le scemenze ingiuriose si scatenano con particolare indecenza, specie da parte di ex partner, e non valgono certo di più dell’insulto che qualsiasi ubriaco può indirizzare a una signora che in quel momento gli passa accanto; anche fra le donne, peraltro, c’è chi non è da meno nella gara alla scurrilità.
Ci si può chiedere come mai e perché alcune elementari regole del vivere civile sembrano scomparse. Quegli insulti divenuti abituali e assurti a linguaggio della politica sono inaccettabili, ma non solo perché si esprimono con quelle parole grossolane che tutti gli adolescenti hanno adoperato e adoperano e che non sono certo un peccato mortale. La violenza di questa degenerazione dei normali rapporti civili non risiede in una rozza maleducazione, ma nella sostanziale mancanza di rispetto che la genera. Presentarsi a un pranzo in mutande o mettersi le dita nel naso a tavola non è un’offesa alla pudicizia, ma a quel rispetto dell’altro che anche le forme dicono e tutelano.
Il rispetto, insegna Kant, è la premessa di ogni altra virtù, che non può esistere senza di esso, perché il senso della dignità propria e altrui è la base di ogni civiltà, di ogni corretto rapporto fra gli uomini e di ogni buona qualità di vita, propria e altrui. Il rispetto, nei confronti di chiunque, non può venire a mancare mai, nemmeno in circostanze drammatiche. Ci possono essere situazioni — in guerra, o per legittima difesa — in cui può essere tragicamente necessario colpire un uomo; non c’è alcuna situazione in cui sia lecita la mancanza di rispetto, nemmeno nei confronti di un colpevole cui giustamente venga comminata una grave pena.
Chi insulta l’avversario si delegittima; è come fosse politicamente interdetto e si includesse in quelle categorie di soggetti che secondo il vecchio codice cavalleresco non avevano i requisiti per poter essere sfidati a duello. Quegli improperi, pertanto, vanno considerati nulli, fuori gioco. È inutile e forse pure ingiusto prendersela con l’uno o con l’altra turpiloquente, perché ognuno fa quello che può, a seconda dei doni che ha o non ha avuto dal Dna, della famiglia in cui ha avuto la fortuna o la sfortuna di crescere, delle possibilità che ha o non ha avuto di sviluppare liberamente e con signorilità la propria persona o della malasorte che lo ha dotato di un animo gretto e servile. Chi nello scontro politico dice un’oscenità probabilmente non sa dire altro.
Non è uno scandalo che esistano queste volgarità; il grave è che esse non destino scandalo, che i loro autori non paghino dazio per il loro smercio di porcherie. È avvenuto qualcosa, nella nostra società, che ha mutato radicalmente quelle che ritenevamo regole pacificamente e definitivamente acquisite al vivere civile. Certe indecenze dovrebbero venire automaticamente sanzionate; se vengo invitato a casa di qualcuno e mi metto a sputare per terra, parrebbe logico che, quanto meno, non mi si inviti più e si cerchi di tenermi alla larga.
Anche l’ipocrisia, pur spregevole, è pur sempre, com’è stato detto, l’omaggio del vizio alla virtù e indica che una società possiede almeno il senso dei valori o, più semplicemente, di quelle forme che non sono vuota o rigida etichetta, ma espressione di reciproco rispetto. Se cadono queste regole, è come quando una violenta pioggia fa saltare i tombini e la melma delle fognature invade la strada.
Sembra invece che nessun comportamento, nessun insulto rivolto all’avversario politico, nessun gesto o termine disgustoso scandalizzi l’opinione pubblica. È avvenuta una radicale trasformazione che, distruggendo le vecchie classi — la classica borghesia, il classico proletariato — in un processo che per altri aspetti è stato liberatorio, ha distrutto sensibilità, valori, regole che ritenevamo componenti essenziali del patrimonio genetico della nostra società e del nostro Paese.
Marx parlava di «Lumpenproletariat», proletariato intellettualmente pezzente e inconsciamente disponibile a qualsiasi manipolazione politica, contrapponendolo al proletariato politicamente consapevole. Oggi la società è sempre più una pappa gelatinosa, una specie di «Lumpenbürgertum», di borghesia intellettualmente pezzente anche quando è abbastanza pasciuta, che non ha nulla a che vedere con la borghesia classica e non si scandalizza se qualcuno, come l’onorevole Bianconi, offende il presidente della Repubblica (ossia anche se stesso, in quanto il Presidente rappresenta il Paese) o se qualcuno dice di usare il Tricolore per pulirsi il sedere.
È questa trasformazione che ha sconvolto pure la politica, cogliendo di sorpresa chi credeva che certi valori e certe regole fossero alla base del nostro vivere politico e civile e si è trovato spiazzato in un agone in cui quei valori e quelle regole non contano più. In tutto ciò vi è anche un elemento pacchianamente comico, come nei vecchi film che facevano ridere mostrando personaggi che andavano a gambe all’aria, finendo magari in liquami poco appetitosi. Forse oggi solo un artista comico — ad esempio il Benigni di certi inesorabili e umanissimi sketch — può aiutarci, sbeffeggiando questa realtà e permetterci quindi di superarla.
La letteratura avrebbe bisogno di un Gadda, l’unico genio in grado di narrare questo formaggio verminoso, di ritrarre quei visi dei o delle turpiloquenti che spesso, nella smorfia dell’insulto, rischiano di rivalutare le vecchie teorie di Lombroso sulla fisiognomica. A partire da una certa età, dice Camus, ognuno è responsabile della propria faccia ed Enzo Biagi, anni fa, aggiungeva, scrivendo su queste colonne, che alcuni hanno la fortuna di perderla, la propria faccia.
Claudio Magris

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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 05/03/2018, 12:16

Chi troppo in alto va cade sovente precipitevolissimevolmente

significa : "Chi è saggio, anche se è dotato di un’intelligenza superiore alla media, deve ricordarsi che è un uomo come gli altri. L’ambizione è una cattiva consigliera. Spesso il successo dà alla testa, si vuole sempre di più.""......
_________________________________________
Renzi adesso lo sa......altri forse ancora no.....auguri!

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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 08/03/2018, 17:55

Viva Santa Ostrega, patrona della Lega

Dopo Salvini con il Vangelo tutti i partiti riscoprono il giuramento. I 5Stelle lo fanno sullo scontrino, la sinistra su Tex divisa

Il giuramento di Salvini sul Vangelo (in edizione economica, forse per ribadire la distanza da Berlusconi che possiede il celebre, lussuoso Vangelo a Rotelle in serie limitata, con la copertina di mogano in tinta con la boiserie) ha segnato nel profondo gli ultimi giorni di campagna elettorale. Anche se gli esperti si interrogano sugli effetti del gesto: il Vangelo è pur sempre un libro, vederlo nelle mani di un leader potrebbe disorientare l’elettorato di destra. Secondo indiscrezioni, la cerimonia doveva essere completata dal sacrificio di una vergine da offrire al Sole delle Alpi, ma si è preferito rinunciare all’ultimo momento per non turbare l’elettorato moderato.

Il retroscena Voci incontrollabili dicono che il libro impugnato da Salvini avesse, del Vangelo, solo la copertina, frettolosamente applicata sopra un manuale di istruzioni per caldaie, lettura preferita da Salvini. Ambienti vicini a Salvini fanno sapere che si tratta di illazioni senza fondamento. Quel Vangelo non solo è autentico, ma è appartenuto a uno dei più influenti consiglieri spirituali del Carroccio, il barman Mariolino Galbusera, che sostiene di essere il vero inventore del gin tonic, soprattutto dopo averne bevuti un paio.

L’ispirazione Il leader leghista, che soffre di insonnia, avrebbe avuto l’idea del giuramento sul Vangelo a furia di vedere su History Channel i documentari sui templari (ce ne sono anche sette-otto per notte, da “Le mogli dei templari” a “Templari su Giove” a “I templari e lo sport”). Altre fonti dicono che Salvini, come il suo idolo Trump, sia un fan della serie americana “Jesus First”, nella quale il predicatore creazionista Archibald Higgins giura sulla Bibbia prima e dopo ogni sparatoria. Oltre che sul Vangelo e sul rosario, Salvini avrebbe voluto giurare anche sul femore di Santa Ostrega, patrona della Lega, ma nelle prove la preziosa reliquia gli è caduta di mano e dunque ha preferito rinunciare.

Le polemiche Bossi, che ai suoi tempi aveva giurato su una forma di taleggio, dice di non riconoscere più la Lega. Il solo tratto politico distintivo rimasto intatto negli anni è la maleducazione: ma basterà? Basta un leader dai modi beceri e dal linguaggio rudimentale a rassicurare i leghisti della prima ora? E gli ideali? E la secessione? E i confini tracciati dal professor Miglio unendo con il pennarello Aquisgrana, Trieste e Loano, dove la sorella aveva un bilocale? E dov’è finita la camicia verde, che in piena crisi dei bar permise di riciclare il panno da biliardo di tutto il Nord, e che i leghisti più influenti portavano con i cinque piccoli birilli, uno rosso e quattro bianchi, cuciti sulla schiena?

Gli altri cattolici A parte il Papa, che ha messo la questione in mano ai suoi avvocati, gli altri cattolici si sono sentiti spiazzati dal giuramento di Salvini. Il leader del Popolo della Famiglia (esiste davvero, ndr ) Mario Adinolfi ha chiesto alle monache clarisse di confezionare, per il suo giuramento, uno spettacolare rosario lungo venticinque metri. Le monache, senza dirglielo, glielo hanno fatto fare in Cina. L’intenzione di Adinolfi è dire il rosario (circa settemila avemarie per altrettante perle) in tempo per le elezioni, ma si dubita che possa farcela. Meno impegnativa la cerimonia religiosa scelta da Giorgia Meloni, una semplice benedizione dei gagliardetti fatta dal cappellano militare della Lazio.

La sinistra Previsto un giuramento simultaneo, ma in città diverse, su simboli differenti a seconda del partito, della corrente, delle convinzioni personali. Si va dalla Coppa Uefa alla collezione completa di Tex, da uno scarpone di montagna al volante originale del Maggiolino.

Cinquestelle Il giuramento che conta, per i grillini, è già stato fatto al momento della loro candidatura. È una cerimonia semplice e suggestiva: il giuramento dello scontrino, nel quale ogni militante si impegna a dividere gli scontrini, prima di consegnarli, in due cartellette, uno per le spese dai 2,3 ai 18,56 euro, l’altra per le spese superiori ai 18,56 euro. Alcuni militanti, temendo che la cerimonia possa sembrare arida, hanno chiesto di poter cantare anche una canzone scelta dai militanti sul web.

MICHELE SERRA
01 marzo 2018
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 11/03/2018, 10:23

Elezioni 2018. Psicopolitica. Matteo Renzi, l’adolescente “contro” che al governo si fa casta

C’è qualcosa di Matteo Renzi che non faccia notizia? Di lui non si butta veramente niente. Da sempre è il target ideale di chi riempie il vuoto della propria coscienza dicendo qualcosa di lui piuttosto che di se sstessi. È chiaro che Matteo Renzi è l’ultima espressione di quel moto o filosofia pubblicitaria legata allo spin doctor francese Jacques Seguelà, protagonista e fautore della famosa campagna politica che accompagnò Francois Mitterand, la forza tranquilla. Costruire un’immagine da star attorno al presidente della Francia degli anni Ottanta e fino a metà anno Novanta non deve essere stato facile. Lungi dal paragonare il transalpino (soprannominato Le florentin per la spregiudicatezza machiavellica) al fiorentino di Pontassieve: appare evidente come il presidente Renzi sia tutt’altro che forza tranquilla, un po’ per il temperamento mostrato, un po’ perché anche una sua foto al supermercato genera colonne di piombo sui giornali e commenti a non finire sui social.

Mi sono sempre chiesto però, cosa spingesse l’ex premier a far di sé un’icona contemporanea, un personaggio riconoscibile, un brand che va oltre il suo nome. È vero che un politico vive di assoluti. Li cita in continuazione se ne ciba e li vomita in una ridda di belle parole che evocano piuttosto che informare. È il ruolo degli assoluti. James Hillman lo aveva capito tanti anni fa (probabilmente non solo lui) e in “100 anni di psicanalisi” (poi ribattezzato “100 anni di psicoterapia” provocando un “qui pro quo” epocale) quando prendeva ad esempio la necessità dell’uomo sociale di avere un leader, un dio, un valore, un assoluto a cui fare riferimento. La produzione simbolica dell’essere umano lo porta spesso a prefigurare gli assoluti della coscienza collettiva in una molteplicità di figure simboliche : Dio, la Bandiera, la Patria, la Scienza, l’Ideale, la Libertà e infine anche il Leader.
Queste figure simboliche sono sempre esistete, al punto che sembrano avere una vita propria, una loro ontologia collettiva, una potenza assoluta. Non esiste un politico che pubblicamente non le citi. Eppure come notava Jung, un’identificazione con l’archetipo è di per se stesso follia. Solo i matti, per così dire, si identificano con gli archetipi (ad esempio i deliri religiosi). Eppure, in quella vasta area della psicopatologia della vita quotidiana, ognuno di noi risponde ai suoi dei, spesso invocandoli indirettamente, evocandoli nei discorsi o pregandoli direttamente.

Prendiamo la figura del Leader e la sua fenomenologia simbolica: sicuro e fermo, irremovibile e apparentemente irreprensibile, assolutamente democratico o assolutamente totalitarista, fondamentalmente identificato con i valori di una parte del pubblico tanto da incarnarli (la vecchia storia del Verbo che si fa carne), legato al proprio essere apparente che diventa essenza. Non ha elettori, ma credenti. È un assoluto e risponde a un bisogno preciso. Quello proprio di ogni uomo. Per anni la figura di riferimento è stata Silvio Berlusconi, così onnipotente da far diventare virtù i vizi. La sua persecuzione è stata raffigurata come il martirio del Cristo, la sua ascesa e caduta è stata raccontata come una epopea infinita. Berlusconi ha raso al suolo ogni possibilità di doppioni. Eppure se vuoi fare il sequel di un film di successo la regola è sempre quella: alza il volume al massimo.

In un mondo di persone che ha bisogno di un leader, il capo è colui che incarna fortemente tutti i valori che lo producono, ma cosa produce un vero leader, chi realmente ha bisogno di un leader? Gli adulti dovrebbero avere una conoscenza di sé tale da essere sufficientemente indipendenti. La stessa crescita è una spinta all’indipendenza. Solo i bambini e gli adolescenti rimangono dipendenti dalle figure parentali. Solo i bambini e gli adolescenti partono dai genitori (o chi ne fa le veci) per esplorare il mondo. I bambini ne hanno bisogno per identificazione, gli adolescenti per creare la propria indipendenza. Se però lo sviluppo della società si basa su una coscienza collettiva in cui il modello esposto èdi tipo proiettivo e quindi similare nello sviluppo della propria identità, perché gli adulti invocano un leader? La risposta è nelle parole del succitato Hillman: è una società fatta da bambini, al massimo da adolescenti. Tutti costoro hanno bisogno di una figura di riferimento per identificarsi o rendersi indipendenti, l’immaginario collettivo crea la manifestazione simbolica del Leader di Dio, della Bandiera e compagnia.

Ciò non vuol dire che non esistono adulti, ma che in una società edonistica, spesso “Edonè” conduce a una scelta fondamentalmente incapace di evoluzione: il bisogno di identificazione e sopravvivenza non può per definizione essere mediato (se mai ci fu generazione umana che potè farlo). Matteo Renzi è una espressione edonistica del terzo millennio. Egli nasce come rottamatore, fortemente identificato con valori anti sistemici. Egli incarna il Verbo della base comunista, “cambiamento”, che si concretizza in un falso mito della giovinezza opposta alla senilità. Si scaglia contro l’oligarchia dell’epoca, rappresentata dai quadri di partito legati al Pci cher però erano stati forza di governo e quindi non rappresentavano più quell’immaginario rivoluzionario tipicamente di sinistra se mai un D’Alema lo sia stato).

Renzi è il prodotto di una guerra strisciante tra vecchi e giovani, tra chi ha avuto uno stato sociale e chi chiede qualcosa che non c’è più. Più che un capitano di ventura alla Berlusconi, lui è l’espressione smart del tempo della globalizzazione, in cui tutto è mostra di sé e niente è reale. Egli è, insieme a Pippo Civati, il nuovo (basato su una idea sperimentata nel tempo) che irrompe, il rappresentante di una generazione che si è formata nella cultura del benessere di metà anni ’90 e che vive la crisi come cessazione di quello stato. Egli è l’adolescente riottoso che chiede il prezzo della mancanza del benessere, della ripartizione del bene comune, della partecipazione al processo identificativo del potere; in questa sua lotta contro i sepolcri imbiancati, Renzi chiede lo spazio del figliol prodigo, sempre o quasi fedele ad una linea che è stata spezzata con i governi Prodi, una linea di opposizione continua e irrompente, una linea della manifestazione plenaria e dell’oligarchia dominante.

Egli rappresenta il collettivo studentesco che, contraddicendosi in continuazione, vuole cambiare avversando ogni tipo di riforma, in un modo tipicamente adolescenziale in cui la soluzione è sempre dissoluzione e in cui non c’è finale, se non una lunga lotta fine a se stessa. In questo è vincente. In ciò diventa iconico portatore di un valore condiviso, un assoluto rivoluzionario meta-democristiano: in lui si incontrano tutte le incongruenze dell’essere di sinistra che concilia l’operaio e il radical chic, l’imprenditore multimiliardario e l’intellettuale arroccato su di sé, il buon servo del signore e il guerriero della lotta di classe. Tutti gli estremi si condensano nella sua figura e ne definiscono le azioni. Finchè è contro, finché è oppositivo, finché c’è dissoluzione, funziona tutto. Poi arriva il governo. La sua presa di potere è totalitaristica. Renzi siede alla presidenza del consiglio come fatto nel servizio molto cool realizzato per Vanity Fair: “La mia personalità davanti, il mio assoluto come stile di pensiero di una totalità che mi ha prodotto. Io come oggetto del desiderio di me stesso”.

In questo Io, appunto, nella partecipazione a se stesso, perde il contatto con quello spirito oppositivo che lo identificava nel suo elettorato. Finché è contro gli sono perdonate le fantasie democristiane della crescita e la parziale mancanza di una scuola politica condivisa, come era nella prassi. La leggittimazione del suo potere gli arriva indirettamente: il 40% di elettorato alle europee. L’identificazione appare confermata ed il Noi diventa io. Quando diventa forza di governo, automaticamente il suo elettorato adolescenziale lo abbandona. Egli non riesce più a rispondere all’immaginario del rottamatore ed entra in una serie di ingranaggi di potere che lo rendono agli occhi delle persone indisponente ed arrogante, laddove questi tratti magari non gli corrispondono veramente. Questo è il problema: un politico è talmente identificato con i valori dell’immaginario che lo rappresenta che quando non gli vengono riconosciuti più, tende a giustificare ciò di cui viene accusato. Quando manca in lui l’ immagine del giovane adolescente contro, egli diventa automaticamente simbolo della casta.

È un gioco di contrapposti che diventano assoluti e quindi chiaramente identificabili. Invecchia precocemente insomma anche se non perde un anno. Matteo Renzi nell’immaginario diventa Mario Monti. Diventa la necessità di fare cose che, qualunque esito diano, sono l’espressione di una oligarchia vera o presupposta di ciò che lo sostiene. Per cui il suo è un “governo non eletto” (espressione adolescenziale e ignorante giacchè i governi non si eleggono), amico dei massoni e delle banche (i nemici del popolo), espressione del totalitarismo, amico dei potenti. Ogni sua evoluzione diventa tale. La domanda più frequente in psicoterapia, una volta isolati i problemi sarebbe: “ Adesso che sai tutto questo, come ti saboterai?”. La domanda nasce infatti da una pratica condivisa: di solito pur conoscendo tutto, si persegue la via che tende alla rovina. Il tutto si riassume nella frase del profeta di Quelo, personaggio di Corrado Guzzanti: “La risposta è dentro di te…. Ma è sbagliata”.

Per quanto si possa cercare di invecchiare per essere forza di governo, automaticamente lo spirito dell’adolescente sorge come per moto alchemico, si cercano i passaggi giusti, ma si sbaglia nella modalità. La fretta non è mai buona consigliera e torna il grande rebus della sinistra: l’opposizione si oppone e non propone. Per rinnovare o rottamare si rischia di dividere: il referendum costituzionale. Matteo si incaponisce tanto da identificarsi totalmente in questo. L’adolescente spinge, ma spinge lì dove questa voglia da 14enne non trova più corrispondenze. Non viene più riconosciuto tale anche se è arriva ad immolare sé e parte delle persone che lo appoggiano. In una logica da bambini si vince o si perde, non c’è contrattazione. Per cui perde e va a casa. Poi ricompare chiamato (o facendosi chiamare?) a gran voce dal suo elettorato. Viene invocato nuovo leader e lui ci ricasca. Eppure intimamente qualcosa è cambiato. La sconfitta del referendum è stata un colpo tremendo. Quando sei così identificato in un valore assoluto, il colpo è mortifero e crea un evento traumatico, il trauma di solito scinde parte della consapevolezza essendo un lato estremamente esposto.

Nella sua scelta di ripresentarsi c’è anche la necessità del riscatto, del riconoscimento mancato, di tutti i sogni che in maniera umana lo hanno animato, ma anche quel potente culto della personalità che lo ha condannato, quella modalità adolescente del tutto o del niente, dell’atto di forza più proprio ad un icona del fumetto che ad un personaggio in carne ed ossa. È chiaro che dietro alcuni suoi accorgimenti ci sia una consapevolezza più adulta, ma una modalità ancora adolescenziale che spesso fa storcere il naso ad alcuni compagni di partito, specialmente coloro che hanno un profilo adulto e che non condividono alcune modalità accentratrici. D’altra parte l’opposizione come stile di vita è proprio di chi aderisce al Pd: il continuo dibattito sul nulla, la vuota parola nell’uso narcisistico, nell’attirare l’attenzione sul come dire piuttosto che sul come fare. Insomma, l’esercizio della politica senza la volontà di potere che renderebbe pratico il dibattito.

Matteo Renzi oggi conosce bene questo comportamento, e usa più riguardo in alcuni casi e molto più l’accetta in altri. In questa duplice posizione Matteo Renzi esterna in maniera più accorta il suo ardore giovanile, mixandolo con la consapevolezza del fatto che prima o poi qualcuno gli presenterà il conto e tutti quelli che ha intorno faranno lo stesso, perché quando accetti di essere leader metti in conto il trionfo (raro), piazzale Loreto, le fiamme dopo un colpo in bocca, l’esilio a Nizza ed altre cose che francamente sono al di fuori del concetto di umanità, solo perché ci troviamo nella terra degli dei.

L’autore di questo articolo, Fabrizio Mignacca, è uno psicoterapeuta specializzato presso il Centro Studi Psicosomatica di Roma con indirizzo Gestalt–Analitico. Docente a contratto presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 12/03/2018, 9:41

Elezioni 2018. Psicopolitica. Matteo Salvini, reverendo della discriminazione e del marketing regionalizzato

“I am here to steal your job, the problem is: You haven’t!”. Deve essere un pomeriggio freddo a vedere passamontagna e cappelli. È una città degli Stati Uniti e si sta manifestando per le strade. È strano che nella terra della torta di mele si scopra il diritto di manifestare solo con i presidenti conservatori. I presidenti conservatori stimolano all’azione. I presidenti conservatori danno lo spirito di iniziativa. Stanno manifestando contro Donald Trump, contro la politica del muro.

Un manifestante ha un pezzo di cartone tra le mani, è di origine sudamericana: “Sono qui per rubare il tuo lavoro, solo che tu non ne hai uno!”. Questo c’è scritto sul cartone. Lo dice a chiare lettere, lo dice al cuore WASP del sogno americano: “Siete dei disoccupati che compensano le proprie insicurezze”. La frase è rivolta a chi ha votato Donald Trump. Non sono sicurissimo che sia la realtà, ma la cosa fa riflettere. Donald Trump fa riflettere. Ti dà lo spirito di iniziativa. La cosa funziona: il presidente degli Stati uniti d’America ha preso molti meno voti del suo contender Clinton, ma è presidente degli Stati Uniti. Poi criticano il potere giudiziario italiano. Is it a big country or what?

La cosa deve aver confortato parecchio il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini. Di Trump, a Salvini ora manca solo l’impero commerciale, un padre che ti lascia tutti i soldi di famiglia, case sparse nel mondo, e un fottio di ex mogli, quasi tutte dell’est Europa e naturalizzate americane. Certo lui ha Elisa Isoardi, che non è seconda a nessuno, però le coniugi di Trump spiccano.
Politicamente parlando, Salvini è un uomo di grandi capacità comunicative. Prende un partito praticamente distrutto dagli scandali economici, un partito arroccato su idee di secessione da mezza italia, un partito vecchio e alla rovina e lo trasforma in una realtà riconoscibile su tutto il territorio nazionale.

Cambio di nome e marketing regionalizzato. Poi usa la tattica più semplice di sempre: creo un nemico. Una volta erano i meridionali e Roma Ladrona, oggi sono gli immigrati. Su semplici presupposti, Salvini, esponente unico di un partito che ha il suo nome come definizione, è riuscito a convincere un bacino abbastanza sostanzioso che la pelle fa la differenza e che questo crei il disagio esistenziale di ampie fasce della popolazione italiana.

Tutto si riassume in frasi semplici e dirette quanto vaghe, indefinite in una ridda di stereotipi che riguarda sempre gli altri. Tocco di classe pecoreccio: la felpa regionalizzata. Fa impressione vederlo andare in giro con la scritta “Potenza” o “Reggio Calabria” ed è credibile quanto la carbonara con pancetta e parmigiano, ma fa empatia, fa sforzo nel risultare simpatico, oggetto delle battute di quegli altri contro i quali lui si scaglia. La strategia è chiara e diretta, e ha un valore assoluto, totalmente proiettivo nel bacino che va a visitare. Egli si mostra come parte della comunità, espressione del popolo eletto che arranca e soffre, con la sua felpa egli è il supporter, il fan spassionato ed accorato. C’è un vago linguaggio calcistico, un obbligo e desiderio di appartenenza verso il prossimo, il defraudato e in questo egli scopre un suo lato spirituale, che fa riferimento alla trimurti della Patria, Dio e Famiglia che per secoli ha funestato la vita delle persone. Salvini sa risvegliare le fantasie autoritarie di chi pensa di essere uno svantaggiato, un danneggiato e trova negli altri il Bias esterno, come direbbe Bandura.

Albert Bandura è uno dei massimi esponenti della psicologia cognitiva applicata alle scienze sociali e si è occupato della teoria sociale dell’apprendimento. Una delle sperimentazioni principali da lui effettuate fornì l’idea che le persone tendono a valutare se stesse attraverso il costrutto dell’autoefficacia, ovvero quanto si riesce a raggiungere un obiettivo. Tale processo risente di una “proiezione” di se stessi in termini di riuscita dell’azione; Bias interno, ovvero coloro che valutano se stessi come motivo della riuscita, e Bias esterno, ovvero coloro che valutano le condizioni sociali come fondamentali per la riuscita.

Salvini usa frequentemente il Bias Esterno per cercare consenso in coloro che pensano che la colpa degli altri ha impedito la propria realizzazione. Eppure i politici vivono ed incarnano assoluti, Dei onnipotenti, trasformazioni degli archetipi, per cui ogni tipo di comunicazione deve essere strutturata nel creare un dio avverso, un diavolo che, nella sua accezione primaria, ostacola la realizzazione dei sogni. È una figura potente e assai frequente nell’immaginario sociale. Satana, ad esempio, è l’avversario, nella sua accezione primaria, ovvero colui che si oppone al cammino, che impedisce il percorso di predestinazione.

Una idea arcaica che prende forma in un simbolo rurale e antico rendendosi immanente nella trasformazione nella società umana del concetto di sopravvivenza di Adleriana memoria. Per Salvini, Satana è l’immigrato. Più riesce a sovrapporre il diverso da sé a una figura demoniaca, più attiva meccanismi profondi legati a paure ancestrali, fino ad arrivare a quei comportamenti derivanti dalla paura del buio, dell’oscuro, dell’ignoto, a ciò che è di notte. Analiticamente parlando, i suoi discorsi sono infarciti di riferimenti alla violenza di notte, al buio che arriva inaspettato, alla calata delle tenebre che “invade”, al nero come diversità contaminante. Salvini involontariamente parla di una sensazione di disagio collettivo che oggi definiamo in psichiatria, ma che spesso ha condotto a periodi assai bui della nostra storia; egli parla di una sensazione alienante tipica di ogni popolazione che sente crescente la crisi per la perdita dei riferimenti primari: dio, patria e famiglia.

Sono immagini di dio, sono trasformazioni simboliche rispetto alla trascendenza dell’ontologia umana, alla sua motivazione escatologica e soterica. Stiamo parlando di semplici icone spirituali immerse in una coscienza collettiva che a livello individuale, inabissandosi, fanno sorgere il loro opposto, di natura tanatologica. Le parole assumono una valenza perentoria alimentando la paura dell’ignoto, della spersonalizzazione di sé. Purtroppo questo ridonda in coloro che sono pronti ad accettarlo e sentono questo senso di spersonalizzazione, la contaminazione di un anima pura e indifesa. Salvini è semplice, scontato, elementare e per questo si rispecchia nella semplicità di un messaggio vago, inutile perché senza nessun tipo di sviluppo se non la propagazione di se stesso , mortifero e pericoloso. L’invasione, la contaminazione, la violenza con cui essa avviene, tutto si concilia in un predicatore del terzo millennio, la cui bocca sembra avere un movimento schifato, colmo di rancore e simile all’immagine di un giudice della Santa inquisizione.

La sua bocca macina odio assecondando le sue labbra le cui estremità inferiori sono sempre tirate in basso come se avesse odorato qualcosa di sgradevole e risveglia l’immaginario collettivo della strega, del vampiro, dell’uomo lupo che si sovrappongono all’uomo nero. Il salto alla figura dell’immigrato è breve, facile, l’uomo nero è immigrato, preferibilmente scuro di pelle. Matteo Salvini lo cerca, lo filma e lo posta sui social in continuazione, quasi ossessionato da una componente di diversità assoluta. La domanda viene spontanea: quanto questa forma di ossessione è frutto di una semplice posizione di consenso e quanto risuona su un piano intimo e personale? A nessuno è dato saperlo, né è così importante in sé, ma è chiaro che chi ne parla male tende ad enfatizzare l’estrema sicurezza delle sue parole. Salvini fa quasi invidia per la libertà che si concede nei discorsi, anche quando mostra il rosario pubblicamente in piazza.

Fa notizia, ma è ampiamente coerente con il modello del religioso domenicano che ha prodotto il Malleus Maleficarum. Ciò che convince in Salvini è la fredda sicurezza con la quale perseguirà il suo dettame politico, propria solo di chi ha fede, estrema relazione con ciò che è trascendente, con immagini potenti che corrispondono e che si presentano simbolicamente nella società umana. Il reverendo della discriminazione che si oppone ad un mondo che si è radicalizzato su posizioni di correttezza. Di lui si potrà dire: animato dal trickster, showman dello sleale e pronto a tutto, d’altra parte si potrà definire come difensore degli oppressi dell’assistenzialismo, ma in definitiva nessuno potrà negare che Matteo Salvini non si deve mai sottovalutare.

L’autore di questo articolo, Fabrizio Mignacca, è uno psicoterapeuta specializzato presso il Centro Studi Psicosomatica di Roma con indirizzo Gestalt–Analitico. Docente a contratto presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 21/03/2018, 7:38

Come fare a non perdere la sfida digitale

La trasformazione in economia digitale iniziata col personal computer è in accelerazione grazie alla riduzione delle barriere di accesso alle infrastrutture. Entro il 2030 mezzo miliardo di persone dovranno imparare nuove competenze e sarà necessaria una rivoluzione nella scuola
di Roger Abravanel
La Digital Week di Milano ha confermato l’interesse degli italiani nei confronti del digitale. Non sembrano spaventati dallo «sconquasso» sul lavoro paventato da accademici e politici di tutto il mondo. Sbagliano, il rischio è enorme, ma non perché il computer farà il lavoro di tutti, ma perché la nostra economia rischia di perdere la transizione verso la rivoluzione digitale, come ha fallito quella post industriale.
La trasformazione in economia digitale iniziata col personal computer, continuata con Internet ed esplosa con lo smartphone è in accelerazione grazie alla riduzione delle barriere di accesso alle infrastrutture (per esempio il cloud computing) e alla crescente intelligenza dei computer (artificiale) che consente di interpretare e sfruttare milioni di dati. Chi scrive siede in consigli di amministrazione di imprese internazionali e osserva giornalmente le opportunità di crescita offerte dal digitale. Possibilità di accedere a nuovi mercati via ecommerce, spendere meglio i soldi in pubblicità, comprare online, capire il rischio di un richiedente di una polizza auto per fare tariffe personalizzate, ecc.
Le economie che saranno vincenti si preparano alla sfida digitale con l’obbiettivo di sfruttarne le opportunità, senza sottovalutare l’entità della sfida stessa. Hanno imparato dalla storia come la rivoluzione industriale ha eliminato milioni di posti di lavoro nei campi per crearne di più nelle fabbriche e quella post industriale li ha spostati dalle fabbriche ai servizi (commercio, banche e assicurazioni, professioni, turismo, software aziendali). Sanno che sino a oggi la rivoluzione digitale ha seguito le orme delle due precedenti: si stima che dall’inizio dell’era digitale, in Usa si sono persi 3,5 milioni di posti di lavoro ma ne sono stati creati 19 milioni di nuovi. La sfida continua: da qui al 2030 mezzo miliardo di persone dovranno riconvertirsi e imparare nuove competenze e sarà necessaria una rivoluzione nella scuola.
Da noi, invece, non sembriamo neanche accorgerci del già importante ritardo digitale della nostra economia, impietosamente documentato da diverse statistiche che ci posizionano a livello di economie emergenti. Come recuperare? Attendersi che la nostra Pubblica amministrazione (Pa) risalga dal 45° posto della classifica delle Pa più digitalizzate è una pia illusione. È vero che la nomina, tre anni fa, di Diego Piacentini (ex Amazon) a leader della agenzia digitale ha fatto fare passi avanti, ma la politica italiana di questi tempi non fa ben sperare e, a settembre, Piacentini se ne torna a Seattle.
Devono farlo le imprese. Che peraltro sono già in ritardo: l’ultima indagine del Politecnico di Milano sull’ecommerce rivela che rappresenta solo il 5,7 % del fatturato delle imprese italiane contro più del doppio di quelle francesi, tedesche, inglesi e americane (siamo anche dietro a quelle spagnole). La ragione è sempre la stessa, «piccolo è brutto» anche nel digitale: una recente ricerca del Global Institute McKinsey rivela che in tutto il mondo le Pmi faticano più delle grandi a sfruttare l’opportunità del digitale. E da noi, proprio per la cultura degli ultimi 40 anni, di imprese grandi ce ne sono poche. Un po’ di ottimismo viene però da un altro evento di questa settimana (sempre a Milano). Alla Borsa, in occasione del primo compleanno di L’Economia, sono state presentate 500 Pmi tra i 20 e i 100 milioni di fatturato, veri «campioni della crescita» grazie all’innovazione, anche digitale. Ascoltando le loro storie sono emersi i due ingredienti di successo per vincere la sfida.
1) Il digital talent che non vuole dire solo informatica, ma risorse umane capaci di elaborare risposte innovative, spirito critico, con capacità di analizzare i dati e di lavorare in team, competenze importanti nell’era post industriale, ma cruciali nella nuova era. Gli imprenditori di nuova generazione che parlavano sul palco erano molto diversi da quelli del secolo scorso, unici veri motori dell’innovazione alla ricerca di maestranze leali per realizzare le proprie idee: per i 500 le idee vengono dal loro gruppo di lavoro. 2) Un mercato evoluto: se si vende solo alla Pa italiana, difficilmente si troverà un terreno fertile all’innovazione, i campioni italiani sono inseriti in un network europeo. E il digitale è una arma formidabile per cambiare le regole con cui inserirsi: oggi i mercati internazionali si possono servire online senza bisogno che l’imprenditore vada in giro con la valigia; e le aziende italiane della moda possono capire cosa vendere a Hong Kong utilizzando i data analytics e i social media per studiare le nuove collezioni e ridurre i tempi di consegna da 40 a 6 settimane grazie ai sistemi operativi digitali.
Questi 500 campioni sono in gran parte del Nord Italia e riflettono un’accelerazione di quanto avviene da anni: un Nord integrato con l’Europa che è in ripresa economica e un Sud in crescente difficoltà. È possibile che queste 500 Pmi possano diventare 500 grandi imprese? È possibile che il loro esempio possa trascinare tutta l'economia italiana ed evitare di perdere anche la rivoluzione digitale dei prossimi 30 anni? Può succedere solo se gli italiani rivedranno le loro priorità rispetto alla desolante lista di temi sui quali si è combattuta la campagna elettorale degli ultimi mesi: educazione di qualità e non blocco della immigrazione, come iniziare a lavorare a 20 anni e studiare fino a 60 e non andare in pensione prima possibile, la Germania come mercato dei nostri prodotti e servizi e non come principale causa della nostra austerità fiscale, reddito da lavoro digitale e non reddito di cittadinanza per chi perde il lavoro per colpa del digitale.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 02/04/2018, 22:09

Lavoro, lavoro, lavoro. Per salvarci servono idee nuove

Sto attraversando questa campagna elettorale all’interno di una vera e profonda sofferenza. Non penso alla massa davvero inusitata delle promesse elettorali, no: ne provo una gran pena ma non sofferenza. E fra le due parole ci corre una bella differenza. E la differenza si materializza quando, oltre che soffrirne percepisco pure una voglia insana di menare le mani. Prego Dio che me le trattenga, e così pure faccia con tutti gli incazzati.
Mi riferisco all’utilizzo spietato smodato nonché colpevole della parola ‘lavoro’. Un insulto alla ragione. Mettiamola così: a me sembra che la parola ‘lavoro’ trascini anche il concetto del ‘procurarsi il lavoro’. Il lavoro non è pioggia che cade dal cielo, e poiché comporta anche fatica, gli esseri umani, che proprio scemi non sono, cercano di sobbarcarsene la minor quantità possibile, in relazione agli obiettivi di vita che ciascuno di noi possiede. Agli albori dell’umanità ‘lavoro’ era soltanto quello di procurarsi il cibo: oggi credo che siano ben pochi gli umani che lavorano solo per quello. Dal ‘lavoro’ ci si attende qualcosa di più, e talvolta pure qualcosa di molto di più: ormai si lavora per esigenze di necessità e anche di desideri, più o meno indispensabili.
La fase successiva vide che si potevano esaudire le necessità/desideri mediante il metodo degli scambi: tu dai una cosa che a me necessita e io do a te una cosa che a te necessita. Era già una gran conquista ma si vide che in fondo era pure limitativa, e si ricorse all’adozione della moneta per facilitare queste attività. Il problema fu che man mano crescevano i desideri, sia quelli sostanziali che quelli superflui. Intervenne l’arte della produzione di beni e servizi e dilagò su tutto il pianeta. Ma accadde pure un’altra cosa, fondamentale: si scoprì il trucco del ’debito’. Non solo: a fianco di questo trucco ne nacque un altro potentissimo: quello della ‘finanza’.
Si giunse alla stura dei desideri. Tutto poteva essere desiderato: bastava, col lavoro, procurarselo. Nel trentennio finale del secolo scorso, in fondo all’insaputa di tutti, accadde un fenomeno che ci fece credere che avevamo (almeno noi ‘Paesi evoluti’) raggiunto l’apoteosi del benessere. Bretton-Woods, 15 agosto 1971: Nixon, iugulato da una grossa (e voluta) crisi finanziaria Usa dovuta alla guerra col Vietnam, sciolse il legame ‘dollaro/oro’ e sia gli Usa che tutti i Paesi ‘evoluti dollar-based’ si misero a stampare cartamoneta a gogo. Scattò il meccanismo ‘finanza’ che, se da un lato scatenò l’ebbrezza di poter avere a debito, dall’altro aprì il mondo alla sciagurata prassi delle ’bolle’. Si tratta di fenomeni di taglio apocalittico: ora, fra l’altro, si assiste pure al fenomeno dell’intreccio mostruoso di ‘bolle’ di natura diversa: finanziaria, edile, petrolifera, ecc.
Ora abbiamo capito che il cosiddetto ‘benessere’ di cui abbiamo goduto era basato su un sottile marchingegno: poiché la ‘domanda’ di beni e servizi era scarsa, essa fu integrata con l’artificio di introdurre strumenti finanziari: in fondo dei sonori e colossali ‘pagherò’. Oggi questo strumento vive una bella crisi, la ‘finanza’ ha esagerato, sono scoppiate ovunque ‘bolle’: avere credito è più difficile, la povertà è cresciuta, il futuro è più fosco. Il mondo degli ‘economisti’, quelli che dovrebbero inventare il modo di tirarci fuori da questa melma, oggi fa bellamente della pura ‘cavitazione’. L’elica gira vorticosa, ma la barca non si sposta.
A mio avviso – chiedo scusa se manifesto tanto ardire – o qualcuno di questi ‘economisti’ riesce a uscire dagli schemi e formula qualcosa con fresca fantasia oppure la situazione mondiale non cambierà certo a breve, a meno di sussulti giganteschi e straordinari (guerre, pestilenze, ecc.ecc.). Dio ce ne scampi e liberi. Fosse vero che – tesi dei cosiddetti ‘sovranisti’ – basta riprendere a stampare moneta e tutto ricomincia. Mi sono sempre chiesto come mai questi ‘stupidissimi’ Paesi africani, il Venezuela, l‘Argentina, ecc. non riprendono a stampare moneta per risolvere i loro problemi. Quando poi scendiamo a vedere come in Italia, in questo amato ma sciagurato Paese, si cerchi di affrontare il problema, a me cascano le braccia.
Accendi la tv e senti quello del Pd che dice che adesso bisogna essere concreti e parlare di lavoro, di sanità, di povertà, ecc. Non parliamo della destra berlusconiana, che da ventiquattro anni a questa parte ciancia di ricette miracolose. Sì, forse per MEDIASET. Poi c’è chi tenta di sviare i discorsi indicando falsi bersagli: l’immigrazione, la criminalità, i rom, l’Euro, ecc.
Spesso queste affermazioni vengono da personaggi giovani, che non hanno mai assaggiato la sferza del lavoro. Fra loro ci sono persone di valore: ma la maggioranza suona come una massa di spudorati imbonitori. No, così non ci siamo. Dobbiamo intervenire con idee nuove, fresche: quanto meno adatte alla realtà italiana. E rifuggire dallo spaventoso bla bla del politichese svergognato. Urgono fantasie nuove.

GIUSEPPE BRIANZA Ingegnere
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 05/04/2018, 11:02

Un famoso Articolo scritto da un un uomo di destra che a suo tempo lasciò un segno........


IL DIZIONARIO DEI "DESTRUTTI"

di PIETRANGELO BUTTAFUOCO

Il dizionario dei "destrutti". Un mondo dove cresce il disprezzo. Per il Cavaliere gli ex socialisti Cicchitto, Brunetta e Sacconi sono "incapaci inutili indigenti"

Fece di un acquitrino una città: Milano 2. Fece di una tivù da scantinato un impero editoriale: Mediaset. Fece di una squadra nobile ma decaduta un'invincibile armata: il Milan. Fece di una maggioranza politico-culturale un ventennio di lotta e di governo, quel berlusconismo che, al netto di avanspettacolo e arci-Italia, si conclude con un incredibile fallimento. Di strategia, tattica e visione. L'unica eredità lasciata da Silvio Berlusconi, alla fine, è quella della destra distrutta.

Dal seno suo è fuggita una frase rivelatrice: "Se solo ci fossero Sandra e Raimondo, metterei loro...". Fece di tante zucche altrettanti deputati. Con tutti i destrutti in carrellata, eccoli.

Alfano, Angelino. Leader del Pdl finché dura. Nei giorni scorsi, in tema di improbabili primarie del partito, Cesare Previti ha espresso un giudizio assai lusinghiero su di lui. Ha detto: "E' proprio tenero, è uno che se gli mozzi un orecchio ti porge subito l'altro". Ma adesso Angelino non ha più orecchie da offrire. L'ultima gliel'ha masticata al telefono la Santanché (vedi Dani), quando la Digos si portava via Alessandro Sallusti.

Bibliofilo. Nell'era berlusconiana è sinonimo di falso. Marcello dell'Utri, dopo il falso Pasolini e il falso Mussolini, ha trovato a Palermo una copia di se stesso, un avatar, che aspetta la sentenza mentre lui villeggia a Santo Domingo, con le cinquecentine originali di Filippo Rapisarda (che non è vero che è morto), di Vittorio Mangano (che non è vero che è morto), e di Matteo Messina Denaro (che non è vero che è vivo). Possiede anche un incunabolo di rara fattura e assai prezioso. E' Massimo Ciancimino (ma lo ha dato in prestito alla biblioteca del tribunale di Palermo).

Cavaliere. Con il Cav - titolo abbreviato col punto pop nel segno della facilità d'uso - persino la cavalleria, blasone del vero conservatore, procede verso il definitivo tramonto.

Dani. E' Daniela Santanché. Parla al telefono con Alfano e gli mastica le orecchie di cui sopra (vedi Alfano). Ma sono immangiabili. E' socia di Flavio Briatore, il manager del resort di Malindi. Insieme si adoperano per il secondo tempo del Cav. Ma sarà tutto un lungo intervallo, musicato da Mariano Apicella la cui iscrizione al clan dei neomelodici è stata però respinta da Nicola Cosentino: "E' stonato come una campana, 'stutatelo!".

Escort. Un tipico e fiorente mercato di destra ormai rovinato.

Formigoni, Roberto. Per lui è stata creata la formula satireggiante "Associazione a delinquere di stampo cattolico" per cui la sua Cl medita di querelarlo. Malato di mattone, ha fatto a Milano quello che Stalin fece con la metropolitana di Mosca. Sulla facciata del nuovo palazzo della Regione - il cosiddetto Grattacielo Formigoni - avrebbe voluto scrivere: "Si prega di pregare".

Garbatella. Quartiere romano "de sinistra". Oltre a essere il set dei Cesaroni, è la patria di Giorgia Meloni. Ex ministro della gioventù, fu pupilla di Gianfranco Fini, poi dei Colonnelli e, infine, sovrana della Festa di Atreju dove, nel'ultima edizione, Berlusconi non andò. Per le primarie più brevi della storia, la rude Giorgia, a rischio di flop, fece pure il photoshop.
del nuovo partito. "Centrodestra per l'Italia". Con tanto di nodo Savoia tricolore. Né Pecora (er) né Ciarra (Pico) hanno intenzione di aderire. Intravedono nell'emblema un altro tipo di nodo, quello scorsoio.

'Gnazio. Fu, insieme a Maurizio Gasparri, colonnello di Gianfranco Fini. Ha già pronto il simbolo del nuovo partito. "Centrodestra per l'Italia". Con tanto di nodo Savoia tricolore. Né Pecora (er) né Ciarra (Pico) hanno intenzione di aderire. Intravedono nell'emblema un altro tipo di nodo, quello scorsoio.

Homo, ecce. Albano, ops, Alfano. Cainano, ops, Caimano. Bindi, ops, Bondi. Crosetto, ops, Ravetto. Starace, ops, Storace. Homo homini lapsus.

Italo, Bocchino. Si capì che era finita per il Cav quando le donne cominciarono a preferirgli Italo.

I, I, I. Furono le tre "i", di internet, inglese e impresa. E adesso Berlusconi chiama con le tre "i" i socialisti Renato Brunetta, Maurizio Sacconi e Fabrizio Cicchitto: "Incapaci, inutili e indigenti". Pare che il Cav. lo dica ogni volta che li vede in tivù i suoi. Senza di me, aggiunge, non hanno manco i soldi per pagarsi i manifesti. Sono destruttiii.

Locuzioni. La lingua italiana si destruttura. E la destra che era entrata nei libri di storia con 'Dio, Patria e Famiglia' sarà un giorno raccontata con le locuzioni d'epoca: l'amor nostro, bandana, bunga-bunga, briffare, c-flaccido, culona, cribbio, mi consenta, dinosauro dal cilindro, dottore, farfallina, love of my life, meno male che Silvio c'è, otto milioni di barzellette, papi, patonza, predellino, partito dell'amore, quid, olgettina, Sua Emittenza, venite con le signore, Romolo & Remolo, utilizzatore finale.

Mussolini, Alessandra. "Caro Lei quando c'era Lui...". Purtroppo c'è rimasta lei. Più destruzione di così. Il suo 25 aprile è oggi.

Neve, ovvero Gianni Alemanno, sindaco di Roma. Luigi Crespi, spin doctor del primo cittadino, ha già allertato il municipio dell'Urbe: "Nevicherà forte anche quest'anno". Alemanno, che è diventato sinonimo di calamità naturale, medita di acquistare una muta di cani San Bernardo equipaggiati di grappa. Ma sa già che ogni neve avrà il suo sale e ogni sale la sua ferita. Sono scherzi della natura ma la neve, questa è sicura, gli affonda la sindacatura.

Oriana, Fallaci. Rovinata dalla destra, destrutta post-mortem. I suoi libri, che furono cult libertari e radicali, sono finiti accanto a quelli di Magdi Allam, di Renato Brunetta, di Pio Pompa e di alcuni ex terzisti, oggi in cauta ed equidistante terza via destrutturata tra Matteo Renzi e Beppe Grillo.

Poesia. Dopo la destra in versi di Gabriele d'Annunzio, Filippo Tommaso Marinetti ed Ezra Pound, i poeti del berlusconismo sono stati due: Sandro Bondi e Mariano Apicella. Con Vittorio Sgarbi come vate prosaico. Ad ogni sventagliata di "capra, capra, capra!", alzava l'audience. Oggi - con lo stesso ovino - fa crepuscolarismo: l'audience va in buio. "Ci tocca anche Vittorio Sgarbi" fu il titolo della trasmissione profeticamente poetica di RaiUno cui toccò una poeticissima fine pre-prematura.

Quirinale. Lo chiamano il Quirinale di Sicilia. E' Renato Schifani, già penalista, oggi statista. "E' lo statista che tutto il mondo ci invidia", dicono i suoi collaboratori. "Solo che non se lo prende nessuno" commenta Berlusconi che ormai da un pezzo non gli risponde al telefono. E non lo cerca. Questa destruzione non potrà che avvalorare la sua immagine. Comunque sia andata, un beneficio lo ha già avuto: tornerà a Palermo senza più il riporto che da destra si è spostato al centro.

Rai, Radio televisione italiana. In principio fu Giovanni Masotti, messo al posto di Enzo Biagi. Poi Augusto Minzolini, Antonio Socci, Gianluigi Paragone, Mauro Mazza, Pino Insegno, Angelo Mellone, Gianni Scipione Rossi (è ancora direttore, ma lo toglieranno), Pier Luigi Diaco, Mauro Masi. Tutti destrutti.

Sondaggi. Il sondaggio fu la novità ermeneutica del centro destra. Fu, per Berlusconi, quel che per la strega di Biancaneve era lo specchio. Commissionati per avere solo buone notizie, i sondaggi servivano a piegare la realtà alla vincente idea che Berlusconi aveva di se stesso. Finite le buone notizie, i sondaggi hanno fatto la fine dello specchio: tutti in frantumi. La sondaggista Alessandra Ghisleri, infatti, ne è uscita destrutta. Nei suoi sondaggi, per dire, perfino Angelino Alfano (vedi) supera Berlusconi.

Tulliani, gruppo di famiglia tra interno e esterno. Gianfranco Fini è nello stato di famiglia dei Tulliani, con il cognato Giancarlo e tutto il carico di parenti della moglie Elisabetta (stilista). Abita con i suoi cari nel quartiere romano di Val Cannuta. Riserva della Repubblica qual è, il presidente della Camera, pur con l'aquila imperiale svettante sul balcone (non però quel Balcone) è l'unico che non è destrutto ma distruttore.

Umberto, il Senatur. E' Bossi. Fece del proprio braccio il manico dell'ombrello. Bevve dall'ampolla del Po. Fondatore della Lega Nord, si calò in testa le corna dei barbari. Un tempo aveva al fianco Erminio Boso e già quel tipo, così tipo, segnò un'epoca e una classe dirigente non proprio pronta. E' appena tornato da Medjugorje scortato dalla moglie, Manuela Marrone. Non ringhia più, sorride tra le candele.

Vespa, Bruno. E' l'unico indestruttibile. Pur di non farsi distruggere, infatti, è riuscito a far piangere Bersani. E fu così che la destra ha perso pure Vespa.

Zanicchi, Iva. Cantante, conduttrice televisiva, diva dei tempi d'oro di Mediaset. E' anche parlamentare europea del Pdl. Ha parole definitive: "Sono profondamente delusa, ho creduto in lui, ora sono nelle tenebre. Lo stimavo, quasi come una mamma o una sorella maggiore. Non lo posso perdonare. Ha sprecato un talento personale enorme, l'ha buttato al... Forse per presunzione o perché attorniato da persone sbagliate, da yes-men che gli hanno detto sempre di sì. C'è pure chi ha detto che è alto". Gli parla da mamma e da sorella ma questo sfogo della Zanicchi è un ritorno alla sua canzone più bella. Quella che Luchino Visconti utilizzò in "Gruppo di famiglia in un interno": "La mia solitudine sei tu".
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Re: Media e dintorni

Messaggioda gasiot » 05/04/2018, 11:32

grazia ha scritto:Un famoso Articolo scritto da un un uomo di destra che a suo tempo lasciò un segno........


IL DIZIONARIO DEI "DESTRUTTI"

di PIETRANGELO BUTTAFUOCO

Il dizionario dei "destrutti". Un mondo dove cresce il disprezzo. Per il Cavaliere gli ex socialisti Cicchitto, Brunetta e Sacconi sono "incapaci inutili indigenti"

Fece di un acquitrino una città: Milano 2. Fece di una tivù da scantinato un impero editoriale: Mediaset. Fece di una squadra nobile ma decaduta un'invincibile armata: il Milan. Fece di una maggioranza politico-culturale un ventennio di lotta e di governo, quel berlusconismo che, al netto di avanspettacolo e arci-Italia, si conclude con un incredibile fallimento. Di strategia, tattica e visione. L'unica eredità lasciata da Silvio Berlusconi, alla fine, è quella della destra distrutta.

Dal seno suo è fuggita una frase rivelatrice: "Se solo ci fossero Sandra e Raimondo, metterei loro...". Fece di tante zucche altrettanti deputati. Con tutti i destrutti in carrellata, eccoli.

Alfano, Angelino. Leader del Pdl finché dura. Nei giorni scorsi, in tema di improbabili primarie del partito, Cesare Previti ha espresso un giudizio assai lusinghiero su di lui. Ha detto: "E' proprio tenero, è uno che se gli mozzi un orecchio ti porge subito l'altro". Ma adesso Angelino non ha più orecchie da offrire. L'ultima gliel'ha masticata al telefono la Santanché (vedi Dani), quando la Digos si portava via Alessandro Sallusti.

Bibliofilo. Nell'era berlusconiana è sinonimo di falso. Marcello dell'Utri, dopo il falso Pasolini e il falso Mussolini, ha trovato a Palermo una copia di se stesso, un avatar, che aspetta la sentenza mentre lui villeggia a Santo Domingo, con le cinquecentine originali di Filippo Rapisarda (che non è vero che è morto), di Vittorio Mangano (che non è vero che è morto), e di Matteo Messina Denaro (che non è vero che è vivo). Possiede anche un incunabolo di rara fattura e assai prezioso. E' Massimo Ciancimino (ma lo ha dato in prestito alla biblioteca del tribunale di Palermo).

Cavaliere. Con il Cav - titolo abbreviato col punto pop nel segno della facilità d'uso - persino la cavalleria, blasone del vero conservatore, procede verso il definitivo tramonto.

Dani. E' Daniela Santanché. Parla al telefono con Alfano e gli mastica le orecchie di cui sopra (vedi Alfano). Ma sono immangiabili. E' socia di Flavio Briatore, il manager del resort di Malindi. Insieme si adoperano per il secondo tempo del Cav. Ma sarà tutto un lungo intervallo, musicato da Mariano Apicella la cui iscrizione al clan dei neomelodici è stata però respinta da Nicola Cosentino: "E' stonato come una campana, 'stutatelo!".

Escort. Un tipico e fiorente mercato di destra ormai rovinato.

Formigoni, Roberto. Per lui è stata creata la formula satireggiante "Associazione a delinquere di stampo cattolico" per cui la sua Cl medita di querelarlo. Malato di mattone, ha fatto a Milano quello che Stalin fece con la metropolitana di Mosca. Sulla facciata del nuovo palazzo della Regione - il cosiddetto Grattacielo Formigoni - avrebbe voluto scrivere: "Si prega di pregare".

Garbatella. Quartiere romano "de sinistra". Oltre a essere il set dei Cesaroni, è la patria di Giorgia Meloni. Ex ministro della gioventù, fu pupilla di Gianfranco Fini, poi dei Colonnelli e, infine, sovrana della Festa di Atreju dove, nel'ultima edizione, Berlusconi non andò. Per le primarie più brevi della storia, la rude Giorgia, a rischio di flop, fece pure il photoshop.
del nuovo partito. "Centrodestra per l'Italia". Con tanto di nodo Savoia tricolore. Né Pecora (er) né Ciarra (Pico) hanno intenzione di aderire. Intravedono nell'emblema un altro tipo di nodo, quello scorsoio.

'Gnazio. Fu, insieme a Maurizio Gasparri, colonnello di Gianfranco Fini. Ha già pronto il simbolo del nuovo partito. "Centrodestra per l'Italia". Con tanto di nodo Savoia tricolore. Né Pecora (er) né Ciarra (Pico) hanno intenzione di aderire. Intravedono nell'emblema un altro tipo di nodo, quello scorsoio.

Homo, ecce. Albano, ops, Alfano. Cainano, ops, Caimano. Bindi, ops, Bondi. Crosetto, ops, Ravetto. Starace, ops, Storace. Homo homini lapsus.

Italo, Bocchino. Si capì che era finita per il Cav quando le donne cominciarono a preferirgli Italo.

I, I, I. Furono le tre "i", di internet, inglese e impresa. E adesso Berlusconi chiama con le tre "i" i socialisti Renato Brunetta, Maurizio Sacconi e Fabrizio Cicchitto: "Incapaci, inutili e indigenti". Pare che il Cav. lo dica ogni volta che li vede in tivù i suoi. Senza di me, aggiunge, non hanno manco i soldi per pagarsi i manifesti. Sono destruttiii.

Locuzioni. La lingua italiana si destruttura. E la destra che era entrata nei libri di storia con 'Dio, Patria e Famiglia' sarà un giorno raccontata con le locuzioni d'epoca: l'amor nostro, bandana, bunga-bunga, briffare, c-flaccido, culona, cribbio, mi consenta, dinosauro dal cilindro, dottore, farfallina, love of my life, meno male che Silvio c'è, otto milioni di barzellette, papi, patonza, predellino, partito dell'amore, quid, olgettina, Sua Emittenza, venite con le signore, Romolo & Remolo, utilizzatore finale.

Mussolini, Alessandra. "Caro Lei quando c'era Lui...". Purtroppo c'è rimasta lei. Più destruzione di così. Il suo 25 aprile è oggi.

Neve, ovvero Gianni Alemanno, sindaco di Roma. Luigi Crespi, spin doctor del primo cittadino, ha già allertato il municipio dell'Urbe: "Nevicherà forte anche quest'anno". Alemanno, che è diventato sinonimo di calamità naturale, medita di acquistare una muta di cani San Bernardo equipaggiati di grappa. Ma sa già che ogni neve avrà il suo sale e ogni sale la sua ferita. Sono scherzi della natura ma la neve, questa è sicura, gli affonda la sindacatura.

Oriana, Fallaci. Rovinata dalla destra, destrutta post-mortem. I suoi libri, che furono cult libertari e radicali, sono finiti accanto a quelli di Magdi Allam, di Renato Brunetta, di Pio Pompa e di alcuni ex terzisti, oggi in cauta ed equidistante terza via destrutturata tra Matteo Renzi e Beppe Grillo.

Poesia. Dopo la destra in versi di Gabriele d'Annunzio, Filippo Tommaso Marinetti ed Ezra Pound, i poeti del berlusconismo sono stati due: Sandro Bondi e Mariano Apicella. Con Vittorio Sgarbi come vate prosaico. Ad ogni sventagliata di "capra, capra, capra!", alzava l'audience. Oggi - con lo stesso ovino - fa crepuscolarismo: l'audience va in buio. "Ci tocca anche Vittorio Sgarbi" fu il titolo della trasmissione profeticamente poetica di RaiUno cui toccò una poeticissima fine pre-prematura.

Quirinale. Lo chiamano il Quirinale di Sicilia. E' Renato Schifani, già penalista, oggi statista. "E' lo statista che tutto il mondo ci invidia", dicono i suoi collaboratori. "Solo che non se lo prende nessuno" commenta Berlusconi che ormai da un pezzo non gli risponde al telefono. E non lo cerca. Questa destruzione non potrà che avvalorare la sua immagine. Comunque sia andata, un beneficio lo ha già avuto: tornerà a Palermo senza più il riporto che da destra si è spostato al centro.

Rai, Radio televisione italiana. In principio fu Giovanni Masotti, messo al posto di Enzo Biagi. Poi Augusto Minzolini, Antonio Socci, Gianluigi Paragone, Mauro Mazza, Pino Insegno, Angelo Mellone, Gianni Scipione Rossi (è ancora direttore, ma lo toglieranno), Pier Luigi Diaco, Mauro Masi. Tutti destrutti.

Sondaggi. Il sondaggio fu la novità ermeneutica del centro destra. Fu, per Berlusconi, quel che per la strega di Biancaneve era lo specchio. Commissionati per avere solo buone notizie, i sondaggi servivano a piegare la realtà alla vincente idea che Berlusconi aveva di se stesso. Finite le buone notizie, i sondaggi hanno fatto la fine dello specchio: tutti in frantumi. La sondaggista Alessandra Ghisleri, infatti, ne è uscita destrutta. Nei suoi sondaggi, per dire, perfino Angelino Alfano (vedi) supera Berlusconi.

Tulliani, gruppo di famiglia tra interno e esterno. Gianfranco Fini è nello stato di famiglia dei Tulliani, con il cognato Giancarlo e tutto il carico di parenti della moglie Elisabetta (stilista). Abita con i suoi cari nel quartiere romano di Val Cannuta. Riserva della Repubblica qual è, il presidente della Camera, pur con l'aquila imperiale svettante sul balcone (non però quel Balcone) è l'unico che non è destrutto ma distruttore.

Umberto, il Senatur. E' Bossi. Fece del proprio braccio il manico dell'ombrello. Bevve dall'ampolla del Po. Fondatore della Lega Nord, si calò in testa le corna dei barbari. Un tempo aveva al fianco Erminio Boso e già quel tipo, così tipo, segnò un'epoca e una classe dirigente non proprio pronta. E' appena tornato da Medjugorje scortato dalla moglie, Manuela Marrone. Non ringhia più, sorride tra le candele.

Vespa, Bruno. E' l'unico indestruttibile. Pur di non farsi distruggere, infatti, è riuscito a far piangere Bersani. E fu così che la destra ha perso pure Vespa.

Zanicchi, Iva. Cantante, conduttrice televisiva, diva dei tempi d'oro di Mediaset. E' anche parlamentare europea del Pdl. Ha parole definitive: "Sono profondamente delusa, ho creduto in lui, ora sono nelle tenebre. Lo stimavo, quasi come una mamma o una sorella maggiore. Non lo posso perdonare. Ha sprecato un talento personale enorme, l'ha buttato al... Forse per presunzione o perché attorniato da persone sbagliate, da yes-men che gli hanno detto sempre di sì. C'è pure chi ha detto che è alto". Gli parla da mamma e da sorella ma questo sfogo della Zanicchi è un ritorno alla sua canzone più bella. Quella che Luchino Visconti utilizzò in "Gruppo di famiglia in un interno": "La mia solitudine sei tu".
(04 dicembre 2012)

chissà perche ooi
dopo aver letto tutto mi viene in mente quella frase famosa ..del bue che da del cornuto all'asino

che il silvio possa essere destruttore è possibile ,ma non lo afferma certo un "costruttore"
Un intellettuale è un individuo che dice una cosa semplice in modo difficile; un artista è un individuo che dice una cosa difficile in modo semplice.
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Re: Media e dintorni

Messaggioda grazia » 09/04/2018, 8:36

Renzi ignora anche il citofono

Rintanati con le persiane abbassate, non rispondere a nessuno: è la strategia dell’ex segretario Pd, in attesa dei Ming



Dopo le sue dimissioni da segretario del Pd, Matteo Renzi può finalmente guidare il partito in modo molto più semplice e rilassato. Decide tutto lui, come prima, ma di fronte a qualunque critica allarga le braccia spiegando che lui non c’entra più nulla, non è mica il segretario. I politologi spiegano che è una strategia già sperimentata, in passato, solo in rari casi.

I PRECEDENTI

Il re merovingio Carlo il Prepotente, per sfuggire ai suoi nemici, si dichiarò morto, celebrò personalmente i suoi funerali e continuò a governare per altri vent’anni, contando sul fatto che secondo la Legge Salica non era possibile impugnare la parola di un defunto.

Simile il caso del leggendario capo degli Inuit, Mamuk il Presuntuoso (grande riformatore della caccia alla foca, sostituì all’arpione un obice di grosso calibro): in una solenne cerimonia affidò tutti i poteri al figlio, che però faceva il ballerino a Parigi e non lo seppe mai, così che Mamuk poté continuare a governare fino alla morte, avvenuta perché il rinculo dell’obice fece sprofondare la banchisa polare dando luogo a una spaventosa strage.

Arcinoto anche il caso dell’imperatore inca Ribes IV, detto il Gradasso, che presentò le sue dimissioni a se stesso, come prevedeva il protocollo, ma le respinse.

LA STRATEGIA

Circondato dal suo stato maggiore, Renzi ha spiegato nei minimi dettagli la strategia di lungo respiro stabilita per il Pd: opposizione a oltranza, nessuna trattativa, non si risponde neanche al citofono e si sta rintanati con le persiane abbassate, aprendo solo al pony che porta le pizze. Se tutto va come Renzi si augura, si forma un governo Lega-Cinquestelle, la situazione economica degenera, si instaura un regime nazista, scoppia la Terza guerra mondiale e l’Italia viene liberata, intorno al 2050, dai cinesi. Tra le macerie, gli italiani saranno ridotti a un milione di persone, metà dei quali in buona salute e senegalesi, l’altra metà formata da ottuagenari di pura razza italiana ancora al lavoro in attesa dell’età pensionabile. È a quel punto che l’Imperatore della Cina (nel frattempo il comunismo è stato deposto dai Ming) richiama al governo Matteo Renzi.

L'OPPOSIZIONE INTERNA

Esposta punto per punto all’ultima riunione della direzione, la road map indicata da Renzi è stata giudicata “molto verosimile” dalla maggioranza ma “non del tutto verosimile” dalla minoranza, specie per quanto riguarda l’atteggiamento che la dinastia dei Ming avrebbe nei confronti del centrosinistra. In uno dei suoi celebri tweet, il ministro Calenda ha scritto che se il nazismo e la Terza guerra mondiale sono passaggi indispensabili per assicurare il ritorno del Pd al governo, forse è meglio considerare l’ipotesi che non ci torni affatto, e si dedichi ad attività ricreative. Renzi lo ha accusato di disfattismo.

IL CERCHIO MAGICO

Oltre ai deputati Rigutini e Rigutoni, entrambi di Monsummano, ai compagni di scuola di Rignano, agli amici fiorentini del bar “da Terenzio al Lungarno”, ai compagni della squadra di calcetto dei Bagni Mario a Donoratico, al casellante di Barberino del Mugello che per primo lo riconobbe da una foto sulla cronaca locale della Nazione, al coro “i Birbaccioni” di Poggibonsi, al Consiglio dei probiviri delle casse rurali di Fucecchio e Montecatini, nel cerchio magico di Renzi, checché se ne dica, non ci sono solamente toscani: c’è anche la deputata di Bolzano Maria Elena Boschi.

COME MACRON

Sempre più probabile l’adozione del modello Macron: un partito di centro, europeista, liberista in economia, modellato sulla persona del suo leader. Macron, contattato dagli emissari di Renzi per chiedergli come ha fatto, ha detto di avere semplicemente ricalcato l’esperienza del Pd.

ROSATO

Un momento di distensione e di festa è comunque arrivato: è stato quando Ettore Rosato, padre del Rosatellum, ha annunciato che, a trentasette giorni dal voto, i conteggi sono ufficialmente terminati e lui stesso ha avuto la conferma di essere stato eletto deputato. Ora si passerà, come prevede il Rosatellum, alla verifica dei conteggi, che si ottiene utilizzando il pi greco nei collegi parzialmente maggioritari, e il teorema di Euclide nei collegi minoritari, nei quali viene eletto il candidato che ha ottenuto meno voti. Rosato ha anche calcolato l’area del romboide, tra gli applausi dei colleghi di partito che amano molto questo genere di prove di abilità.
05 aprile 2018 © Riproduzione riservata

MICHELE SERRA- 5 aprile 2018
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